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“Io sono quello che ha ucciso Franco”.

Di passaggio a Banyoles per presentare la sua ultima opera, Joan-Lluís Lluís rivendica per i romanzieri la possibilità di scrivere la storia a proprio piacimento e tra il serio e il faceto afferma: “gli storici hanno il problema di dover attenersi ai fatti; io invece che sono uno scrittore, posso raccontare menzogne e ricevere perciò persino un premio”, alludendo al prestigioso Sant Jordi assegnatogli quest’anno. E in Jo soc aquell que va matar Franco la storia viene ampiamente riscritta assecondando il desiderio intravisto in moltissimi catalani che, almeno per un momento, hanno sognato di giustiziare il dittatore. Da parte sua Joan-Lluís Lluís afferma che “se avessi potuto decidere il destino di Franco gli avrei riservato il carcere duro, sotto la custodia di guardie che parlassero soltanto basco o català”.

La facoltà di immaginare un corso storico differente per gli eventi del passato trova un autorevole sostenitore nello scrittore catalano Pere Quart, autore della frase riportata in apertura di Jo soc aquell que va matar Franco che recita: “non fidarti della storia, sognala e ricostruiscila”. Joan-Lluís Lluís spiega che questo triplice imperativo letterario l’ha folgorato quand’era ancora adolescente, nel corso di una camminata alle pendici del Canigó. Lungo il sentiero di montagna si era imbattuto in una lapide con la frase di Pere Quart, scolpita in català, che aveva annotato immediatamente nel proprio quaderno. È il 1979 e il giovane scrittore, nato a Perpinyà e formato nella scuola francese, prende la decisone di rivolgere il proprio sguardo dall’altro lato dei Pirenei, tra l’indifferenza e lo scherno dei compagni di scuola e degli amici, imbattendosi così nei Països Catalans e nella loro cultura. Prima di allora Joan-Lluís Lluís non conosceva la letteratura catalana, a scuola non ne aveva mai sentito parlare mentre in famiglia non era un tema all’ordine del giorno: “vengo da una famiglia umile, con pochi libri a casa e con un vocabolario piuttosto casalingo”. Nel corso della scuola elementare non ricorda di aver mai sentito pronunciare la parola Catalunya. Al liceo ottiene per la prima volta un’ora settimanale di català, che continua a studiare in seguito come autodidatta: una passione per la lingua che nella scuola e nella società francese sembra quantomeno esotica se non del tutto incomprensibile, tanto che ancora oggi “…per i francesi sono un pezzo difettoso”.

Uno sguardo diffidente e poco interessato che gli riserva anche l’editoria parigina: “dato che sono di Perpinyà mi considerano uno scrittore provinciale o regionale, secondo loro posso parlare di poco altro e non gli interesso, tant’è vero che mi hanno tradotto pochissimo al francese”, spiega l’autore. E ancora “se il mio agente non gli avesse inviato una nota, la notizia che il mio libro era stato premiato con il Sant Jordi non sarebbe neppure uscita sulla stampa francese”. Una disattenzione che Joan-Lluís Lluís contestualizza così nella cultura vicina: “…essere francese è molto facile: tutto ciò che non è francese non è interessante”.

Interrogato in merito alla salute della lingua catalana in quella zona che definisce la Catalunya artica, dove tutto è congelato, cioè la Catalunya sotto amministrazione francese, afferma che “il català sta morendo. È scomparso in seguito all’imposizione violenta di un’altra lingua, all’insegna degli schiaffi, gli insulti, l’umiliazione e la vergogna riservate ai bambini che a scuola parlavano català. La domenica i maestri si aggiravano per le vie dei paesi appuntandosi i nomi dei bambini che parlavano català per punirli il lunedi a scuola, dove avevano un potere assoluto”. Negli stessi anni in cui il franchismo cercava di relegare per sempre nel dimenticatoio il català, dall’altro lato dei Pirenei la Repubblica francese non gli riservava una sorte molto differente, mostrando i limiti della egalité borghese interpretata in chiave omologante.

Eppure il mondo della cultura francese avrebbe buoni motivi per interessari a Jo soc aquell que va matar Franco: non solo perché la vicenda si svolge in gran parte in territorio francese, ma anche perché il genere letterario in cui si iscrive l’opera è l’ucronia, la cui nascita si attribuisce comunemente al filosofo Charles Renouvier, nato a Montpellier e morto a Prada, in piena Catalunya Nord. E il romanzo di Joan-Lluís Lluís segue a pieno i precetti dell’ucronia: una narrazione in un tempo parallelo che non esiste e nel quale gli eventi storici si sviluppano in modo del tutto originale, a partire da un punto di rottura con la cronologia reale, solitamente dopo un evento che si sviluppa diversamente da come è accaduto nella realtà. Una possibilità di guardare la storia attraverso un caleidoscopio letterario nel quale i fatti che conosciamo si scompongono, prendono pieghe differenti e tornano a ricomporsi dando vita ad un immagine nuova e soprendente.

Così in Jo soc aquell que va matar Franco, l’autore immagina che nel 1939 il caudillo si decida ad entrare in guerra a fianco della Germania nazista e dell’Italia fascista, attratto dalla possibilità di una vittoria che sembra a portata di mano. A partire da questo evento immaginario, la narrazione si sviluppa attorno alla vicenda del protagonista, un giovane non politicizzato né particolarmente colto che improvvisamente, dopo l’avvento del franchismo, si accorge che i vincitori stanno uccidendo le persone che gli sono care e liquidando la sua lingua. Ma la scoperta più importante che il romanzo riserva al protagonista è un’altra: è l’amara constatazione che la cultura non può niente contro la barbarie. Per fermare il fascismo la cultura non basta, è necessario fare dell’altro: da questa consapevolezza si sviluppa la nuova vita del protagonista che, dopo una serie di peripezie, arriva a pronunciare la frase Io sono quello che ha ucciso Franco, che dà il titolo al libro. Senza cadere nella retorica, il personaggio creato da Joan-Lluís Lluís incarna la necessità di schierarsi, di prendere parte alla lotta che, per fermare il fascismo dilagante in Europa, non esita ad imbracciare le armi: una vicenda che parla a tutta la cultura del continente, sia essa francese, spagnola, catalana, italiana…

Finalmente lontano dalla necessità di lottare per la propria sopravvivenza, l’autore augura al català un futuro pacifico, che immagina come “una verde pianura lontana dagli strapiombi che la lingua ha sfiorato tante volte, correndo il rischio di morire”. Un destino più tranquillo anche grazie alla costruzione di uno stato indipendente che tuteli la lingua nazionale: secondo Joan-Lluís Lluís una lingua caratterizzata da un riflesso particolare, una luminosità che deve proprio al fatto di aver rischiato ripetutamente l’annientamento.

 

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Le parole dell’unionismo spagnolo.

La cronaca politica catalana merita una divagazione a prima vista effimera ma rivelatrice: se come sosteneva il personaggio di Michele Apicella in Palombella rossa le parole sono importanti, soffermarsi sulla prosa dei rappresentanti unionisti si traduce in un utile esercizio, che aiuta a chiarire la natura del progetto del nazionalismo spagnolo.

Il 16 dicembre 2017, pochi giorni prima delle elezioni, la vice-presidente del Governo spagnolo Soraya Sáenz de Santamaría si è vantata di aver decapitato il vertice del movimento indipendentista. Ha testualmente affermato in una conferenza stampa: “Chi ha ottenuto che ERC e il PDCat non abbiano un lider a disposizione, perché sono stati decapitati? Mariano Rajoy e il Partido Popular”. Avvertendo la minaccia del tracollo elettorale a beneficio dei diretti concorrenti di Ciudadanos, Santamaría intendeva rivendicare il merito dell’incarcerazione dei lider indipendentisti esclusivamente per mariano Rajoy, usando uno slogan attrattivo per la pancia dell’elettorato unionista: decapitare i ribelli, nella migliore tradizione dell’assolutismo.

Nei giorni seguenti al referendum d’autodeterminazione, il 9 ottobre 2017 il vice-segretario per la comunicazione del Partido Popular, Pablo Casado, ha avvertito con tono paternalista che “la storia non deve ripetersi. Speriamo che domani non venga dichiarata l’indipendenza, perché forse chi la dichiara farà la fine di colui che la dichiarò 83 anni fa”, riferendosi a Lluís Companys, Presidente della Generalitat durante la guerra civile, costretto all’esilio in Francia dalla vittoria del fascismo, arrestato dai nazisti e consegnato a Franco che lo fece fucilare immediatamente a Madrid. In altre parole Casado ha affermato candidamente che Puigdemont sarebbe potuto finire alla vecchia maniera, come ai tempi del generalissimo, fucilato.

