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La sinistra indipendentista parla: un comunicato di Poble Lliure.

L’ampio schieramento della sinistra indipendentista e anticapitalista di Catalunya non è finora sufficientemente conosciuto fuori dai Països Catalans. Eppure si tratta di un settore politico che, riunito nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP), vanta un considerevole peso specifico nella società, oltre a una notevole rappresentanza nel Parlamento catalano: 10 deputati, frutto dell’8% raggiunto alle elezioni del settembre 2015. Una delle ragioni di questa scarsa notorietà in Europa è probabilmente da ricercare nella scelta della CUP di non presentarsi alle elezioni per l’eurocamera, decisione basata sulla critica all’attuale progetto europeo guidato dal capitalismo finanziario.

Per tutto ciò vale la pena sentire direttamente la voce di questo settore politico, particolarmente significativa in queste ore, saltando le mediazioni, o peggio le censure, degli opinionisti e dei mezzi di comunicazione schierati a difesa dello status quo. Il seguente comunicato è appena stato pubblicato da Poble Lliure, organizzazione di radice marxista integrata nella CUP e impegnata nella lotta per il socialismo, l’indipendenza, i Països Catalans e il superamento del patriarcato.

Comunicato di Poble Lliure davanti allo stato d’assedio a Catalunya.

 

  1. I fatti di queste ultime ore presuppongono un salto qualitativo nella spirale repressiva dello stato spagnolo contro il popolo catalano. Il regime erede del franchismo non è mai stato una democrazia, e ora non si sforza neppure di sembrare tale.
  2. Con la persecuzione dei nostri rappresentanti politici e dei nostri lavoratori del settore pubblico, con l’assalto alle nostre istituzioni e la violazione dei diritti fondamentali quali la libertà d’espressione, di riunione e d’associazione, lo stato spagnolo non ha più nessun tipo di legittimità a Catalunya e l’unico atteggiamento possibile davanti alla sua deriva autoritaria è la mobilitazione e la disobbedienza.
  3. Come Poble Lliure facciamo appello all’insieme della società catalana alla mobilitazione permanente a difesa e sostegno dei nostri rappresentanti politici e delle nostre istituzioni. Il nemico non è altri che lo stato spagnolo erede del franchismo, i suoi amministratori e il suo apparato repressivo.
  4. Invitiamo l’insieme delle organizzazioni sociali ad articolare in maniera coordinata una ferma risposta che si traduca in una mobilitazione di massa, forte e pacifica, che vada dall’occupazione degli spazi pubblici fino allo sciopero generale.
  5. Constatiamo una volta di più che la progressiva fascistizzazione dello stato spagnolo ci lascia solo il cammino della unilateralità.

Perciò:

– invitiamo il popolo catalano a mantenere e intensificare la campagna per il referendum e a votare il prossimo 1 ottobre, tanto il Si come il NO;

– esigiamo ai nostri rappresentanti politici il rispetto della legge del Referendum e di quella di Transitorietà giuridica, e che pertanto dichiarino la Repubblica Catalana Indipendente, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso che la repressione impedisca fisicamente di esercitare pienamente il diritto democratico all’autodeterminazione.

Viviamo momenti storici, la Repubblica è a portata di mano.

Ricordiamo le parole del Presidente Companys, oggi più attuali che mai:

“Ciascuno al suo posto e Catalunya e la Repubblica nel cuore di tutti!”

No passaran! Sorridete che vinceremo!

Barcelona, Països Catalans, 20 settembre 2017.

Il testo originale del comunicato si trova alla pagina Poble Lliure.

 

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La repressione non ferma il movimento per l’autodeterminazione di Catalunya.

Ieri mattina la Guardia Civil è entrata nelle sedi del governo della Generalitat a Barcelona, nel tentativo di assestare un colpo mortale al referendum dell’1 ottobre. Una dozzina di alti funzionari del governo catalano sono stati arrestati mentre, secondo quanto dichiarato dalla polizia, sono stati contemporaneamente sequestrati alcuni milioni di esemplari di schede elettorali.

Ma il governo del Partido Popular, guidato da Mariano Rajoy, non ha fatto i conti con la reazione del popolo catalano: migliaia di persone si sono riunite a Barcelona, davanti alla consiglieria d’economia, dove la Guardia Civil stava effettuando una perquisizione e non l’hanno abbandonata fino a notte inoltrata, quando il presidente di Òmnium, una storica associazione culturale catalana, ha dato appuntamento a tutti per questa mattina a mezzogiorno, davanti alla sede del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalunya.

