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Un manifesto per la Repubblica Catalana che interroga le sinistre europee.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ prende decisamente posizione a favore dell’autodeterminazione di Catalunya, della celebrazione del referendum previsto per il 1 ottobre e per la proclamazione della Repubblica Catalana, riunendo attorno alla propria proposta sia organizzazioni catalane (Poble Lliure, Xarxa Roja, Assemblees de Joves per la Unitat Popular…) che organizzazioni spagnole (Comunistes de Castilla, Frente Popular Galega, Xeira…) e raccogliendo l’adesione individuale di molti militanti di base.

I firmatari sottolineano lo stato di crisi della monarchia spagnola e si inseriscono nella storica contraddizione aperta a Catalunya dal movimento indipendentista rivendicando un ruolo attivo per i comunisti. Secondo Comunistes pel SÍ l’autodeterminazione del popolo catalano apre la strada non solo alla liberazione nazionale e sociale di Catalunya ma anche a quella degli altri popoli della penisola e assesta un duro colpo al cosiddetto regime del ’78, il regime nato dalla transizione spagnola alla democrazia, un processo svoltosi all’insegna della continuità con il franchismo nel corso del quale il fascismo spagnolo non solo non ha pagato per i propri crimini ma ha conservato intatte importanti posizioni di potere politico ed economico.

Per Comunistes pel SÍ la Repubblica Catalana rappresenta un’opportunità sia per rompere i legami col vecchio regime che per avviare politiche di segno opposto al dogma liberista. In questo senso il manifesto chiama in causa implicitamente le sinistre europee e i comunisti in particolare, affermando che il miglior contributo internazionalista è il sostegno al referendum del 1 ottobre, all’autodeterminazione di Catalunya e alla nascita di una Repubblica al servizio delle classi popolari.

Il manifesto rappresenta inoltre un invito ad approfondire l’analisi dello scenario internazionale e svilupparne una visione non eclettica, così da definire da sinistra un altro modello di Europa. La riflessione su Catalunya implica cioè una riflessione sull’Unione europea, sulla natura antipopolare delle politiche della Troika e sul carattere imperialista del polo europeo che non può essere elusa, pena l’abbandono delle classi lavoratrici e degli strati popolari ai diktat di turno ordinati da Bruxelles o da Francoforte. Perciò vale la pena leggere integralmente il Manifesto, tradotto qui di seguito.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ.

“La rivoluzione socialista può scoppiare non solo in seguito a un grande sciopero, una manifestazione di piazza, una rivolta di affamati, un’insurrezione militare o una sollevazione coloniale bensì anche in conseguenza di una semplice crisi politica, come per esempio il caso Dreyfus e l’incidente di Saverne, o di un referendum per la separazione di una nazione oppressa…”

V.I. Lenin – La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione.

Il prossimo 1 ottobre è prevista la celebrazione dell’atteso e a lungo rivendicato Referendum d’Autodeterminazione a Catalunya, punto culminante di tutto un movimento nazional-popolare dalle grandi aspirazioni democratiche e di sovranità popolare, in marcia da più di dieci anni in seguito alle proteste e alle polemiche attorno allo Statuto, alle continue sentenze del Tribunale Costituzionale, alla dinamica ricentralizzatrice e repressiva dello Stato spagnolo e alla negazione sistematica del diritto all’autodeterminazione del popolo di Catalunya.

Siamo così arrivati ad un punto di non ritorno che senza dubbio definirà in un modo o nell’altro, a seconda dello sviluppo degli eventi, il futuro del nostro paese. Davanti a questa situazione storica e eccezionale a casa nostra, i comunisti e le comuniste non possono rimanere con i bracci incrociati.

 

Per i nostri diritti nazionali e sociali.

Consideriamo che in questo momento la difesa attiva del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e dei suoi diritti nazionali passa inequivocabilmente per il sostegno e l’appoggio alla convocazione del Referendum, una rivendicazione democratica negata dallo Stato (come in altri casi), che perciò si caratterizzerà come disobbediente e unilaterale, in uno scenario finora inedito, segnato più che mai da una componente rivoluzionaria e di rottura democratica che i comunisti e le comuniste devono approfittare per aumentare il livello di coscienza e di resistenza del popolo di Catalunya. Inoltre questa situazione ha comportato il maggior grado di debolezza dai tempi della transizione del tradizionale braccio politico della destra catalana: si è passati dall’egemonia di CIU alla debolezza del PDECat.

Per garantire la celebrazione del Referendum sarà necessario impegnarsi con fermezza, esigendone la messa in moto e l’applicazione del risultato senza dilazioni, mobilitando il più ampio schieramento di forze per difendere questo diritto e affrontare la campagna repressiva e antidemocratica dello Stato, che non si fermerà, così come le tentazioni del Governo della Generalitat di tirarsi indietro all’ultimo momento.

Il nostro ruolo deve inoltre servire per garantire l’indipendenza di classe e evitare la strumentalizzazione del movimento nazionale da parte di forze e interessi estranei alla classe lavoratrice e agli strati popolari, possibile a causa della transversalità e pluralità di questo referendum. Deve servire inoltre per legare strettamente le rivendicazioni nazionali e sociali, facendole confluire in una forza inarrestabile di cambiamento reale. Parliamo tra l’altro delle lotte sindacali, per un lavoro degno, con salari e pensioni che superino la barriera dei mille euro e che s’incrementino secondo l’inflazione, per eliminare la precarietà del lavoro e le pratiche padronali autoritarie e antidemocratiche dentro l’impresa, per la riduzione dell’orario di lavoro, per la lotta contro le disuguaglianze economiche e sociali generate dall’accumulazione del capitale, per un alloggio degno, per il femminismo, per i servizi pubblici a gestione democratica e pubblica, per le rimunicipalizzazioni, per la difesa del territorio e dell’ambiente, contro la guerra imperialista e per l’accoglienza dei rifugiati.

 

Per la rottura del regime del ’78.

L’attuale crisi del regime spagnolo rivela che è a Catalunya che oggi si trova l’anello più debole della monarchia e che pertanto è lì che dobbiamo colpire più forte per romperla, aprendo uno spazio di opportunità anche per gli altri popoli dello Stato, per la loro liberazione nazionale e sociale. È questo il miglior contributo internazionalista che possono dare le classi lavoratrici e che stringe inoltre legami di solidarietà tra i popoli.

Ciononostante non ci sarà vera liberazione nazionale se non usciamo anche dalle strutture imperialiste dell’Unione Europea, l’euro e la NATO, che ci condannano al debito, alla precarietà e alla guerra. La lotta contro le politiche fondomonetariste e contro le misure della Troika è una condizione indispensabile per la nostra emancipazione nazionale e sociale. La Repubblica Catalana può aprire la porta alla rottura con queste strutture sovrastatali ed è per questo che l’oligarchia catalana e quella spagnola fanno di tutto perché non si realizzino le aspirazioni di libertà del nostro popolo.

 

Per la Repubblica Catalana e il Processo Costituente, per il socialismo.

Quanto più alta sarà la partecipazione, maggiore sarà il riconoscimento internazionale e la legittimità del risultato del Referendum d’Autodeterminazione. Il dibattito attorno alle basi della futura Repubblica Catalana non potrà rinviarsi ulteriormente. Dobbiamo evitare una transizione vuota di contenuti sociali, con uno schema ripreso meccanicamente dallo Stato spagnolo (come nel caso più volte denunciato delle cosiddette strutture di Stato) e limitato a un semplice ricambio delle elites.

Il nostro obbiettivo sarà un Processo Costituente popolare, transparente e inclusivo, con la partecipazione delle entità e dei collettivi sociali, dell’ampia rete dell’associazionismo catalano, in modo da creare un nuovo paese all’altezza della situazione, una Repubblica al servizio della classe lavoratrice. Un Processo Costituente capace allo stesso tempo d’incorporare idee innovatrici quali per esempio l’elezione, mediante un sorteggio che rispetti i criteri di diversità, di alcune migliaia di cittadini che partecipino alla redazione della Costituzione che determinerà il tipo di paese che vogliamo.

Riteniamo infine che il SI dev’essere sia il voto degli indipendentisti che di coloro che sostengono una federazione o confederazione di repubbliche libere. È possibile federare o confederare gli stati solo se precedentemente questi hanno raggiunto la propria libertà; l’esito con-federale può essere accettato solo se la federazione o la confederazione costituita riconosce la libera autodeterminazione come diritto fondamentale di ognuna delle repubbliche che la integrano.

 

Conclusione.

Sulla base di queste considerazioni e di questi obbiettivi mettiamo in moto la piattaforma di Comunistes per el SÍ, complementaria ad altri spazi unitari come Esquerres per la independència o i Comitès de Defensa de la República, con l’intenzione di affrontare in modo unitario questa nuova sfida, appoggiando il Referendum e chiedendo il voto affermativo per farla finita con il regime del ’78, proclamare la Repubblica Catalana, organizzare le classi lavoratrici della città e della campagna, per lottare per il Socialismo a partire dalla volontà internazionalista e solidale con tutti i popoli dello Stato, del Mediterraneo e del mondo. Votiamo SÍ dal versante dell’opzione europea per un raggruppamento libero di stati che rispetti la sovranità, garantisca il benessere comune, approfondisca la democrazia, lavori per la pace e si opponga al potere finanziario e monopolista.

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina: https://comunistespelsi.com/manifest/

 

 

 

 

 

 

L’impronta di Gramsci nei Països Catalans.

La lenta diffusione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans, ricostruita nell’opera collettiva El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster (El Jonc editore) rappresenta una tappa suggestiva della parabola internazionale compiuta dal nemico pubblico numero uno del regime fascista. “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni” aveva concluso il pubblico ministero davanti al Tribunale Speciale. Così la pubblicazione della potente e originale versione del marxismo di Gramsci si rende possibile solo nel dopoguerra. Al di là dei Pirenei però, la censura si prolunga negli anni.