Ma la nostalgia dei rappresentanti del PP per altre stagioni politiche è emersa in modo ancora più evidente a Malaga, quando il 2 aprile il ministro dell’interno Ignacio Zoido, quello della giustizia Rafael Catalá, quello dell’educazione, cultura e sport Íñigo Méndez de Vigo e quello della difesa Dolores de Cospedal si sono lasciati riprendere mentre cantano Il fidanzato della morte, l’inno del corpo militare più applaudito dalla destra radicale spagnola: la Legione. Le immagini mostrano la processione religiosa del Cristo della buona morte con i ministri in prima fila che intonano versi quali: “…sono un fidanzato della morte che si unirà strettamente con questa leale compagna…” o anche “quando il fuoco era più duro e la lotta più feroce il legionario avanzó difendendo la sua bandiera…”. Vale la pena vedere e ascoltare il coro alla pagina http://www.directe.cat/noticia/742135/video-quatre-ministres-espanyols-canten-el-novio-de-la-muerte-pel-crist-de-la-legio

Per quel che riguarda l’esercito, l’8 dicembre 2017 un sottufficiale ha fatto entrare due amici in una base militare a Saragossa e gli ha lasciati salire sopra un tank in movimento. Diffuso via twitter, il video dell’impresa mostra uno dei due visitatori che dice testualmente: “Qui stiamo cercando la soluzione ai problemi della Spagna. Faremo una sorpresa a Puigdemont a Bruxelles. Settanta tonnellate di puro amore e pura democrazia. Codino, sei il prossimo” aggiunge alludendo a Pablo Iglesias. Il video testimonia il clima che si respira nelle installazioni militari spagnole: https://www.vilaweb.cat/noticies/video-una-persona-es-passeja-sobre-un-tanc-de-lexercit-espanyol-amenacant-puigdemont-i-pablo-iglesias/

D’altro canto il ministro della difesa María Dolores de Cospedal ha affermato il 12 ottobre 2017 in occasione della festa della Hispanidad che, pur non prevedendo il loro intervento a Catalunya, “le forze armate hanno l’obbligo di essere pronte a difendere il proprio paese, dentro o fuori le proprie frontiere”: una visione di Catalunya come vera e propria colonia interna che non esclude un eventuale impiego dell’esercito nella repressione. Il 6 gennaio il ministro ha inoltre ribadito al monarca l’impegno dell’esercito per la salvaguardia dell’unità di Spagna, un valore evidentemente al di sopra della volontà popolare, direttamente lasciato in eredità da Franco, che come è noto voleva una Spagna “una, grande y libre”.

Ma i legami del blocco unionista con il franchismo non sono solo culturali e si insinuano nelle biografie dei protagonisti: l’attuale ministro dell’educazione e della cultura spagnolo, Iñigo Mendez de Vigo, è uno degli studenti universitari che il 21 marzo 1976 indirizzava al ministro dell’educazione dell’epoca una lettera, pubblicata dal quotidiano la Voz de Galicia, nella quale si affermava che “la violenza di quella che viene impropriamente definita estrema destra è il riflesso della propria legittima difesa davanti all’assalto di gruppi di attivisti di segno assolutamente contrario, di evidente carattere comunista. Mentre la pacifica convivenza all’università non sia adeguatamente garantita, noi che vogliamo che l’autonomia dell’università serva per sradicare la blasfemia intollerabile e le volgari ingiurie alla patria e al re, non possiamo dare altra risposta.”

Inaspettatamente lontano dal formalismo della legge, il linguaggio dei giudici spagnoli si rivela in alcuni casi sorprendente e altrettanto rivelatore del loro retroterra culturale: criticando la decisione del tribunale tedesco di non concedere l’estradizione di Puigdemont, il 17 aprile il Tribunale Supremo spagnolo ha affermato che nel corso del referendum dell’1 ottobre si sarebbe potuto verificare un massacro se fosse intervenuto un numero più elevato di effettivi della polizia. Toni che non si stemperano nelle afermazioni della Fiscalia spagnola, un organo nominato dal Governo e dal quale dipende gerarchicamente, che agisce come la pubblica accusa dello stato. Il 10 aprile il Fiscal ha chiesto di processare per terrorismo una militante del Comitè de Defensa de la República (CDR) di Viladecans, rea di aver partecipato a un blocco stradale nel corso del quale i manifestanti hanno alzato le barriere dell’autostrada Ap7 in modo da non far pagare il pedaggio agli automobilisti di ritorno dalle vacanze pasquali, accolti con striscioni che recitavano “benvenuti alla Repubblica catalana”, in un clima festivo più che di terrore. Ma Albert Rivera, lider del partito unionista Ciudadanos, aveva subito parlato di violenza esercitata dai commandos indipendentisti, utilizzando certo non casualmente la stessa parola che si usava in passato per riferirsi ai nuclei di ETA. Una terminologia ribadita il 26 aprile per assicurare inoltre che a Catalunya ci sono “famiglie assediate da commandos separatisti”.

E ben figura in questa rassegna l’avvertimento mafioso che fonti della direzione del Partido Popular hanno indirizzato il 29 gennaio al Presidente del Parlamento catalano Roger Torrent, peraltro mai smentito: “ha due figli, sa già cosa lo aspetta” nel caso autorizzi la candidatura di Puigdemont a Presidente della Generalitat, permettendone così l’eventuale elezione. Ma il capolavoro della prosa unionista è l’intervento pronunciato il 6 aprile alla radio dal giornalista Federico Jimenez Losantos che, contrariato dal rifiuto tedesco all’estradizione di Puigdemont, ha affermato che è necessaria una reazione e ha avvertito che “a Monaco potrebbero cominciare a saltare per aria le birrerie” e che alle isole Balears ci sono circa “200.000 ostaggi tedeschi” . Merita ascoltare l’audio alla pagina https://www.vilaweb.cat/noticies/la-policia-de-munic-respon-el-discurs-de-lodi-de-jimenez-losantos-contra-els-alemanys/

Decapitazioni, massacri, fucilazioni, commandos, assedi, ostaggi… tutto un repertorio che rivela le coordinate dell’immaginario dell’unionismo spagnolo su Catalunya, improntate all’irritazione del padrone davanti al progetto di emancipazione dell’antico servitore, a cui è deciso a sbarrare il passo con qualsiasi mezzo. E di fronte alla potente voce unionista, quella della Spagna democratica quasi non si sente, con l’eccezione di alcuni giornalisti ed intellettuali che emergono dal silenzio nel quale sembra installata saldamente la galassia di Podemos, formalmente favorevole all’autodeterminazione catalana ma nei fatti nella zona grigia di chi non si schiera neppure davanti alla repressione: è la pretesa equidistanza tra i partiti unionisti e quelli repubblicani che si traduce in appoggio al regno e all’operato di Felipe VI e dei suoi alleati.

“Acte de violència”: la disobbedienza secondo Pedrolo.

Nella vasta produzione letteraria di Manuel de Pedrolo, Acte de violència è uno dei romanzi più interessanti: narra l’improvviso sciopero a oltranza della popolazione contro il regime dittatoriale retto dal giudice Domina. Pedrolo mette in scena un popolo intero, una vera e propria selva di antieroi colti nella quodianità e costretti, spesso loro malgrado, a prendere parte a fatti che trascendono la dimensione personale per acquistare dignità di eventi storici. Nel corso di tre giornate nelle quali la popolazione si ribella seguendo una consegna tanto semplice quanto efficace, lo scrittore ricostruisce un movimento di disobbedienza civile dal punto di vista dei personaggi minori, che più o meno consapevolmente fanno la storia.

Se i protagonisti popolari emergono vivamente dal racconto, descritti nelle loro occupazioni abituali, il giudice Domina appare direttamente solo nell’ultimo capitolo ma è presente in ogni pagina del libro come lo scenario di fondo davanti al quale si dipana la vicenda narrata: un regime oppressivo che il dittatore incarna pienamente, un potere assoluto e senza limiti che tutto può e tutto ottiene grazie al controllo delle forze di polizia e a una repressione che cala pesantemente sulle tre giornate di rivolta (senza dimenticare l’appoggio della piccola borghesia bottegaia che gli rimane fedele).