La Guardia Civil si è presentata anche davanti alla sede della Candidatura d’Unitat Popular a Barcelona, accerchiandola con più di una ventina di automezzi e cercando evidentemente una provocazione che la sinistra indipendentista e anticapitalista non ha raccolto. Le forze repressive dello stato spagnolo si sono presentate inoltre senza mandato di perquisizione e i militanti della CUP hanno impedito che entrassero all’interno della loro sede. La Guardia Civil non ha voluto spiegare il motivo dell’assedio, durato da mezzogiorno alle otto di sera passate, quando dopo aver sparato alcuna pallottola di gomma e assestato qualche manganellata ha dovuto andarsene senza risultati concreti.

Manifestazioni di sostegno al referendum si sono svolte a Girona, Tarragona, València, Alacant, Palma, Perpignan, e in altri centri dei Països Catalans, così come a Bilbao, Vitoria, San Sebastian,  Saragossa, Malaga e Madrid. Alle dieci di sera diverse zone di Barcelona (Joanic, Les Corts, Sants…) sono state animate da rumorose cassolade.

Il Presidente della Generalitat ha ribadito che l’1 ottobre il popolo di Catalunya è chiamato al referendum d’autodeterminazione e ha denunciato sia lo stato d’eccezione instaurato dal Governo del PP che la sospensione di fatto dell’autogoverno catalano. La volontà di persistere sulla strada del referendum, nonostante il colpo logistico subito, è stata chiaramente espressa anche dalla CUP, che ha invitato a fare tutto il necessario per votare l’1ottobre. Il vicepresidente del governo catalano, Oriol Junqueras (Esquerra Republicana de Catalunya) ha denunciato l’avvento di un vero e proprio stato di polizia ma si è detto sicuro di poter far sentire la voce dei cittadini il 1 ottobre.Nel corso dell’operazione di polizia alla sede della CUP inoltre, i deputati di Podem Albano Dante Fachin e Juan Giner hanno offerto la propria sede ai militanti della sinistra anticapitalista. Se il governo del PP cercava la resa dello schieramento indipendentista, con la propria azione repressiva sembra averne rafforzato invece l’unità e la determinazione.

 

 

A 25 anni dall'”operació Garzón” contro l’indipendentismo catalano.

Il 29 giugno 1992, alla vigilia dei giochi olimpici di Barcelona, il giudice Baltazar Garzón ordina l’arresto di alcuni militanti della sinistra indipendentista catalana. È solo l’inizio della cosiddetta “Operació Garzón”, con la quale gli apparati repressivi statali intendono colpire l’indipendentismo catalano e bonificare il territorio per neutralizzare qualsiasi tentativo di contestazione alla grande kermesse sportiva delle Olimpiadi di Barcelona, intese come un’occasione irripetibile per la promozione dell’immagine della nuova Spagna a guida socialista.

Come sostiene l’avvocato Josep M. Loperena, il giudice Garzón ordina gli arresti seguendo la vecchia prassi franchista: così, come prima di ogni visita del caudillo a Barcelona il governatore civile della città faceva incarcerare gli oppositori, allo stesso modo prima dell’arrivo del re per l’inaugurazione delle olimpiadi dell’estate del 1992, Garzón ordina decine di detenzioni a scopo preventivo. Con la differenza che in questo caso l’operazione si svolge in un regime che si proclama democratico e che è governato dal PSOE.

L’operazione di polizia prende di mira non a caso la sinistra indipendentista e anticapitalista: si tratta infatti del settore politico che, a partire dalla denuncia della transizione come processo che preserva le quote di potere del franchismo e dal NO alla costituzione spagnola del ’78, per tutto il decennio seguente si mantiene su posizioni radicali; l’unico che alla vigilia delle olimpiadi minaccia la pace sociale tanto necessaria al business olimpico.

Se alcuni detenuti appartengono a Terra Lliure, l’organizzazione clandestina che dalla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo porta a termine decine di atti di sabotaggio e di attentati dinamitardi contro l’esercito, le imprese e le istituzioni spagnole, molti altri sono militanti estranei al gruppo armato. Con il susseguirsi degli arresti infatti, la polizia sembra procedere in modo quasi indiscriminato tra gli attivisti della sinistra indipendentista e anticapitalista (Moviment de Defensa de la Terra, Comitès de Solidarietat amb els Patriotes Catalans, Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Comunista de Catalunya, Alternativa Verda), arrivando a perquisire senza alcun mandato la sede del giornale El Temps a València e finendo per generare un’ampia reazione di sdegno e protesta.