Lo scritto di Giaime Pala Gramsci a Catalunya, contenuto nel volume in questione, si sviluppa a partire da una constatazione preliminare e indispensabile per mettere a fuoco correttamente il tema: “l’impossibilità di pubblicare o accedere a testi marxisti durante una buona parte della dittatura del generale Francisco Franco”. Dedito allo studio del movimento comunista e antifranchista a Catalunya e in Spagna, Pala afferma che dopo la guerra civile i militanti antifascisti si vedono costretti a studiare il marxismo sui testi dei detrattori del pensatore di Treviri, la cui diffusione è invece largamente agevolata dal regime. Ancora negli anni ’50 l’unica possibilità di entrare direttamente a contatto con gli autori marxisti è rappresentata dalla conoscenza di una lingua straniera nella quale leggere le traduzioni dei classici.

Nonostante il pensiero gramsciano fosse conosciuto nelle cellule del PSUC, dove era oggetto di dibattito da anni, è solo nel 1967 che la rivista del partito Nou Horitzons (numero 11 e 12) ospita due saggi dedicati a Gramsci: quello di Josep Fontana e quello di Manuel Sacristán, che a giudizio di Pala rappresenta la prima rigorosa ricostruzione filosofica del pensiero dell’intellettuale sardo apparsa nello stato spagnolo. Fino a quel momento i lettori potevano contare soltanto su una antologia dei Quaderni dal carcere curata e tradotta da Jordi Solé Tura e apparsa nel 1966 con il titolo Cultura i literatura. Non bisogna dimenticare però, sottolinea Pala, l’opera della celebre ispanista Giulia Adinolfi, proveniente dalle fila del PCI e arrivata a Barcelona a metà degli anni ’50. È lei che avvicina Sacristán a Gramsci: in seguito a questa influenza infatti, Sacristán scrive una prima traccia biografica dell’ex leader dei comunisti italiani, inserita nel supplemento del 1957/’58 dell’Enciclopedia Espasa e uscita però nell’indifferenza generale solo nel 1961.

Nel fatidico 1968 Solé Tura edita una versione in català delle Noterelle sulla politica del Machiavelli, seguite due anni dopo da un’antologia dei Quaderni di stampo più filosofico. Secondo la ricostruzione di Pala però il punto di svolta nella diffusione del pensiero di Gramsci è rappresentato dalla robusta Antología curata da Sacristán e pubblicata in castigliano in Messico, per le edizioni Siglo XXI, nel 1970. A partire da questo momento secondo Pala, le pubblicazioni e le traduzioni dell’intellettuale imprigionato dal fascismo si fanno sempre più frequenti, addirittura disordinate e caotiche, anche a causa dell’incapacità dell’Istituto Gramsci “di articolare una politica editoriale intelligente per la Spagna”, come denuncia la ricercatrice Fiamma Lussana.

L’altro canale fondamentale per la ricezione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans è rappresentato daIl’opera di Joan Fuster, l’intellettuale del dopoguerra più importante del País Valencià. Nel capitolo Gramsci en Fuster, Jaume Lloret i Carlos Noguera scrivono che è attraverso la corrispondenza con i catalani in esilio, i libri riportati dagli amici che viaggiano all’estero e soprattutto grazie alll’amicizia con il cantautore Raimon (la cui compagna Annalisa Corti milita nel PCI) che Fuster entra in contatto con Gramsci. Lloret e Noguera sottolineano l’importanza del pensatore sardo per la riflessione fusteriana: da un lato evidenziandone le numerose tracce contenute in Nosaltres, els valencians (1962), dall’altro collegando l’attitudine più generale di Fuster, sintetizzata dalla frase “Non ho altro merito che quello di essermi appassionato fino all’ossessione alla vita e al destino del mio popolo”, alla impossibilità gramsciana di fare storia politica senza passione e senza un legame tra intellettuale e popolo.

Per il pensatore originario di Sueca, impegnato nello studio dell’identità del País Valencià e nella ricostruzione dell’unità storica, culturale e politica dei Països Catalans, Gramsci esercita uno speciale interesse: temi quali la storica frammentazione degli stati italiani, il ruolo svolto dagli intellettuali nel risorgimento, il processo unitario, evocano agli occhi di Fuster un parallelismo con le vicende del País Valencià, il cui futuro “è nelle mani del popolo e legato ai settori subalterni e strumentali che sono precisamente i più alienati dal fascismo. Perciò il socialismo valenciano non sarà sempre marxista, o marxiano, bensì istintivamente popolare, come sperava Gramsci”. Fuster, che non si definisce marxista, fa servire i concetti gramsciani per la propria analisi e ammette apertamente “la simpatia che ci ispirava il signor Gramsci. Un uomo che veniva da un mondo somigliante a quello valenciano, che aveva constatato che la gente delle campagne non entrava nello schema di Marx e che aveva cercato di non scartare le masse contadine”. “Essere marxista non è per niente facile” afferma Fuster, invitando contemporaneamente alla lettura di Gramsci: le “nostre disgrazie, prevalentemente rurali, erano curate da preti e frati da un lato e da improbabili anarchici dall’altro. Gramsci, che ha vissuto in un mondo simile al nostro, insinua formule teoriche più adeguate. E non solamente teoriche. Leggete Gramsci. È un consiglio”.

Lloret e Noguera ricordano inoltre che il primo testo di Gramsci apparso nello stato spagnolo è un articolo in castigliano pubblicato nel 1922 da La Batalla (num.2), una rivista comunista di Barcelona e si mostrano inclini a stemperare l’importanza dell’antologia pubblicata da Solé Tura nel 1966, ricordando anche le considerazioni di Ricard Vinyes secondo il quale la “identificazione meccanica, così abituale, tra traduzione e introduzione è precipitata e vuota”.

Come accade spesso ai classici, anche Gramsci viene riletto in funzione delle necessità politiche del momento: Giaime Pala osserva che nel corso degli anni ’70 il PCE, attratto dalla politica di Berlinguer, si avvicina sempre più alle tesi del PCI fino alla condivisione del progetto dell’eurocomunismo, cercando una legittimazione teorica anche nella reinterpretazione degli scritti di Gramsci. Pala cita molte opere che si inseriscono in questo filone, ben rappresentato dal dossier realizzato nel 1977 dalla rivista Taula de Canvi che, traducendo un dibattito apparso su Mondoperaio e Rinascita attorno alle opzioni teoriche di comunisti e socialisti italiani, fa servire la rilettura di Gramsci per sostenere l’abbandono del leninismo e il definitivo approdo liberaldemocratico del PCE. Nello stesso anno la rivista Materiales, sorta attorno all’opera di Sacristán e animata da giovani usciti dal PSUC, o critici con la dirigenza del partito, denuncia l’uso strumentale di Gramsci che si va diffondendo in Europa sottolinando che “tra le più recenti pubblicazioni su Gramsci non mancano quelle di chi, credendo di parlare di Gramsci, parla in realtà della politica attuale del PCI”. La lettura decontestualizzata del classico Gramsci però, non si circoscrive agli anni ’70 ma ricorre ancora oggi: secondo Pala il concetto di egemonia è “lontano dall’essere una battaglia per l’articolazione della narrazione egemonica (come propone Iñigo Errejon, secondo una visione di Gramsci filtrata per il postmarxista Ernesto Laclau)”. A dispetto delle finalità più o meno contingenti, le letture odierne testimoniano una volta di più la vitalità dell’universo concettuale gramsciano.

Il volume El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster disegna un’accurata mappa catalana del pensiero di Gramsci, un autore consacrato come un classico che, nelle parole di Sacristán (ricordate a guisa di conclusione da Pala) “ha diritto a non essere mai alla moda e ad essere letto sempre”. E interessante risulta anche la riflessione attorno al peso specifico dei concetti gramsciani (subalternità, egemonia, nazional-popolare…) nell’elaborazione di Fuster e nella sua proposta culturale e soprattutto politica dei Països Catalans, per la quale l’influenza di Gramsci, sebbene indiretta, sembra meritevole di essere ancora studiata e ulteriormente approfondita.

Per informazioni sul volume: http://www.eljonc.com/home_cataleg.htm

 

 

 

 

La sinistra indipendentista catalana si affaccia in Italia.

Finalmente sembra arrivare anche in Italia l’eco della battaglia condotta dalla sinistra anticapitalista catalana per l’indipendenza del proprio paese (e per il socialismo). La sospetta disattenzione con la quale i mezzi di comunicazione del belpaese hanno trattato il tema è stata rimpiazzata dalla riflessione sviluppata da alcuni collettivi comunisti e realtà di movimento, caratterizzati dalla costante attenzione per la prospettiva internazionale.

Il centro sociale Corto Circuito, la Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, i collettivi Genova City Strike, Militant, CUMA,  e Zenti Arrubia hanno ospitato una delegazione della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC) che hanno potuto far sentire la propria voce senza filtri giornalistici o politici più o meno interessati. Alla pagina web della rivista Contropiano  (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/30/catalogna-indipendente-ora-intervista-iranzo-vehi-093460) si trova un’intervista della redazione di Radio Città Aperta a Mireia Vehí (deputata della CUP al Parlamento catalano) mentre alla pagina di Genova City Strike (http://www.citystrike.org/2017/06/20/il-processo-indipendentista-in-catalunya/) si può leggere l’intervento di Icar Aranzo (rappresentante degli studenti) realizzato il 20 giugno a Genova.

I due contributi offrono da un lato una riflessione critica riguardo alla transizione dal fascismo di Franco alla nuova democrazia spagnola, un processo di cambiamento del quale sottolineano l’aspetto conservatore, privo di un momento di rottura col vecchio regime; dall’altro permettono di inserire nel giusto contesto storico la rivendicazione indipendentista. Un punto di vista fondamentale per l’analisi della situazione attuale in Catalunya che finora non aveva trovato né l’attenzione né la solidarietà della sinistra italiana.

Altrettanto interessante risulta il punto di vista delle realtà italiane che hanno ospitato i rappresentanti della CUP e del SEPC: il referendum per l’indipendenza viene giudicato come “uno strumento di rottura popolare nei confronti dei diktat delle classi dominanti statali ed europee”. Il manifesto comune Catalunya ara! sottolinea che “negli utlimi anni tutti i referendum popolari in Europa si sono trasformati in un voto contro le classi dominanti” e si sono caratterizzati per la “determinazione delle classi popolari e dei settori giovanili, i soggetti più colpiti dall’austerità imposta dall’Unione Europea”.

