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Il tribunale spagnolo decreta il carcere preventivo per gli indipendentisti Cuixart e Sànchez.

Ieri sera la giudice dell’Audiencia Nacional Carmen Lamela ha disposto il carcere preventivo per il presidente di Òmnium Jordi Cuixart e per quello dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) Jordi Sànchez. Il reato contestato è quello di sedizione e si sarebbe consumato il 10 settembre scorso nelle strade di Barcelona, invase fino all’alba da migliaia di manifestanti indignati per gli arrresti dei funzionari della Generalitat impegnati nell’organizzazione del referendum d’autodeterminazione. Malgrado le provocazioni della polizia, quel giorno non ci sono stati incidenti e la protesta si è svolta pacificamente.

Ciononostante il giudice ravvede nei fatti gli estremi di una situazione di “sollevazione collettiva e violenta”, così come è letteralmente definito il reato di sedizione, punibile fino a 15 anni e con la possibilità di mantenere la detenzione preventiva per 4. La sproporzione tra i fatti e l’accusa è evidente ma non sorprende: si inquadra perfettamente nella strategia del PP, interamente basata sulla provocazione e sulla repressione. Una strategia che riporta allo scoperto le radici impresentabili del blocco politico sociale erede diretto del franchismo e che ripercorre impunemente la tradizione: tra il 1963 e il 1967 infatti, la storica associazione culturale catalana Ômnium venne chiusa dal generalissimo.

Lo ha ricordato Jordi Cuixart in un messaggio videoregistrato preventivamente, previsto nell’eventualità dell’arresto e diffuso ieri sera, nel quale afferma: “se necessario torneremo a lavorare nella clandestinità, nella profonda convinzione delle nostre radici pacifiche e democratiche che ci hanno sempre caratterizzato come entità”. Òmnium ha immediatamente preso posizione a difesa di Cuixart affermando che “non si può imprigionare tutto un popolo”, mentre Jordi Sànchez, anch’egli in un messaggio previdentemente registrato prima di recarsi all’Audiència Nacional, dalla quale è uscito in una camionetta della polizia assieme a Cuixart, senza poter rilasciare dichiarazioni, ha fatto appello all'”unità, civismo, fiducia in noi stessi e mobilitazione permanente che ci deve portare alla Repubblica”.

La detenzione dei due lider indipendentisti nel carcere di Soto del Real (Madrid) segna il ritorno in auge in Spagna dei prigionieri politici, con la firma del governo del PP, il sostegno della corona, l’avallo del PSOE e il compiacimento di Ciudadanos. Davanti all’unanimismo anticatalanista è sempre più difficile scorgere la Spagna democratica, tollerante e progressista che invoca Podemos. La Spagna per la quale varrebbe la pena, secondo la formazione di Pablo Iglesias, fermare il processo di costruzione della Repubblica catalana, sembra oggi più che mai una pia illusione. Davanti alle detenzioni per motivi politici e al ricorso già annunciato all’art.155 della costituzione spagnola per destituire il Governo della Generalitat (democraticamente eletto) e liquidare così la maggioranza parlamentare indipendentista, Podemos continua a invitare al dialogo, fedele a una curiosa interpretazione della solidarietà internazionalista. Nel frattempo, ieri altre grandi imprese catalane (ad esempio Codorniu) hanno trasferito la propria sede sociale a Madrid, nell’intento di spaventare e ricattare il popolo catalano. Che, come afferma la sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP, può contare solo su se stesso: sul fronte internazionale l’UE si è mostrata in questi giorni tra l’indifferenza per la causa catalana e l’aperto sostegno alla monarchia spagnola (e alle grandi imprese da sempre contrarie all’indipendenza). Nella vicenda catalana, l’UE sembra agire finora come un blocco unico, un polo imperialista che non mostra né crepe visibili né voci critiche significative e che pare caratterizzarsi, a Bruxelles come nei parlamenti nazionali, per il conformismo e la sudditanza al grande capitale finanziario.

 

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La CUP invita Puigdemont a ribadire la proclamazione della Repubblica.

Dopo la dichiarazione e l’immediata sospensione della Repubblica catalana, Mariano Rajoy ha inviato al Presidente della Generalitat una formale richiesta di chiarimenti che equivale nella sostanza a un vero e proprio ultimatum: cinque giorni per chiarire se la Repubblica è già una realtà, sotto la minaccia dell’applicazione dell’art. 155 della costituzione spagnola. Un articolo mai applicato in precedenza che, in virtù della sua generica formulazione, concede pieni poteri al governo centrale allo scopo di ricondurre all’ordine la regione autonoma disobbediente.

Attorno alla risposta del Presidente Puigdemont si è creata una forte attesa in tutto il paese. Davanti all’incertezza, l’Assemblea Nacional Catalana (ANC), la principale associazione indipendentista, ieri ha chiesto al Presidente di applicare la legge di transitorietà e di rendere così effettiva l’indipendenza, assumendo una posizione sostanzialmente analoga a quella già precedentemente espressa dalla Candidatura d’Unitat Popular (CUP).

Stamani la CUP ha fatto un ulteriore passo avanti e ha reso pubblica una lettera indirizzata a Puigdemont nella quale, dopo aver valutato la mediazione internazionale e la minaccia dell’art.155, chiede al Presidente della Generalitat di proseguire sulla strada imboccata con l’approvazione delle leggi del Referendum e di Transizione, invitandolo a proclamare pienamente la Repubblica. Preso atto della solitudine in cui si trova Catalunya e del ruolo pilatesco della UE, al servizio del capitale e più che mai lontana dai popoli, la CUP rivolge a Puigdemont un invito ad ascoltare i cittadini che si sono espressi nel referendum dell’1 ottobre a favore dell’indipendenza e della Repubblica: qui di seguito la traduzione integrale della lettera aperta.