L’indignazione però scoppia con i primi resoconti che filtrano dalle caserme e dalle prigioni così come dalle testimonianze dei detenuti rilasciati che rivelano le torture alle quali sono stati sottoposti, secondo modalità che ricordano il passato franchista. La testimonianza di Pep Musté, militante di Terra Lliure, detenuto il 29 giugno sulla strada che porta a Olot, è riprodotta integralmente dall’Associació memòria contra la tortura: “Durante il percorso fino al comando di Barcelona mi fecero cambiare d’auto tre volte, trascinandomi per terra, perché ero già ammanettato e non mi lasciarono alzare. Mentre mi interrogavano mi mettevano il capo in un sacchetto di plastica fin quasi ad asfissiarmi. Arrivati al comando cominciarono a colpirmi per tutto il corpo, specialmente ai testicoli, ai reni e alla testa, con le mani, i piedi e con dei libri molto pesanti. Mentre mi facevano le domande mi mettevano il sacchetto di plastica al capo fino quasi all’asfissia, minacciando me e soprattutto la mia compagna. Mi fecero credere che avevano arrestato anche lei, mi dissero che l’avrebbero violentata e che ci avrebbero gettati in un dirupo, così da far sembrare tutto un incidente. Mi legarono a delle sbarre, almeno così mi sembrò perché mi avevano bendato, mi tolsero la camicia, mi bagnarono il torace e le braccia e mi applicarono delle scariche elettriche al gomito. Rimasi come stordito e mi fecero sedere in una sedia mentre mi facevano le stesse domande. Dato che mi rifiutavo di rispondere mi bagnarono, mi legarono di nuovo e tornarono ad applicarmi le scariche elettriche”.

Anche David Martínez viene arrestato il 29 giugno, a Manresa. La sua testimonianza conferma il trattamento subito da Pep Musté: “Mi fanno molte domande contemporaneamente, gridando tanto che non potevo rispondere, di colpo uno di loro mi fa voltare e un altro mi dice perché ti giri e mi colpisce con il ginocchio ai testicoli. Cado a terra piegato dal dolore e mi dicono di alzarmi. Dato che non posso farlo, mi alzano loro, mi tolgono la camicia dicendomi ora si che parlerai, assassino di bambini! e mi applicano gli elettrodi alla schiena. La prima scarica è relativamente leggera rispetto alla seconda che mi fa cadere a terra mezzo tramortito; mi bagnano il viso e la testa con l’acqua e mi fanno sedere in un angolo con la faccia alla parete…”.

Vicent Conca viene arrestato il 1 luglio a Barcelona: “Mi fecero diverse volte il metodo della borsa di plastica per provocarmi l’asfissia. Le borse erano del tipo di quelle usate per la spazzatura, mi tappavano il capo e la parte superiore del corpo… Questo sistema di tortura si accompagnava con colpi al collo, al capo e, anche se in minor misura, allo stomaco. Per tre volte mi immersero il capo in acqua per affogarmi. Non vidi dove perché tenevo gli occhi bendati. Chiamavano questo metodo la vasca da bagno. Mi misero diverse volte un revolver al capo e alla bocca minacciandomi di uccidermi se noin rispondevo quello che volevano loro. Mi minacciarono anche di portarmi in montagna e ammazzarmi. Mi assicuravano che era successo molte volte e nessuno se ne accorgeva. Mi fecero anche altre minacce: quella di torturare e aggredire sessualmente la mia compagna, che mi dicevano che avevano arrestato, quella di torturare ancora di più i miei compagni detenuti e quella di farmi ingerire acqua con un tubo fino ad affogarmi”.

Il giudice Garzon non da peso alle testimonianze dei detenuti che denunciano le torture subite, così che gli episodi accaduti nelle varie caserme non vengono investigati. Nonostane l’ampia mobilitazione a cui da vita la società civile e politica catalana, l’operato della Guardia Civil, a Barcelona e a Madrid, non viene questionato in sede giudiziaria, né vengono individuati i protagonisti delle torture denunciate. Dopo la tortura, molti dei militanti arrestati subiscono anche la pena carceraria.

La caparbia iniziativa degli ex detenuti del ’92 riesce però a riaprire la questione nel 2004, davanti al Tribunale europeo per i Diritti Umani. I giudici di Strasburgo condannano lo stato spagnolo per aver violato l’art.2 della Convenzione contro la tortura: per essersi cioè rifiutato di investigare gli episodi denunciati.

Le testimonianze delle torture, così come una vasta documentazione sul tema e sull’operació Garzón in particolare, sono state raccolte dall’Associació memòria contra la tortura, fondata da alcuni ex detenuti del ’92.

Uno stato a favore del català.

Plataforma per la Llengua, l’ONG dedicata alla promozione del català, inaugura la propria campagna a favore del SI al referendum dell’1ottobre, convinta che solo una nuova Repubblica possa sanare l’attuale disparità linguistica che ancora soffre il català.