Così le caratteristiche del movimento e il peso specifico della sinistra anticapitalista al suo interno, consentono di vedere nell’indipendenza di Catalunya una possibilità per la messa in discussione del modello di governabilità europeo, che si trova improvvisamente davanti ad un ingranaggio che minaccia di incepparsi e non rispondere ai comandi. Nel contesto catalano (ed europeo) il referendum rappresenta una possibilità per restituire la parola al popolo, ai cittadini ed ai lavoratori, espropriati della propria sovranità non solo dai rispettivi governi ma anche dalle decisioni delle istituzioni europee, che negli ultimi anni hanno più volte ricattato e scavalcato i parlamenti nazionali. La frattura tra gli organismi di potere europei e i popoli del continente è emersa più volte nell’incapacità dei primi di ascoltare e raccogliere la volontà dei secondi: viene alla mente il chiaro pronunciamento del popolo greco (rimasto disatteso) che ha rifiutato il diktat europeo; il rifiuto dell’elettorato italiano al referendum voluto da Renzi; e persino il brexit che in parte è frutto dell’insofferenza di larghi strati impoveriti e sempre più diffidenti nei confronti della prospettiva europea. Il rifiuto del governo spagnolo alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione ricorda l’incapacità dei settori dominanti europei di ascoltare la volontà popolare, con l’aggravante che i ministri del PP, appoggiati dal PSOE, minacciano di non consentirne neppure l’espressione, vietando direttamente l’organizzazione della consulta.

Per tutto ciò è più che mai necessario ed opportuno ascoltare e sostenere la sinistra anticapitalista catalana e l’insieme del movimento per l’indipendenza impegnati in una lotta che prima di tutto rivendica il principio democratico nell’europa dell’austerità liberale e del capitale sempre più impermeabile alle rivendicazioni popolari.

 

 

 

 

 

 

 

Il libro rosso dei Països Catalans.

Sulle orme del celebre libretto rosso che evoca già dal titolo, El llibre roig dels Països Catalans è pensato apertamente come uno strumento di lotta, volto alla costruzione di un tessuto connettivo della sinistra anticapitalista e indipendentista che si estenda per tutto il territorio nazionale. La cornice dei Països Catalans è infatti l’ambito privilegiato di una serie di case editrici fortemente impegnate sul terreno della critica da sinistra (Tigre de Paper, El Jonc, Pol·len, Edicions del 79, Lo Diable Gros e Espai Fàbrica). Il risultato della collaborazione tra queste entità sono i Llibres per l’unitat popular, opere dedicate alla costruzione di un paese plurale, che riesca finalmente a conseguire sia l’esercizio della sovranità nazionale che una maggiore giustizia sociale. Uscito nella nuova collana nel 2014 al prezzo simbolico di 5 euro, El llibre roig dels Països Catalans non è firmato ed è sottoposto ad una licenza creative commons che ne rende possibile la copia e ne sottolinea l’impronta militante a discapito delle finalità commerciali.

“La nostra patria è la nostra lingua” è la citazione di Joan Fuster che apre il libro e che fa della difesa del català, un idioma più volte discriminato nel corso della storia, un elemento imprescindibile della coscienza nazionale. Segue la sintesi di un progetto del tutto alieno dalla volontà di potenza: “La difesa dei Països Catalans passa principalmente e in maniera ineludibile per la difesa dei diritti delle persone che vi vivono, indipendentemente dal luogo dove sono nate, dal loro colore della pelle o dalla loro lingua materna”. Si tratta di una visione plurale e accogliente della nazione, la cui difesa “non implica solo il fatto di disegnare una frontiera, parlare una lingua o sventolare una bandiera”, bensì la necessità di costruire un progetto di società differente da quello del capitalismo neoliberale. È una battaglia per i diritti sociali in piena Europa, caratterizzata però per il fatto di svolgersi nell’ambito peculiare dei Països Catalans, una nazione ancora senza stato alla quale si riferiscono gran parte dei dati socioeconomici riportati nel libro.

L’analisi svolta nell’opuscolo prende le mosse dalla ristrutturazione economica degli ultimi decenni: il capitalismo esce dalla crisi della fine degli anni ’60 applicando il teorema neoliberista secondo il quale il mercato è un meccanismo efficiente, in grado di autoregolarsi e produrre la migliore allocazione possibile delle risorse. Conseguentemente il sistema si caratterizza per la progressiva liberalizzazione dei capitali e per la divisione internazionale del lavoro, riorganizzandosi con la cosiddetta globalizzazione economica. In questo contesto la riduzione dei controlli sul capitale finanziario acquista sempre maggiore importanza nella dinamica dell’espansione capitalista. Veri e propri alfieri del processo neoliberale, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea impongono le privatizzazioni, i tagli sociali, la crescente flessibilità del lavoro e le misure fiscali regressive, disegnando un pianeta dove la ricchezza è ripartita in modo sempre più diseguale.

Per quel che riguarda la Spagna e i Països Catalans, i momenti salienti di questo processo sono rappresentati da una serie di riforme che hanno reso sempre più flessibile e precario il lavoro, ritagliandone diritti e potere. I Patti della Moncloa del 1977, firmati dai dirigenti politici impegnati nell’operazione transizione spagnola, segnano da un lato la rinuncia definitiva a un’uscita radicale dal franchismo e dall’altro l’accettazione di un modello economico neoliberale considerato adeguato alla nuova democrazia capitalista: il PCE e il PSOE abbandonano “sia l’idea di fare giustizia con gli assassini e i responsabili della repressione del regime, che quella di avanzare verso un modello di società non capitalista”. La scelta dei dirigenti spagnoli dell’eurocomunismo e di quelli socialisti facilita una transizione che si svolge all’insegna della continuità, senza che il franchismo paghi alcun serio costo politico.

Contemporaneamente, sostiene El Llibre roig dels Països Catalans, “si soffocava qualsiasi possibilità di avanzare verso il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei differenti popoli, ora imprigionati nella struttura legale e costituzionale dello stato spagnolo che si veniva delineando”. Le politiche economiche basate sulla moderazione salariale e la ristrutturazione del mercato del lavoro non vengono messe in discussione neppure dopo la vittoria del PSOE alle elezioni del 1982: al contrario i socialisti, guidati da Felipe Gonzàlez, si dedicano ad accentuare la flessibilità del lavoro e ad agevolare il capitale privato internazionale, situandosi a pieno titolo “nel quadro dell’ortodossia neoliberale che si impone a tamburo battente”. È significativa una frase del ministro dell’economia del governo socialista dell’epoca, secondo il quale “la miglior politica industriale è quella che non esiste”, un principio cardine del dogma neoliberale e un vero e proprio testimone ideologico che popolari e socialisti si scambiano nella staffetta che li avvicenda al governo. PSOE e PP condividono anche l’obbiettivo dell’integrazione del mercato spagnolo in quello europeo, così come l’adesione all’Unione nel 1986. È invece il Partido Popular guidato da Aznar a garantire il rispetto delle condizioni imposte dal trattato di Maastricht e il passaggio all’euro. Il più recente patto di stabilità completa un insieme di misure che caratterizzano tutta la politica economica del regime sorto dopo la morte di Franco, e che lo collocano saldamente sulla via maestra del liberismo. Per i redattori dell’opuscolo le conseguenze sono nefaste: “se analizziamo i fatti dal punto di vista delle classi popolari dobbiamo concludere che il costo di tutto il processo di modernizzazione dell’economia e della società ha gravato sulle spalle dell’insieme della classe lavoratrice”.

Così l’integrazione del regno di Spagna nel progetto dell’Europa dei capitali genera una struttura economica fortemente disequilibrata nella quale il peso del settore delle costruzioni edili, affiancato e sostenuto dalla finanza speculativa, diviene sempre più rilevante, fino a raggiungere una percentuale molto alta del PIL. Nel 2007 la bolla immobiliaria scoppia con particolare violenza in Spagna, i nodi del sistema finanziario vengono al pettine e il modello collassa. Ma il capitalismo è un sistema sociale in perenne trasformazione, capace di usare la crisi per rinnovarsi e garantire la propria sopravvivenza: gli stati europei salvano le banche (e gli speculatori) e destinano a questo scopo milioni di euro, indebitandosi fortemente. La ricetta dell’austerità economica, del pareggio del bilancio e del contenimento della spesa pubblica rivela chiaramente la direzione presa dal sistema: una redistribuzione della ricchezza sempre più diseguale e una prospettiva di impoverimento di lunga durata per le classi popolari.

El Llibre roig dels Països Catalans prosegue fornendo una serie di dati che suffragano l’analisi svolta fin qui e che disegnano un vero e proprio atlante socioeconomico del paese. I dati sui prestiti concessi per l’acquisto della casa sono particolarmente significativi. Negli anni del credito facile, in molti stipulano un mutuo; in seguito alla crisi economica però non possono più pagare la rata. In questi casi la proprietà dell’immobile torna alla banca, che lascia famiglie intere senza casa e con il mutuo da pagare. Dai 10.000 casi del 2007 si è passati ai quasi 40.000 del 2012. Ma c’è di più: secondo i dati riportati nel libro, la banca privata che ha beneficiato più di tutte le altre dell’aiuto dello stato (Bankia) è allo stesso tempo quella che ha provocato il maggior numero di sgomberi e che è tornata in possesso del maggior numero di immobili.

Tra il 2000 e il 2007, nel periodo del credito facile e della speculazione immobiliaria, il prezzo della casa nello stato spagnolo ha visto un’impennata che non ha eguali se paragonato all’andamento analogo registrato in Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti. Quando in seguito alla crisi i contraenti non hanno più potuto pagare il mutuo sulla casa, si è smesso di costruire lasciando sul territorio numerosissimi appartamenti nuovi che sono rimasti vuoti: 448.356 in Catalunya, 505.029 nel País Valencià e 71.255 alle Balears. Una somma che rappresenta il 13,5% degli appartamenti sfitti dello stato spagnolo. Oltre al danno subito dai cittadini che hanno perso la casa, la speculazione immobiliaria dei primi anni del nuovo secolo ha generato anche un considerevole danno ambientale: l’indice di urbanizzazione della costa è cresciuto notevolmente, spesso compromettendo il paesaggio e la natura.