La società descritta da Manuel de Pedrolo (Aranyó 1918 – Barcelona 1990) è uno specchio assai interessante di quella del franchismo maturo. Lo scrittore termina il romanzo nel 1961, in un momento nel quale la censura del regime non gli permette riferimenti diretti al presente o alla storia recente di Catalunya. Sono gli anni in cui i funzionari hanno istruzione precisa di tagliare tutto ciò che non è conforme alla visione tradizionale della morale, della famiglia e della religione, così come ogni opinione politica discordante, prestando una particolare attenzione alle opere scritte in catalano, dalle quali si doveva eliminare ogni allusione all’identità nazionale e al catalanismo. È probabilmente anche per questo che in Acte de violència, cosí come in altri romanzi dell’autore, i nomi propri dei personaggi sono fantasiosi, non riconducibili né al contesto catalano né a quello spagnolo: una circostanza che contribuisce da un lato a un effetto di straniamento, dall’altro a rendere ancora più universale il significato della vicenda narrata. Di tanto in tanto però Pedrolo strizza l’occhio al lettore: quando parla di Sitat, facilmente riconducibile alla fermata della metropolitana Universitat di Barcelona, o quando si riferisce al quartiere di Guina, probabilmente alludendo al Guinardó della capitale catalana. Pur non esplicito, il riferimento a Barcelona risuona anche nella descrizione dell’irregolare reticolo urbano nel quale si muovono alcuni dei personaggi del libro e che ricorda la convivenza nella città delle baracche, nelle quali negli anni ’60 ancora vivevano migliaia di immigrati dalle campagne e dal sud della penisola, con le dimore popolari e quelle più borghesi. Pedrolo allude a questo ambiente proprio in una delle prime scene del libro, calando fin dal principio la storia nella Barcelona dell’epoca.

A conferma del clima oppressivo di quegli anni, caratterizzato dalla delazione e dal sospetto, il libro viene rifiutato per ben tre volte dagli occhiuti funzionari del Ministero. Nel 1963 viene respinto al mittente per la prima volta, quando si intitolava provvisoriamente Esberlem els murs de vidre. Ripresentato nel 1965 al vaglio della censura, non ha maggiore fortuna. Infine nel 1968, nonostante l’opera vinca il premio Prudenci Bertrana (con un titolo differente però altrettanto suggestivo quale Estat d’excepció) si ferma ancora davanti allo scoglio della censura. Secondo Bel Zaballa, autrice della biografia Manuel De Pedrolo, appena uscita per Sembra Llibres, il cambio del titolo era uno stratagemma per superare il veto che, dati i criteri arbitrari dei censori, a volte poteva funzionare. È solo nell’anno della morte di Franco che le Edicions 62 pubblicano finalmente Acte de violència, dopo 14 anni di attesa che non ne aiutano certo la fortuna commerciale, così come nel caso di altri scritti dell’autore arrivati al lettore con un ritardo considerevole. Sotto questo aspetto Pedrolo si trova in buona compagnia: secondo uno studio realizzato nel 1974 da un gruppo di ricercatori dell’università di Amsterdam e ricordato in un interessante articolo della studiosa Lidwina M. van den Hout dal titolo La censura y el caso de Manuel De Pedrolo, tra il 1950 e il 1974 il 19% dei manoscritti dovette aspettare da tre a quattro anni prima di essere autorizzato, mentre il 30% dovette sopportare più di cinque anni di attesa.

Caratterizzato fortemente dai temi della disobbedienza civile, dello sciopero e del conflitto, Acte de violència non solo si scontra con lo zelo censorio del regime ma non si trova in sintonia neppure con l’opposizione rappresentata dal PCE, ormai passato a sostenere la politica di riconciliazione nazionale. Proprio la prospettiva di rottura del libro, la sua proposta ribelle, incontrano invece il favore della sinistra indipendentista nata negli anni’60, per la quale Manuel De Pedrolo rappresenta un punto di riferimento culturale ineludibile. La violenza evocata fin dal titolo e narrata nel libro è quella ordinaria e strisciante con la quale gran parte della popolazione ha imparato a convivere nel corso degli anni, immediatamente riconducibile a quella del franchismo, denunciata nel libro da una minoranza combattiva ma non abbastanza forte per rovesciare il regime. Una violenza ordinaria che finisce per passare inosservata, ormai in grado di spacciarsi come normalità ma finalmente messa in questione da un movimento che, all’insegna della disarmante e perfino surreale parola d’ordine è molto semplice, rimanete tutti a casa, prepara per il giudice Domina un epilogo diverso da quello che la realtà ha riservato a Franco.

Da tempo fuori catalogo, Acte de violència è stato rieditato nel 2016 da Sembra Llibres che, come spiega l’editore Xavi Sarrià in un’intervista al giornale on line Vilaweb, vuole riproporre al lettore l’interrogativo centrale del libro: “cosa succederebbe se si unissero le forze per portare a termine uno sciopero generale indefinito”? “La risposta”, prosegue l’editore, “è in uno dei libri più rappresentativi e celebrati di Pedrolo. Un romanzo nel quale questo perenne aspirante all’utopia ci parla di resistenza e oppressione, di solidarietà e violenza, di impegno e indifferenza. Un autentico classico scritto in pieno franchismo … che continua ad esssere di una sconcertante attualità”.

Proprio l’attualità della vicenda narrata in Acte de violència è ciò che risulta più interessante: le strade e i quartieri rastrellati palmo a palmo dalle forze dell’ordine del giudice Domina sono le stesse nelle quali lo scorso ottobre la Policia Nacional e la Guardia Civil hanno caricato la popolazione impegnata nella difesa del referendum d’autodeterminazione di Catalunya. E se il lettore italiano avesse letto quest’opera, come molte altre di Pedrolo, sarebbe stato colto meno di sorpresa dagli avvenimenti catalani degli ultimi mesi. In questa prospettiva Acte de violència è uno strumento per comprendere meglio la realtà catalana e il conflitto che lo stato spagnolo perpetua da secoli con le nazioni altre della penisola iberica. A distanza di cinquant’anni, lo scritto continua a svolgere la funzione politica, oltre quella letteraria, per la quale Pedrolo l’aveva pensato: essere un vero e proprio strumento per la trasformazione sociale, un esempio di letteratura critica e impegnata, frutto della convinzione profonda dell’autore nel potere di cambiamento della scrittura. E frutto anche delle convinzioni politiche di Pedrolo, marxista eterodosso e deciso sostenitore dell’indipendenza di Catalunya, per il quale la liberazione di classe e quella nazionale sono due facce della stessa medaglia. In questa prospettiva Pedrolo si esprime chiaramente in un’intervista televisiva realizzata nel 1983: “ciò che sembra intollerabile è che partiti che in principio sostengono la libertà, la libertà per tutti, nel senso di liberare i lavoratori dal loro giogo, liberare le donne dal loro giogo (che esiste), liberare le razze e liberare anche i popoli, quando si tratta di liberare una porzione di questo concetto geografico chiamato Spagna che non si accorda con la cultura spagnola perché ne ha un’altra, che ha un’altra lingua e che perciò non ha motivo di adottare quella spagnola, allora questi stessi partiti girano la schiena e dimenticano tutto ciò che significa libertà”. Un vero e proprio invito alla riflessione, rivolto a quella parte della sinistra che ancora si mostra scettica sulla repubblica catalana e sull’indipendenza dei Països Catalans, oggi più che mai all’ordine del giorno.

Catalunya: una campagna diseguale per delle elezioni illegittime.

Con la dissoluzione d’autorità del Parlamento catalano a maggioranza indipendentista, Mariano Rajoy ha inteso soffocare sul nascere la Repubblica, interpretando tra l’altro in maniera estensiva la costituzione spagnola, che riserva questa prerogativa al solo Presidente della Generalitat. Malgrado l’azione repressiva, il lider del PP non ha potuto fare a meno di convocare nuove elezioni, fissate per il 21 dicembre, minacciando di tornare ad applicare l’art.155 e sciogliere nuovamente il Parlamento catalano qualora sia necessario, ossia nel caso persista sulla via indipendentista.