Nel contesto europeo lo stato spagnolo costituisce infatti una vera e propria anomalia in materia: è l’unico a non aver riconosciuto una lingua della portata del català come lingua ufficiale in tutto il territorio. La costituzione spagnola stabilisce all’art.3 che il castigliano è la lingua ufficiale dello stato e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla. Questo dovere non è esteso alle altre lingue, neppure nei territori in cui sono nate e si sono sviluppate. Di più: il basco, il català e il gallec non vengono neppure nominati nel testo costituzionale. L’art.3 le definisce genericamente come “altre lingue spagnole” e si limita a decretarne l’ufficialità nelle rispettive comunità autonome, in accordo con i rispettivi statuti.

Secondo Plataforma per la llengua si tratta di un dettato costituzionale che non pone allo stesso livello le differenti lingue e che non tutela sufficientemente il català. Non essendo lingua ufficiale dello stato infatti, il català non beneficia dei riconoscimenti che l’Unione Europea attribuisce a questa categoria di lingue. È l’unico idioma di dimensioni simili che rimane escluso dalla tutela comunitaria. E lo stato spagnolo si è finora rifiutato di modificare questa situazione. Non solo il dettato costituzionale ma anche la giurisprudenza si caratterizza per interpretare in senso restrittivo i diritti dei catalanoparlanti: basti pensare al divieto di parlare in català al Congresso dei Deputati di Madrid.

In altri casi caratterizzati dalla presenza di più lingue in un unico territorio statale si sono storicamente sviluppati due scenari differenti: nel primo si è prodotta una rottura territoriale ed è sorto un nuovo stato che ha riconosciuto a pieno la lingua precedentemente discriminata; nel secondo una modifica costituzionale ha equiparato la lingua tradizionalmente penalizzata all’altra, come è accaduto in Belgio, Svizzera, Canada o in Finlandia. Secondo l’ONG del català però, nessuna delle principali forze politiche spagnole ha intenzione di sanare la disparità linguistica di cui beneficia il castigliano. Anche per questo Plataforma per la llengua ritiene l’indipendenza di Catalunya come un passo fondamentale, sia per il riconoscimento internazionale del català che per garantirne la presenza e la tutela in tutti gli ambiti pubblici. In molti settori (giustizia, amministrazione e commercio in particolare) il català è penalizzato dalla normativa dello stato spagnolo: dal 2014, anno in cui ha cominciato il monitoraggio, Plataforma per la llengua ha registrato 250 leggi che impongono il castigliano, o escludono l’uso del català, e che ne perseguono di fatto la marginalizzazione.

Secondo Òscar Escuder, il presidente dell’entità linguistica, tutto ciò rivela “la visione dello stato, delle istituzioni e del governo spagnolo. Credono che il castigliano sia la vera lingua e che tutte le altre siano lingue folkloriche”. Una visione che secondo Escuder concepisce di fatto “uno stato con una sola lingua”. Per questo l’ONG invita a votare SI al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e a costruire finalmente uno stato che si schieri a favore del català.

 

Per maggiori informazioni: https://www.plataforma-llengua.cat/

 

Otegi: la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano.

Lo scorso fine settimana Arnaldo Otegi, il lider di Euskal Herria Bildu, ha animato la conferenza organizzata dal centro culturale Euskal Etxea di Barcelona e ha rilasciato un’intervista a TV3, la televisione nazionale catalana, proponendo un’interessante analisi sia su Catalunya che sullo stato di salute delle sinistre europee.

Alla domanda sulla situazione attuale a Catalunya, Otegi ha risposto con una riflessione che prende le mosse dal referendum greco: “all’epoca vedevamo con un certo stupore come le sinistre in Europa guardavano a quella battaglia come se fosse lontana, una battaglia dei greci contro la troika. E dicevamo: quello che sta succedendo in Grecia si ripercuoterà sui diritti sociali del lavoratori europei, ma la sinistra sta a guardare come se fosse una battaglia che non la riguarda. Abbiamo l’impressione che quello che accade a Catalunya sia qualcosa di simile sul terreno delle libertà nazionali. E credo che questa battaglia non riguardi solo Catalunya bensì metta in discussione tutto il regime del ’78 e il modello territoriale dello stato”.

Qui entra in gioco il comportamento della sinistra: “è molto triste osservare il ruolo di certe sinistre dello stato spagnolo. Non capire che il processo catalano è una mozione di censura al regime del ’78 significa non capire niente”. Alludendo evidentemente a Podemos, Otegi prosegue: “questa nuova sinistra aveva detto che riconosceva il diritto a decidere però, ora che è arrivato il momento, se ne disinteressano. Quando la Guardia Civil perquisisce le tipografie, quando Mariano Rajoy e il Fiscal General minacciano il paese e tutta la baracca mediatica pubblica spropositi, quando la segreteria e il Presidente del Parlamento possono essere condannati alla prigione o interdetti dai pubblici uffici, dubitare se consentire o no il ricorso alle urne significa non sapere dove siamo o non volerlo dire. Qui la maggioranza vuole votare e lo stato non lo permette. Qui c’è una rivoluzione democratica nazionale che ha già una data, l’1 ottobre. Davanti a tutto ciò, devono scegliere. Chi si definisce marxista e repubblicano non può avere dubbi. Non si può tenere il piede su due staffe. E dopo che hai scelto, se il Partido Popular e Ciutadans ti applaudono vai verso il suicidio. Il dramma di questa sinistra è che sostiene i processi d’autodeterminazione in funzione della loro distanza da Madrid”.

