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Lo strabismo selettivo di Pablo Iglesias.

A Barcelona per assistere a un’assemblea pre-elettorale di Podemos, Pablo Iglesias ha accusato gli indipendentisti catalani di aver contribuito, “forse senza volerlo, forse intenzionalmente, a risvegliare il fantasma che rappresenta la più grande minaccia per la democrazia: il fantasma del fascismo”. Che nel regime neoborbonico il fascismo fosse una minaccia era già evidente dopo le numerose aggressioni che nelle settimane scorse hanno accompagnato le manifestazioni unioniste così come dopo le reazioni entusiaste con cui la popolazione di varie città spagnole ha salutato la partenza della Policia Nacional e della Guàrdia Civil dirette a Catalunya per reprimere il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre.

Ma il compagno Pablo Iglesias accusa gli indipendentisti di essere i responsabili diretti di questo rigurgito fascista. Come se in Spagna non prosperasse da decenni indisturbata la Fondazione Francisco Franco; come se non esistessero ancora decine di fosse comuni della guerra del 1936/’39 dimenticate anche dalla sedicente sinistra; o come se non fosse mai esistita una guerra sporca dello stato contro la sinistra abertzale basca. Con la propria affermazione Iglesias conferma implicitamente una delle tesi dell’indipendentismo anticapitalista catalano: la transizione spagnola non ha voltato pagina con il fascismo, le cui antiche propaggini si sono mantenute vive finoggi nei gangli del potere politico ed economico dello stato. Ma le parole del lider di Podemos suonano inquietanti soprattutto perché sembrano suggerire che davanti al rischio rappresentato dal fascismo si debba praticare una sorta di autocensura e rinunciare alla propria lotta, secondo una logica perversa che invita alla smobilitazione e che sembra preferire non disturbare il manovratore.

La dichiarazione di Iglesias permette anche un’altra riflessione: se come dice il lider di Podemos il movimento indipendentista ha risvegliato il fascismo spagnolo è perché ne ha messo in discussione le basi di sopravvivenza in Catalunya (e nel resto dello stato) svolgendo un referendum d’autodeterminazione che è esploso come una bomba sotto le poltrone delle elite politiche ed economiche del paese, le cui radici affondano nel vecchio regime. Tanto che le grandi imprese, spaventate dalla Repubblica catalana, hanno manifestato immediatamente l’intenzione di lasciare il paese, lasciando ben chiaro su quale fronte si schierava il grande capitale. Alla luce di questi fatti è lecito chiedersi perché Iglesias non si schiera al fianco del movimento indipendentista nella lotta per il cambiamento istituzionale e la trasformazione sociale del paese. La proposta politica di Podemos potrebbe lottare per l’egemonia e decantare verso le proprie posizioni, sul terreno economico e sociale, larghi strati della popolazione catalana. Ma Podemos sembra preferire non disturbare il manovratore, non rischiare di risvegliare il franchismo e accomodarsi in un regime neoborbonico, ampiamente attraversato dall’eredità fascista, all’interno del quale occupare un certo numero di seggi parlamentari. Un cinismo che secondo il politologo Jordi Muñoz viene da lontano: è una reazione “ricalcata su quella del 2006 per la riforma dello Statuto, quella del 1932 per lo Statuto di Núria e quella del 1918/’19. Tutti gli ingredienti sono uguali”. Si tratta cioè della stessa reazione di rifiuto, rigetto e repressione, che il nazionalismo spagnolo ha storicamente riservato ad ogni affermazione della sovranità catalana.

È interessante infatti notare che quando si parla di Catalunya, Iglesias ravvisa la radice di tutti i problemi nell’indipendentismo, mettendone all’indice il progetto democratico di rottura istituzionale, maggioritario nel Parlamento catalano prima che Rajoy lo dissolvesse grazie all’appliazione dell’art.155 della Costituzione spagnola. E che portava e ancora porta in sé la proposta di una trasformazione sociale sostenuta dalla sinistra anticapitalista e indipendentista che Iglesias sembra disprezzare, vittima di uno strabismo selettivo che gli ha già passato il conto della rottura di Podemos Catalunya, con l’uscita dell’ex lider del gruppo Albano Dante Fachin e dei suoi sostenitori, ora vicini alla sinistra indipendentista. Dopo la rottura con Podemos, Fachin ha sostenuto che “Marx e Lenin avrebbero dato qualsiasi cosa per una sollevazione come quella dell’1 ottobre”, in aperta polemica con Iglesias che ha considerato la consulta una mera mobilitazione come tante altre, se non addirittura una mera questione di lotta tra Puigdemont e Rajoy, invitando a non partecipare al voto. Uno strabismo selettivo che oltre alla scissione potrebbe costare a Iglesias qualcosa di più sul piano della coerenza e della credibilità se Podemos continua a mantenersi equidistante sia dal cosiddetto blocco del 155 (PP, PSC e Ciudadanos) che dagli indipendentisti (la lista di Puigdemont, ERC e la sinistra indipendentista e anticapitalista della CUP). La formazione del si se puede infatti riafferma oggi la propria equidistanza tra i politici indipendentisti sottoposti al carcere preventivo per aver organizzato il referendum e le decine di politici corrotti del PP che attendono in regime di libertà un giudizio prevedibilmente mite; equidistanza tra la dichiarazione della Repubblica e il discorso con il quale Felip VI si è schierato a fianco di PP, PSOE e Ciudadanos; equidistanza tra un popolo che esercita e difende la democrazia diretta e un governo che invia migliaia di effettivi provenienti da altre regioni dello stato ad operare in Catalunya come una vera e propria forza d’occcupazione. Una sorta di né aderire né sabotare aggiornato a Catalunya che colloca Podemos in un limbo molto vicino al blocco del 155. Come ha recentemente dichiarato Albano Dante Fachin, “che PP, PSOE e Ciudadanos puntellino il regime del ’78 non meraviglia, che lo faccia Podemos-Catalunya en Comú mi sembra terribile”.

 

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Tra gli europeisti critici, gli scettici e i contrari all’UE: indipendentisti a Bruxelles.

La manifestazione per l’indipendenza di Catalunya e la liberazione dei detenuti politici che si è svolta a Bruxelles lo scorso giovedi 7 dicembre ha rappresentato un significativo e insolito evento che merita una cronaca e alcune considerazioni a margine del dibattito in corso.

Il primo dato da valutare è la straordinaria partecipazione: centinaia di auto private e decine di autobus sono partite da numerose città e paesi di Catalunya dando vita a una carovana riconoscibile lungo gli oltre 1.000 chilometri del cammino grazie ai cartelli rivendicativi e alle estelades in bella mostra, mentre l’ANC ha organizzato anche alcuni voli Barcelona-Bruxelles. La polizia belga ha stimato i partecipanti alla manifestazione in circa 45.000 persone, che hanno approfittato della festa della costituzione del 6 e della purissima dell’8 dicembre per portare nel cuore dell’Unione Europea la propria lotta, “denunciare la mancanza di democrazia dello stato spagnolo e rivendicare la libertà d’espressione e la liberazione dei prigionieri politici”, come si legge nel manifesto dell’ANC. Il movimento indipendentista non sembra cioè soffrire il temuto effetto riflusso che si sarebbe potuto verificare dopo l’applicazione dell’art. 155, lo scioglimento del Parlamento catalano e la destituzione del Presidente della Generalitat. Già due giorni prima della manifestazione la Grand Place di Bruxelles si è riempita di manifestanti catalani che si sono dati appuntamento nel salotto della città per rendere ben visibile la propria presenza. E la Grand Place è uno scenario suggestivo non solo per il turismo di massa: qui all’osteria Le Cisne (oggi un ristorante) Karl Marx organizzò con l’Associazione dei lavoratori tedeschi il capodanno del 1847/’48, nel periodo in cui scriveva nel quartiere di Ixelles Il manifesto del partito comunista.