La campagna elettorale è stata fortemente diseguale: la televisione (e la radio) pubblica catalana è stata scrupolosamente controllata per garantire l’equilibrio tra tutte le forze politiche, mentre le televisioni private hanno fatto una vera e propria campagna per la vittoria del blocco del 155 (PP, PSOE e Ciudadanos). Alcuni candidati come Oriol Junqueras (capolista di ERC) e Jordi Sànchez (numero due di Junts per Catalunya) non hanno potuto fare campagna elettorale perché tuttora sottoposti al carcere preventivo: la registrazione telefonica di un messaggio dalla prigione che invitava a votare le forze indipendentiste gli è costata l’apertura di un provvedimento disciplinare. Del resto la Spagna non è nuova a questo tipo di attenzioni: per lo stesso motivo, alcuni anni fa il lider abertzale Otegi era stato sottoposto a una decina di giorni di isolamento. Non solo, alla manifestazione di chiusura della campagna di Esquerra Repubblicana di Catalunya tenutasi davanti alla prigione di Estremera, dove si trova rinchiuso Oriol Junqueras, si è presentato un manipolo di militanti dell’organizzazione di estrema destra Hogar Social Madrid, che hanno cercato di boicottare l’atto insultatando e minacciando i presenti. L’attivista e candidato di ERC Ruben Wagensberg ha riconosciuto tra i neofascisti Iñigo Perez de Errasti (cognato dell’attuale Ministro dell’educazione spagnolo) già condannato per un’aggressione al centro culturale Blanquerna (la delegazione della Generalitat a Madrid) in occasione della diada del 2013, ma lasciato in libertà dai tribunali spagnoli con l’argomento che a casa tiene dei figli che l’aspettano. Vale la pena aggiungere che il militante di Hogar Social Madrid è anche cugino dell’ex Ministro della difesa spagnolo Pedro Morenés, dimostrazione vivente della contiguità tra il PP e l’estrema destra. L’amminisatrazione penitenziaria non ha inoltre consentito a una delegazione di eurodeputati guidata da José Bové di visitare Oriol Junqueras nella prigione di Estremera. Un divieto che stupisce perché gli eurodeputati hanno il diritto di visitare i detenuti: solo una settimana prima lo stesso Bové si è recato in un carcere francese dove ha potuto parlare con alcuni detenuti politici baschi. Lo storico dirigente sindacale occitano ha commentato .”in Spagna sembra siano tornati settanta anni indietro”.

La giunta elettorale spagnola ha inoltre proibito alcune espressioni tra cui Presidente Puigdemont Vicepresidente Junqueras, oltre all’esibizione del simbolo che rivendica la libertà dei detenuti poluitici (un laccio giallo). Puigdemont e gli altri consiglieri e candidati alle lezioni esiliati in Belgio hanno dovuto svolgere una singolare campagna. Il Presidente della Generalitat, che non si considera destituito, ha inviato messaggi registrati e ha partecipato ad alcune connessioni in diretta dal Belgio ma non ha potuto partecipare di persona ai dibattiti elettorali in televisione e alle iniziative nelle piazze catalane.

A 24 ore dal voto l’attivista catalana in messico Montse Dalí ha denunciato che nello stato latinoamericano, dalla numerosa comunità catalana, le schede elettorali non sono arrivate nonostante le pressanti proteste e le richieste indirizzate alle autorità consolari. In Australia invece, è uno sciopero dei funzionari dell’ambasciata di Sidney a mettere a repentaglio le operazioni di voto. Anche dall’Arabia Saudita arrivano proteste per le difficoltà incontrate dai residenti catalani per l’esercizio del diritto di voto. Da non dimenticare infine gli effettivi della Guardia Civil e della Policia Nacional, presenti in Catalunya dai giorni precedenti il referendum dell’1 ottobre come vere e proprie forze d’occupazione pronte a intervenire qualora sia necessario. Il governo del PP non ha ancora voluto rivelarne il numero preciso, mantenuto in segreto come nella migliore tradizione militare.

I partiti indipendentisti si presentano ciascuno per conto proprio così come quelli del blocco unionista. Junts per Catalunya, Esquerra e la CUP intendono attuare il programma repubblicano: seguendo la via unilaterale e la disobbedienza civile nel caso della sinistra indipendentista e anticapitalista della CUP, che da subito ha denunciato la illegittimità di queste elezioni; con alcune sfumature e concessioni al dialogo nel caso di ERC e Junts per Catalunya. Tra gli unionisti Ciudadanose ha scavalcato a destra il PP, nel quadro di dichiarazioni incendiarie, diffuse in tutto il blocco del 155, come quelle del socialista Borrell secondo il quale “prima di chiudere le ferite bisogna disinfettarle. Per cominciare bisogna disinfettare i mezzi di comunicazione catalani”. Ma quello che stupisce di più è l’atteggiamento equidistante assunto dall’articolazione catalana di Podemos, Catalunya en Comú, che critica sia gli indipendentisti che il blocco del 155, come se gli uni fossero uguali agli altri, come se chi ha inviato la Policia Nacional e la Guardia Civil a reprimere il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre fosse uguale alla popolazione che ha esercitato la democrazia diretta, mettendo in atto una vera e propria difesa popolare della consulta. Del resto, come ha rivelato nei giorni scorsi davanti ad una platea della CUP a Girona l’ex lider di Podemos Catalunya Albano Dante Fachin, quando al principio dello scorso luglio si era recato a Madrid per comunicare a Pablo Iglesias che le basi di Podemos Catalunya avevano deciso di partecipare al referendum d’autodeterminazione, il lider del si se puede gli aveva risposto “dobbiamo pregare perché l’1 ottobre non si svolga nessun referendum”.

Lo strabismo selettivo di Pablo Iglesias.

A Barcelona per assistere a un’assemblea pre-elettorale di Podemos, Pablo Iglesias ha accusato gli indipendentisti catalani di aver contribuito, “forse senza volerlo, forse intenzionalmente, a risvegliare il fantasma che rappresenta la più grande minaccia per la democrazia: il fantasma del fascismo”. Che nel regime neoborbonico il fascismo fosse una minaccia era già evidente dopo le numerose aggressioni che nelle settimane scorse hanno accompagnato le manifestazioni unioniste così come dopo le reazioni entusiaste con cui la popolazione di varie città spagnole ha salutato la partenza della Policia Nacional e della Guàrdia Civil dirette a Catalunya per reprimere il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre.

Ma il compagno Pablo Iglesias accusa gli indipendentisti di essere i responsabili diretti di questo rigurgito fascista. Come se in Spagna non prosperasse da decenni indisturbata la Fondazione Francisco Franco; come se non esistessero ancora decine di fosse comuni della guerra del 1936/’39 dimenticate anche dalla sedicente sinistra; o come se non fosse mai esistita una guerra sporca dello stato contro la sinistra abertzale basca. Con la propria affermazione Iglesias conferma implicitamente una delle tesi dell’indipendentismo anticapitalista catalano: la transizione spagnola non ha voltato pagina con il fascismo, le cui antiche propaggini si sono mantenute vive finoggi nei gangli del potere politico ed economico dello stato. Ma le parole del lider di Podemos suonano inquietanti soprattutto perché sembrano suggerire che davanti al rischio rappresentato dal fascismo si debba praticare una sorta di autocensura e rinunciare alla propria lotta, secondo una logica perversa che invita alla smobilitazione e che sembra preferire non disturbare il manovratore.

La dichiarazione di Iglesias permette anche un’altra riflessione: se come dice il lider di Podemos il movimento indipendentista ha risvegliato il fascismo spagnolo è perché ne ha messo in discussione le basi di sopravvivenza in Catalunya (e nel resto dello stato) svolgendo un referendum d’autodeterminazione che è esploso come una bomba sotto le poltrone delle elite politiche ed economiche del paese, le cui radici affondano nel vecchio regime. Tanto che le grandi imprese, spaventate dalla Repubblica catalana, hanno manifestato immediatamente l’intenzione di lasciare il paese, lasciando ben chiaro su quale fronte si schierava il grande capitale. Alla luce di questi fatti è lecito chiedersi perché Iglesias non si schiera al fianco del movimento indipendentista nella lotta per il cambiamento istituzionale e la trasformazione sociale del paese. La proposta politica di Podemos potrebbe lottare per l’egemonia e decantare verso le proprie posizioni, sul terreno economico e sociale, larghi strati della popolazione catalana. Ma Podemos sembra preferire non disturbare il manovratore, non rischiare di risvegliare il franchismo e accomodarsi in un regime neoborbonico, ampiamente attraversato dall’eredità fascista, all’interno del quale occupare un certo numero di seggi parlamentari. Un cinismo che secondo il politologo Jordi Muñoz viene da lontano: è una reazione “ricalcata su quella del 2006 per la riforma dello Statuto, quella del 1932 per lo Statuto di Núria e quella del 1918/’19. Tutti gli ingredienti sono uguali”. Si tratta cioè della stessa reazione di rifiuto, rigetto e repressione, che il nazionalismo spagnolo ha storicamente riservato ad ogni affermazione della sovranità catalana.