Alludendo alla perquisizione che qualche giorno fa la polizia spagnola ha svolto in una tipografia, sospettata di stampare le schede elettorali del referendum, Otegi ha affermato che “cercano di spaventare la gente. E sanno come fare. Due secoli fa la chiesa perseguiva le tipografie perché mettevano in discussione il monopolio della verità e ora, nel 2017, la Guardia Civil si incarica di controllarle di nuovo”. L’ex prigioniero politico basco prosegue: “sabato ho visto i cittadini cantare e ballare davanti alla Guardia Civil che perquisiva una tipografia. State sicuri che se il popolo risponde, lo stato ha perduto. Questa è l’unica strategia. Le istituzioni hanno fatto un passo avanti, hanno approvato la legge del Referendum e quella di Transizione, ora è il momento della gente”.

E secondo Otegi, la gente si è ormai disconnessa emotivamente e politicamente dallo stato spagnolo. Per più di un secolo Catalunya ha cercato di riformare lo stato spagnolo per potersi sentire riconosciuta al suo interno, assieme alle altre nazioni della penisola. Ma questo progetto di riforma non ha avuto successo e dopo diversi naufragi è oggi completamente archiviato. A partire da una riflessione più ampia, il lider basco spiega perché il processo che porta all’autodeterminazione ha raccolto sempre maggiori consensi nella società catalana: “il capitalismo dei nostri giorni è un sistema che si basa sulla paura. In particolare le nuove generazioni, alle quali avevano detto che studiare significava avere un buon impiego, ora si trovano davanti a uno scenario del tutto differente. La crisi finanziaria ha aumentato la paura di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di studiare… e il capitalismo ha imposto il suo potere con la paura e l’incertezza. Il progetto di costruzione della Repubblica catalana ha invece dato una certa sicurezza e per molta gente ha significato che la realtà può essere diversa, che le cose si possono fare in una maniera differente. Anche perciò la nuova Repubblica ha attratto così tanta gente”.

 

L’intervista integrale di Otegi a TV3 si può vedere alla pagina web http://www.ccma.cat/tv3/alacarta/preguntes-frequents/preguntes-frequents/video/5687373/ mentre una sintesi della conferenza al CCCB si può leggere alla pagina https://www.racocatala.cat/noticia/42475/otegi-si-poble-respon-lestat-espanyol-ho-te-perdut e a https://www.vilaweb.cat/noticies/1-o-otegi-lesquerra-no-es-pot-posar-de-perfil-davant-registres-policials/

 

 

 

 

 

 

 

 

La società catalana si oppone al tentativo di repressione dello stato spagnolo.

Dopo la grande manifestazione della Diada, nel corso della quale un milione di persone sono scese in piazza a Barcelona evidenziando una volta di più il carattere popolare e plurale del movimento per il referendum e per l’autodeterminazione di Catalunya, il governo spagnolo getta la maschera e reagisce attivando la macchina repressiva dello stato.

Dopo aver disposto la sospensione della legge sul referendum e di quella che regola la transizione alla nuova Repubblica (che entrerà in vigore in caso di vittoria del SI) il Tribunale Costituzionale e la Fiscalia (il pubblico ministero spagnolo) si occupano ora anche dei mezzi di comunicazione pubblici e privati: secondo i giudici la televisione e la radio pubblica catalana non possono fare informazione sul referendum dell’1 ottobre, in quanto si tratterebbe di un tema illegale. Molti giornali e media digitali catalani hanno però ignorato l’avvertimento, denunciando contemporaneamente l’attacco alla libertà d’espressione. Allo stesso modo lo schieramento indipendentista considera ancora pienamente vigente la legge sul referendum, appellandosi al diritto all’autodeterminazione dei popoli e di fatto riconoscendo così la nuova legalità catalana.

Nel contesto di dualismo di poteri che comincia a delinearsi, il primo atto della campagna elettorale della Candidatura d’Unitat Popular a Valencia è stato interrotto ieri dalla polizia, che ha identificato le due deputate della sinistra anticapitalista e indipendentista Anna Gabriel e Mireia Vehí. A Madrid, in seguito a una richiesta del Partido Popular, un giudice ha vietato un atto a sostegno del referendum (promosso da un collettivo madrileno) che il sindaco della città Manuela Carmena aveva accettato di ospitare in una sala municipale.