“I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” è il titolo del capitolo che El llibre roig dels Països Catalans dedica alla distribuzione della ricchezza. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza sociale, consegna un dato sul quale riflettere. I Països Catalans registrano la disuguaglianza più alta di tutta l’area europea: peggio di Gran Bretagna, Italia, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia… ma anche di Portogallo e Grecia. Il 20% più ricco della popolazione ha un reddito quasi 7 volte superiore al 20% più povero.

Questo gigantesco processo di trasferimento della ricchezza dai più poveri a beneficio dei più ricchi è stato possibile anche grazie a una serie di riforme del mercato del lavoro che, sia quando sono state varate dal PP che dal PSOE, hanno immancabilmente seguito la direzione della riduzione dei diritti dei lavoratori e del peggioramento delle loro condizioni contrattuali e di lavoro. Una vera e propria offensiva bipartisan contro le classi lavoratrici dei Països Catalans che ha imposto licenziamenti più facili, deroghe al contratto, maggiore precarietà e che si riflette nell’andamento del tasso di disoccupazione: dal 10% circa del 2005 al 27% del 2012. Altrettanto allarmanti sono i dati sulla popolazione a rischio di esclusione sociale: 23% in Catalunya, 30% al País Valencià e 28% alle Balears. L’insieme dei Paísos Catalans fa registrare un considerevole 26% di popolazione a rischio.

Oltre a fornire una gran quantità di dati, messi a disposizione di ogni collettivo, casale indipendentista o associazione che intenda lottare per le classi lavoratrici e per il riconoscimento nazionale, gli autori del libro offrono la propria sintesi: la situazione di sovraproduzione, bassa crescita economica, basso consumo dovuto ai bassi salari, fa prevedere un impoverimento persistente delle classi popolari, in balia di un capitalismo sempre più aggressivo e ormai indisponibile a qualsiasi patto sociale. In questa prospettiva l’indipendenza dei Països Catalans significa non solo la nascita di una nuova Repubblica ma anche un progetto politico per restituire potere ai lavoratori, un’ipotesi rivoluzionaria per trasformare la struttura sociale, una rottura con il liberismo. Un’aperta rivendicazione di cambiamento: come si legge nelle conclusioni del libro rosso dei Països Catalans, indipendenza “per cambiare tutto”.

Il sostegno dei partiti comunisti all’autodeterminazione di Catalunya.

Dal 23 al 25 marzo scorso si è svolto a Città del Messico il XXI Seminario Internazionale, animato da un centinaio di partiti comunisti riuniti attorno al tema Los partidos y una nueva sociedad. All’ordine del giorno l’offensiva contro i progetti alternativi al neoliberismo, la vittoria elettorale di Trump e le sue conseguenze sul continente americano, le elezioni in Equador e più in generale la congiuntura internazionale. Per quel che riguarda l’Europa, la riflessione ha interessato tra l’altro anche la situazione di Catalunya: i deputati Gabriela Serra (Candidatura d’Unitat Popular) e Josep Nuet (Esquerra Unida) hanno sottoposto alla nutrita platea il tema del diritto all’autodeterminazione.

Oltre che mossi dalla propria appartenenza politica, i due rappresentanti catalani sono intervenuti al Seminario per ottenere la solidarietà dei partiti affini e allargare il consenso attorno alla propria proposta: un referendum di autodeterminazione, da anni reclamato a gran voce dalla società civile e politica catalana. Il 9 novembre del 2014 infatti, circa 2.300.000 elettori (poco meno dei partecipanti alle elezioni europee del maggio precedente) hanno espresso la loro opinione in una consulta non vincolante: l’80% a favore dell’indipendenza. Mentre alle elezioni del settembre 2015 i partiti indipendentisti hanno raggiunto la maggioranza relativa nel Parlamento catalano e hanno messo all’ordine del giorno l’organizzazione del referendum di autodeterminazione.

Lo schieramento che reclama la consulta vincolante è ampiamente trasversale e maggioritario nella società catalana: dal partito di centro Partit Demòcrata Català alla sinistra di Esquerra Republicana; dall’area raccolta attorno al sindaco di Barcelona, Ada Colau (e il suo movimento affine a Podemos) fino alla sinistra radicale rappresentata dalla Candidatura d’Unitat Popular. Le forze politiche spagnole però sono compatte nel rifiutare il referendum: per il PP e il Psoe, una volta di più a braccetto, i catalani non possono decidere sull’indipendenza, domanda politica alla quale il governo ha scelto di rispondere con i tribunali, denunciando tra gli altri il presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell e l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas. A questa logica risponde anche la recente impugnazione del bilancio della Generalitat, che il governo di Madrid ha denunciato al Tribunale costituzionale in quanto dotato di una partita per lo svolgimento di consulte elettorali.

Ciononostante la Generalitat de Catalunya continua i preparativi per un referendum vincolante che dovrebbe celebrarsi a settembre e cerca il sostegno della comunità internazionale. In questa prospettiva i deputati Gabriela Serra e Josep Nuet hanno ottenuto a Città del Messico un’importante presa di posizione del movimento comunista, condivisa sia dalle più significative realtà sudamericane, quali il partito comunista cubano, il partito socialista venezuelano, il PT brasiliano, che da storiche organizzazioni di popoli senza stato quali i baschi di Sortu e i palestinesi del FDLP e dell’OLP, oltre a diversi partiti comunisti europei. Il lungo elenco dei firmatari è riprodotto integralmente dopo la risoluzione, tra l’altro approvata all’unanimità.

 

Risoluzione a sostegno della lotta del popolo catalano per il diritto all’autodeterminazione.

I partiti e le organizzazioni presenti nel XXI Seminario Internazionale affermano il diritto universale e inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, ossia a decidere democraticamente, attraverso una libera scelta, la cornice politica di convivenza.

In questo senso affermiamo la nostra solidarietà con la volontà, ampiamente maggioritaria nel popolo di Catalunya, di decidere la propria cornice istituzionale mediante il voto in un referendum vincolante.

Mostriamo inoltre la nostra preoccupazione per il costante diniego opposto al dialogo democratico dal governo di Spagna e per la sua offensiva giudiziaria contro qualsiasi iniziativa politica sviluppata dalla maggioranza sociale e politica catalana diretta alla convocazione e realizzazione del referendum.

Contemporaneamente manifestiamo il nostro appoggio alle costanti e pacifiche mobilitazioni di massa della società civile catalana, invitandola a non diminuire gli sforzi per l’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione.

Oggi più che mai l’Europa ed i suoi popoli, così come i popoli del resto del mondo, meritano esercitare la democrazia e il potere costituente che, come soggetti attivi della trasformazione, gli appartengono di diritto, al fine di costruire società sovrane più libere e più giuste.

Mexico D.F. 25 marzo 2017

La Izquierda (Alemania), Partido Comunista Alemán, Movimento Evita de Argentina, Movimiento Libre del Sur (Argentina), Partido Comunista de Argentina, Partido Obrero Revolucionario de Argentina, Patria Socialista Multinacional-Movimiento Guevarista (PSM-MG) de Bolivia,  Partido Comunista de los Trabajadores de Bosnia y Herzegovina, Partido Patria Libre de Brasil, Corriente Comunista L.C.P. de Brasil, PC do Brasil, Partido dos Trabalhadores Brasil, Partido Comunista (M-L) de Canadá, Partido Comunista de Canadá, Partido Comunista de Chile, Partido Comunista de China,  Partido Comunista de Colombia, Presentes por el Socialismo de Colombia, Partido del Trabajo de Corea, Partido Movimiento Patriótico Manuel Rodríguez de Chile, Partido Comunista de Cuba, Fuerza de la Revolución de República Dominicana, Movimiento Independencia Unidad y Cambio (MIUCA) de República Dominicana, Partido Alianza por la Democracia de República Dominicana, Partido de los Trabajadores Dominicanos, Movimiento Izquierda Unida M.I.U. de República Dominicana, Revista Nuevo Amanecer de República Dominicana, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional de El Salvador, Movimiento Bolivariano Alfarista de Ecuador, Movimiento de   Unidad Plurinacional Pachacutik de Ecuador, Movimiento Popular Democrático de Ecuador, Partido Socialista Frente Amplio De Ecuador, Partido Comunista de la
Federación Rusa, Partido Comunista Patria Roja de Perú, Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG), Alianza Nueva Nación de Guatemala, Partido Unificación Democrática de Honduras, Partido Popular Revolucionario de Lao, Comités Revolucionarios de Libia, Congreso General del Pueblo de Libia, Mathaba Mundial de Libia, Partido Popular Socialista de México, Partido Alianza Social de México, Partido Revolucionario de los Trabajadores-Convergencia Socialista de México, Partido Comunista Mexicano, Partido Comunista de Moravia y Bohemia, Frente Sandinista de Liberación Nacional de Nicaragua, Partido del Pueblo de Panamá, Movimiento Patria Libre de Paraguay, Compromiso Frenteamplista de Uruguay, Asamblea Uruguaya,  Partido Comunista de Uruguay, Partido Obrero Revolucionario Posadista de Uruguay, Frente Democrático de Liberación de Palestina, Organización para la Liberación de Palestina, Sortu del País Vasco, Movimiento Independentista Nacional Hostosiano de Puerto Rico (MINH), Partido Comunista de Vietnam, Partido Comunista de Venezuela, Patria Para Todos de Venezuela, M.E.P . Partido Socialista de Venezuela, Partido Socialista Unido de Venezuela, Partido del Trabajo de México, Frente Socialista de Puerto Rico, Partido Nacionalista de Puerto Rico, Partido Comunista de Bolivia, Partido Comunista de Moldavia, Movimiento  Político WINAQ Guatemala, Partido Comunista de Egipto, Partido Comunista Peruano (PCP) Partido Socialista de Perú (PS), Movimiento del socialismo Allendista de Chile. Partido Comunista de Puerto Rico, Movimiento Alianza PAIS de Ecuador.

Il testo originale della risoluzione si trova alla pagina web della CUP: http://cup.cat/noticia/el-xxi-seminari-internacional-de-mexic-dona-suport-al-referendum-dautodeterminacio-de

L’atto di nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional.