 

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Il secondo dato che merita un approfondimento è rappresentato dalla critica, dalle sfumature differenti, che il movimento indipendentista rivolge all’unione Europea. L’ANC ha manifestato all’insegna dello slogan “Wake up Europe. Democracy for Catalonia”: un invito alle istituzioni europee perché considerino ciò che sta accadendo a Catalunya non come una mera questione interna allo stato spagnolo bensì una questione di principio che interroga la natura stessa dell’Unione. I rappresentanti dell’ANC non si riconoscono nella definizione di euroscettici e si propongono invece come europeisti critici, impegnati a tessere alleanze con i deputati dell’eurocamera sensibili alla loro rivendicazione (a cominciare da alcuni membri del GUE e del gruppo dei verdi). Ma a giudicare dai cartelli e dagli slogan della manifestazione, sono sempre meno coloro i quali nutrono delle speranze su un pronunciamento degli organismi istituzionali europei.

 

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Un sentimento di disillusione che sembra essere penetrato anche nel discorso dei settori moderati del movimento. Nel suo intervento a chiusura della manifestazione, il Presidente in esilio Carles Puigdemont ha affermato infatti: “vogliamo un Europa che non debba vergognarsi quando altri paesi dove non vige la democrazia vengono a domandarle: dunque ciò che state facendo oggi a Catalunya vale come regola del gioco per tutto il mondo? Allora anche noi potremo calpestare i diritti fondamentali dei nostri cittadini e questa volta l’Europa non ci dirà niente. È così? Però no. Noi vogliamo invece un Europa che ascolti i propri cittadini e non solo gli stati … più rispetto per la partecipazione, per le minoranze e per la diversità e meno, molto meno per gli interessi di gruppi e settori economici legati ad alcuni governanti che, tra l’altro, non si caratterizzano precisamente per la loro onestà”.

 

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Una critica che è decisamente più marcata nel discorso di Joan Coma, consigliere comunale della CUP a Vic che, dopo aver salutato “Gerusalemme capitale indiscutibile della Palestina”, ha denunciato “il deficit di democrazia dello stato spagnolo e la imprescindibile e inaccettabile complicità di questa unione europea con l’operazione repressiva che patisce il movimento indipendentista. L’aggressività dello stato non sarebbe possibile senza la complicità dell’attuale unione europea”. Il rappresentante della sinistra anticapitalista ha inoltre messo in questione le politiche dell’Unione: “non dimentichiamoci che la logica ricentralizzatrice dello stato è parallela alla logica delle politiche dettate dalla Unione Europea e dalla troika. Di fatto queste logiche si alimentano reciprocamente: nell’attuale cornice costituzionale spagnola è impossibile sviluppare leggi sociali per le classi popolari. È dunque imprescindibile costruire la legalità repubblicana. Ed è anche necessario costruire una Europa e un Mediterraneo della pace, della solidarietà e della fraternità. Una Europa e un Mediterraneo dei popoli e per i popoli”. In questa prospettiva “la Repubblica catalana deve essere il nostro piccolo grande contributo alla costruzione di un’altra Spagna e di un’altra Europa”.

 

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Un ulteriore dato che merita una riflessione è il sostegno diffuso in tutti i settori della manifestazione alla figura del Presidente in esilio: oltre a nutrirsi dei propri militanti ed elettori, il consenso di cui beneficia attualmente Carles Puigdemont è rafforzato dall’esilio, una costrizione sofferta da molti Presidenti della Generalitat di Catalunya, tra cui Francesc Macià, Lluís Companys, Josep Irla e Josep Tarradellas, per rimanere al solo arco di tempo che va dalla fine della dittatura di Primo de Rivera all’inizio della transizione. Una lista di presidenti esiliati, rappresentanti delle legittime istituzioni catalane, che testimoniano la lotta secolare per la propria liberazione e la coscienza collettiva del popolo catalano, oggi rivendicate dal movimento indipendentista. Così nella manifestazione è risuonato a lungo lo slogan è Puigdemont il nostro Presidente, che ben sintetizza l’attaccamento degli indipendentisti alle proprie istituzioni. Allo stesso modo la rivendicazione della libertà per i detenuti politici, Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Cuixart e Joachim Forn, a vario titolo accusati di aver reso possibile il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e di aver organizzato una strategia diretta a sovvertire l’ordine costituzionale spagnolo, è straordinariamente diffusa in tutta la manifestazione.

 

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Dopo essersi riuniti nel Parco del Cinquantenario attorno alle 10 del mattino, i manifestanti hanno cominciato a percorrere in corteo il quartiere diplomatico sotto una intermittente pioggia gelata che gli ha accompagnati fino alla piazza Jean Rey, dove gli interventi pronunciati dal palco si sono conclusi alle 16. È stata la più grande manifestazione svoltasi a Bruxelles. Il video integrale dei discorsi tenuti al termine del corteo si può vedere alla pagina web https://www.vilaweb.cat/noticies/la-manifestacio-de-brusselles-sencera-en-video/

 

 

 

 

Una lettura contro vecchi miti e facili semplificazioni: “Terra Lliure (1975 – 1985)”.

Il libro di Jaume Fernàndez Calvet Terra Lliure (1979- 1985) è il racconto, pressoché sconosciuto in Italia, degli inizi dell’organizzazione armata catalana (e allo stesso tempo di una militanza personale) attraverso le cui vicende emerge una visione critica degli anni della cosiddetta transizione spagnola. Tra la morte di Franco, avvenuta il 20 novembre del 1975 e la metà degli anni ’80, la società spagnola e quella catalana attraversano un processo di cambiamento politico e istituzionale tutt’altro che consensuale (come invece pretende la versione addomesticata dei fatti). In quegli anni il conflitto sociale, declinato come lotta per l’emancipazione nazionale e di classe, è straordinariamente presente così come dimostrano le decine di azioni di ETA, di Terra Lliure e di altre formazioni di ispirazione marxista-leninista. Eppure nella ricostruzione  storica di quegli anni sembra egemonico il racconto dei vincitori, secondo il quale la transizione spagnola rappresenta un modello esemplare di riforma condivisa. Seppur a fatica però, si è costruita anche un’altra memoria, come dimostra il libro di Jaume Fernàndez, redatto nella prigione madrilena di Carabanchel, dove l’autore viene rinchiuso nel 1985 con l’accusa di banda armata e dove sconta 5 anni di prigione, seguiti da altri 2 trascorsi alla Model di Barcelona, prima di essere scarcerato nel 1992.

Dopo la chiusura della storica casa editrice El Llamp, Terra Lliure (1975 – 1985) non viene mai rieditato, nonostante sia uno dei primi contributi che ricostruisce con documenti dell’epoca e la testimonianza diretta dell’autore la fase dell’indipendentismo armato in Catalunya, un movimento formatosi sul finire del franchismo, per certi versi analogo alle avanguardie marxiste-leniniste, per altri simile alle formazioni armate che in quegli anni perseguivano la liberazione nazionale. E per quanto conclusa, non si può prescindere dalla vicenda di questo settore della sinistra indipendentista se si vuole mettere a fuoco correttamente la transizione spagnola, un processo la cui natura non si comprende se non si tengono in conto anche alcune decine di prigionieri politici, un pugno di militanti morti in azione e centinaia di sabotaggi contro le istituzioni politiche ed economiche dello stato spagnolo riconducibili a Terra Lliure.