 

Lettera al President Puigdemont

 

Molt Honorable President
Generalitat de Catalunya
Sr. Carles Puigdemont i Casamajó

Da parte della CUP-CC vogliamo farle presente alcune riflessioni attorno alla richiesta di chiarimenti del governo spagnolo riguardo alla dichiarazione d’indipendenza e riguardo alla sua sospensione.

Dicevamo nella seduta plenaria del 10 ottobre che la CUP-CC non è un attore principale nella storia del nostro paese, a differenza invece della gente. La gente con la lettera maiuscola, perché quando parliamo di gente pensiamo e ci riferiamo alle centinaia di migliaia di persone che hanno difeso i propri collegi davanti alla violenza dispiegata dall’occupazione militare e poliziesca. Alle centinaia di persone che sono state colpite, ferite, umiliate e intimorite dall’intervento brutale della Policia Nacional e della Guàrdia Civil. La gente che è andata a votare perché così aveva previsto di fare; quella che ha votato SI e quella che ha votato NO; e anche chi non ha votato per paura. La gente che fa di tutto per sopravvivere nella quotidianítà fatta di precarietà e di povertà.

Da molto tempo parliamo del paese frantumato che abbiamo di fronte, della necessità di dedicargli tutte le risorse esistenti, comprese quelle che si potrebbero ottenere da una migliore redistribuzione della ricchezza, per far fronte all’emergenza sociale. Perciò la gente è quella che ha fermato il paese lo scorso 3 ottobre con uno sciopero generale di massa e senza precedenti, una massa incontenibile che è scesa in piazza per condannare l’allarmante regressione dei diritti e delle libertà.

La gente è l’unica struttura solida che possiede questo paese, in assenza di un sostegno esplicito a livello internazionale, in assenza di un potente e radicato tessuto produttivo con coscienza nazionale (malgrado l’eccezione, onorevole e in crescita, dell’economia sociale e cooperativa), in assenza di ricchezze naturali che potrebbero situarci in maniera differente nella geopolitica internazionale. La nostra forza è la gente e le sue necessità, la gente e le sue speranze.

E non possiamo aspettarci alcun sostegno esplicito se non ci manteniamo ferme nell’obbiettivo di autodeterminarci. Forse ora c’è chi si accorge che la cessione di settori economici strategici in mani private (per lunghi anni il ritornello di alcuni che si dichiaravano a favore della sovranità nazionale e perfino di sinistra) non è la migliore opzione per chi vuole autogovernarsi. Forse ora ci accorgiamo che avremmo dovuto lavorare da tempo per una Banca Pubblica, per un paese che si tenga insieme grazie all’eguaglianza e per un settore pubblico forte e capace di sopportare le minacce di uno stato spagnolo disposto, a quel che sembra, a tutto. Quando parliamo di superare il regime del ’78 parliamo di superare anche gli altri sottoregimi che ne dipendono: il regime bancario del ’78 – La Caixa, Banc Sabadell – lo stesso regime che ha trasformato in banche le casse di risparmio che gli facevano ombra (vero Fainé?).

Per queste e altre ragioni era e continua ad essere tanto necessaria la proclamazione della Repubblica. Perché è il mandato di più di due milioni di persone che, malgrado la minacciosa offensiva giudiziaria e repressiva dello Stato, hanno detto SI all’indipendenza. Più di due milioni di persone che sono già Repubblica… Ed è anche necessaria per dimostrare a tutte quelle che non ne sono sostenitrici, o che non si schierano, che la Repubblica apre le porte ad altre conquiste sul piano dei diritti civili, politici, economici e culturali.

Come CUP-CC consideriamo che lo scorso 10 ottobre abbiamo perso un’opportunità e in vista dell’immediata presa di posizione dello Stato, soprattutto non comprenderemmo che la risposta alla richiesta di chiarimenti del presidente Rajoy non si collocasse nei termini del mandato popolare che lei ha assunto martedi scorso: il rispetto dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione, espressosi con sofferenza nelle urne dello scorso 1 ottobre. Solo attraverso la proclamazione della Repubblica saremo capaci di rispettare ciò che la maggioranza ha espresso nelle urne. Solo proclamando la Repubblica saremo capaci di situarci come un soggetto preparato a tutelare i diritti civili e politici della popolazione, ancora gravemente minacciati. Solo con la Repubblica faremo possibile la nascita di speranze inesistenti nello stato spagnolo delle autonomie, non solo per le catalane del Principato, bensì per l’insieme dei Països Catalans e il resto dei popoli dello Stato. Solo così otterremo che l’intervento di altri attori internazionali si dispieghi a partire dal nostro riconoscimento come soggetto politico.

Rispondere in un altro modo alla richiesta formale del Presidente Rajoy sarebbe un avallo a ciascuna delle sue minacce, al suo disprezzo, alla sua repressione e supporrebbe il ritorno alla legalità costituzionale spagnola con la quale la maggioranza sociale ha deciso di rompere. Lo Stato, il suo potere giudiziario, il suo potere militare e poliziesco e soprattutto i partiti che in questi ultimi giorni si sono mostrati assolutamente contrari a permettere il diritto all’autodeterminazione, formano una maggioranza qualificata nel Congresso spagnolo e sono disposti a continuare a negare i nostri diritti e libertà, al riparo di una costituzione spagnola delegittimata e nella consapevolezza di avere i poteri economici e la UE al proprio fianco.