Il Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nasce nel 1968 in seguito alla fuoriuscita dal Front Nacional de Catalunya del settore radicale organizzatosi attorno agli universitari, un gruppo di giovani che a partire dalla seconda metà del decennio si orientano verso un marxismo coniugato in chiave di liberazione nazionale, riallacciano il filo rosso con le organizzazioni della sinistra catalana degli anni ’30, come il Bloc Obrer i Camperol e il Partit Català Proletari e recepiscono contemporaneamente le influenze del maggio francese e delle lotte anticoloniali.

La Declaració Política de Principis è l’atto di nascita del nuovo partito, un ciclostilato diffuso clandestinamente nel marzo del 1969, finora mai editato. Si tratta di un breve testo prodotto in condizioni assai difficili, segnate dalla recrudescenza delle misure repressive e dalla messa al bando del marxismo, i cui classici, all’epoca introvabili, circolano clandestinamente solo in vecchie edizioni precedenti la guerra civile o in esemplari introdotti dal sud america e dall’Unione Sovietica. Un contesto politico e culturale al quale si devono in parte alcuni limiti di natura teorica del documento, che ciononostante pone le fondamenta dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista in Catalunya, definendone i punti fermi per gli anni a venire: a) indipendenza; b) socialismo; c) Països Catalans.

Secondo la Declaració… l’occupazione militare del fascismo spagnolo, portata a termine nel 1939 con la collaborazione di gran parte della borghesia catalana, ha significato una sconfitta storica per la classe operaia del paese e il ritorno alla dominazione politica, culturale ed economica dello stato. Nel dattiloscritto si afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”. E compito del PSAN è “costruire il movimento di liberazione nazionale nel suo doppio significato di indipendenza politica e di rivoluzione sociale”, nella consapevolezza della duplice oppressione, nazionale e di classe, che grava sulla popolazione.

In questo contesto, argomenta lo scritto programmatico, finché la società socialista non divenga una realtà su scala internazionale l’unica garanzia per la libertà e lo sviluppo del popolo catalano è la creazione di uno stato indipendente. Il diritto all’autodeterminazione però non è riconosciuto pacificamente, non solo dalla destra ma neppure dalla sinistra. È interessante riportare per intero la riflessione svolta nell’opuscolo: “Il PSAN constata la realtà attuale dello sciovinismo e dell’assimilazionismo espressi dalle masse popolari spagnole, alienate dall’azione del nazionalismo imperialista spagnolo, contro i diritti e l’esistenza del popolo catalano; una realtà che si estende molto spesso fino ai settori rivoluzionari. In questo senso il PSAN ritiene che la necessaria unità nella lotta anticapitalista e per il socialismo, che deve improntare alla fraternità i rapporti tra le classi popolari catalane e spagnole e i loro movimenti, passa inderogabilmente per il riconoscimento del diritto del popolo catalano ad organizzare liberamente la propria vita nazionale e per il sostegno reale fornito al movimento popolare di liberazione catalano”. Nonostante siano trascorsi quasi 50 anni, sembra che la sinistra spagnola non abbia fatto passi avanti su questo punto: attualmente il Psoe nega il diritto all’autodeterminazione di Catalunya mentre Podemos sostiene si debba esercitare solo con il permesso dello stato spagnolo. Dal canto suo, la Declaració… rifiuta i piani federalisti-regionalisti e impegna il PSAN a lottare a fianco delle masse non scioviniste della penisola e delle altre nazioni oppresse dallo stato.

La riflessione sul socialismo caratterizza in modo altrettanto significativo il documento. Il tema si sviluppa attorno all’asse centrale della partecipazione dei lavoratori alle scelte economiche: nella società socialista il processo produttivo deve essere gestito democraticamente, tanto a livello di fabbrica come a livello delle scelte più generali, attraverso una pratica di concreta autogestione. Anche se i riferimenti teorici non sono esplicitati, nella dichiarazione di principi affiora la prospettiva della democrazia proletaria che, attraverso l’organizzazione degli istituti della partecipazione operaia e popolare, costruisce una nuova struttura da contrapporre allo stato capitalista. Parallelamente il partito persegue l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, in modo da assicurare il carattere e la finalità sociale dell’attività economica oltre che l’appropriazione sociale della ricchezza.

La Declaració… sostiene inoltre il principio della necessità delle differenze nella costruzione del socialismo, a seconda delle differenti condizioni nazionali. Ciò non toglie che “una volta le classi popolari siano consapevolmente organizzate nella lotta di liberazione nazionale in tutto l’ambito dei Països Catalans, la presa del potere e l’instaurazione del nuovo stato socialista catalano saranno unicamente in funzione delle possibilità tattiche del momento”. In questo processo è prevedibile “il progressivo rafforzamento delle ridotte di potere delle classi dominanti, strettamente legate all’esercito spagnolo, e la necessità di uno scontro violento”. Se ne deduce che la via del PSAN al socialismo non esclude dal proprio orizzonte il conflitto armato. La lotta di liberazione nazionale viene caratterizzata come eminentemente rivoluzionaria e viene definita come un processo che si realizza “attraverso una progressiva e continua rottura delle strutture economiche, sociali e politiche che opprimono il nostro popolo”. Ma il nodo politico della violenza e delle forme di lotta viene evocato solo indirettamente, rinviandone implicitamente l’analisi ad un momento successivo. Secondo il documento, nel corso dello scontro tra capitale e lavoro sorgono organizzazioni e gruppi che il PSAN si propone di coordinare, orientandone la lotta. Il partito è inteso infatti come “l’organizzazione politica che si propone la formazione del movimento generale delle classi popolari per la lotta di liberazione nazionale, attraverso la progressiva presa di coscienza rivoluzionaria della doppia oppressione, nazionale e di classe”. In questo processo l’organizzazione degli immigrati provenienti dal sud della penisola, la loro presa di coscienza e la loro partecipazione alla lotta, sono considerati compiti fondamentali.

Se da un lato il PSAN rivendica le libertà civili e politiche, il diritto di sciopero, il ristabilimento di un regime di autonomia per Catalunya, per il País Valencià e per le isole, dall’altro mantiene la critica agli istituti della democrazia parlamentare, considerata “più che mai una maschera della dittatura di classe”. Da un punto di vista tattico “la conquista di questi obbiettivi deve consentire delle forme di potere politico popolare dotate di nuove possibilità d’azione rivoluzionaria e permettere un aumento del livello d’organizzazione e di consapevolezza delle masse in vista degli obbiettivi finali”.

Nella prospettiva di una radicale trasformazione della società, da conseguire attraverso la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la Declaració… mette in conto la reazione dell’imperialismo, fino a considerare la possibilità di un vero e proprio intervento. L’attualità dello scontro a livello globale è ben presente nell’analisi: “L’instaurazione del socialismo nel nostro paese è strettamente legata alla situazione internazionale. La lotta del PSAN  è inserita fin d’ora nel seno della lotta antimperialista mondiale di tutte le forze socialiste”. La visione del partito sullo scenario internazionale si completa con l’intenzione dichiarata di voler cooperare con i paesi socialisti, politicamente ed economicamente,  per l’affermazione dei principi rivoluzionari su scala internazionale, nella consapevolezza della “costruzione della società socialista catalana come passo verso la società socialista internazionale”. Data questa concezione del socialismo e delle sue possibilità di realizzazione, può sembrare contraddittorio che il partito non si definisca apertamente comunista: su questo punto pesa probabilmente la volontà di differenziarsi dal Partido Comunista de España e dal Partit Socialista Unificat de Catalunya, che dalla metà degli anni ’50 auspicano la riconciliazione nazionale e la collaborazione con qualsiasi forza che si renda disponibile al superamento del regime, inclusa la monarchia. Anche se si spiega in parte con la necessaria brevità del testo, il fatto che la relazione con il movimento comunista e la sua storia non venga esplicitata e definita fino in fondo, costituisce un punto debole del documento. Detto ciò, è evidente che il PSAN condivide il patrimonio culturale e politico di gran parte della cosiddetta nuova sinistra dell’epoca, nel quale riecheggiano Lenin, Gramsci, la critica alla democrazia borghese e una forte influenza marxista-leninista. Tratti che nel 1976 portano finalmente il partito a definirsi comunista.

La scelta dei Països Catalans per indicare la cornice nazionale non è né repentina né imprevista: nel corso degli anni ’60 il termine si diffonde progressivamente nella società catalana in seguito all’opera di Joan Fuster, che da València spiega le profonde ragioni storiche che ne giustificano l’adozione. Secondo l’intellettuale l’uso del termine ha inoltre l’innegabile vantaggio di salvaguardare la pluralità culturale del paese, implicita nella definizione. È però nella Declaració… che per la prima volta un partito politico assume in maniera chiara e senza riserve la definizione Països Catalans, superando le ambiguità mantenute in questo senso dal FNC. Così per il PSAN il diritto all’autodeterminazione appartiene all’insieme del paese: il Principato, il País Valencià, le isole e la Catalunya Nord, le cui specificità storiche andranno riconosciute nel futuro stato socialista in forme politiche e amministrative adeguate. L’unità dei Països Catalans non è intesa come una semplice rivendicazione in materia di frontiere, né come un diritto formale, bensì come condizione per la realizzazione del progetto nazionale. Nonostante la teoria, il PSAN è presente però solo nel Principato, rimanendo fuori dagli altri territori fino alla metà degli anni ’70.

Dopo aver sofferto alcune scissioni e attraversato stagioni differenti, il partito cessa la propria attività pubblica nel 2015 (peraltro senza sciogliersi formalmente) ma la sua importanza storica rimane intatta: come ricorda Fermí Rubiralta nello studio Origens i desenvolupament del PSAN, “per la prima volta dopo alcuni tentativi non riusciti, convergono nella stessa organizzazione, almeno a livello di teoria politica, due tradizioni storiche che sebbene non si fossero combattute apertamente, avevano seguito fino a quel momento processi differenti”. Si tratta di una riflessione che pone l’accento soprattutto sulla fusione tra il nazionalismo radicale e il movimento operaio portata a termine dal PSAN, nel contesto di una nazione senza stato come Catalunya. Allo stesso tempo, riguardo alla Declaració… si può tracciare un bilancio in chiaroscuro: tenuto conto delle difficili condizioni in cui il giovane gruppo dirigente porta a termine il proprio sforzo organizzativo, si giustificano alcune mancanze dell’apparato teorico del documento che, pur non approfondendo alcuni nodi tematici di grande importanza, presenta tuttavia un’inedita e interessante proposta politica, destinata ad essere ampiamente raccolta negli anni a seguire. Anche se non può spiegarne per intero la lunga e complessa storia, la prima dichiarazione di principi del PSAN fonda infatti lo spazio politico dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista, occupato nel corso degli ultimi decenni da numerose formazioni e oggi di significativo rilievo nella società catalana.

