Tra le biografie di Lluís Companys, merita soffermarsi su quella scritta dal pittore Manuel Viusà, militante antifranchista, pubblicata dall’editore La Magrana nel 1977. All’epoca l’autore si trovava ancora a Parigi, dove aveva trovato riparo nel 1952 e dove viveva in una casa trasformata in un vero e proprio “consolato” catalano aperto ai concittadini esiliati e agli oppositori del regime. La corrispondenza con l’editore era complicata dalla condizione di rifugiato politico di Viusà che firmava le proprie lettere con uno pseudonimo e le spediva da Andorra. Il libro non ebbe ampia diffusione (raggiunse solo 2000 copie), né poté portare all’attenzione del grande pubblico la vita di Companys, come si proponeva Viusà. Nelle condizioni dell’epoca, l’edizione di La Magrana era però un risultato indubbiamente positivo. La Biografia popular de Lluís Companys si basava infatti su un testo precedente, scritto a Parigi nel 1965, che aveva avuto vita ancora più difficile: per introdurlo in Spagna i militanti del Front Nacional de Catalunya avevano dovuto fingersi escursionisti e fare numerosi viaggi, riuscendo a portare clandestinamente oltre i Pirenei un migliaio di copie nascoste negli zaini.

Le difficoltà dovute alla persecuzione politica accompagnano Viusà per tutta la vita: volontario repubblicano destinato al fronte d’Aragó, viene fatto prigioniero da una delle divisioni italiane inviate da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo e internato in un campo di prigionia. Una volta liberato si unisce al Front Nacional de Catalunya e partecipa a numerose attività clandestine, in particolare falsificando i documenti necessari all’espatrio degli sconfitti della guerra civile e stampando materiale di propaganda. Nel 1979 viene accusato dalla polizia spagnola di aver fatto parte di un’organizzazione terrorista ma i tribunali francesi negano la sua estradizione. Stabilitosi ad Andorra, dove si dedica alla pittura, muore in esilio a Parigi nel 1998.

Seguendo il percorso di Companys, Viusà ripercorre contemporaneamente un’epopea popolare che segna fortemente la prima metà del novecento iberico. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale catalana, Companys rinuncia al “de” aristocratico, completa gli studi universitari, fonda un’associazione di studenti repubblicani e  dopo aver scartato la possibilità di lavorare nel ben avviato studio dello zio, specialista in diritto amministrativo, comincia la propria carriera di avvocato dei lavoratori e dei militanti operai. La sua scelta di campo è già  avvenuta. Dopo la chiusura del Cucut e la repressione militare si impegna nella campagna elettorale del 1907 a sostegno di Solidaritat Catalana. Due anni più tardi prende parte al movimento che si oppone alla guerra coloniale in Marocco: l’agitazione culmina nello sciopero generale del 26 luglio in seguito alla quale Companys ingressa per la prima volta alla prigione. In un primo periodo sotto la monarchia e in seguito in regime repubblicano, varca quindici volte la soglia del carcere.

Nel 1910 entra nella Unió Federal Nacionalista Republicana, passa al Partit Republicà Reformista e nel 1917 approda infine al Partit Republicà Català, per il quale redige il giornale La Lucha (scritto in castigliano ma con articoli in català). Nel 1918 l’attività catalanista e repubblicana, che svolge come eletto all’Ajuntament di Barcelona, gli vale un mese di detenzione che trascorre tra la Model e la nave prigione Alvaro de Bazán. Quando esce dal carcere la situazione sociale è esplosiva: accanto ai consueti metodi repressivi, i padroni hanno cominciato ad assoldare sicari di professione che attentano alla vita dei principali capi sindacali e militanti operai. È il periodo del pistolerismo. Companys si dedica alla difesa dei sindacalisti, mentre i lavoratori si organizzano a loro volta in gruppi armati. Di nuovo arrestato, apprende in cella la notizia dell’assassinio dell’amico e leader della sinistra catalana Francesc Layret, compiuto dai sicari padronali. Alle elezioni del 1920 il Partit Republicà Català lo presenta nel collegio che era stato di Layret: eletto deputato, Companys esce dalla prigione e inizia una campagna di denuncia delle responsabilità della polizia e del governo nei fatti del pistolerismo.