Sicuramente, non abbiamo dalla nostra parte grandi poteri economici, né la UE è disposta ad ammettere che il diritto all’autodeterminazione è un diritto fondamentale dei popoli. Però altrettatnto sicuramente, restare immobili davanti alle sue minacce, i suoi rifiuti e la sua autorità, non ci permetterà d’esistere come popolo, non ci permetterà di governarci e neppure ci permetterà di avanzare nella conquista di maggiori diritti e libertà. Al contrario, li perderemo. In definitiva, fare ciò che raccomanda il potere (anch’esso con la maiuscola) non permetterà che la gente sia un attore principale della storia di questo paese.

Crediamo che la risposta alla richiesta formale dello Stato debba essere chiara: se la mediazione internazionale ci dovesse portare a sopportare il dispiegamento poliziesco e militare, condurre in tribunale con accuse gravissime, che comportano una pena di prigione e multe che non siamo in grado di pagare; se la mediazione tollerasse il fatto che ci sono state più di 900 persone ferite semplicemente per voler votare e, in cambio, chiedesse allo Stato solo l’apertura di un dibattito al Congresso per ponderare la riforma della Costituzione spagnola, senza alcuna garanzia che si generi una nuova cornice rispettuosa dei diritti civili e politici, compresi quelli delle minoranze; se fosse così, se la mediazione internazionale dovesse servire per questo, potremmo considerare già tramontata la speranza nella mediazione internazionale.

Se pretendono applicare, una volta compiuti i passi formali, le previsioni dell’art.155 della Costituzione spagnola e vogliono continuare minacciando e imbavagliando, che lo facciano con la Repubblica già proclamata. Per fortuna continueremo senza il sostegno dei mercati e degli stati, senza grandi ricchezze naturali e senza poteri economici che ci sostengano, però lo faremo con la gente, le sue speranze e tutta la sua dignità.

Per la Repubblica catalana, la Repubblica della gente!

Cordialmente,

CUP-Crida Constituent

 

Il testo originale della lettera si trova alla pagina: http://cup.cat/noticia/carta-al-president-puigdemont

 

 

 

La vittoria popolare del SI all’autodeterminazione.

Risultato del referendum d’autodeterminazione di Catalunya dell’1 ottobre (95% dei voti scrutinati):

  • SÍ 2.020.144 corrispondenti al 90,09%
  • NO 176.565 corrispondenti al 7,87%
  • schede bianche 45.586 corrispondenti allo 2,03%
  • schede nulle 20.129 corrispondenti allo 0,89%

Totale voti contabilizzati 2.262.424

Una chiarissima vittoria elettorale del SI che evidenzia una volta di più il grande consenso popolare attorno al progetto di costruzione della nuova Repubblica catalana, i cui numeri sarebbero stati ancora più consistenti se la Guardia Civil e la Policia Nacional non fossero intervenute in ben 400 sedi elettorali, impedendone l’apertura o requisendo le urne, privando così 770.000 cittadini del diritto di voto. Numeri che avrebbero consentito di registrare una partecipazione ben superiore al 55% degli aventi diritto; un dato non determinante perché non era prevista una soglia minima di votanti. La partecipazione, ancora non definitiva, si attesta al 49,46% degli aventi diritto (all’incirca cinque milioni e mzzo di elettori) che hanno votato in condizioni eccezionali, nel mezzo di un’operazione di polizia volta a impedire l’esercizio del diritto di voto, così come hanno segnalato gli osservatori internazionali presenti.

Secondo il gruppo Limited Observation Mission guidato dall’ex ambasciatore olandese Daan Everts, il referendum dell’1 ottobre non ha potuto rispettare tutti i requisiti internazionali proprio a causa dell’azione della polizia. Nella loro relazione conclusiva, gli osservatori affermano che “l’uso della forza impiegato dalla polizia spagnola non è proprio di una democrazia consolidata”. E concludono che nonostante l’impossibilità di garantire i requisiti internazionali, l’azione della polizia rafforza i risultati della consulta elettorale. Presenti in Catalunya già dal settembre, gli osservatori hanno anche sottolineato come il governo spagnolo abbia “minacciato con conseguenze legali gli alti funzionari, i sindaci, i membri delle commissioni elettorali, i mezzi di comunicazione, le organizzazioni non governative e molti altri” al fine di impedire il referendum.

Il 1 ottobre la Guardia Civil e la Policia Nacional hanno fatto servire pallottole di gomma (proibite in Catalunya) e gas lacrimogeni, provocando circa 900 feriti che hanno dovuto ricorrere a cure mediche. Un bilancio che potrebbe essere stato ancora più grave, dato che in alcuni casi le forze repressive dello stato spagnolo hanno sparato alcuni colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio. Il numero degli effettivi inviati a Catalunya non è stato rivelato dal ministero dell’interno spagnolo: presumibilmente si tratta di circa 8.000 agenti che si sommano ai 6.000 già presenti sul territorio. Nonostante il dispiegamento di forze però, il referendum si è celebrato ugualmente grazie alla partecipazione diretta e massiccia del popolo catalano, che ne ha garantito non solo lo svolgimento nella giornata di domenica, difendendo le urne e i collegi elettorali dalle incursioni poliziesche, ma soprattutto garantendone l’organizzazione nelle settimane e nei giorni precedenti la consulta. La partecipazione della popolazione all’organizzazione del referendum ha così trasformato un normale istituto democratico in un istituto di democrazia diretta e autenticamente popolare.