(La Declaració Política de Principis è disponibile integralmente in català alla pagina web: https://homenatgecala.wordpress.com/2013/08/27/declaracio-de-principis-del-partit-socialista-dalliberament-nacional-dels-paisos-catalans/)

Quindici volte in carcere e una condanna a morte: Lluís Companys.

Tra le biografie di Lluís Companys, merita soffermarsi su quella scritta dal pittore Manuel Viusà, militante antifranchista, pubblicata dall’editore La Magrana nel 1977. All’epoca l’autore si trovava ancora a Parigi, dove aveva trovato riparo nel 1952 e dove viveva in una casa trasformata in un vero e proprio “consolato” catalano aperto ai concittadini esiliati e agli oppositori del regime. La corrispondenza con l’editore era complicata dalla condizione di rifugiato politico di Viusà che firmava le proprie lettere con uno pseudonimo e le spediva da Andorra. Il libro non ebbe ampia diffusione (raggiunse solo 2000 copie), né poté portare all’attenzione del grande pubblico la vita di Companys, come si proponeva Viusà. Nelle condizioni dell’epoca, l’edizione di La Magrana era però un risultato indubbiamente positivo. La Biografia popular de Lluís Companys si basava infatti su un testo precedente, scritto a Parigi nel 1965, che aveva avuto vita ancora più difficile: per introdurlo in Spagna i militanti del Front Nacional de Catalunya avevano dovuto fingersi escursionisti e fare numerosi viaggi, riuscendo a portare clandestinamente oltre i Pirenei un migliaio di copie nascoste negli zaini.

Le difficoltà dovute alla persecuzione politica accompagnano Viusà per tutta la vita: volontario repubblicano destinato al fronte d’Aragó, viene fatto prigioniero da una delle divisioni italiane inviate da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo e internato in un campo di prigionia. Una volta liberato si unisce al Front Nacional de Catalunya e partecipa a numerose attività clandestine, in particolare falsificando i documenti necessari all’espatrio degli sconfitti della guerra civile e stampando materiale di propaganda. Nel 1979 viene accusato dalla polizia spagnola di aver fatto parte di un’organizzazione terrorista ma i tribunali francesi negano la sua estradizione. Stabilitosi ad Andorra, dove si dedica alla pittura, muore in esilio a Parigi nel 1998.

Seguendo il percorso di Companys, Viusà ripercorre contemporaneamente un’epopea popolare che segna fortemente la prima metà del novecento iberico. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale catalana, Companys rinuncia al “de” aristocratico, completa gli studi universitari, fonda un’associazione di studenti repubblicani e  dopo aver scartato la possibilità di lavorare nel ben avviato studio dello zio, specialista in diritto amministrativo, comincia la propria carriera di avvocato dei lavoratori e dei militanti operai. La sua scelta di campo è già  avvenuta. Dopo la chiusura del Cucut e la repressione militare si impegna nella campagna elettorale del 1907 a sostegno di Solidaritat Catalana. Due anni più tardi prende parte al movimento che si oppone alla guerra coloniale in Marocco: l’agitazione culmina nello sciopero generale del 26 luglio in seguito alla quale Companys ingressa per la prima volta alla prigione. In un primo periodo sotto la monarchia e in seguito in regime repubblicano, varca quindici volte la soglia del carcere.

Nel 1910 entra nella Unió Federal Nacionalista Republicana, passa al Partit Republicà Reformista e nel 1917 approda infine al Partit Republicà Català, per il quale redige il giornale La Lucha (scritto in castigliano ma con articoli in català). Nel 1918 l’attività catalanista e repubblicana, che svolge come eletto all’Ajuntament di Barcelona, gli vale un mese di detenzione che trascorre tra la Model e la nave prigione Alvaro de Bazán. Quando esce dal carcere la situazione sociale è esplosiva: accanto ai consueti metodi repressivi, i padroni hanno cominciato ad assoldare sicari di professione che attentano alla vita dei principali capi sindacali e militanti operai. È il periodo del pistolerismo. Companys si dedica alla difesa dei sindacalisti, mentre i lavoratori si organizzano a loro volta in gruppi armati. Di nuovo arrestato, apprende in cella la notizia dell’assassinio dell’amico e leader della sinistra catalana Francesc Layret, compiuto dai sicari padronali. Alle elezioni del 1920 il Partit Republicà Català lo presenta nel collegio che era stato di Layret: eletto deputato, Companys esce dalla prigione e inizia una campagna di denuncia delle responsabilità della polizia e del governo nei fatti del pistolerismo.

Negli anni successivi si dedica a organizzare i lavoratori rurali: nel 1922 contribuisce a fondare l’Unó de Rebassaire, nata dalla fusione di diverse cooperative e associazioni contadine e ne dirige il giornale La Terra. L’anno seguente è segnato dall’uccisione di Salvador Seguí (leader della CNT) ad opera della manovalanza armata padronale e dal colpo di stato del generale Primo de Rivera che, con la benedizione della monarchia, prende tutti i poteri. La manovra risponde a due obbiettivi: da un lato la repressione aperta del movimento operaio, dall’altro la lotta contro le rivendicazioni nazionali dei popoli periferici. Cinque giorni dopo il colpo di stato, viene pubblicato il decreto con il quale si proibisce la senyera (la storica bandiera catalana), si marginalizza la lingua, si chiudono le scuole, si destituiscono i professori e i consigli comunali. Qualche settimana più tardi, il regime abolisce anche la Mancomunitat de Catalunya, che aveva rappresentato un embrione di autogoverno catalano. All’inizio del 1925, in seguito all’attentato contro Rogelio Pérez, il boia di Barcelona, Companys viene di nuovo incarcerato. Negli anni seguenti si susseguono i complotti contro la dittatura, il più noto dei quali è quello di Prats de Molló organizzato nel 1926 da Francesc Macià, fondatore di Estat Català; o quello del 1928 al quale partecipa anche Companys e che si basa sulla collaborazone con alcuni ufficiali dell’esercito, ma che fallisce.

Il 29 gennaio 1930 Primo de Rivera restituisce i pieni poteri al re, Alfonso XIII, che si rivolge ancora ai militari finché l’anno successivo si decide a convocare nuove elezioni. Venticinque giorni prima della consulta popolare, alcuni gruppi della sinistra catalana tra cui Estat Català e il Partit Republicà Català, si uniscono per dar vita a Esquerra Republicana de Catalunya. Il 12 aprile 1931 il nuovo partito ottiene un’affermazione elettorale insperata, mentre il voto anti monarchico si afferma in tutto lo stato. La mattina del 14 aprile Companys, forte della vittoria delle sinistre, prende possesso dell’Ajuntament di Barcelona e dal balcone che da sulla piazza Sant Jaume rompe gli indugi e proclama la Repubblica. Qui viene raggiunto poco dopo da Francesc Macià che si affaccia a sua volta al balcone e grida: “In nome del popolo di Catalunya proclamo lo stato catalano, che ci preoccuperemo di integrare, con la massima cordialità, nella Federazione delle Repubbliche Iberiche. Da questo momento entra in vigore il governo della Repubblica Catalana che si riunirà al palazzo della Generalitat”.

Ma senza una organizzazione militare e minacciati dall’esercito, fedele al governo centrale, i leader catalani si vedono costretti a rinunciare allo stato proprio e arrivano a un nuovo patto col governo repubblicano di Madrid, che prevede la restaurazione delle istituzioni storiche e del governo catalano nella cornice di una nuova autonomia. Viusà sottolinea l’importanza della proclamazione della Repubblica da parte di Companys: senza questo gesto politico immediato e in parte istintivo i fatti sarebbero andati diversamente e Catalunya non solo non avrebbe ottenuto il proprio stato ma neppure la restaurazione della Generalitat. In mezzo a una forte campagna anticatalanista, impegnata in particolare nel rifiuto dell’insegnamento in català, una commissione eletta dai Comuni redige un nuovo Statuto d’Autonomia per Catalunya. Sostenuto da tutti i partiti catalani, il testo viene sottoposto ad un referendum nel quale ottiene il 94% dei consensi. Companys definisce lo Statuto un elaborato “misurato, discreto e prudente” e ne difende i contenuti a Madrid. Proprio il rifiuto dello Statuto è uno degli obbiettivi perseguiti dal tentativo di sollevazione militare del generale Sanjurjo, che però fallisce miseramente producendo un effetto di smobilitazione nel fronte anticatalano: lo Statuto viene approvato e Companys e Macià lo portano trionfalmente a Barcelona.

Dopo le elezioni del Parlamento catalano del 1932, vinte da Esquerra, Companys viene eletto Presidente della nuova camera. Le manovre della destra per rovesciare la Repubblica sono in pieno svolgimento e non si esclude un nuovo tentativo militare come quello di Sanjurjo. Companys ne parla apertamente e torna ad impiegare il concetto di Repubblica Catalana:”Se altrove la Repubblica dovesse cadere, troverebbe a Catalunya il suo baluardo più forte. Qui si formerebbe il sentimento della riconquista rivoluzionaria. La Repubblica Catalana sarebbe il fortino da dove ricominciare per tutta la penisola iberica”.

Le elezioni spagnole del 1933 sono segnate dalla vittoria della destra in tutto lo stato. La pressione dei proprietari terrieri, sostenuti dai partiti conservatori, provoca l’annullamento da parte del tribunale costituzionale di una legge promossa dalla Generalitat che facilitava l’accesso alla proprietà per i contadini. Viusà sottolinea l’istinto di classe dei proprietari terrieri catalani che, tra la difesa dei propri interessi economici e la fedeltà all’ideale nazionale, non esitano a scegliere i primi ed a rivolgersi alle destre e al governo centrale. Companys, nel frattempo eletto Presidente della Generalitat, porta nuovamente la legge appena annullata al Parlamento catalano, che la approva un’altra volta, nella convinzione dell’urgenza di una riforma per le campagne.