Negli anni successivi si dedica a organizzare i lavoratori rurali: nel 1922 contribuisce a fondare l’Unó de Rebassaire, nata dalla fusione di diverse cooperative e associazioni contadine e ne dirige il giornale La Terra. L’anno seguente è segnato dall’uccisione di Salvador Seguí (leader della CNT) ad opera della manovalanza armata padronale e dal colpo di stato del generale Primo de Rivera che, con la benedizione della monarchia, prende tutti i poteri. La manovra risponde a due obbiettivi: da un lato la repressione aperta del movimento operaio, dall’altro la lotta contro le rivendicazioni nazionali dei popoli periferici. Cinque giorni dopo il colpo di stato, viene pubblicato il decreto con il quale si proibisce la senyera (la storica bandiera catalana), si marginalizza la lingua, si chiudono le scuole, si destituiscono i professori e i consigli comunali. Qualche settimana più tardi, il regime abolisce anche la Mancomunitat de Catalunya, che aveva rappresentato un embrione di autogoverno catalano. All’inizio del 1925, in seguito all’attentato contro Rogelio Pérez, il boia di Barcelona, Companys viene di nuovo incarcerato. Negli anni seguenti si susseguono i complotti contro la dittatura, il più noto dei quali è quello di Prats de Molló organizzato nel 1926 da Francesc Macià, fondatore di Estat Català; o quello del 1928 al quale partecipa anche Companys e che si basa sulla collaborazone con alcuni ufficiali dell’esercito, ma che fallisce.

Il 29 gennaio 1930 Primo de Rivera restituisce i pieni poteri al re, Alfonso XIII, che si rivolge ancora ai militari finché l’anno successivo si decide a convocare nuove elezioni. Venticinque giorni prima della consulta popolare, alcuni gruppi della sinistra catalana tra cui Estat Català e il Partit Republicà Català, si uniscono per dar vita a Esquerra Republicana de Catalunya. Il 12 aprile 1931 il nuovo partito ottiene un’affermazione elettorale insperata, mentre il voto anti monarchico si afferma in tutto lo stato. La mattina del 14 aprile Companys, forte della vittoria delle sinistre, prende possesso dell’Ajuntament di Barcelona e dal balcone che da sulla piazza Sant Jaume rompe gli indugi e proclama la Repubblica. Qui viene raggiunto poco dopo da Francesc Macià che si affaccia a sua volta al balcone e grida: “In nome del popolo di Catalunya proclamo lo stato catalano, che ci preoccuperemo di integrare, con la massima cordialità, nella Federazione delle Repubbliche Iberiche. Da questo momento entra in vigore il governo della Repubblica Catalana che si riunirà al palazzo della Generalitat”.

Ma senza una organizzazione militare e minacciati dall’esercito, fedele al governo centrale, i leader catalani si vedono costretti a rinunciare allo stato proprio e arrivano a un nuovo patto col governo repubblicano di Madrid, che prevede la restaurazione delle istituzioni storiche e del governo catalano nella cornice di una nuova autonomia. Viusà sottolinea l’importanza della proclamazione della Repubblica da parte di Companys: senza questo gesto politico immediato e in parte istintivo i fatti sarebbero andati diversamente e Catalunya non solo non avrebbe ottenuto il proprio stato ma neppure la restaurazione della Generalitat. In mezzo a una forte campagna anticatalanista, impegnata in particolare nel rifiuto dell’insegnamento in català, una commissione eletta dai Comuni redige un nuovo Statuto d’Autonomia per Catalunya. Sostenuto da tutti i partiti catalani, il testo viene sottoposto ad un referendum nel quale ottiene il 94% dei consensi. Companys definisce lo Statuto un elaborato “misurato, discreto e prudente” e ne difende i contenuti a Madrid. Proprio il rifiuto dello Statuto è uno degli obbiettivi perseguiti dal tentativo di sollevazione militare del generale Sanjurjo, che però fallisce miseramente producendo un effetto di smobilitazione nel fronte anticatalano: lo Statuto viene approvato e Companys e Macià lo portano trionfalmente a Barcelona.