La fiscalia spagnola, un organo giudiziario alle dipendenze del governo, ha già sentenziato che l’azione della polizia non ha alterato la normale convivenza civile, negandosi inoltre ad aprire un’inchiesta sui fatti.

Il Presidente della Generalitat ha sottolineato che l’1 ottobre il popolo catalano ha conquistato il diritto a costruire uno stato indipendente in forma di Repubblica, rinviando al Parlamento catalano, sede della sovranità nazionale, il compito di trarre le conclusioni conseguenti, così come previsto dalla legge di Transizione e da quella del Referendum.

Alla pagina del diario digitale catalano Vilaweb si può vedere una significativa raccolta di video che mostrano l’azione violenta delle forze dell’ordine spagnole: https://www.vilaweb.cat/noticies/el-videos-mes-impactants-de-la-repressio-espanyola-contra-el-referendum/

 

 

 

Si al referendum a Catalunya: “vivere vuol dire prendere partito”.

A poche ore dal referendum dell’1 ottobre, vale la pena soffermarsi sullo scenario politico che si è via via definito con maggiore chiarezza nelle ultime settimane a Catalunya.

Arroccato nel rifiuto del referendum e nella negazione della dignità nazionale al popolo catalano, il governo del Partido Popular è ricorso alle armi tipiche della propria tradizione politica: la persecuzione giudiziaria per motivi politici, la censura e la sospensione dei diritti civili, culminata nell’ordine di impedire la consulta popolare mediante la creazione di una vera e propria zona rossa, estesa per 100 metri attorno ai seggi elettorali, un repertorio degno degli eredi del fascismo spagnolo.

I popolari definiscono illegale il referendum d’autodeterminazione perché modifica la cornice costituzionale: nel 2011 però, quando le autorità europee imposero l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella costituzione spagnola, così da applicare l’austerità neoliberista, il PP e il PSOE cambiarono la carta magna dello stato in una sola notte, in piena estate e senza alcun dibattito popolare, allineandosi immediatamente alla troika. Allora come oggi, popolari e socialisti non consentono che il popolo esprima le propria volontà politica e si trovano schierati fianco a fianco al servizio dei poteri forti. Al servizio di un’oligarchia finanziaria che governa lo stato spagnolo dalla vittoria di Franco e che ha conservato i suoi privilegi anche grazie alle amnesie e alle connivenze di PP e PSOE. Perciò la Fondazione Francisco Franco prospera ancora indisturbata, i monumenti franchisti resistono in molte città e le grandi famiglie arricchitesi sostenendo il fascismo conservano intatto il loro potere.

Davanti al blocco radicalmente contrario al referendum dell’1 ottobre, all’interno del quale va annoverato anche Ciudadanos (un partito nato sull’onda della protesta contro la corruzione ma di fatto stampella del PP e alfiere della spagnolizzazione di Catalunya), la sinistra di Podemos ha assunto una posizione quantomeno ambigua.

Podemos e la galassia delle proprie organizzazioni federate, nello stato spagnolo e a Catalunya, a parole si dichiarano favorevoli al diritto all’autodeterminazione ma nei fatti sono contrari. Ada Colau ha detto che il referendum dell’1 ottobre è una mobilitazione come molte altre, quando si tratta invece di uno sforzo organizzativo nel quale è impegnato tutto un popolo (dai lavoratori agli studenti, dagli agricoltori ai vigili del fuoco, dai tipografi per la democrazia ai giovani che hanno replicato le pagine web censurate, dagli avvocati contro la repressione alla comunità educativa, dai partiti maggioritari nel Parlamento catalano al governo della Generalitat). Uno sforzo organizzativo genuinamente popolare a coronamento di un lungo percorso di lotta per l’autodeterminazione di Catalunya, che vanta una storia a favore della repubblica e inequivocamente antifascista. Pablo Iglesias ha sostenuto che se fosse catalano non andrebbe a votare (legittimando un atteggiamento d’indifferenza sul tema) e ha sostenuto che se Podemos fosse al governo i catalani non vorrebbero l’indipendenza. Questo invito a non votare, finora mai smentito, colloca di fatto Iglesias su una posizione parallela a quella del PP. Non senza dissensi interni, Podemos assume come inamovibile la cornice istituzionale spagnola (monarchica) e ne condivide in ultima analisi il nazionalismo. Altrimenti coglierebbe l’occasione rappresentata dal referendum dell’1 ottobre per far saltare in aria il blocco di potere rappresentato dal PP e per dichiarare la Repubblica a Catalunya come primo passo per l’apertura di una stagione di cambiamento in tutto lo stato spagnolo, a cominciare da Euskal Herria. Al contrario, Podemos subordina la possibilità di cambiamento a una propria vittoria elettorale, mostrando poco realismo, poca capacità di costruire alleanze e soprattutto esibendo un internazionalismo variabile in funzione della distanza da Madrid.

Nel Parlamento catalano e nei quartieri però, la sinistra anticapitalista e indipendentista è organizzata nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP) che rappresenta l’anima popolare del movimento per l’autodeterminazione di Catalunya, del quale raccoglie la storica eredità. La CUP è radicalmente impegnata nella costruzione del referendum e nella sua difesa  dall’azione repressiva dello stato spagnolo, così come nella difesa del valore storico e del carattere vincolante, a Catalunya come sullo scenario internazionale, della consulta elettorale dell’1 ottobre: è impegnata cioè, nel caso in cui il SI risulti maggioritario, a garantire la proclamazione della Repubblica, così come previsto dalla legge di Transizione approvata dal Parlamento catalano. Oltre a uno scenario più favorevole per le forze della trasformazione a Catalunya e in Spagna, la nuova Repubblica rappresenterebbe anche una straordinaria opportunità per riaprire il dibattito sulla natura dell’Unione Europea e per la costruzione di uno spazio politico continentale finalmente irriducibile alle esigenze del capitale finanziario e imperialista. Uno spazio politico basato sulla solidarietà tra i popoli, che metta in discussione il dogma neoliberista e l’attuale strapotere del capitale, di cui da tempo è evidente la grande necessità.