E in questa particolare lettura dei fatti risiede l’interesse del libro di Jaume Fernàndez. L’autore ricorda che nella congiuntura storica della transizione, l’indipendentismo di sinistra, impermeabile alla retorica della riconciliazione nazionale, costruisce il Comitato catalano contro la costituzione spagnola (1978) inteso come il primo passo “per definire una nuova strategia non riformista, che si contrapponesse in modo efficace ai piani dello stato e della borghesia al potere”. Secondo Jaume Fernàndez il passo successivo nella definizione della rotta è “la creazione di un’organizzazione militare capace di animare la lotta, aprire nuovi fronti d’azione e consolidare quelli già esistenti, acuire le contraddizioni del potere e dei riformisti e combattere le continue aggressioni al popolo lavoratore catalano”: Terra Lliure.

Il libro propone una ricostruzione storica sintetica ma corroborata da un’interessante appendice nella quale si pubblicano integralmente sia la Dichiarazione di principi dell’organizzazione (diffusa nel 1984) che alcuni documenti dal carcere e dall’esilio, oltre a una cronologia dell’epoca. Accanto a questo approccio di taglio storico, il militante della sinistra indipendentista rievoca con un tono più narrativo alcuni avvenimenti vissuti in prima persona (tra cui la rocambolesca fuga che nel 1981 gli permette di sfuggire ad un tentativo di detenzione) ed altri di particolare rilievo.

La lettura dell’opera suggerisce la funzione di anello di trasmissione fondamentale dell’indipendentismo (e di un punto di vista di rottura radicale) svolto da Terra Lliure, in un periodo in cui le classi popolari sono abbandonate al riformismo della borghesia catalana e spagnola da un lato e dei partiti storici del movimento operaio dall’altro. A proposito degli anni della transizione, nella Dichiarazione di principi dell’organizzazione  si legge: “… ciascuno ha svolto il suo ruolo, ciascuno ugualmente chiave e necessario per portare a termine la riforma: i più compromessi con il franchismo … e i dirigenti dell’opposizione democratica e dei sindacati che hanno fatto da freno alla forza e alla combattività di ampi settori di lavoratori che avevano sperato sinceramente in una alternativa al franchismo molto più libera e radicale di quella rappresentata dallo stato poliziesco delle autonomie”. E ancora riferendosi al ruolo svolto dalla sinistra spagnola nel corso della transizione: “… le forze riformiste sono riuscite a realizzare con successo la loro missione di smobilitazione come primo e imprescindibile passo per raggiungere la stabilità e l’integrazione sociale necessarie nel quadro della democrazia borghese che ci hanno imposto”. In questo senso la Dichiarazione di principi afferma che “… il passaggio dal franchismo alla democrazia è una pura e semplice necessità di continuità dello stesso sistema capitalista”.

Terra Lliure 1975 – 1985 contribuisce a confutare il mito del catalanismo inteso come un movimento borghese, incompatibile ed estraneo alle rivendicazioni dei lavoratori: un mito costruito e sostenuto da una parte della sinistra spagnola, che riemerge di tanto in tanto ancora oggi e che dovrebbe suscitare seri dubbi sull’internazionalismo dei suoi sostenitori. Per Terra Lliure la lotta per l’emancipazione nazionale si completa con la lotta di classe, considerate due facce della stessa moneta. La Dichiarazione di principi afferma: “Per noi il concetto di Rivoluzione socialista è inscindibile dalla rivendicazione dell’indipendenza perché crediamo che il mantenimento dell’occupazione e del dominio della nostra nazione rispondono alla necessità del capitalismo spagnolo e francese di facilitare l’estrazione di reddito dalle nostre terre e dal nostro lavoro”. “In più” prosegue il documento, “crediamo che il raggiungimento dell’indipendenza sia l’unica forma a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici dei Països Catalans per garantire la distruzione totale del potere capitalista che ci sfrutta e pertanto l’unica via per costruire il Socialismo”. Terra Lliure aderisce al marxismo e persegue chiaramente come uno dei suoi obbiettivi fondamentali la costruzione di una società socialista. Ancora nella Dichiarazione di principi dell’organizzazione si legge: “La nostra alternativa alla società dell’oppressione e dello sfruttamento nella quale viviamo si può riassumere negli obbiettivi globali della realizzazione della Rivoluzione Socialista nei Països Catalans, dell’Indipendenza e della Riunificazione”. Eppure una parte della sinistra spagnola accusa l’indipendentismo di essere un movimento borghese, ripetendo periodicamente la propria scomunica. Ma da quale pulpito? Negli anni della transizione PSOE, PCE e PSUC, gli ultimi due partiti attestati sulla linea eurocomunista, sono la stampella essenziale per portare a termine l’operazione di mero maquillage grazie alla quale il nucleo duro del fascismo spagnolo non solo conserva il proprio potere politico e i propri privilegi economici ma ottiene anche la garanzia dell’impunità per i crimini commessi durante la dittatura. Così se è vero che si possono ravvisare errori tattici o strategici più o meno rilevanti nell’indipendentismo di quegli anni, l’accusa di essere un movimento borghese sembra invece un espediente della sinistra spagnola diretto a mascherare l’inadeguatezza del proprio riformismo.

Fernàndez prende le mosse dalla genesi del ciclo indipendentista nato alla fine degli anni ’60, ne ricostruisce il brodo di coltura e le prime esperienze organizzative, dalla nascita del PSAN alla sua scissione, dalla dichiarazione congiunta del PSAN-p con ETA e UPG inspirata alla solidarietà internazionalista, fino agli inizi di Terra Lliure. La nuova formazione armata si presenta il 26 gennaio del 1979 a Barcelona (anniversario dell’entrata in città delle truppe di Franco) con un assalto a un furgone portavalori di Banca Catalana nel corso del quale i grisos (la polizia dall’uniforme grigia dell’epoca franchista) spara e ferisce Martí Marcó, morto tre giorni dopo in ospedale. Alcuni mesi più tardi, un’altra azione si conclude di nuovo tragicamente: Fèlix Goñi muore in seguito all’esplosione di un artefatto che stava collocando davanti ad una concessionaria Renault alla Travessera di Gràcia. Negli anni seguenti si susseguono decine di attentati alle officine di FECSA (il monopolio privato dell’energia elettrica), alle sedi dei ministeri delle finanze, della giustizia, della Guàrdia Civil e dei tribunali spagnoli. Il libro ricorda anche il caso del giornalista Jiménez Losanto che, dopo aver promosso un’odiosa campagna contro l’uso del català, viene ferito alle gambe da Terra Lliure, oltre ai tentativi, riusciti e no, di attaccare le caserme della Guàrdia Civil con dei mortai fabbricati artigianalmente.