Ieri mattina la Guardia Civil ha inoltre chiuso la pagina web Referendum.cat. Nel giro di mezz’ora però, la Generalitat ne ha aperta una nuova dove si possono trovare tutte le informazioni sulla consulta elettorale dell’1 ottobre. Il governo catalano è impegnato a garantire le condizioni per lo svolgimento del referendum che, come ha ribadito il presidente Carles Puigdemont, è un meccanismo ormai già in moto, predisposto per funzionare anche nel caso dell’interdizione dai pubblici uffici delle più alte cariche istituzionali catalane.

Sono infatti 712 i sindaci che si sono dichiarati pronti ad ospitare nei propri locali le operazioni elettorali (sul totale dei 948 comuni catalani) collaborando così alla riuscita della consulta referendaria. La Fiscalia dello stato spagnolo ha ordinato alla polizia catalana di investigare ognuno di questi sindaci e di chiamarlo a dichiarare. Nel caso di un rifiuto, ha inoltre disposto di procedere al loro arresto. L’associazione dei comuni catalani e quella dei comuni per l’indipendenza hanno indetto un atto di protesta, che si terrà sabato a Barcelona, mentre i sindaci della CUP hanno già annunciato che nel caso vengano convocati non si recheranno a dichiarare.

Il tentativo dello stato spagnolo di impedire lo svolgimento del referendum non stupisce
: da anni il PP e il PSOE oppongono un netto rifiuto alla domanda dellla società civile e politica catalana, alla quale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione. Ciò che stupisce è l’atteggiamento di sindaci quali Ada Colau che, nonostante abbia dichiarato di voler fare tutto il possibile perché i cittadini che chiedono di votare l’1 ottobre possano farlo, non si è unita alla lista dei sindaci disposti a collaborare con l’organizzazione del referendum. Ciononostante la Generalitat afferma che il referendum si svolgerà, a Barcelona come nel resto di Catalunya, con o senza la collaborazione dei municipi.

Convocato il referendum d’autodeterminazione di Catalunya.

Dopo una seduta durata quasi 12 ore, il Parlamento catalano ha approvato ieri la legge che fornisce copertura giuridica al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre, data già anticipata da alcune settimane dal governo della Generalitat. Questo cruciale passaggio parlamentare è stato possibile grazie a un lungo processo di mobilitazione della società civile catalana (che ha portato alla formalizzazione di una maggioranza parlamentare indipendentista alle elezioni del 2015) e che ora più che mai sembra necessario per  garantire la celebrazione effettiva del referendum e rendere così possibile la costituzione della nuova Repubblica.

Al momento della votazione i deputati del PP, del PSC e di Ciutadans hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Il referendum d’autodeterminazione di Catalunya è stato così approvato con i voti favorevoli della coalizione Junts pel Sí (formata dal PDeCAT e Esquerra Republicana de Catalunya) e della Candidatura d’Unitat Popular, l’astensione del gruppo parlamentare Catalunya Sí Que es Pot (formato da Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa e Podem) e nessun voto contrario.

Nel corso del dibattito, la deputata della sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP Anna Gabriel, ha sottolineato che coloro i quali negano il diritto all’autodeterminazione sono gli stessi che si oppongono a qualsiasi cambiamento sul terreno dei diritti sociali, consapevoli che il primo aprirebbe la porta agli altri. La deputata ha inoltre ricordato al capogruppo dei compagni di CSQP che il diritto all’autodeterminazione non può essere trattato come una questione meramente formale: così come il diritto di sciopero si conquista esercitandolo, anche quello all’autodeterminazione si consegue mettendolo in pratica, indipendentemente dalle maggioranze che si formano a Madrid o dalle minacce e gli avvertimenti legali dei Tribunali.

Ciononostante CSPQ si è astenuta, una scelta volta ad evitare la formalizzazione della rottura del gruppo, diviso tra i sostenitori del no e quelli più vicini al si. La divergenza di opinioni però è andata in scena ugualmente quando il capogruppo di CSQP (appartenente a IC e schierato per il no) ha rifiutato di dividere il tempo dell’intervento finale con i propri compagni (appartenenti a Podem e Esquerra Unida i Alternativa, tutti favorevoli al referendum sia pur con alcune sfumature) che si sono lamentati gridando: “deciderà la gente, ci vediamo il 1 ottobre!”.

 

 

 

 

 

Ex militanti del PSUC a favore del referendum e dell’indipendenza.

Con il manifesto intitolato significativamente “Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo”, un gruppo di ex appartenenti al PSUC riconosce i limiti della cosiddetta transizione spagnola, esplicita il proprio sostegno al referendum del 1 ottobre e invita a votare a favore dell’indipendenza di Catalunya.