Si va delineando così uno scenario di scontro aperto, con il governo della Generalitat sostenuto dalle sinistre e orientato all’emancipazione nazionale e il governo centrale sempre più conservatore. Dopo che la CEDA (una coalizione di gruppi di destra) entra nel governo di Madrid con tre ministri, socialisti e repubblicani temono un colpo di mano come quello portato a termine de Hitler l’anno precedente in Germania e dichiarano lo sciopero generale in tutto lo stato. Secondo Companys la Generalitat e il programma della Repubblica corrono un pericolo imminente. Per questo sceglie di non aspettare la prevedibile azione ricentralizzatrice e restauratrice delle destre e decide di giocare d’anticipo: il 6 ottobre 1934, dal palazzo della Generalitat proclama lo stato catalano, nella cornice della Repubblica Federale Spagnola e chiama alla resistenza contro l’attacco delle forze monarchiche e fasciste. Di fronte all’involuzione democratica del governo di Madrid, Companys ribadisce la volontà di voler “rafforzare la relazione con i dirigenti della protesta generale contro il fascismo” invitandoli a “portare a Catalunya il governo provvisorio della Repubblica, che troverà nel popolo catalano il più generoso sentimento di fratellanza, nel comune anelito alla costruzione di una Repubblica Federale libera…”.

Il governo di Madrid, presieduto dal radicale Lerroux, dichiara lo stato di guerra e ordina ai militari la repressione. Nonostante alcuni episodi di resistenza dei volontari civili, come quello di Jaume Compte (militante d’Estat Català e fondatore del Partit Català Proletari) morto su una barricata a Barcelona, la Generalitat si trova isolata: la CNT non aderisce allo sciopero e i nuclei armati di Estat Català non sono sufficienti a fronteggiare l’esercito, che ha gioco facile nel ristabilire l’ordine. Dopo il cannoneggiamento del palazzo della Generalitat, Companys constata il fallimento dell’insurrezione ma si rifiuta di fuggire e aspetta l’arrivo dei militari, che lo arrestano e lo portano a bordo della nave Uruguay, convertita in prigione. Un anno più tardi il tribunale costituzionale lo condanna a trent’anni per il delitto di ribellione militare, assieme a Joan Comorera (comunista), Joan Lluhí (della cerchia di Esquerra), Martí Esteve (uno dei redattori dello Statuto), Martí Barrera (Esquerra), Ventura Gassol (intellettuale d’Esquerra) i Pere Mestres (anch’egli delle fila di Esquerra) accusati di averlo sostenuto il 6 ottobre. L’autonomia è sospesa, il Parlamento catalano chiuso e la legge sulle campagne annullata.

Ma la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1936 porta alla scarcerazione di Companys che torna a Barcelona, dove è accolto trionfalmente. Una moltitudine di gente segue il proprio Presidente lungo la Diagonal, il Passeig de Gràcia, la ronda di Sant Pere, il Parlamento e infine il Palazzo della Generalitat, dove Companys torna a parlare al proprio popolo: “Catalani! Capite che devo fare uno sforzo per superare l’emozione di questi momenti e rivolgervi la parola. È il mio popolo, il nostro popolo; è questa piazza e questo balcone. Torniamo a svolgere il nostro compito dopo ore dolorose e amare… Nessuna vendetta, però si uno spirito di giustizia e di riparazione. Mettiamo a frutto la lezione dell’esperienza. Torneremo a soffrire, torneremo a lottare, torneremo a vincere!”.

Solo quattro mesi e mezzo separano il ritorno di Companys dalla sollevazione militare del 19 luglio 1936. Sia a Barcelona che in Catalunya il tentativo fascista fallisce, respinto dalle milizie e dalla mobilitazione popolare. Ciononostante Viusà sottolinea le difficili condizioni in cui fin da subito si viene a trovare la Generalitat, che non dispone di una propria struttura organizzata militarmente, a suo avviso un grave errore delle forze catalane. L’autore osserva: “ora Companys verifica che il potere che non può contare su una propria forza è un potere illusorio, che governa soltanto fin dove lo lasciano governare”. Il Presidente della Generalitat dialoga con le sinistre e con gli anarchici, nell’intento di frenare gli atti fuori da ogni controllo (come le ditruzioni delle opere d’arte) e coordinare l’azione delle forze popolari. In questa prospettiva da un lato viene creato il comitato delle milizie antifasciste, al quale partecipano Esquerra, Acció Catalana, il PSUC, il POUM, la CNT, la FAI e la UGT; dall’altro la Generalitat vara il decreto di collettivizzazione delle industrie sostenendo e articolando le occupazioni delle fabbriche che erano sorte spontaneamente. Viusà fa notare che il passaggio dall’iniziale egemonia anarchica a quella comunista, considerata maggiormente rispettosa della rivendicazione nazionale, non dispiace a molti catalanisti. Del resto Comorera aveva condiviso il carcere con Companys e aveva contribuito in maniera determinante all’unificazione dei gruppi marxisti catalani (tra cui il Partit Català Proletari) nel PSUC, che nasceva come un partito catalano.

Nella narrazione delle controverse vicende della guerra civile l’autore sottolinea gli episodi di diffidenza del governo di Madrid nei confronti delle autorità catalane, come nel caso della fabbrica di munizioni di Toledo, di cui la Generalitat aveva chiesto il trasferimento in Catalunya, negato da Prieto e Negrín e che subito dopo era caduta in mano dei franchisti. Diffidenza denunciata da Companys in una lettera a Prieto integralmente riportata nella biografia di Viusà e destinata a una lunga polemica: lo storico Ricard Vinyes ha scritto in “Visca la República” che le lamentele del governo catalano, espresse ad esempio da Comorera o da Pi i Sunyer, “avevano il loro fondamento. Però il rimprovero mosso dai dirigenti catalani non aveva un tono vittimista. Chiedevano conto più che altro delle cause politiche a monte. Cioè perché non si era permesso che la Generalitat partecipasse alla formazione delle grandi decisioni sulla guerra e sullo stato, al di là dei formalismi di alcune lettere ministeriali. Questa era la recriminazione: maggiore partecipazione politica negli affari di stato”.

Seguendo l’azione svolta da Companys alla testa della Generalitat, Viusà fa emergere il punto di vista catalano sulla guerra civile spagnola e mostra una prospettiva poco rappresentata nella narrazione italiana degli eventi, facendo della sua Biografia popular  una testimonianza ancora più significativa e interessante, fino alla ricostruzione del tragico epilogo. Companys lascia Barcelona il 26 gennaio 1939, tre giorni prima dell’entrata dei franchisti, che al grido di arriba España occupano la città. Il Presidente si dirige ad Agullana, vicino alla frontiera francese, dove tascorre alcuni giorni in una colonica: è qui che il 4 febbraio si svolge la riunione con Negrín nella quale viene deciso che Azaña (Presidente della Repubblica) il governo basco e quello catalano lasceranno il paese il giorno dopo. La mattina del 5 febbraio però, al luogo dell’appuntamento  gli spagnoli non si fanno vedere: hanno anticipato la partenza di due ore. Alla dogana i gendarmi francesi non sanno niente del convoglio catalano e lasciano passare solo il Presidente e i Consiglieri trattenendo tutti gli altri, un centinaio di persone che finiscono al campo di concentramento di Argelers.

Companys si stabilisce in un piccolo paese, Le Baule. Convinto di non poter lasciare soli gli esuli catalani in Francia, viene arrestato dai militari tedeschi, che compiono una vera e propria irruzione nell’appartamento del Presidente, ritenuto un pericoloso sovversivo. Quando Carme Ballester chiede che ne sarà del marito, i nazisti le dicono: “se vuole spiegazioni, può andare a cercarle al consolato spagnolo”, lasciando intendere che agiscono per conto di Franco. Nel segreto più assoluto, Companys viene portato alla sezione tedesca della Santé, a Parigi, e in seguito a Madrid dove viene vessato e torturato. Successivamente viene trasferito a Barcelona a chiuso al Montjuïc, dove viene fucilato la mattina del 15 ottobre 1940. Secondo le testimonianze di un ufficiale tedesco e di un militare franchista, Companys si presenta sereno al plotone d’esecuzione davanti al quale rifiuta la benda e grida “Visca Catalunya”! Prima però, come ricorda la sorella Ramona Companys, si toglie le scarpe per calcare fino all’ultimo momento la propria terra.

Nella lettera dal carcere, in parte riportata nel libro di Viusà e indirizzata alla moglie scrive: “Mi sento tranquillo e sereno. Ringrazio Dio … perché mi ha riservato una fine così fertile per Catalunya e per i miei ideali, che rivaluta la mia umile persona. Dunque non accettare né condoglianze né pianti. Tieni la testa ben alta. Affronterò la morte … serenamente. L’ultimo pensiero sarà per te, per i miei figli e per il grande amore per Catalunya”. È l’unico presidente di un governo democraticamente eletto ad essere fucilato nel corso della seconda guerra mondiale, destino che condivide con molti antifascisti e partigiani di tutta Europa.

 

 

La frittata sovversiva del consigliere comunale Joan Coma.

Il consigliere comunale di Vic Joan Coma, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione della sinistra radicale catalana, è stato arrestato il 27 dicembre e trasferito a Madrid davanti al tribunale dell’Audiència Nacional. È accusato di “incitamento alla sedizione”: nel corso di una seduta del consiglio comunale di Vic, riferendosi all’indipendenza di Catalunya e invitando alla disobbedienza civile ha detto “per fare la frittata, prima bisogna rompere le uova”. Il pubblico ministero ha ravvisato nell’allusione gli estremi del reato e avviato il procedimento che ha portato alla detenzione.

Il giudice dell’Audiència Nacional che ha disposto l’arresto è un ex ispettore della polizia franchista, Ismael Moreno, divenuto in seguito magistrato, testimonianza vivente della continuità degli apparati di potere statali. Fedele al suo ruolo, ha imputato al consigliere comunale un reato che non veniva contestato a un rappresentante democraticamente eletto dai cittadini dai tempi della dittatura. Nel corso della comparizione, il giudice ha domandato a Coma cosa  intendeva dire con uova, con frittata e con rompere, inscenando un momento degno del miglior surrealismo se non del più inquietante processo kafkiano. Il giorno seguente alla comparizione in tribunale, il consigliere di Vic è stato rilasciato in regime di libertà provvisoria (con la misura cautelare del ritiro del passaporto). Rischia fino ad 8 anni di prigione. L’avvocato del militante indipendentista, Benet Salellas, sottolinea che il giudice si sta avvalendo di “concetti giuridici franchisti, già strumenti della dittatura”, in particolare quando ravvisa un delitto contro la forma di governo, un reato incluso nel codice penale spagnolo del 1973.