La ricostruzione sia del dibattito politico che della cronaca dell’epoca fanno di Terra Lliure (1979- 1985) una lettura di grande interesse per chi voglia approfondire la conoscenza del movimento indipendentista e della sua storia. Tra le opere che si occupano del tema e che meritano di essere conosciute, il libro di Jaume Fernàndez, scritto e pubblicato mentre l’organizzazione è ancora in piena attività, ha il pregio di consegnarne perciò una fotografia in presa diretta, che ne restituisce tutto il movimento, con pregi, difetti, intuizioni, ingenuità e errori inclusi: un documento necessario per svolgere una lettura critica dei fatti.

“Referendum 2017”: cambiamento o regressione autoritaria.

Il lavoro collettivo Referendum 2017: la clau que obre el pany, pubblicato dalle edizioni El Jonc alcune settimane prima dell’1 ottobre, offre alcuni utili contributi per contestualizzare il referendum d’autodeterminazione a Catalunya; un evento apparso a margine del dibattito politico italiano, trattato in una prima fase quasi come un fatto incomprensibile, un vero e proprio oggetto non identificato e via via affermatosi come un tema significativo per la cornice europea, soprattutto grazie all’opera dei mezzi d’informazione lontani dallo scenario mainstream.

E il contesto internazionale, segnato dall’irruzione della potente crisi del 2008, è fin dall’inizio ben presente nel libro: secondo l’autrice dell’introduzione Anna Gabriel, la crisi economica si è intrecciata nei Països Catalans con altri elementi originali quali la crisi delle relazioni con lo stato spagnolo e la crisi della rappresentanza. Preso atto dell’esaurimento del sistema delle autonomie, denunciato come uno strumento del nazionalismo spagnolo, ostile ai diritti sociali, economici, politici e persino culturali, la deputata della CUP presenta il referendum d’autodeterminazione come il mezzo più adeguato per articolare una risposta popolare alla crisi istituzionale, allo stesso tempo “anticamera di un processo constitutente che possa interessare anche le altre crisi”, a cominciare da quella generata dal capitalismo finanziario.

Secondo questa prospettiva, le radici della attuale crisi istituzionale affondano nel processo della cosiddetta transizione spagnola. Referendum 2017 ne denuncia apertamente la rappresentazione idillica, spesso narrata da storici e giornalisti in modo manicheo, se non servile, fino a sfociare in un ritratto ampiamente consenziente con i vizi d’origine delle nuove istituzioni, sorte senza alcuna rottura dopo la placida morte del lider del fascismo spagnolo. Tra i molti esempi che testimoniano la continuità tra il franchismo e il nuovo regime, David Fernàndez ricorda la vicenda del Tribunal de Orden Público, organo repressivo che tra il 1964 e il 1976 apre più di 22.000 processi riguardanti oltre 50.000 persone: “presieduto da Mateo Casanovas, si dissolse il 4 gennaio del 1977. Il 5 gennaio dello stesso anno nasceva, nello stesso luogo, con la stessa presidenza e con gli stessi giudici l’Audiència Nacional, che ancora oggi ci processa, ci giudica e alla quale disobbediamo. E la chiamarono democrazia”. Non è una mera coincidenza il fatto che l’Audiència Nacional sia il tribunale che ha recentemente decretato il carcere preventivo per Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, accusati di sedizione e ribellione. L’ex deputato della CUP ricorda inoltre che la stagione della transizione costò 188 morti causati dalle forze dell’ordine e dalla ultradestra, di solito dimenticati nel racconto addomesticato di quegli anni.

L’operazione transizione spagnola, che salva il nucleo duro del regime franchista e lo traghetta nell’era democratica, è analizzata con cura da Blanca Serra. Secondo la militante indipendentista, le elite politiche ed economiche spagnole e catalane hanno portato a termine alcune operazioni fondamentali e gattopardesche per cambiare tutto senza che niente cambi: 1) il ritorno del Presidente della Generalitat Tarradellas dall’esilio, che oggettivamente favoriva il catalanismo moderato a scapito di quello popolare e della sinistra in genere; 2) i Patti della Moncloa del 1977, con i quali Comissiones Obreras e il PCE di Carrillo accettavano la carota del diritto d’associazione sindacale e politica in cambio del bastone della libertà di licenziamento, dei limiti salariali e della sopravvivenza di un tribunale politico ribattezzato Audiència Nacional; 3) la costruzione di un movimento anticatalanista al País Valencià; 4) il riciclaggio della monarchia, che davanti al tentato colpo di stato dei militari del 1981 si può addirittura presentare come campione della democrazia; 5) la costruzione del mito della transizione modello, un racconto che eludeva la repressione sia del movimento basco che di quello catalano e della dissidenza politica in genere; 6) la costituzione del ’78, che benedice un modello duro di capitalismo, consacra la monarchia, afferma la supremazia del castigliano sulle altre lingue, ignora deliberatamente l’esistenza di differenti nazioni, incarica l’esercito della difesa dell’unità dello stato spagnolo e mette una pietra tombale sui crimini e le responsabilità del franchismo. Sei operazioni che hanno beneficiato del disinteresse o della complicità della sinistra spagnola (PSOE, PCE-PSUC) così come dei moderati catalani (Convergència Democràtica de Catalunya e Unió Democratica de Catalunya). Secondo Blanca Serra il comunismo spagnolo, declinato come “eurocomunismo, si inclinó per un’azione e una retorica di riconciliazione nazionale che lo portò a innumerevoli scissioni e alla perdita progressiva dello spirito di rottura rispetto alla monarchia, agli apparati dello stato e alla sua politica sociale. È sintomatico che il PCE fosse legalizzato prima di Esquerra Republicana de Catalunya…”.

E l’analisi di classe della vicenda catalana, implicitamente proposta alla sinistra spagnola e degli altri paesi, è al centro del contributo di Mireia Vehí e Albert Noguera. La deputata e il militante della CUP affermano che la piccola e media borghesia catalana abbracciano l’opzione dell’indipendenza in seguito al passaggio dal modello economico industriale a quello speculativo, immobiliario e finanziario, che comporta per questi settori una perdita d’importanza politica e acquisitiva. Se in un primo momento la rivendicazione indipendentista è solo una forma di pressione per ottenere nuovi benefici, davanti alla risposta centralizzatrice dello stato si trasforma in una opzione strategica. Contemporaneamente gli autori invitano a riconoscere l’ampia base sociale dell’indipendentismo che, senza dimenticare l’eredità storica, si allarga nelle classi popolari in misura proporzionale all’accentuazione dei tratti antidemocratici della costituzione del ’78: “per questi settori sociali, la lotta di classe a Catalunya, la possibilità di definire un patto di fondazione che non riproduca gli interessi delle elite, attualmente prende la forma della lotta nazionale, nella misura in cui solo generando un processo di rottura nazionale è possibile aprire un processo costituente”. I due autori non negano l’esistenza di una elite catalana propensa a indirizzare verso una base conservatrice il processo di emancipazione, però sottolineano che la rottura nazionale diviene allo stesso tempo una “leva per delegittimare il regime del ’78 e precisamente perciò offre opportunità democratiche per le classi popolari, tanto a Catalunya come nello stato”. Secondo Mireia Vehí e Albert Noguera, gli attuali rapporti di forza non consentono un cambiamento a livello centrale dello stato (basti ricordare che PP e PSOE controllano saldamente il Congresso e che il PP ha addirittura la maggioranza assoluta al Senato). I due autori sostengono che il cambiamento è possibile invece in altri punti (più deboli) del sistema e alludono al suggestivo tema del foco (elaborato dalle guerriglie in centro e sud america) reinterpretandolo in chiave disarmata e catalana: “oggi l’unica strategia per mettere in scacco il regime del ’78 non è il centralismo constituente bensì il fochismo costituente. Questa strategia obbliga la sinistra dello stato spagnolo a passare da una concezione conservatrice a una concezione trasformatrice del federalismo”, da intendere cioè non come mera redistribuzione di competenze tra le comunità autonome integrate nello stato spagnolo ma come “riconoscimento del diritto all’autodeterminazione costituente dei differenti popoli”. Una volta acceso, il foco del processo costituente a Catalunya potrebbe contagiare altre regioni, a cominciare da Euskal Herria.