È interessante infatti notare che quando si parla di Catalunya, Iglesias ravvisa la radice di tutti i problemi nell’indipendentismo, mettendone all’indice il progetto democratico di rottura istituzionale, maggioritario nel Parlamento catalano prima che Rajoy lo dissolvesse grazie all’appliazione dell’art.155 della Costituzione spagnola. E che portava e ancora porta in sé la proposta di una trasformazione sociale sostenuta dalla sinistra anticapitalista e indipendentista che Iglesias sembra disprezzare, vittima di uno strabismo selettivo che gli ha già passato il conto della rottura di Podemos Catalunya, con l’uscita dell’ex lider del gruppo Albano Dante Fachin e dei suoi sostenitori, ora vicini alla sinistra indipendentista. Dopo la rottura con Podemos, Fachin ha sostenuto che “Marx e Lenin avrebbero dato qualsiasi cosa per una sollevazione come quella dell’1 ottobre”, in aperta polemica con Iglesias che ha considerato la consulta una mera mobilitazione come tante altre, se non addirittura una mera questione di lotta tra Puigdemont e Rajoy, invitando a non partecipare al voto. Uno strabismo selettivo che oltre alla scissione potrebbe costare a Iglesias qualcosa di più sul piano della coerenza e della credibilità se Podemos continua a mantenersi equidistante sia dal cosiddetto blocco del 155 (PP, PSC e Ciudadanos) che dagli indipendentisti (la lista di Puigdemont, ERC e la sinistra indipendentista e anticapitalista della CUP). La formazione del si se puede infatti riafferma oggi la propria equidistanza tra i politici indipendentisti sottoposti al carcere preventivo per aver organizzato il referendum e le decine di politici corrotti del PP che attendono in regime di libertà un giudizio prevedibilmente mite; equidistanza tra la dichiarazione della Repubblica e il discorso con il quale Felip VI si è schierato a fianco di PP, PSOE e Ciudadanos; equidistanza tra un popolo che esercita e difende la democrazia diretta e un governo che invia migliaia di effettivi provenienti da altre regioni dello stato ad operare in Catalunya come una vera e propria forza d’occcupazione. Una sorta di né aderire né sabotare aggiornato a Catalunya che colloca Podemos in un limbo molto vicino al blocco del 155. Come ha recentemente dichiarato Albano Dante Fachin, “che PP, PSOE e Ciudadanos puntellino il regime del ’78 non meraviglia, che lo faccia Podemos-Catalunya en Comú mi sembra terribile”.

 

Tra gli europeisti critici, gli scettici e i contrari all’UE: indipendentisti a Bruxelles.

La manifestazione per l’indipendenza di Catalunya e la liberazione dei detenuti politici che si è svolta a Bruxelles lo scorso giovedi 7 dicembre ha rappresentato un significativo e insolito evento che merita una cronaca e alcune considerazioni a margine del dibattito in corso.

Il primo dato da valutare è la straordinaria partecipazione: centinaia di auto private e decine di autobus sono partite da numerose città e paesi di Catalunya dando vita a una carovana riconoscibile lungo gli oltre 1.000 chilometri del cammino grazie ai cartelli rivendicativi e alle estelades in bella mostra, mentre l’ANC ha organizzato anche alcuni voli Barcelona-Bruxelles. La polizia belga ha stimato i partecipanti alla manifestazione in circa 45.000 persone, che hanno approfittato della festa della costituzione del 6 e della purissima dell’8 dicembre per portare nel cuore dell’Unione Europea la propria lotta, “denunciare la mancanza di democrazia dello stato spagnolo e rivendicare la libertà d’espressione e la liberazione dei prigionieri politici”, come si legge nel manifesto dell’ANC. Il movimento indipendentista non sembra cioè soffrire il temuto effetto riflusso che si sarebbe potuto verificare dopo l’applicazione dell’art. 155, lo scioglimento del Parlamento catalano e la destituzione del Presidente della Generalitat. Già due giorni prima della manifestazione la Grand Place di Bruxelles si è riempita di manifestanti catalani che si sono dati appuntamento nel salotto della città per rendere ben visibile la propria presenza. E la Grand Place è uno scenario suggestivo non solo per il turismo di massa: qui all’osteria Le Cisne (oggi un ristorante) Karl Marx organizzò con l’Associazione dei lavoratori tedeschi il capodanno del 1847/’48, nel periodo in cui scriveva nel quartiere di Ixelles Il manifesto del partito comunista.

 

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Il secondo dato che merita un approfondimento è rappresentato dalla critica, dalle sfumature differenti, che il movimento indipendentista rivolge all’unione Europea. L’ANC ha manifestato all’insegna dello slogan “Wake up Europe. Democracy for Catalonia”: un invito alle istituzioni europee perché considerino ciò che sta accadendo a Catalunya non come una mera questione interna allo stato spagnolo bensì una questione di principio che interroga la natura stessa dell’Unione. I rappresentanti dell’ANC non si riconoscono nella definizione di euroscettici e si propongono invece come europeisti critici, impegnati a tessere alleanze con i deputati dell’eurocamera sensibili alla loro rivendicazione (a cominciare da alcuni membri del GUE e del gruppo dei verdi). Ma a giudicare dai cartelli e dagli slogan della manifestazione, sono sempre meno coloro i quali nutrono delle speranze su un pronunciamento degli organismi istituzionali europei.

 

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Un sentimento di disillusione che sembra essere penetrato anche nel discorso dei settori moderati del movimento. Nel suo intervento a chiusura della manifestazione, il Presidente in esilio Carles Puigdemont ha affermato infatti: “vogliamo un Europa che non debba vergognarsi quando altri paesi dove non vige la democrazia vengono a domandarle: dunque ciò che state facendo oggi a Catalunya vale come regola del gioco per tutto il mondo? Allora anche noi potremo calpestare i diritti fondamentali dei nostri cittadini e questa volta l’Europa non ci dirà niente. È così? Però no. Noi vogliamo invece un Europa che ascolti i propri cittadini e non solo gli stati … più rispetto per la partecipazione, per le minoranze e per la diversità e meno, molto meno per gli interessi di gruppi e settori economici legati ad alcuni governanti che, tra l’altro, non si caratterizzano precisamente per la loro onestà”.

 

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Una critica che è decisamente più marcata nel discorso di Joan Coma, consigliere comunale della CUP a Vic che, dopo aver salutato “Gerusalemme capitale indiscutibile della Palestina”, ha denunciato “il deficit di democrazia dello stato spagnolo e la imprescindibile e inaccettabile complicità di questa unione europea con l’operazione repressiva che patisce il movimento indipendentista. L’aggressività dello stato non sarebbe possibile senza la complicità dell’attuale unione europea”. Il rappresentante della sinistra anticapitalista ha inoltre messo in questione le politiche dell’Unione: “non dimentichiamoci che la logica ricentralizzatrice dello stato è parallela alla logica delle politiche dettate dalla Unione Europea e dalla troika. Di fatto queste logiche si alimentano reciprocamente: nell’attuale cornice costituzionale spagnola è impossibile sviluppare leggi sociali per le classi popolari. È dunque imprescindibile costruire la legalità repubblicana. Ed è anche necessario costruire una Europa e un Mediterraneo della pace, della solidarietà e della fraternità. Una Europa e un Mediterraneo dei popoli e per i popoli”. In questa prospettiva “la Repubblica catalana deve essere il nostro piccolo grande contributo alla costruzione di un’altra Spagna e di un’altra Europa”.