Tra i firmatari ci sono ex sindaci, consiglieri comunali, deputati o semplici militanti del PSUC, lo storico partito nato nel 1936 (inscritto all’Internazionale Comunista), impegnato prima nella guerra civile e in seguito nella lotta clandestina contro il fascismo spagnolo, dalla metà degli anni ’90 di fatto inattivo e frazionato in differenti gruppi.

A poco meno di un mese dal referendum, gli ex militanti del PSUC rappresentano una nuova e significativa voce che si somma allo schieramento a favore del SI, arricchendolo con il proprio contributo, tradotto qui di seguito. Contemporaneamente anche un altro gruppo della zona del Baix Llobregat, composto da una settantina di militanti di Iniciativa per Catalunya Verds (coalizione natta sotto l’egida del PSUC) e del Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), quest’ultimi in aperto disaccordo con i vertici del proprio partito, federato al PSOE, si sono espressi a favore del referendum dell’1 ottobre.

A scanso di equivoci, vale la pena precisare che l’idea della “Catalunya di un solo popolo”, così come viene riportata nel manifesto, si riferisce ad un paese in cui gli immigrati siano accolti, sia che provengano dal sud della penisola come da paesi più lontani e trattati senza discriminazioni come parte a tutti gli effetti del popolo catalano.

 

 

Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo.

Il PSUC nacque come un partito naturalmente predisposto alla trasformazione, come un partito di massa, il partito di massa a Catalunya. Il partito dei comunisti di Catalunya. La sua volontà: trasformare Catalunya in chiave socialista e creare una società giusta per tutti. E nacque come partito nazionale catalano, difensore del catalanismo popolare e caratterizzato dall’idea della Catalunya di “un solo popolo”. Un partito che pretendeva portare la giustizia e il benessere nella parte di mondo in cui gli era toccato vivere. Un partito che sapeva che il miglior contributo all’internazionalismo era la liberazione delle classi popolari di questo lembo del pianeta. Un partito che perciò sapeva che il miglior contributo che poteva dare era conquistare la libertà e l’eguaglianza là dove sapeva come fare: a Catalunya, nella propria nazione. Un partito radicato nei quartieri, nei paesi e nelle fabbriche. Un partito che respirava ciò che respirava la maggioranza della società catalana, perché solo così si può sapere cosa è necessario fare e come farlo.

Fondato nel 1936 e inteso come il modo più adeguato di far fronte al fascismo, il PSUC è stato uno dei partiti che più hanno dato per la disfatta del fascismo franchista. Di fatto, è stato il partito che ha guidato la lotta antifranchista. Quello che più energie, più organizzazione e più persone vi ha dedicato. E pensiamo di esserci riusciti, anche se con importanti mancanze che, ora bisogna riconoscerlo, erano più grandi di quello che molti di noi militanti pensavamo in quel momento. Ciononostante, la maggioranza di noi aveva ben chiaro che il patto della transizione era un’amputazione ai nostri diritti e alle nostre libertà, sociali e nazionali.

Quarant’anni dopo sono evidenti le gravi carenze di quell’accordo. Ed è evidente che lo stato spagnolo non è pronto per una vera democratizzazione senza una terapia di choc che rimuova le strutture del potere politico ed economico. Oggi questa terapia si chiama Repubblica, si chiama Referendum. Come marxisti, leggiamo la realtà ogni momento cercando di capire cosa accade, perché accade e cosa si può fare. E della lettura del momento presente nel nostro paese, abbiamo ben chiare le conclusioni: in queste ore è a Catalunya che si danno le condizioni per fare un salto in avanti, finora sconosciuto, sul terreno delle libertà e dei diritti sociali e nazionali. E ne dobbiamo approfittare. E siamo sicuri che il PSUC, sostenitore dell’unità delle forze politiche a Catalunya così come dell’Assemblea de Catalunya, ora sarebbe un sostenitore del referendum e starebbe alla testa della lotta contro le politiche ingiuste e anticatalane di questo stato autoritario e ricentralizzatore.

Così ci siamo uniti, tutti quanti come vecchi militanti del PSUC: deputati, consiglieri comunali, sindaci, sindacalisti, membri di associazioni di vicinato, etc. Tutti noi, ex militanti del PSUC proclamiamo la necessità di sostenere, senza ambiguità e senza ondeggiamenti, la convocazione del referendum fissata dal governo catalano per il prossimo 1 ottobre. Questo referendum e la nostra anelata Repubblica, aprono la possibilità al cambiamento e alla rottura (così tanto necessari) con il cadente regime spagnolo del ’78.