La CUP, schierata con il referendum, ha decisamente preso partito anche per un Europa dei popoli. Lo slogan della propria campagna per il SI, viure vol dir prendre partit, dovrebbe suonare familiare alla sinistra italiana: riecheggia infatti le celebri parole di Gramsci credo che vivere voglia dire essere partigiani. Davanti al referendum dell’1 ottobre la sinistra non può che essere partigiana, lontana dall’indifferenza, e prendere partito per il SI all’autodeterminazione e all’indipendenza di Catalunya.

Catalunya: un invito a una lettura di classe.

Dopo la revoca di fatto dell’autonomia, gli arresti, le perquisizioni nelle tipografie e il sequestro delle schede elettorali, il ministro dell’interno spagnolo ha inviato a Catalunya sostanziosi contingenti di rinforzo della Guardia Civil e della Policia Nacional provenienti da altre regioni della penisola, come si trattasse di un esercito straniero. Tanto preoccupa il referendum che tre navi, una delle quali camuffata con disegni di cartoni animati, sono state inviate dal governo di Madrid davanti alla costa catalana per alloggiare i rinforzi della polizia. Gli scaricatori del porto di Barcelona ne hanno denunciato la presenza e hanno subito comunicato che non gli presteranno i loro servizi abituali, lasciandole senza assistenza. La repressione del governo del PP ha riportato alla luce una dimensione “primitiva” della politica, nella quale il potere statale rivela le basi sulle quali riposa: le relazioni di forza e il monopolio legittimo della violenza. In barba agli apologi del secolo breve, l’attenzione torna sugli apparati repressivi dello stato e l’organizzazione popolare.

Continuiamo l’analisi: proviamo a fare una lettura di classe della situazione attuale a Catalunya. La più potente associazione imprenditoriale catalana, Foment del Treball, l’equivalente della Confindustria, è schierata contro l’ipotesi dell’indipendenza e contro il referendum. Il grande capitale catalano vede nell’alleanza con il capitale spagnolo la miglior via per tutelare i propri interessi, sia a livello nazionale che europeo. Questo settore forma con il grande capitale dello stato spagnolo un blocco radicalmente conservatore, sia sul terreno economico che su quello politico-istituzionale, ostile alla repubblica e ancora più avverso alla repubblica catalana. Si tratta infatti dell’oligarchia economica che governa ininterrottamente dal 1939, che ha sostenuto il fascismo ed è passata pressoché indenne attraverso il processo di transizione alla democrazia.

Una lettura di classe dicevamo. Davanti alla celebrazione del referendum d’autodeterminazione, che minaccia di far saltare in aria le basi di questo blocco sociale conservatore, come si posizionano la sinistra e i comunisti in particolare? Alcuni invocano ancora il dialogo, condannano la supposta unilateralità del referendum (che non condividono) e lanciano così un’insperata ciambella di salvataggio agli eredi del franchismo, consentendo loro la permanenza e il consolidamento nelle basi del potere, come già avvenuto nel corso della transizione. È la posizione, legittima, assunta dal PCE e da una parte di Podemos, di fatto appiattita su un riformismo assimilabile a quello della socialdemocrazia.

Altri prendono parte all’organizzazione popolare per rendere possibile il referendum, all’interno del movimento per l’autodeterminazione e fanno leva sulla questione nazionale per dinamitare una volta per tutte l’elite politico economica erede del franchismo e raggiungere equilibri politici, sociali e istituzionali più avanzati, maggiormente favorevoli ai lavoratori e alle classi popolari, innescando così un processo di trasformazione che può allargarsi, a partire dal paese basco, a tutta la penisola. È la posizione della sinistra indipendentista e anticapitalista della CUP, delle organizzazioni e dei firmatari del manifesto Comunistes pel SÍ, così come di un significativo gruppo di ex militanti del PSUC.

Alla luce di questa lettura è evidente l’incongruenza della sinistra che non riconosce il referendum d’autodeterminazione come tale (ritenendolo una mera mobilitazione come molte altre) e subordina un cambiamento sociale e politico a Catalunya a un precedente cambiamento in Spagna. La trasformazione sociale, il cambiamento e la Repubblica oggi si chiamano referendum dell’1 ottobre. Sono la mobilitazione e il voto popolare che posssono seppellire il regime del ’78 e aprire la porta, per chi voglia e ne sappia approfittare, anche a un processo di cambiamento in Spagna. Tutto il resto, tra cui la cosiddetta “terza via” del referendum accordato con lo stato spagnolo, sono ipotesi da tempo fuori gioco che rischiano di trasformarsi in insperate stampelle per il vecchio regime.

La sinistra indipendentista parla: un comunicato di Poble Lliure.