 

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Un ulteriore dato che merita una riflessione è il sostegno diffuso in tutti i settori della manifestazione alla figura del Presidente in esilio: oltre a nutrirsi dei propri militanti ed elettori, il consenso di cui beneficia attualmente Carles Puigdemont è rafforzato dall’esilio, una costrizione sofferta da molti Presidenti della Generalitat di Catalunya, tra cui Francesc Macià, Lluís Companys, Josep Irla e Josep Tarradellas, per rimanere al solo arco di tempo che va dalla fine della dittatura di Primo de Rivera all’inizio della transizione. Una lista di presidenti esiliati, rappresentanti delle legittime istituzioni catalane, che testimoniano la lotta secolare per la propria liberazione e la coscienza collettiva del popolo catalano, oggi rivendicate dal movimento indipendentista. Così nella manifestazione è risuonato a lungo lo slogan è Puigdemont il nostro Presidente, che ben sintetizza l’attaccamento degli indipendentisti alle proprie istituzioni. Allo stesso modo la rivendicazione della libertà per i detenuti politici, Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Cuixart e Joachim Forn, a vario titolo accusati di aver reso possibile il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e di aver organizzato una strategia diretta a sovvertire l’ordine costituzionale spagnolo, è straordinariamente diffusa in tutta la manifestazione.

 

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Dopo essersi riuniti nel Parco del Cinquantenario attorno alle 10 del mattino, i manifestanti hanno cominciato a percorrere in corteo il quartiere diplomatico sotto una intermittente pioggia gelata che gli ha accompagnati fino alla piazza Jean Rey, dove gli interventi pronunciati dal palco si sono conclusi alle 16. È stata la più grande manifestazione svoltasi a Bruxelles. Il video integrale dei discorsi tenuti al termine del corteo si può vedere alla pagina web https://www.vilaweb.cat/noticies/la-manifestacio-de-brusselles-sencera-en-video/

 

 

 

 

Una lettura contro vecchi miti e facili semplificazioni: “Terra Lliure (1975 – 1985)”.

Il libro di Jaume Fernàndez Calvet Terra Lliure (1979- 1985) è il racconto, pressoché sconosciuto in Italia, degli inizi dell’organizzazione armata catalana (e allo stesso tempo di una militanza personale) attraverso le cui vicende emerge una visione critica degli anni della cosiddetta transizione spagnola. Tra la morte di Franco, avvenuta il 20 novembre del 1975 e la metà degli anni ’80, la società spagnola e quella catalana attraversano un processo di cambiamento politico e istituzionale tutt’altro che consensuale (come invece pretende la versione addomesticata dei fatti). In quegli anni il conflitto sociale, declinato come lotta per l’emancipazione nazionale e di classe, è straordinariamente presente così come dimostrano le decine di azioni di ETA, di Terra Lliure e di altre formazioni di ispirazione marxista-leninista. Eppure nella ricostruzione  storica di quegli anni sembra egemonico il racconto dei vincitori, secondo il quale la transizione spagnola rappresenta un modello esemplare di riforma condivisa. Seppur a fatica però, si è costruita anche un’altra memoria, come dimostra il libro di Jaume Fernàndez, redatto nella prigione madrilena di Carabanchel, dove l’autore viene rinchiuso nel 1985 con l’accusa di banda armata e dove sconta 5 anni di prigione, seguiti da altri 2 trascorsi alla Model di Barcelona, prima di essere scarcerato nel 1992.

Dopo la chiusura della storica casa editrice El Llamp, Terra Lliure (1975 – 1985) non viene mai rieditato, nonostante sia uno dei primi contributi che ricostruisce con documenti dell’epoca e la testimonianza diretta dell’autore la fase dell’indipendentismo armato in Catalunya, un movimento formatosi sul finire del franchismo, per certi versi analogo alle avanguardie marxiste-leniniste, per altri simile alle formazioni armate che in quegli anni perseguivano la liberazione nazionale. E per quanto conclusa, non si può prescindere dalla vicenda di questo settore della sinistra indipendentista se si vuole mettere a fuoco correttamente la transizione spagnola, un processo la cui natura non si comprende se non si tengono in conto anche alcune decine di prigionieri politici, un pugno di militanti morti in azione e centinaia di sabotaggi contro le istituzioni politiche ed economiche dello stato spagnolo riconducibili a Terra Lliure.

E in questa particolare lettura dei fatti risiede l’interesse del libro di Jaume Fernàndez. L’autore ricorda che nella congiuntura storica della transizione, l’indipendentismo di sinistra, impermeabile alla retorica della riconciliazione nazionale, costruisce il Comitato catalano contro la costituzione spagnola (1978) inteso come il primo passo “per definire una nuova strategia non riformista, che si contrapponesse in modo efficace ai piani dello stato e della borghesia al potere”. Secondo Jaume Fernàndez il passo successivo nella definizione della rotta è “la creazione di un’organizzazione militare capace di animare la lotta, aprire nuovi fronti d’azione e consolidare quelli già esistenti, acuire le contraddizioni del potere e dei riformisti e combattere le continue aggressioni al popolo lavoratore catalano”: Terra Lliure.

Il libro propone una ricostruzione storica sintetica ma corroborata da un’interessante appendice nella quale si pubblicano integralmente sia la Dichiarazione di principi dell’organizzazione (diffusa nel 1984) che alcuni documenti dal carcere e dall’esilio, oltre a una cronologia dell’epoca. Accanto a questo approccio di taglio storico, il militante della sinistra indipendentista rievoca con un tono più narrativo alcuni avvenimenti vissuti in prima persona (tra cui la rocambolesca fuga che nel 1981 gli permette di sfuggire ad un tentativo di detenzione) ed altri di particolare rilievo.

La lettura dell’opera suggerisce la funzione di anello di trasmissione fondamentale dell’indipendentismo (e di un punto di vista di rottura radicale) svolto da Terra Lliure, in un periodo in cui le classi popolari sono abbandonate al riformismo della borghesia catalana e spagnola da un lato e dei partiti storici del movimento operaio dall’altro. A proposito degli anni della transizione, nella Dichiarazione di principi dell’organizzazione  si legge: “… ciascuno ha svolto il suo ruolo, ciascuno ugualmente chiave e necessario per portare a termine la riforma: i più compromessi con il franchismo … e i dirigenti dell’opposizione democratica e dei sindacati che hanno fatto da freno alla forza e alla combattività di ampi settori di lavoratori che avevano sperato sinceramente in una alternativa al franchismo molto più libera e radicale di quella rappresentata dallo stato poliziesco delle autonomie”. E ancora riferendosi al ruolo svolto dalla sinistra spagnola nel corso della transizione: “… le forze riformiste sono riuscite a realizzare con successo la loro missione di smobilitazione come primo e imprescindibile passo per raggiungere la stabilità e l’integrazione sociale necessarie nel quadro della democrazia borghese che ci hanno imposto”. In questo senso la Dichiarazione di principi afferma che “… il passaggio dal franchismo alla democrazia è una pura e semplice necessità di continuità dello stesso sistema capitalista”.

Terra Lliure 1975 – 1985 contribuisce a confutare il mito del catalanismo inteso come un movimento borghese, incompatibile ed estraneo alle rivendicazioni dei lavoratori: un mito costruito e sostenuto da una parte della sinistra spagnola, che riemerge di tanto in tanto ancora oggi e che dovrebbe suscitare seri dubbi sull’internazionalismo dei suoi sostenitori. Per Terra Lliure la lotta per l’emancipazione nazionale si completa con la lotta di classe, considerate due facce della stessa moneta. La Dichiarazione di principi afferma: “Per noi il concetto di Rivoluzione socialista è inscindibile dalla rivendicazione dell’indipendenza perché crediamo che il mantenimento dell’occupazione e del dominio della nostra nazione rispondono alla necessità del capitalismo spagnolo e francese di facilitare l’estrazione di reddito dalle nostre terre e dal nostro lavoro”. “In più” prosegue il documento, “crediamo che il raggiungimento dell’indipendenza sia l’unica forma a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici dei Països Catalans per garantire la distruzione totale del potere capitalista che ci sfrutta e pertanto l’unica via per costruire il Socialismo”. Terra Lliure aderisce al marxismo e persegue chiaramente come uno dei suoi obbiettivi fondamentali la costruzione di una società socialista. Ancora nella Dichiarazione di principi dell’organizzazione si legge: “La nostra alternativa alla società dell’oppressione e dello sfruttamento nella quale viviamo si può riassumere negli obbiettivi globali della realizzazione della Rivoluzione Socialista nei Països Catalans, dell’Indipendenza e della Riunificazione”. Eppure una parte della sinistra spagnola accusa l’indipendentismo di essere un movimento borghese, ripetendo periodicamente la propria scomunica. Ma da quale pulpito? Negli anni della transizione PSOE, PCE e PSUC, gli ultimi due partiti attestati sulla linea eurocomunista, sono la stampella essenziale per portare a termine l’operazione di mero maquillage grazie alla quale il nucleo duro del fascismo spagnolo non solo conserva il proprio potere politico e i propri privilegi economici ma ottiene anche la garanzia dell’impunità per i crimini commessi durante la dittatura. Così se è vero che si possono ravvisare errori tattici o strategici più o meno rilevanti nell’indipendentismo di quegli anni, l’accusa di essere un movimento borghese sembra invece un espediente della sinistra spagnola diretto a mascherare l’inadeguatezza del proprio riformismo.