Ex membri del PSUC primi firmatari:

*Alfredo Amestoy Saenz (ex deputato, Badalona)
* Frederic Prieto Caballé (ex sindaco, Cornellà)
* Eudald Carbonell Roura (ex responsabile del PSUC a Girona, Ribes de Freser)
* Magda Ballester Sirvent (ex consigliere comunale ed assessore, Lleida)
* Ramon Majó Lluch (ex assessore, Manresa)
* Emili Muñoz Martínez (ex sindaco, Tiana)
* Jaume Oliveras Costa (ex consigliere comunale, Badalona)
* Jaume Solà Campmany (ex consigliere comunale, Badalona)
* Àlex de Sárraga Gómez (avvocato, Lleida)
* M. Isabel (Mariona) Vidal (Cornellà)
* Jose Estrada (Tarragona)
* Àngel Pagès (Premià de Mar)
* Joan Romagosa (Cornellà)
* Jaume Botey Vallès (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Maria Pilar Massana Llorens (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Carles Prieto Caballé (ex presidente FAVB Barcelona)

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina web http://www.republicadesdebaix.cat

Catalunya reagisce al terrorismo e rifiuta il mantra dell’unità.

I governi occidentali hanno fatto nei decenni scorsi un uso ben preciso degli attentati terroristici: spaventare e ricondurre all’ordine la popolazione, rafforzare lo status quo e ridurre al silenzio le opposizioni. Che si tratti della strategia della tensione o degli attentati di Al-Qaeda e Daesh la conseguenza è la riduzione degli spazi della politica, della democrazia e del conflitto. In questo senso gli attentati di Barcelona e Cambrils non sembrano fare eccezione.

Le voci più autorevoli dei poteri forti spagnoli (a cominciare da El País) hanno subito approfittato dell’attentato per reclamare ai cittadini catalani, al movimento indipendentista e al governo della Generalitat di smettere di inseguire la “chimera” dell’emancipazione nazionale e tornare alla normalità. Voci più becere (El Mundo) hanno sostenuto una relazione diretta tra la storica tradizione di accoglienza di Catalunya e gli attentati di Daesh, invocando il controllo delle frontiere. E soprattutto la monarchia borbonica ha cercato di approfittare dell’occasione per assestare un duro colpo all’indipendentismo e ricondurre il popolo catalano sotto le proprie insegne: alla vigilia del referendum per l’autodeterminazione di Catalunya dell’1 ottobre, il re Felipe VI si è così presentato alla manifestazione di Barcelona in cerca di una foto che lo ritraesse alla testa del movimento popolare di rifiuto al terrorismo e di solidarietà con le vittime. Ma non l’ha trovata.

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Così come El País e El Mundo, si è scontrato con un dato di fatto difficile da smentire: la società catalana è oggi più che mai maggioritariamente indipendentista, sia nelle piazze che nel Parlamento catalano, dove il Partido Popular e il Psoe, gli alfieri dell’austerità a Madrid e in Europa, si trovano in minoranza. E nella manifestazione di Barcelona, Felipe VI è stato sonoramente fischiato, non solo dalla sinistra anticapitalista e indipendentista guidata dalla Candidatura d’Unitat Popular (CUP) bensì da larghissimi settori dell’enorme corteo. Il rifiuto della presenza del re, con lo slogan fora el borbó, è riecheggiato a lungo nel Passeig de Gràcia. In questo popolo di tradizione repubblicana e sociologicamente antifascista, la sinistra anticapitalista e indipendentista ha svolto oggi (26/08/2017) un ruolo decisivo dando appuntamento a tutti due ore prima del corteo ufficiale (nel quale poi è confluita) per marcare le differenze e sottolineare il proprio disaccordo con la presenza di Felipe VI, il monarca che nel gennaio di quest’anno si è recato in Arabia Saudita per rafforzare i legami tra i borboni e la monarchia saudita (approfittando tra l’altro del viaggio per vendere agli emiri alcune fregate da guerra).

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La contestazione al re si è accompagnata, con differenti sfumature, alla denuncia delle guerre degli stati Uniti e dell’Unione Europea, in Irak, in Siria, in Libia…, come una causa dei cosiddetti disastri umanitari e della crescita dell’integralismo e del terrorismo, in particolare di Daesh. Senza dimenticare la natura intrinsecamente fascista di quest’ultimo.

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Con la propria presenza la sinistra anticapitalista e indipendentista oggi ha garantito lo spazio per la critica, rispedendo al mittente l’operazione dei poteri forti spagnoli volta a imbavagliare un intero popolo e ad inviare le forze di polizia ad occupare non solo le piazze bensì soprattutto lo spazio della politica. Una volta di più è da sottolineare il ruolo svolto dalla sinistra, decisiva nel movimento indipendentista, un movimento che dopo la straordinaria manifestazione di Barcelona, sembra più che mai inarrestabile.

 

 

 

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