L’ampio schieramento della sinistra indipendentista e anticapitalista di Catalunya non è finora sufficientemente conosciuto fuori dai Països Catalans. Eppure si tratta di un settore politico che, riunito nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP), vanta un considerevole peso specifico nella società, oltre a una notevole rappresentanza nel Parlamento catalano: 10 deputati, frutto dell’8% raggiunto alle elezioni del settembre 2015. Una delle ragioni di questa scarsa notorietà in Europa è probabilmente da ricercare nella scelta della CUP di non presentarsi alle elezioni per l’eurocamera, decisione basata sulla critica all’attuale progetto europeo guidato dal capitalismo finanziario.

Per tutto ciò vale la pena sentire direttamente la voce di questo settore politico, particolarmente significativa in queste ore, saltando le mediazioni, o peggio le censure, degli opinionisti e dei mezzi di comunicazione schierati a difesa dello status quo. Il seguente comunicato è appena stato pubblicato da Poble Lliure, organizzazione di radice marxista integrata nella CUP e impegnata nella lotta per il socialismo, l’indipendenza, i Països Catalans e il superamento del patriarcato.

Comunicato di Poble Lliure davanti allo stato d’assedio a Catalunya.

 

  1. I fatti di queste ultime ore presuppongono un salto qualitativo nella spirale repressiva dello stato spagnolo contro il popolo catalano. Il regime erede del franchismo non è mai stato una democrazia, e ora non si sforza neppure di sembrare tale.
  2. Con la persecuzione dei nostri rappresentanti politici e dei nostri lavoratori del settore pubblico, con l’assalto alle nostre istituzioni e la violazione dei diritti fondamentali quali la libertà d’espressione, di riunione e d’associazione, lo stato spagnolo non ha più nessun tipo di legittimità a Catalunya e l’unico atteggiamento possibile davanti alla sua deriva autoritaria è la mobilitazione e la disobbedienza.
  3. Come Poble Lliure facciamo appello all’insieme della società catalana alla mobilitazione permanente a difesa e sostegno dei nostri rappresentanti politici e delle nostre istituzioni. Il nemico non è altri che lo stato spagnolo erede del franchismo, i suoi amministratori e il suo apparato repressivo.
  4. Invitiamo l’insieme delle organizzazioni sociali ad articolare in maniera coordinata una ferma risposta che si traduca in una mobilitazione di massa, forte e pacifica, che vada dall’occupazione degli spazi pubblici fino allo sciopero generale.
  5. Constatiamo una volta di più che la progressiva fascistizzazione dello stato spagnolo ci lascia solo il cammino della unilateralità.

Perciò:

– invitiamo il popolo catalano a mantenere e intensificare la campagna per il referendum e a votare il prossimo 1 ottobre, tanto il Si come il NO;

– esigiamo ai nostri rappresentanti politici il rispetto della legge del Referendum e di quella di Transitorietà giuridica, e che pertanto dichiarino la Repubblica Catalana Indipendente, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso che la repressione impedisca fisicamente di esercitare pienamente il diritto democratico all’autodeterminazione.

Viviamo momenti storici, la Repubblica è a portata di mano.

Ricordiamo le parole del Presidente Companys, oggi più attuali che mai:

“Ciascuno al suo posto e Catalunya e la Repubblica nel cuore di tutti!”

No passaran! Sorridete che vinceremo!

Barcelona, Països Catalans, 20 settembre 2017.

Il testo originale del comunicato si trova alla pagina Poble Lliure.

 

La repressione non ferma il movimento per l’autodeterminazione di Catalunya.

Ieri mattina la Guardia Civil è entrata nelle sedi del governo della Generalitat a Barcelona, nel tentativo di assestare un colpo mortale al referendum dell’1 ottobre. Una dozzina di alti funzionari del governo catalano sono stati arrestati mentre, secondo quanto dichiarato dalla polizia, sono stati contemporaneamente sequestrati alcuni milioni di esemplari di schede elettorali.

Ma il governo del Partido Popular, guidato da Mariano Rajoy, non ha fatto i conti con la reazione del popolo catalano: migliaia di persone si sono riunite a Barcelona, davanti alla consiglieria d’economia, dove la Guardia Civil stava effettuando una perquisizione e non l’hanno abbandonata fino a notte inoltrata, quando il presidente di Òmnium, una storica associazione culturale catalana, ha dato appuntamento a tutti per questa mattina a mezzogiorno, davanti alla sede del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalunya.

La Guardia Civil si è presentata anche davanti alla sede della Candidatura d’Unitat Popular a Barcelona, accerchiandola con più di una ventina di automezzi e cercando evidentemente una provocazione che la sinistra indipendentista e anticapitalista non ha raccolto. Le forze repressive dello stato spagnolo si sono presentate inoltre senza mandato di perquisizione e i militanti della CUP hanno impedito che entrassero all’interno della loro sede. La Guardia Civil non ha voluto spiegare il motivo dell’assedio, durato da mezzogiorno alle otto di sera passate, quando dopo aver sparato alcuna pallottola di gomma e assestato qualche manganellata ha dovuto andarsene senza risultati concreti.

Manifestazioni di sostegno al referendum si sono svolte a Girona, Tarragona, València, Alacant, Palma, Perpignan, e in altri centri dei Països Catalans, così come a Bilbao, Vitoria, San Sebastian,  Saragossa, Malaga e Madrid. Alle dieci di sera diverse zone di Barcelona (Joanic, Les Corts, Sants…) sono state animate da rumorose cassolade.