La portavoce di Izquierda Unida al Parlamento Europeo, Marina Albiol, ha portato il caso davanti alla Commissione Europea, alla quale ha domandato se la detenzione del consigliere comunale, così come le misure giudiziarie contro diversi militanti dell’indipendentismo catalano (il sindaco di Berga, il Presidente Carme Forcadell e i cinque militanti recentemente accusati di aver bruciato la foto del re) rispettano la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In particolare Albiol domanda se gli arresti e le misure giudiziarie dei tribunali spagnoli violano l’art. 11 della Carta, dedicato alla libertà d’espressione.

Il giorno stesso dell’arresto del consigliere di Vic, la Candidatura d’Unitat Popular ha diffuso il  seguente manifesto:

“Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo: non un passo indietro.

Manifesto unitario di sostegno a Joan Coma.

In questo momento Libertà, Solidarietà e Democrazia non sono parole vuote né espressioni retoriche. A difesa della convivenza politica, Libertà, Solidarietà e Democrazia sono concetti pieni di vitalità, forza e unità: denunciano l’autoritarismo di uno stato che, condannando la libertà d’epressione politica dei consiglieri comunali in sede consiliare, pretende annullare la rappresentanza dei cittadini.

Joan Coma è libero di scegliere il cammino che ritiene più adeguato per difendere le proprie convinzioni, obbedendo alla propria coscienza e nel rispetto dell’impegno assunto democraticamente e per il quale è stato eletto. Per difendere la libertà e la democrazia altri possono scegliere strade diverse; troveranno ugualmente il nostro rispetto e la nostra solidarietà. La nostra solidarietà a tutti e a tutte porterà a una complicità ogni giorno più forte nella difesa delle libertà e della democrazia. Potranno attaccare i singoli ma, se avremo la capacità di continuare a costruirla, non potranno rompere questa complicità.

Ci auguriamo che chiunque si mobiliti a difesa della libertà d’espressione – e di tutte le libertà minacciate – possa sentirsi rappresentato da questo manifesto, indipendentemente dal suo pensiero político e dalla sua affiliazione a un partito. Vogliamo invece che questo manifesto risulti scomodo per quegli antidemocratici che vogliono inviare ai tribunali i rappresentanti dei cittadini e che negano si possa costruire il futuro di una Catalunya giusta secondo la volontà della sua popolazione.

Non cercate i nemici delle libertà e della democrazia nelle fila dei democratici, tra i quali non dobbiamo accusare nessuno. I contrari alle libertà e alla democrazia sono coloro che avvalendosi di tribunali trasformati in attori politici e di potere, non di giustizia, vogliono schiacciare  i nostri diritti e la rappresentanza del nostro popolo.

In questo momento vogliamo ricordare le parole di Joan Coma: “qualunque cosa accada, manteniamo la calma, pratichiamo la non violenza che abbiamo appreso dalla dsobbedienza civile pacifica e resistente e sorridiamo perché se sono capaci di comportarsi così, rispolverando tic inquisitori e misure eccezionali è perché sanno che democraticamente hanno già perso”.

Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo bensì tutti e tutte noi. Siamo al tuo fianco Joan, non ti lasceremo solo, solidarietà.

Solidarietà a tutte e a tutti quelli che  la giustizia trasforma in questo momento in perseguitati politici. Siamo con voi, non camminerete soli. E solidarietà anche per noi che difendiamo le libertà e la democrazia. Camminando a fianco non ci troveremo mai soli.

Joan libero! Ti vogliamo a casa e al Comune di Vic a rappresentare chi ti ha scelto democraticamente.

Visca le libertà, Catalunya e i Països Catalans.”

Vic, 27 dicembre 2016”

Un Parlamento disobbediente.

Il 16 dicembre la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha dovuo presentarsi davanti al giudici del Tribunal Suprem de Justicia de Catalunya per aver consentito un dibattito sull’indipendenza in aula e permesso la votazione del documento conclusivo della commissione parlamentare sul processo costituente malgrado il divieto espresso dal Tribunale Costituzionale spagnolo. L’accusa è disobbedienza.

Per questo rischia di essere rimossa dal proprio incarico istituzionale. Ma la solidarietà delle istituzioni e del popolo catalano alla propria presidente sembra più che mai incondizionata. Centinaia di sindaci hanno sottoscritto un documento in sostegno a Forcadell dandone lettura nelle piazze: a Barcelona (che non ha ancora aderito all’associazione dei municipi per l’indipendenza) il documento unitario è stato letto da Ada Colau.

Accompagnata da circa 500 sindaci e da centinaia di cittadini, Forcadell ha percorso in corteo la distanza che separa il Parlamento dal Tribunale, davanti al quale i manifestanti si sono fermati dietro una grande scritta che recitava semplicemente democrazia.

La presidente non ha risposto alle domande del giudice bensì solo a quelle del proprio avvocato. Davanti ai giornalisti ha sostenuto più tardi che ciò che è in gioco non è il proprio futuro politico ma la democrazia e la libertà d’espressione. Constatata la volontà indipendentista emersa dal Parlamento catalano, Forcadell ha rifiutato di autocensurarsi: “non possiamo aprire la porta alla censura perché non potremmo più chiuderla” ed ha affermato che “nessun tribunale può impedire che il Parlamento dibatta sull’indipendenza”. In relazione alla votazione per la quale è indagata ha anche affermato che “si trattava di una procedura legale rispetto alla quale agire diversamente avrebbe significato violare il regolamento parlamentare”.

Per Forcadell la propria comparizione davanti al tribunale palesa la strategia dello stato spagnolo volta a utilizzare il potere giudiziario per sopprimere il diritto a dibattere liberamente nel Parlamento regionale e ad evitare un confronto politico sul tema della Repubblica catalana. Secondo Mireia Boya, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la sinistra radicale catalana, la vicenda dimostra che “il processo costituente è cominciato e che la costituzione spagnola è già carta straccia”.

Invece di accordare un referendum sull’indipendenza, i partiti che governano la Spagna (PP  sostenuto del Psoe, a braccetto come nell’eurocamera) sembrano aver scelto la via della repressione giudiziaria, affidando ai tribunali la facoltà di decidere quale discussione ammettere e quale rifiutare nel Parlamento catalano, nell’intento di deciderne di fatto l’ordine del giorno.

Di seguito il documento unitario redatto dall’Assemblea dei Municipi per l’Indipendenza (associazione che raggruppa più di 700 municipi, sul totale dei 947 di tutta Catalunya):

 

Siamo tutti il Parlamento

“Scendiamo di nuovo in piazza per esprimere la nostra ferma volontà e l’impegno irremovibile per la difesa  delle istituzioni democratiche e dei principi che le sostengono.  Agiamo nella convinzione della validità del punto fondamentale accolto nella Dichiarazione sulla sovranità e il diritto a decidere del popolo di Catalunya, approvato dal Parlamento il 23 gennaio del 2013, che proclama che “il popolo di Catalunya possiede, in virtù del principio di legittimità democratica, il carattere di soggetto politico e sovrano”. Denunciamo la incapacità e la mancanza di volontà del Governo spagnolo per risolvere democraticamente un problema politico. La via giudiziaria alla politica ha impoverito e manomesso irrimediabilmente alcuni dei fondamenti del sistema democratico.

Esprimiamo il nostro sostegno a tutti i rappresentanti eletti e alle cariche istituzionali che sono minacciate dalla Fiscalia General e dall’Advocacia de l’Estat, in più di 400 procedimenti giudiziari, per aver legittimamente esercitato le funzioni di rappresentanza popolare conferitegli dalle urne. Utilizzare i tribunali per impedire il dibattito politico in Parlamento e criminalizzare i rappresentanti del popolo che, esercitando il mandato ricevuto dalle urne, promuovono questo dibattito, è improprio di un sistema democratico, attenta contro il pluralismo politico e diviene di conseguenza inaccettabile per ogni democratico.

Chi non ha ottenuto dalle urne il sostegno della maggioranza non può imporre il silenzio alle nostre istituzioni, minacciando di inabilitare i rappresentanti eletti e le cariche istituzionali. Le pressioni volte a limitare l’azione dei nostri rappresentanti sono il tentativo di silenziare tutto un popolo. Per questo consideriamo che se la Presidente Carme Forcadell finirà per essere processata, un intero popolo sarà processato con lei. Come democratici esigiamo ai governanti dello stato spagnolo che smettano di utilizzare i tribunali per un compito che in democrazia gli è improprio. Gli invitiamo ad abbandonare una volta per tutte la via giudiziaria alla politica. Gli invitiamo a rispettare e a partecipare al dibattito che nasce dalla volontà del popolo di Catalunya, espressa in numerose occasioni, in maniera legittima e democratica, in piazza e nelle urne.

Siamo convinti che il referendum è la soluzione che riscuote il  maggior consenso nei sistemi democratici avanzati per prendere le grandi decisioni riguardi al futuro. Il dialogo è stato sempre la nostra bandiera e non l’abbandoneremo adesso. Di fronte a chi parla di dialogo ma mantiene la via giudiziaria come unica modalità della propria azione politica, come democratici riaffermiamo la volontà di dialogo, nel rispetto delle maggioranze nate dalle urne, che formano, danno significato e legittimità al Parlamento e ai consigli comunali. Ci impegnamo a difendere con coraggio la democrazia, le nostre istituzioni e i nostri rappresentanti. E in questa difesa saremo irremovibili. No alla via giudiziaria per la politica! Si alla difesa della democrazia, delle istituzioni e dei legittimi rappresentanti del popolo! Tutti con Carme Forcadell, Presidente del Parlamento di Catalunya!”

Assemblea Nacional Catalana, Òmnium, Associació Catalana de Municipis, Associació de Municipis per la Independència

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