Fernàndez prende le mosse dalla genesi del ciclo indipendentista nato alla fine degli anni ’60, ne ricostruisce il brodo di coltura e le prime esperienze organizzative, dalla nascita del PSAN alla sua scissione, dalla dichiarazione congiunta del PSAN-p con ETA e UPG inspirata alla solidarietà internazionalista, fino agli inizi di Terra Lliure. La nuova formazione armata si presenta il 26 gennaio del 1979 a Barcelona (anniversario dell’entrata in città delle truppe di Franco) con un assalto a un furgone portavalori di Banca Catalana nel corso del quale i grisos (la polizia dall’uniforme grigia dell’epoca franchista) spara e ferisce Martí Marcó, morto tre giorni dopo in ospedale. Alcuni mesi più tardi, un’altra azione si conclude di nuovo tragicamente: Fèlix Goñi muore in seguito all’esplosione di un artefatto che stava collocando davanti ad una concessionaria Renault alla Travessera di Gràcia. Negli anni seguenti si susseguono decine di attentati alle officine di FECSA (il monopolio privato dell’energia elettrica), alle sedi dei ministeri delle finanze, della giustizia, della Guàrdia Civil e dei tribunali spagnoli. Il libro ricorda anche il caso del giornalista Jiménez Losanto che, dopo aver promosso un’odiosa campagna contro l’uso del català, viene ferito alle gambe da Terra Lliure, oltre ai tentativi, riusciti e no, di attaccare le caserme della Guàrdia Civil con dei mortai fabbricati artigianalmente.

La ricostruzione sia del dibattito politico che della cronaca dell’epoca fanno di Terra Lliure (1979- 1985) una lettura di grande interesse per chi voglia approfondire la conoscenza del movimento indipendentista e della sua storia. Tra le opere che si occupano del tema e che meritano di essere conosciute, il libro di Jaume Fernàndez, scritto e pubblicato mentre l’organizzazione è ancora in piena attività, ha il pregio di consegnarne perciò una fotografia in presa diretta, che ne restituisce tutto il movimento, con pregi, difetti, intuizioni, ingenuità e errori inclusi: un documento necessario per svolgere una lettura critica dei fatti.

“Referendum 2017”: cambiamento o regressione autoritaria.

Il lavoro collettivo Referendum 2017: la clau que obre el pany, pubblicato dalle edizioni El Jonc alcune settimane prima dell’1 ottobre, offre alcuni utili contributi per contestualizzare il referendum d’autodeterminazione a Catalunya; un evento apparso a margine del dibattito politico italiano, trattato in una prima fase quasi come un fatto incomprensibile, un vero e proprio oggetto non identificato e via via affermatosi come un tema significativo per la cornice europea, soprattutto grazie all’opera dei mezzi d’informazione lontani dallo scenario mainstream.

E il contesto internazionale, segnato dall’irruzione della potente crisi del 2008, è fin dall’inizio ben presente nel libro: secondo l’autrice dell’introduzione Anna Gabriel, la crisi economica si è intrecciata nei Països Catalans con altri elementi originali quali la crisi delle relazioni con lo stato spagnolo e la crisi della rappresentanza. Preso atto dell’esaurimento del sistema delle autonomie, denunciato come uno strumento del nazionalismo spagnolo, ostile ai diritti sociali, economici, politici e persino culturali, la deputata della CUP presenta il referendum d’autodeterminazione come il mezzo più adeguato per articolare una risposta popolare alla crisi istituzionale, allo stesso tempo “anticamera di un processo constitutente che possa interessare anche le altre crisi”, a cominciare da quella generata dal capitalismo finanziario.

Secondo questa prospettiva, le radici della attuale crisi istituzionale affondano nel processo della cosiddetta transizione spagnola. Referendum 2017 ne denuncia apertamente la rappresentazione idillica, spesso narrata da storici e giornalisti in modo manicheo, se non servile, fino a sfociare in un ritratto ampiamente consenziente con i vizi d’origine delle nuove istituzioni, sorte senza alcuna rottura dopo la placida morte del lider del fascismo spagnolo. Tra i molti esempi che testimoniano la continuità tra il franchismo e il nuovo regime, David Fernàndez ricorda la vicenda del Tribunal de Orden Público, organo repressivo che tra il 1964 e il 1976 apre più di 22.000 processi riguardanti oltre 50.000 persone: “presieduto da Mateo Casanovas, si dissolse il 4 gennaio del 1977. Il 5 gennaio dello stesso anno nasceva, nello stesso luogo, con la stessa presidenza e con gli stessi giudici l’Audiència Nacional, che ancora oggi ci processa, ci giudica e alla quale disobbediamo. E la chiamarono democrazia”. Non è una mera coincidenza il fatto che l’Audiència Nacional sia il tribunale che ha recentemente decretato il carcere preventivo per Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, accusati di sedizione e ribellione. L’ex deputato della CUP ricorda inoltre che la stagione della transizione costò 188 morti causati dalle forze dell’ordine e dalla ultradestra, di solito dimenticati nel racconto addomesticato di quegli anni.

L’operazione transizione spagnola, che salva il nucleo duro del regime franchista e lo traghetta nell’era democratica, è analizzata con cura da Blanca Serra. Secondo la militante indipendentista, le elite politiche ed economiche spagnole e catalane hanno portato a termine alcune operazioni fondamentali e gattopardesche per cambiare tutto senza che niente cambi: 1) il ritorno del Presidente della Generalitat Tarradellas dall’esilio, che oggettivamente favoriva il catalanismo moderato a scapito di quello popolare e della sinistra in genere; 2) i Patti della Moncloa del 1977, con i quali Comissiones Obreras e il PCE di Carrillo accettavano la carota del diritto d’associazione sindacale e politica in cambio del bastone della libertà di licenziamento, dei limiti salariali e della sopravvivenza di un tribunale politico ribattezzato Audiència Nacional; 3) la costruzione di un movimento anticatalanista al País Valencià; 4) il riciclaggio della monarchia, che davanti al tentato colpo di stato dei militari del 1981 si può addirittura presentare come campione della democrazia; 5) la costruzione del mito della transizione modello, un racconto che eludeva la repressione sia del movimento basco che di quello catalano e della dissidenza politica in genere; 6) la costituzione del ’78, che benedice un modello duro di capitalismo, consacra la monarchia, afferma la supremazia del castigliano sulle altre lingue, ignora deliberatamente l’esistenza di differenti nazioni, incarica l’esercito della difesa dell’unità dello stato spagnolo e mette una pietra tombale sui crimini e le responsabilità del franchismo. Sei operazioni che hanno beneficiato del disinteresse o della complicità della sinistra spagnola (PSOE, PCE-PSUC) così come dei moderati catalani (Convergència Democràtica de Catalunya e Unió Democratica de Catalunya). Secondo Blanca Serra il comunismo spagnolo, declinato come “eurocomunismo, si inclinó per un’azione e una retorica di riconciliazione nazionale che lo portò a innumerevoli scissioni e alla perdita progressiva dello spirito di rottura rispetto alla monarchia, agli apparati dello stato e alla sua politica sociale. È sintomatico che il PCE fosse legalizzato prima di Esquerra Republicana de Catalunya…”.