Il Presidente della Generalitat ha ribadito che l’1 ottobre il popolo di Catalunya è chiamato al referendum d’autodeterminazione e ha denunciato sia lo stato d’eccezione instaurato dal Governo del PP che la sospensione di fatto dell’autogoverno catalano. La volontà di persistere sulla strada del referendum, nonostante il colpo logistico subito, è stata chiaramente espressa anche dalla CUP, che ha invitato a fare tutto il necessario per votare l’1ottobre. Il vicepresidente del governo catalano, Oriol Junqueras (Esquerra Republicana de Catalunya) ha denunciato l’avvento di un vero e proprio stato di polizia ma si è detto sicuro di poter far sentire la voce dei cittadini il 1 ottobre.Nel corso dell’operazione di polizia alla sede della CUP inoltre, i deputati di Podem Albano Dante Fachin e Juan Giner hanno offerto la propria sede ai militanti della sinistra anticapitalista. Se il governo del PP cercava la resa dello schieramento indipendentista, con la propria azione repressiva sembra averne rafforzato invece l’unità e la determinazione.

 

 

A 25 anni dall'”operació Garzón” contro l’indipendentismo catalano.

Il 29 giugno 1992, alla vigilia dei giochi olimpici di Barcelona, il giudice Baltazar Garzón ordina l’arresto di alcuni militanti della sinistra indipendentista catalana. È solo l’inizio della cosiddetta “Operació Garzón”, con la quale gli apparati repressivi statali intendono colpire l’indipendentismo catalano e bonificare il territorio per neutralizzare qualsiasi tentativo di contestazione alla grande kermesse sportiva delle Olimpiadi di Barcelona, intese come un’occasione irripetibile per la promozione dell’immagine della nuova Spagna a guida socialista.

Come sostiene l’avvocato Josep M. Loperena, il giudice Garzón ordina gli arresti seguendo la vecchia prassi franchista: così, come prima di ogni visita del caudillo a Barcelona il governatore civile della città faceva incarcerare gli oppositori, allo stesso modo prima dell’arrivo del re per l’inaugurazione delle olimpiadi dell’estate del 1992, Garzón ordina decine di detenzioni a scopo preventivo. Con la differenza che in questo caso l’operazione si svolge in un regime che si proclama democratico e che è governato dal PSOE.

L’operazione di polizia prende di mira non a caso la sinistra indipendentista e anticapitalista: si tratta infatti del settore politico che, a partire dalla denuncia della transizione come processo che preserva le quote di potere del franchismo e dal NO alla costituzione spagnola del ’78, per tutto il decennio seguente si mantiene su posizioni radicali; l’unico che alla vigilia delle olimpiadi minaccia la pace sociale tanto necessaria al business olimpico.

Se alcuni detenuti appartengono a Terra Lliure, l’organizzazione clandestina che dalla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo porta a termine decine di atti di sabotaggio e di attentati dinamitardi contro l’esercito, le imprese e le istituzioni spagnole, molti altri sono militanti estranei al gruppo armato. Con il susseguirsi degli arresti infatti, la polizia sembra procedere in modo quasi indiscriminato tra gli attivisti della sinistra indipendentista e anticapitalista (Moviment de Defensa de la Terra, Comitès de Solidarietat amb els Patriotes Catalans, Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Comunista de Catalunya, Alternativa Verda), arrivando a perquisire senza alcun mandato la sede del giornale El Temps a València e finendo per generare un’ampia reazione di sdegno e protesta.

L’indignazione però scoppia con i primi resoconti che filtrano dalle caserme e dalle prigioni così come dalle testimonianze dei detenuti rilasciati che rivelano le torture alle quali sono stati sottoposti, secondo modalità che ricordano il passato franchista. La testimonianza di Pep Musté, militante di Terra Lliure, detenuto il 29 giugno sulla strada che porta a Olot, è riprodotta integralmente dall’Associació memòria contra la tortura: “Durante il percorso fino al comando di Barcelona mi fecero cambiare d’auto tre volte, trascinandomi per terra, perché ero già ammanettato e non mi lasciarono alzare. Mentre mi interrogavano mi mettevano il capo in un sacchetto di plastica fin quasi ad asfissiarmi. Arrivati al comando cominciarono a colpirmi per tutto il corpo, specialmente ai testicoli, ai reni e alla testa, con le mani, i piedi e con dei libri molto pesanti. Mentre mi facevano le domande mi mettevano il sacchetto di plastica al capo fino quasi all’asfissia, minacciando me e soprattutto la mia compagna. Mi fecero credere che avevano arrestato anche lei, mi dissero che l’avrebbero violentata e che ci avrebbero gettati in un dirupo, così da far sembrare tutto un incidente. Mi legarono a delle sbarre, almeno così mi sembrò perché mi avevano bendato, mi tolsero la camicia, mi bagnarono il torace e le braccia e mi applicarono delle scariche elettriche al gomito. Rimasi come stordito e mi fecero sedere in una sedia mentre mi facevano le stesse domande. Dato che mi rifiutavo di rispondere mi bagnarono, mi legarono di nuovo e tornarono ad applicarmi le scariche elettriche”.

Anche David Martínez viene arrestato il 29 giugno, a Manresa. La sua testimonianza conferma il trattamento subito da Pep Musté: “Mi fanno molte domande contemporaneamente, gridando tanto che non potevo rispondere, di colpo uno di loro mi fa voltare e un altro mi dice perché ti giri e mi colpisce con il ginocchio ai testicoli. Cado a terra piegato dal dolore e mi dicono di alzarmi. Dato che non posso farlo, mi alzano loro, mi tolgono la camicia dicendomi ora si che parlerai, assassino di bambini! e mi applicano gli elettrodi alla schiena. La prima scarica è relativamente leggera rispetto alla seconda che mi fa cadere a terra mezzo tramortito; mi bagnano il viso e la testa con l’acqua e mi fanno sedere in un angolo con la faccia alla parete…”.