Referendum 2017 si chiude con una considerazione finale di David Fernàndez secondo il quale oggi si decide lo scenario dei prossimi quarant’anni a Catalunya: da una parte un’opportunità democratica e trasformatrice, dall’altra la regressione autoritaria. Prima e dopo l’1 ottobre, queste differenti pulsioni politiche attraversano il paese dando vita a un processo che sembra tutt’altro che concluso. La reazione del governo centrale del PP allo svolgimento del referendum d’autodeterminazione, con le cariche della polizia e l’uso delle pallottole di gomma, ha ribadito il volto antidemocratico delle classi dirigenti spagnole, disposte all’uso della forza per conservare il proprio potere e i propri privilegi. Ma ha ribadito anche e soprattutto l’importanza di un referendum che, tenuto conto del contributo della Generalitat, non si sarebbe potuto svolgere senza l’organizzazione e la determinazione popolare. Un dato di fatto tanto importante, se non addirittura più importante, della schiacciante maggioranza dei si all’indipendenza. Davanti alla violenza della Policia Nacional e della Guardia Civil, è stata la popolazione che ha garantito lo svolgimento del referendum, fatto che ha segnato una significativa vittoria dell’indipendentismo popolare e della sinistra anticapitalista, un punto di chiara rottura degli equilibri costituiti che indica la rotta futura per chi voglia continuare la lotta per l’emancipazione nazionale e sociale a Catalunya.

 

 

La Repubblica paese per paese.

Nonostante l’aggressione poliziesca ai seggi elettorali, il referendum del 1 ottobre ha sancito in maniera chiara la volontà del popolo catalano di dichiarare la Repubblica. Nei giorni seguenti la consulta però, i poteri forti catalani e spagnoli hanno dato vita a una vera e propria campagna volta a spaventare la cittadinanza, basata sul ricatto economico delle grandi imprese che hanno traferito la propria sede a Madrid. Il governo di Mariano Rajoy è ricorso inoltre alla minaccia di sciogliere il Parlamento e destituire il governo catalano grazie a una interpretazione estensiva dell’art.155 della costituzione spagnola. Ciononostante la ferma volontà esibita dalla popolazione il 1 ottobre è stata ribadita in questi giorni da numerose iniziative: dallo sciopero degli studenti universitari a Barcelona e Girona alle numerose manifestazioni, tra cui quella organizzata dall’Assemblea agricola di Ponent (volta a dichiarare l’indipendenza nei consigli comunali e nelle piazze e a proclamare la Repubblica), dalle iniziative dei comitati di difesa del referendum a quelle convocate dalla CUP.

Contemporaneamente però, alcuni settori della elite economica catalana hanno esercitato forti pressioni sul presidente Puigdemont affinché ritrattasse la dichiarazione d’indipendenza e convocasse nuove elezioni. Curiosamente i settori più conservatori catalani hanno rivolto al presidente della Generalitat lo stesso invito al dialogo con il governo del PP invocato senza successo anche dal sindaco di Barcellona Ada Colau: i settori più conservatori della borghesia catalana coincidono con la complessa galassia catalana di Podemos nella rimozione del referendum d’autodeterminazione svoltosi l’1 ottobre.

Ma nei municipi catalani, dove alle ultime comunali la popolazione ha eletto un solo sindaco del Partido Popular e neppure uno di Ciudadanos, la volontà di dichiarare l’indipendenza e proclamare la Repubblica sembra immutata. Così la campagna dell’Assemblea agricola di Ponent si sta svolgendo in numerosi comuni all’insegna dello slogan Usciamo al balcone, proclamiamo la Repubblica paese per paese. Il testo della dichiarazione rompe gli indugi e rivendica l’esercizio della democrazia diretta che con il referendum dell’1 ottobre ha sancito l’autodeterminazione di Catalunya.

 

Usciamo al balcone, proclamiamo la Repubblica paese per paese.

L’1 ottobre non è stato un miraggio. Noi, popolo di Catalunya, abbiamo difeso il referendum d’autodeterminazione e l’abbiamo garantito con la nostra ansia di libertà, i nostri mezzi e i nostri corpi. Abbiamo esercitato la democrazia diretta per porre fine al dibattito animato dalla consulta cittadina di Arenys de Munt del 2009 e da tutte quelle che sono venute in seguito. L’1 ottobre abbiamo trasformato una convocazione elettorale smantellata dalla repressione dello stato in un referendum d’autodeterminazione.

Abbiamo dormito nei collegi, gli abbiamo presidiati all’alba e abbiamo vegliato le urne. Di buon mattino, abbiamo trasformato le manganellate in voti. E nel corso della giornata abbiamo convertito il clima di panico che voleva diffondere il governo spagnolo in participazione, in risultati elettorali e in volontà popolare. L’1 ottobre non siamo usciti di casa per scegliere dei rappresentanti né delegargli alcuna responsabilità. Al contrario, siamo usciti per rispondere a una domanda che milioni di persone hanno posto sulla tavola un anno dopo l’altro. Una questione che nessun parlamento, nessun congresso, nessun senato avevano potuto risolvere.

E oggi non usciamo per difendere qualcosa bensì per proclamare tutto. Le minacce dello stato non ci fanno paura, né generano incertezza, né ci rimettono un’altra volta in balia dei patti. L’1 ottobre siamo rinati come popolo e abbiamo detto si alla indipendenza politica e economica di questa terra.

Perciò come vicini e vicine del nostro paese, oggi qui riuniti liberamente, proclamiamo con tutto il cuore e a piena voce la repubblica indipendente di Catalunya, quella di tutte le persone, di tutte le nazionalità presenti, di tutte le lingue, di tutti i generi, di tutte le specie, dei municipi, delle comarche, la nostra, quella del popolo organizzato dal basso.

Visca la terra!

E visca la repubblica!

 

Il testo originale del manifesto si può leggere alla pagina https://www.llibertat.cat/2017/10/una-desena-de-municipis-declararan-avui-la-independencia-i-proclamaran-la-republica-40324

 

 

Il tribunale spagnolo decreta il carcere preventivo per gli indipendentisti Cuixart e Sànchez.

Ieri sera la giudice dell’Audiencia Nacional Carmen Lamela ha disposto il carcere preventivo per il presidente di Òmnium Jordi Cuixart e per quello dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) Jordi Sànchez. Il reato contestato è quello di sedizione e si sarebbe consumato il 10 settembre scorso nelle strade di Barcelona, invase fino all’alba da migliaia di manifestanti indignati per gli arrresti dei funzionari della Generalitat impegnati nell’organizzazione del referendum d’autodeterminazione. Malgrado le provocazioni della polizia, quel giorno non ci sono stati incidenti e la protesta si è svolta pacificamente.