E l’analisi di classe della vicenda catalana, implicitamente proposta alla sinistra spagnola e degli altri paesi, è al centro del contributo di Mireia Vehí e Albert Noguera. La deputata e il militante della CUP affermano che la piccola e media borghesia catalana abbracciano l’opzione dell’indipendenza in seguito al passaggio dal modello economico industriale a quello speculativo, immobiliario e finanziario, che comporta per questi settori una perdita d’importanza politica e acquisitiva. Se in un primo momento la rivendicazione indipendentista è solo una forma di pressione per ottenere nuovi benefici, davanti alla risposta centralizzatrice dello stato si trasforma in una opzione strategica. Contemporaneamente gli autori invitano a riconoscere l’ampia base sociale dell’indipendentismo che, senza dimenticare l’eredità storica, si allarga nelle classi popolari in misura proporzionale all’accentuazione dei tratti antidemocratici della costituzione del ’78: “per questi settori sociali, la lotta di classe a Catalunya, la possibilità di definire un patto di fondazione che non riproduca gli interessi delle elite, attualmente prende la forma della lotta nazionale, nella misura in cui solo generando un processo di rottura nazionale è possibile aprire un processo costituente”. I due autori non negano l’esistenza di una elite catalana propensa a indirizzare verso una base conservatrice il processo di emancipazione, però sottolineano che la rottura nazionale diviene allo stesso tempo una “leva per delegittimare il regime del ’78 e precisamente perciò offre opportunità democratiche per le classi popolari, tanto a Catalunya come nello stato”. Secondo Mireia Vehí e Albert Noguera, gli attuali rapporti di forza non consentono un cambiamento a livello centrale dello stato (basti ricordare che PP e PSOE controllano saldamente il Congresso e che il PP ha addirittura la maggioranza assoluta al Senato). I due autori sostengono che il cambiamento è possibile invece in altri punti (più deboli) del sistema e alludono al suggestivo tema del foco (elaborato dalle guerriglie in centro e sud america) reinterpretandolo in chiave disarmata e catalana: “oggi l’unica strategia per mettere in scacco il regime del ’78 non è il centralismo constituente bensì il fochismo costituente. Questa strategia obbliga la sinistra dello stato spagnolo a passare da una concezione conservatrice a una concezione trasformatrice del federalismo”, da intendere cioè non come mera redistribuzione di competenze tra le comunità autonome integrate nello stato spagnolo ma come “riconoscimento del diritto all’autodeterminazione costituente dei differenti popoli”. Una volta acceso, il foco del processo costituente a Catalunya potrebbe contagiare altre regioni, a cominciare da Euskal Herria.

Referendum 2017 si chiude con una considerazione finale di David Fernàndez secondo il quale oggi si decide lo scenario dei prossimi quarant’anni a Catalunya: da una parte un’opportunità democratica e trasformatrice, dall’altra la regressione autoritaria. Prima e dopo l’1 ottobre, queste differenti pulsioni politiche attraversano il paese dando vita a un processo che sembra tutt’altro che concluso. La reazione del governo centrale del PP allo svolgimento del referendum d’autodeterminazione, con le cariche della polizia e l’uso delle pallottole di gomma, ha ribadito il volto antidemocratico delle classi dirigenti spagnole, disposte all’uso della forza per conservare il proprio potere e i propri privilegi. Ma ha ribadito anche e soprattutto l’importanza di un referendum che, tenuto conto del contributo della Generalitat, non si sarebbe potuto svolgere senza l’organizzazione e la determinazione popolare. Un dato di fatto tanto importante, se non addirittura più importante, della schiacciante maggioranza dei si all’indipendenza. Davanti alla violenza della Policia Nacional e della Guardia Civil, è stata la popolazione che ha garantito lo svolgimento del referendum, fatto che ha segnato una significativa vittoria dell’indipendentismo popolare e della sinistra anticapitalista, un punto di chiara rottura degli equilibri costituiti che indica la rotta futura per chi voglia continuare la lotta per l’emancipazione nazionale e sociale a Catalunya.

 

 

La Repubblica paese per paese.

Nonostante l’aggressione poliziesca ai seggi elettorali, il referendum del 1 ottobre ha sancito in maniera chiara la volontà del popolo catalano di dichiarare la Repubblica. Nei giorni seguenti la consulta però, i poteri forti catalani e spagnoli hanno dato vita a una vera e propria campagna volta a spaventare la cittadinanza, basata sul ricatto economico delle grandi imprese che hanno traferito la propria sede a Madrid. Il governo di Mariano Rajoy è ricorso inoltre alla minaccia di sciogliere il Parlamento e destituire il governo catalano grazie a una interpretazione estensiva dell’art.155 della costituzione spagnola. Ciononostante la ferma volontà esibita dalla popolazione il 1 ottobre è stata ribadita in questi giorni da numerose iniziative: dallo sciopero degli studenti universitari a Barcelona e Girona alle numerose manifestazioni, tra cui quella organizzata dall’Assemblea agricola di Ponent (volta a dichiarare l’indipendenza nei consigli comunali e nelle piazze e a proclamare la Repubblica), dalle iniziative dei comitati di difesa del referendum a quelle convocate dalla CUP.

Contemporaneamente però, alcuni settori della elite economica catalana hanno esercitato forti pressioni sul presidente Puigdemont affinché ritrattasse la dichiarazione d’indipendenza e convocasse nuove elezioni. Curiosamente i settori più conservatori catalani hanno rivolto al presidente della Generalitat lo stesso invito al dialogo con il governo del PP invocato senza successo anche dal sindaco di Barcellona Ada Colau: i settori più conservatori della borghesia catalana coincidono con la complessa galassia catalana di Podemos nella rimozione del referendum d’autodeterminazione svoltosi l’1 ottobre.

Ma nei municipi catalani, dove alle ultime comunali la popolazione ha eletto un solo sindaco del Partido Popular e neppure uno di Ciudadanos, la volontà di dichiarare l’indipendenza e proclamare la Repubblica sembra immutata. Così la campagna dell’Assemblea agricola di Ponent si sta svolgendo in numerosi comuni all’insegna dello slogan Usciamo al balcone, proclamiamo la Repubblica paese per paese. Il testo della dichiarazione rompe gli indugi e rivendica l’esercizio della democrazia diretta che con il referendum dell’1 ottobre ha sancito l’autodeterminazione di Catalunya.

 

Usciamo al balcone, proclamiamo la Repubblica paese per paese.

L’1 ottobre non è stato un miraggio. Noi, popolo di Catalunya, abbiamo difeso il referendum d’autodeterminazione e l’abbiamo garantito con la nostra ansia di libertà, i nostri mezzi e i nostri corpi. Abbiamo esercitato la democrazia diretta per porre fine al dibattito animato dalla consulta cittadina di Arenys de Munt del 2009 e da tutte quelle che sono venute in seguito. L’1 ottobre abbiamo trasformato una convocazione elettorale smantellata dalla repressione dello stato in un referendum d’autodeterminazione.

Abbiamo dormito nei collegi, gli abbiamo presidiati all’alba e abbiamo vegliato le urne. Di buon mattino, abbiamo trasformato le manganellate in voti. E nel corso della giornata abbiamo convertito il clima di panico che voleva diffondere il governo spagnolo in participazione, in risultati elettorali e in volontà popolare. L’1 ottobre non siamo usciti di casa per scegliere dei rappresentanti né delegargli alcuna responsabilità. Al contrario, siamo usciti per rispondere a una domanda che milioni di persone hanno posto sulla tavola un anno dopo l’altro. Una questione che nessun parlamento, nessun congresso, nessun senato avevano potuto risolvere.

E oggi non usciamo per difendere qualcosa bensì per proclamare tutto. Le minacce dello stato non ci fanno paura, né generano incertezza, né ci rimettono un’altra volta in balia dei patti. L’1 ottobre siamo rinati come popolo e abbiamo detto si alla indipendenza politica e economica di questa terra.

Perciò come vicini e vicine del nostro paese, oggi qui riuniti liberamente, proclamiamo con tutto il cuore e a piena voce la repubblica indipendente di Catalunya, quella di tutte le persone, di tutte le nazionalità presenti, di tutte le lingue, di tutti i generi, di tutte le specie, dei municipi, delle comarche, la nostra, quella del popolo organizzato dal basso.

Visca la terra!

E visca la repubblica!

 

Il testo originale del manifesto si può leggere alla pagina https://www.llibertat.cat/2017/10/una-desena-de-municipis-declararan-avui-la-independencia-i-proclamaran-la-republica-40324

 

 

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