Vicent Conca viene arrestato il 1 luglio a Barcelona: “Mi fecero diverse volte il metodo della borsa di plastica per provocarmi l’asfissia. Le borse erano del tipo di quelle usate per la spazzatura, mi tappavano il capo e la parte superiore del corpo… Questo sistema di tortura si accompagnava con colpi al collo, al capo e, anche se in minor misura, allo stomaco. Per tre volte mi immersero il capo in acqua per affogarmi. Non vidi dove perché tenevo gli occhi bendati. Chiamavano questo metodo la vasca da bagno. Mi misero diverse volte un revolver al capo e alla bocca minacciandomi di uccidermi se noin rispondevo quello che volevano loro. Mi minacciarono anche di portarmi in montagna e ammazzarmi. Mi assicuravano che era successo molte volte e nessuno se ne accorgeva. Mi fecero anche altre minacce: quella di torturare e aggredire sessualmente la mia compagna, che mi dicevano che avevano arrestato, quella di torturare ancora di più i miei compagni detenuti e quella di farmi ingerire acqua con un tubo fino ad affogarmi”.

Il giudice Garzon non da peso alle testimonianze dei detenuti che denunciano le torture subite, così che gli episodi accaduti nelle varie caserme non vengono investigati. Nonostane l’ampia mobilitazione a cui da vita la società civile e politica catalana, l’operato della Guardia Civil, a Barcelona e a Madrid, non viene questionato in sede giudiziaria, né vengono individuati i protagonisti delle torture denunciate. Dopo la tortura, molti dei militanti arrestati subiscono anche la pena carceraria.

La caparbia iniziativa degli ex detenuti del ’92 riesce però a riaprire la questione nel 2004, davanti al Tribunale europeo per i Diritti Umani. I giudici di Strasburgo condannano lo stato spagnolo per aver violato l’art.2 della Convenzione contro la tortura: per essersi cioè rifiutato di investigare gli episodi denunciati.

Le testimonianze delle torture, così come una vasta documentazione sul tema e sull’operació Garzón in particolare, sono state raccolte dall’Associació memòria contra la tortura, fondata da alcuni ex detenuti del ’92.

Uno stato a favore del català.

Plataforma per la Llengua, l’ONG dedicata alla promozione del català, inaugura la propria campagna a favore del SI al referendum dell’1ottobre, convinta che solo una nuova Repubblica possa sanare l’attuale disparità linguistica che ancora soffre il català.

Nel contesto europeo lo stato spagnolo costituisce infatti una vera e propria anomalia in materia: è l’unico a non aver riconosciuto una lingua della portata del català come lingua ufficiale in tutto il territorio. La costituzione spagnola stabilisce all’art.3 che il castigliano è la lingua ufficiale dello stato e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla. Questo dovere non è esteso alle altre lingue, neppure nei territori in cui sono nate e si sono sviluppate. Di più: il basco, il català e il gallec non vengono neppure nominati nel testo costituzionale. L’art.3 le definisce genericamente come “altre lingue spagnole” e si limita a decretarne l’ufficialità nelle rispettive comunità autonome, in accordo con i rispettivi statuti.

Secondo Plataforma per la llengua si tratta di un dettato costituzionale che non pone allo stesso livello le differenti lingue e che non tutela sufficientemente il català. Non essendo lingua ufficiale dello stato infatti, il català non beneficia dei riconoscimenti che l’Unione Europea attribuisce a questa categoria di lingue. È l’unico idioma di dimensioni simili che rimane escluso dalla tutela comunitaria. E lo stato spagnolo si è finora rifiutato di modificare questa situazione. Non solo il dettato costituzionale ma anche la giurisprudenza si caratterizza per interpretare in senso restrittivo i diritti dei catalanoparlanti: basti pensare al divieto di parlare in català al Congresso dei Deputati di Madrid.

In altri casi caratterizzati dalla presenza di più lingue in un unico territorio statale si sono storicamente sviluppati due scenari differenti: nel primo si è prodotta una rottura territoriale ed è sorto un nuovo stato che ha riconosciuto a pieno la lingua precedentemente discriminata; nel secondo una modifica costituzionale ha equiparato la lingua tradizionalmente penalizzata all’altra, come è accaduto in Belgio, Svizzera, Canada o in Finlandia. Secondo l’ONG del català però, nessuna delle principali forze politiche spagnole ha intenzione di sanare la disparità linguistica di cui beneficia il castigliano. Anche per questo Plataforma per la llengua ritiene l’indipendenza di Catalunya come un passo fondamentale, sia per il riconoscimento internazionale del català che per garantirne la presenza e la tutela in tutti gli ambiti pubblici. In molti settori (giustizia, amministrazione e commercio in particolare) il català è penalizzato dalla normativa dello stato spagnolo: dal 2014, anno in cui ha cominciato il monitoraggio, Plataforma per la llengua ha registrato 250 leggi che impongono il castigliano, o escludono l’uso del català, e che ne perseguono di fatto la marginalizzazione.

Secondo Òscar Escuder, il presidente dell’entità linguistica, tutto ciò rivela “la visione dello stato, delle istituzioni e del governo spagnolo. Credono che il castigliano sia la vera lingua e che tutte le altre siano lingue folkloriche”. Una visione che secondo Escuder concepisce di fatto “uno stato con una sola lingua”. Per questo l’ONG invita a votare SI al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e a costruire finalmente uno stato che si schieri a favore del català.

 

Per maggiori informazioni: https://www.plataforma-llengua.cat/

 

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