Ciononostante il giudice ravvede nei fatti gli estremi di una situazione di “sollevazione collettiva e violenta”, così come è letteralmente definito il reato di sedizione, punibile fino a 15 anni e con la possibilità di mantenere la detenzione preventiva per 4. La sproporzione tra i fatti e l’accusa è evidente ma non sorprende: si inquadra perfettamente nella strategia del PP, interamente basata sulla provocazione e sulla repressione. Una strategia che riporta allo scoperto le radici impresentabili del blocco politico sociale erede diretto del franchismo e che ripercorre impunemente la tradizione: tra il 1963 e il 1967 infatti, la storica associazione culturale catalana Ômnium venne chiusa dal generalissimo.

Lo ha ricordato Jordi Cuixart in un messaggio videoregistrato preventivamente, previsto nell’eventualità dell’arresto e diffuso ieri sera, nel quale afferma: “se necessario torneremo a lavorare nella clandestinità, nella profonda convinzione delle nostre radici pacifiche e democratiche che ci hanno sempre caratterizzato come entità”. Òmnium ha immediatamente preso posizione a difesa di Cuixart affermando che “non si può imprigionare tutto un popolo”, mentre Jordi Sànchez, anch’egli in un messaggio previdentemente registrato prima di recarsi all’Audiència Nacional, dalla quale è uscito in una camionetta della polizia assieme a Cuixart, senza poter rilasciare dichiarazioni, ha fatto appello all'”unità, civismo, fiducia in noi stessi e mobilitazione permanente che ci deve portare alla Repubblica”.

La detenzione dei due lider indipendentisti nel carcere di Soto del Real (Madrid) segna il ritorno in auge in Spagna dei prigionieri politici, con la firma del governo del PP, il sostegno della corona, l’avallo del PSOE e il compiacimento di Ciudadanos. Davanti all’unanimismo anticatalanista è sempre più difficile scorgere la Spagna democratica, tollerante e progressista che invoca Podemos. La Spagna per la quale varrebbe la pena, secondo la formazione di Pablo Iglesias, fermare il processo di costruzione della Repubblica catalana, sembra oggi più che mai una pia illusione. Davanti alle detenzioni per motivi politici e al ricorso già annunciato all’art.155 della costituzione spagnola per destituire il Governo della Generalitat (democraticamente eletto) e liquidare così la maggioranza parlamentare indipendentista, Podemos continua a invitare al dialogo, fedele a una curiosa interpretazione della solidarietà internazionalista. Nel frattempo, ieri altre grandi imprese catalane (ad esempio Codorniu) hanno trasferito la propria sede sociale a Madrid, nell’intento di spaventare e ricattare il popolo catalano. Che, come afferma la sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP, può contare solo su se stesso: sul fronte internazionale l’UE si è mostrata in questi giorni tra l’indifferenza per la causa catalana e l’aperto sostegno alla monarchia spagnola (e alle grandi imprese da sempre contrarie all’indipendenza). Nella vicenda catalana, l’UE sembra agire finora come un blocco unico, un polo imperialista che non mostra né crepe visibili né voci critiche significative e che pare caratterizzarsi, a Bruxelles come nei parlamenti nazionali, per il conformismo e la sudditanza al grande capitale finanziario.

 

La CUP invita Puigdemont a ribadire la proclamazione della Repubblica.

Dopo la dichiarazione e l’immediata sospensione della Repubblica catalana, Mariano Rajoy ha inviato al Presidente della Generalitat una formale richiesta di chiarimenti che equivale nella sostanza a un vero e proprio ultimatum: cinque giorni per chiarire se la Repubblica è già una realtà, sotto la minaccia dell’applicazione dell’art. 155 della costituzione spagnola. Un articolo mai applicato in precedenza che, in virtù della sua generica formulazione, concede pieni poteri al governo centrale allo scopo di ricondurre all’ordine la regione autonoma disobbediente.

Attorno alla risposta del Presidente Puigdemont si è creata una forte attesa in tutto il paese. Davanti all’incertezza, l’Assemblea Nacional Catalana (ANC), la principale associazione indipendentista, ieri ha chiesto al Presidente di applicare la legge di transitorietà e di rendere così effettiva l’indipendenza, assumendo una posizione sostanzialmente analoga a quella già precedentemente espressa dalla Candidatura d’Unitat Popular (CUP).

Stamani la CUP ha fatto un ulteriore passo avanti e ha reso pubblica una lettera indirizzata a Puigdemont nella quale, dopo aver valutato la mediazione internazionale e la minaccia dell’art.155, chiede al Presidente della Generalitat di proseguire sulla strada imboccata con l’approvazione delle leggi del Referendum e di Transizione, invitandolo a proclamare pienamente la Repubblica. Preso atto della solitudine in cui si trova Catalunya e del ruolo pilatesco della UE, al servizio del capitale e più che mai lontana dai popoli, la CUP rivolge a Puigdemont un invito ad ascoltare i cittadini che si sono espressi nel referendum dell’1 ottobre a favore dell’indipendenza e della Repubblica: qui di seguito la traduzione integrale della lettera aperta.

 

Lettera al President Puigdemont

 

Molt Honorable President
Generalitat de Catalunya
Sr. Carles Puigdemont i Casamajó

Da parte della CUP-CC vogliamo farle presente alcune riflessioni attorno alla richiesta di chiarimenti del governo spagnolo riguardo alla dichiarazione d’indipendenza e riguardo alla sua sospensione.

Dicevamo nella seduta plenaria del 10 ottobre che la CUP-CC non è un attore principale nella storia del nostro paese, a differenza invece della gente. La gente con la lettera maiuscola, perché quando parliamo di gente pensiamo e ci riferiamo alle centinaia di migliaia di persone che hanno difeso i propri collegi davanti alla violenza dispiegata dall’occupazione militare e poliziesca. Alle centinaia di persone che sono state colpite, ferite, umiliate e intimorite dall’intervento brutale della Policia Nacional e della Guàrdia Civil. La gente che è andata a votare perché così aveva previsto di fare; quella che ha votato SI e quella che ha votato NO; e anche chi non ha votato per paura. La gente che fa di tutto per sopravvivere nella quotidianítà fatta di precarietà e di povertà.

Da molto tempo parliamo del paese frantumato che abbiamo di fronte, della necessità di dedicargli tutte le risorse esistenti, comprese quelle che si potrebbero ottenere da una migliore redistribuzione della ricchezza, per far fronte all’emergenza sociale. Perciò la gente è quella che ha fermato il paese lo scorso 3 ottobre con uno sciopero generale di massa e senza precedenti, una massa incontenibile che è scesa in piazza per condannare l’allarmante regressione dei diritti e delle libertà.

La gente è l’unica struttura solida che possiede questo paese, in assenza di un sostegno esplicito a livello internazionale, in assenza di un potente e radicato tessuto produttivo con coscienza nazionale (malgrado l’eccezione, onorevole e in crescita, dell’economia sociale e cooperativa), in assenza di ricchezze naturali che potrebbero situarci in maniera differente nella geopolitica internazionale. La nostra forza è la gente e le sue necessità, la gente e le sue speranze.

E non possiamo aspettarci alcun sostegno esplicito se non ci manteniamo ferme nell’obbiettivo di autodeterminarci. Forse ora c’è chi si accorge che la cessione di settori economici strategici in mani private (per lunghi anni il ritornello di alcuni che si dichiaravano a favore della sovranità nazionale e perfino di sinistra) non è la migliore opzione per chi vuole autogovernarsi. Forse ora ci accorgiamo che avremmo dovuto lavorare da tempo per una Banca Pubblica, per un paese che si tenga insieme grazie all’eguaglianza e per un settore pubblico forte e capace di sopportare le minacce di uno stato spagnolo disposto, a quel che sembra, a tutto. Quando parliamo di superare il regime del ’78 parliamo di superare anche gli altri sottoregimi che ne dipendono: il regime bancario del ’78 – La Caixa, Banc Sabadell – lo stesso regime che ha trasformato in banche le casse di risparmio che gli facevano ombra (vero Fainé?).

Per queste e altre ragioni era e continua ad essere tanto necessaria la proclamazione della Repubblica. Perché è il mandato di più di due milioni di persone che, malgrado la minacciosa offensiva giudiziaria e repressiva dello Stato, hanno detto SI all’indipendenza. Più di due milioni di persone che sono già Repubblica… Ed è anche necessaria per dimostrare a tutte quelle che non ne sono sostenitrici, o che non si schierano, che la Repubblica apre le porte ad altre conquiste sul piano dei diritti civili, politici, economici e culturali.

Come CUP-CC consideriamo che lo scorso 10 ottobre abbiamo perso un’opportunità e in vista dell’immediata presa di posizione dello Stato, soprattutto non comprenderemmo che la risposta alla richiesta di chiarimenti del presidente Rajoy non si collocasse nei termini del mandato popolare che lei ha assunto martedi scorso: il rispetto dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione, espressosi con sofferenza nelle urne dello scorso 1 ottobre. Solo attraverso la proclamazione della Repubblica saremo capaci di rispettare ciò che la maggioranza ha espresso nelle urne. Solo proclamando la Repubblica saremo capaci di situarci come un soggetto preparato a tutelare i diritti civili e politici della popolazione, ancora gravemente minacciati. Solo con la Repubblica faremo possibile la nascita di speranze inesistenti nello stato spagnolo delle autonomie, non solo per le catalane del Principato, bensì per l’insieme dei Països Catalans e il resto dei popoli dello Stato. Solo così otterremo che l’intervento di altri attori internazionali si dispieghi a partire dal nostro riconoscimento come soggetto politico.

Rispondere in un altro modo alla richiesta formale del Presidente Rajoy sarebbe un avallo a ciascuna delle sue minacce, al suo disprezzo, alla sua repressione e supporrebbe il ritorno alla legalità costituzionale spagnola con la quale la maggioranza sociale ha deciso di rompere. Lo Stato, il suo potere giudiziario, il suo potere militare e poliziesco e soprattutto i partiti che in questi ultimi giorni si sono mostrati assolutamente contrari a permettere il diritto all’autodeterminazione, formano una maggioranza qualificata nel Congresso spagnolo e sono disposti a continuare a negare i nostri diritti e libertà, al riparo di una costituzione spagnola delegittimata e nella consapevolezza di avere i poteri economici e la UE al proprio fianco.

Sicuramente, non abbiamo dalla nostra parte grandi poteri economici, né la UE è disposta ad ammettere che il diritto all’autodeterminazione è un diritto fondamentale dei popoli. Però altrettatnto sicuramente, restare immobili davanti alle sue minacce, i suoi rifiuti e la sua autorità, non ci permetterà d’esistere come popolo, non ci permetterà di governarci e neppure ci permetterà di avanzare nella conquista di maggiori diritti e libertà. Al contrario, li perderemo. In definitiva, fare ciò che raccomanda il potere (anch’esso con la maiuscola) non permetterà che la gente sia un attore principale della storia di questo paese.

Crediamo che la risposta alla richiesta formale dello Stato debba essere chiara: se la mediazione internazionale ci dovesse portare a sopportare il dispiegamento poliziesco e militare, condurre in tribunale con accuse gravissime, che comportano una pena di prigione e multe che non siamo in grado di pagare; se la mediazione tollerasse il fatto che ci sono state più di 900 persone ferite semplicemente per voler votare e, in cambio, chiedesse allo Stato solo l’apertura di un dibattito al Congresso per ponderare la riforma della Costituzione spagnola, senza alcuna garanzia che si generi una nuova cornice rispettuosa dei diritti civili e politici, compresi quelli delle minoranze; se fosse così, se la mediazione internazionale dovesse servire per questo, potremmo considerare già tramontata la speranza nella mediazione internazionale.

Se pretendono applicare, una volta compiuti i passi formali, le previsioni dell’art.155 della Costituzione spagnola e vogliono continuare minacciando e imbavagliando, che lo facciano con la Repubblica già proclamata. Per fortuna continueremo senza il sostegno dei mercati e degli stati, senza grandi ricchezze naturali e senza poteri economici che ci sostengano, però lo faremo con la gente, le sue speranze e tutta la sua dignità.

Per la Repubblica catalana, la Repubblica della gente!

Cordialmente,

CUP-Crida Constituent

 

Il testo originale della lettera si trova alla pagina: http://cup.cat/noticia/carta-al-president-puigdemont

 

 

 

La vittoria popolare del SI all’autodeterminazione.

Risultato del referendum d’autodeterminazione di Catalunya dell’1 ottobre (95% dei voti scrutinati):

  • SÍ 2.020.144 corrispondenti al 90,09%
  • NO 176.565 corrispondenti al 7,87%
  • schede bianche 45.586 corrispondenti allo 2,03%
  • schede nulle 20.129 corrispondenti allo 0,89%

Totale voti contabilizzati 2.262.424

Una chiarissima vittoria elettorale del SI che evidenzia una volta di più il grande consenso popolare attorno al progetto di costruzione della nuova Repubblica catalana, i cui numeri sarebbero stati ancora più consistenti se la Guardia Civil e la Policia Nacional non fossero intervenute in ben 400 sedi elettorali, impedendone l’apertura o requisendo le urne, privando così 770.000 cittadini del diritto di voto. Numeri che avrebbero consentito di registrare una partecipazione ben superiore al 55% degli aventi diritto; un dato non determinante perché non era prevista una soglia minima di votanti. La partecipazione, ancora non definitiva, si attesta al 49,46% degli aventi diritto (all’incirca cinque milioni e mzzo di elettori) che hanno votato in condizioni eccezionali, nel mezzo di un’operazione di polizia volta a impedire l’esercizio del diritto di voto, così come hanno segnalato gli osservatori internazionali presenti.

Secondo il gruppo Limited Observation Mission guidato dall’ex ambasciatore olandese Daan Everts, il referendum dell’1 ottobre non ha potuto rispettare tutti i requisiti internazionali proprio a causa dell’azione della polizia. Nella loro relazione conclusiva, gli osservatori affermano che “l’uso della forza impiegato dalla polizia spagnola non è proprio di una democrazia consolidata”. E concludono che nonostante l’impossibilità di garantire i requisiti internazionali, l’azione della polizia rafforza i risultati della consulta elettorale. Presenti in Catalunya già dal settembre, gli osservatori hanno anche sottolineato come il governo spagnolo abbia “minacciato con conseguenze legali gli alti funzionari, i sindaci, i membri delle commissioni elettorali, i mezzi di comunicazione, le organizzazioni non governative e molti altri” al fine di impedire il referendum.

Il 1 ottobre la Guardia Civil e la Policia Nacional hanno fatto servire pallottole di gomma (proibite in Catalunya) e gas lacrimogeni, provocando circa 900 feriti che hanno dovuto ricorrere a cure mediche. Un bilancio che potrebbe essere stato ancora più grave, dato che in alcuni casi le forze repressive dello stato spagnolo hanno sparato alcuni colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio. Il numero degli effettivi inviati a Catalunya non è stato rivelato dal ministero dell’interno spagnolo: presumibilmente si tratta di circa 8.000 agenti che si sommano ai 6.000 già presenti sul territorio. Nonostante il dispiegamento di forze però, il referendum si è celebrato ugualmente grazie alla partecipazione diretta e massiccia del popolo catalano, che ne ha garantito non solo lo svolgimento nella giornata di domenica, difendendo le urne e i collegi elettorali dalle incursioni poliziesche, ma soprattutto garantendone l’organizzazione nelle settimane e nei giorni precedenti la consulta. La partecipazione della popolazione all’organizzazione del referendum ha così trasformato un normale istituto democratico in un istituto di democrazia diretta e autenticamente popolare.

La fiscalia spagnola, un organo giudiziario alle dipendenze del governo, ha già sentenziato che l’azione della polizia non ha alterato la normale convivenza civile, negandosi inoltre ad aprire un’inchiesta sui fatti.

Il Presidente della Generalitat ha sottolineato che l’1 ottobre il popolo catalano ha conquistato il diritto a costruire uno stato indipendente in forma di Repubblica, rinviando al Parlamento catalano, sede della sovranità nazionale, il compito di trarre le conclusioni conseguenti, così come previsto dalla legge di Transizione e da quella del Referendum.

Alla pagina del diario digitale catalano Vilaweb si può vedere una significativa raccolta di video che mostrano l’azione violenta delle forze dell’ordine spagnole: https://www.vilaweb.cat/noticies/el-videos-mes-impactants-de-la-repressio-espanyola-contra-el-referendum/

 

 

 

Si al referendum a Catalunya: “vivere vuol dire prendere partito”.

A poche ore dal referendum dell’1 ottobre, vale la pena soffermarsi sullo scenario politico che si è via via definito con maggiore chiarezza nelle ultime settimane a Catalunya.

Arroccato nel rifiuto del referendum e nella negazione della dignità nazionale al popolo catalano, il governo del Partido Popular è ricorso alle armi tipiche della propria tradizione politica: la persecuzione giudiziaria per motivi politici, la censura e la sospensione dei diritti civili, culminata nell’ordine di impedire la consulta popolare mediante la creazione di una vera e propria zona rossa, estesa per 100 metri attorno ai seggi elettorali, un repertorio degno degli eredi del fascismo spagnolo.

I popolari definiscono illegale il referendum d’autodeterminazione perché modifica la cornice costituzionale: nel 2011 però, quando le autorità europee imposero l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella costituzione spagnola, così da applicare l’austerità neoliberista, il PP e il PSOE cambiarono la carta magna dello stato in una sola notte, in piena estate e senza alcun dibattito popolare, allineandosi immediatamente alla troika. Allora come oggi, popolari e socialisti non consentono che il popolo esprima le propria volontà politica e si trovano schierati fianco a fianco al servizio dei poteri forti. Al servizio di un’oligarchia finanziaria che governa lo stato spagnolo dalla vittoria di Franco e che ha conservato i suoi privilegi anche grazie alle amnesie e alle connivenze di PP e PSOE. Perciò la Fondazione Francisco Franco prospera ancora indisturbata, i monumenti franchisti resistono in molte città e le grandi famiglie arricchitesi sostenendo il fascismo conservano intatto il loro potere.

Davanti al blocco radicalmente contrario al referendum dell’1 ottobre, all’interno del quale va annoverato anche Ciudadanos (un partito nato sull’onda della protesta contro la corruzione ma di fatto stampella del PP e alfiere della spagnolizzazione di Catalunya), la sinistra di Podemos ha assunto una posizione quantomeno ambigua.

Podemos e la galassia delle proprie organizzazioni federate, nello stato spagnolo e a Catalunya, a parole si dichiarano favorevoli al diritto all’autodeterminazione ma nei fatti sono contrari. Ada Colau ha detto che il referendum dell’1 ottobre è una mobilitazione come molte altre, quando si tratta invece di uno sforzo organizzativo nel quale è impegnato tutto un popolo (dai lavoratori agli studenti, dagli agricoltori ai vigili del fuoco, dai tipografi per la democrazia ai giovani che hanno replicato le pagine web censurate, dagli avvocati contro la repressione alla comunità educativa, dai partiti maggioritari nel Parlamento catalano al governo della Generalitat). Uno sforzo organizzativo genuinamente popolare a coronamento di un lungo percorso di lotta per l’autodeterminazione di Catalunya, che vanta una storia a favore della repubblica e inequivocamente antifascista. Pablo Iglesias ha sostenuto che se fosse catalano non andrebbe a votare (legittimando un atteggiamento d’indifferenza sul tema) e ha sostenuto che se Podemos fosse al governo i catalani non vorrebbero l’indipendenza. Questo invito a non votare, finora mai smentito, colloca di fatto Iglesias su una posizione parallela a quella del PP. Non senza dissensi interni, Podemos assume come inamovibile la cornice istituzionale spagnola (monarchica) e ne condivide in ultima analisi il nazionalismo. Altrimenti coglierebbe l’occasione rappresentata dal referendum dell’1 ottobre per far saltare in aria il blocco di potere rappresentato dal PP e per dichiarare la Repubblica a Catalunya come primo passo per l’apertura di una stagione di cambiamento in tutto lo stato spagnolo, a cominciare da Euskal Herria. Al contrario, Podemos subordina la possibilità di cambiamento a una propria vittoria elettorale, mostrando poco realismo, poca capacità di costruire alleanze e soprattutto esibendo un internazionalismo variabile in funzione della distanza da Madrid.

Nel Parlamento catalano e nei quartieri però, la sinistra anticapitalista e indipendentista è organizzata nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP) che rappresenta l’anima popolare del movimento per l’autodeterminazione di Catalunya, del quale raccoglie la storica eredità. La CUP è radicalmente impegnata nella costruzione del referendum e nella sua difesa  dall’azione repressiva dello stato spagnolo, così come nella difesa del valore storico e del carattere vincolante, a Catalunya come sullo scenario internazionale, della consulta elettorale dell’1 ottobre: è impegnata cioè, nel caso in cui il SI risulti maggioritario, a garantire la proclamazione della Repubblica, così come previsto dalla legge di Transizione approvata dal Parlamento catalano. Oltre a uno scenario più favorevole per le forze della trasformazione a Catalunya e in Spagna, la nuova Repubblica rappresenterebbe anche una straordinaria opportunità per riaprire il dibattito sulla natura dell’Unione Europea e per la costruzione di uno spazio politico continentale finalmente irriducibile alle esigenze del capitale finanziario e imperialista. Uno spazio politico basato sulla solidarietà tra i popoli, che metta in discussione il dogma neoliberista e l’attuale strapotere del capitale, di cui da tempo è evidente la grande necessità.

La CUP, schierata con il referendum, ha decisamente preso partito anche per un Europa dei popoli. Lo slogan della propria campagna per il SI, viure vol dir prendre partit, dovrebbe suonare familiare alla sinistra italiana: riecheggia infatti le celebri parole di Gramsci credo che vivere voglia dire essere partigiani. Davanti al referendum dell’1 ottobre la sinistra non può che essere partigiana, lontana dall’indifferenza, e prendere partito per il SI all’autodeterminazione e all’indipendenza di Catalunya.

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