Dopo le elezioni del Parlamento catalano del 1932, vinte da Esquerra, Companys viene eletto Presidente della nuova camera. Le manovre della destra per rovesciare la Repubblica sono in pieno svolgimento e non si esclude un nuovo tentativo militare come quello di Sanjurjo. Companys ne parla apertamente e torna ad impiegare il concetto di Repubblica Catalana:”Se altrove la Repubblica dovesse cadere, troverebbe a Catalunya il suo baluardo più forte. Qui si formerebbe il sentimento della riconquista rivoluzionaria. La Repubblica Catalana sarebbe il fortino da dove ricominciare per tutta la penisola iberica”.

Le elezioni spagnole del 1933 sono segnate dalla vittoria della destra in tutto lo stato. La pressione dei proprietari terrieri, sostenuti dai partiti conservatori, provoca l’annullamento da parte del tribunale costituzionale di una legge promossa dalla Generalitat che facilitava l’accesso alla proprietà per i contadini. Viusà sottolinea l’istinto di classe dei proprietari terrieri catalani che, tra la difesa dei propri interessi economici e la fedeltà all’ideale nazionale, non esitano a scegliere i primi ed a rivolgersi alle destre e al governo centrale. Companys, nel frattempo eletto Presidente della Generalitat, porta nuovamente la legge appena annullata al Parlamento catalano, che la approva un’altra volta, nella convinzione dell’urgenza di una riforma per le campagne.

Si va delineando così uno scenario di scontro aperto, con il governo della Generalitat sostenuto dalle sinistre e orientato all’emancipazione nazionale e il governo centrale sempre più conservatore. Dopo che la CEDA (una coalizione di gruppi di destra) entra nel governo di Madrid con tre ministri, socialisti e repubblicani temono un colpo di mano come quello portato a termine de Hitler l’anno precedente in Germania e dichiarano lo sciopero generale in tutto lo stato. Secondo Companys la Generalitat e il programma della Repubblica corrono un pericolo imminente. Per questo sceglie di non aspettare la prevedibile azione ricentralizzatrice e restauratrice delle destre e decide di giocare d’anticipo: il 6 ottobre 1934, dal palazzo della Generalitat proclama lo stato catalano, nella cornice della Repubblica Federale Spagnola e chiama alla resistenza contro l’attacco delle forze monarchiche e fasciste. Di fronte all’involuzione democratica del governo di Madrid, Companys ribadisce la volontà di voler “rafforzare la relazione con i dirigenti della protesta generale contro il fascismo” invitandoli a “portare a Catalunya il governo provvisorio della Repubblica, che troverà nel popolo catalano il più generoso sentimento di fratellanza, nel comune anelito alla costruzione di una Repubblica Federale libera…”.

Il governo di Madrid, presieduto dal radicale Lerroux, dichiara lo stato di guerra e ordina ai militari la repressione. Nonostante alcuni episodi di resistenza dei volontari civili, come quello di Jaume Compte (militante d’Estat Català e fondatore del Partit Català Proletari) morto su una barricata a Barcelona, la Generalitat si trova isolata: la CNT non aderisce allo sciopero e i nuclei armati di Estat Català non sono sufficienti a fronteggiare l’esercito, che ha gioco facile nel ristabilire l’ordine. Dopo il cannoneggiamento del palazzo della Generalitat, Companys constata il fallimento dell’insurrezione ma si rifiuta di fuggire e aspetta l’arrivo dei militari, che lo arrestano e lo portano a bordo della nave Uruguay, convertita in prigione. Un anno più tardi il tribunale costituzionale lo condanna a trent’anni per il delitto di ribellione militare, assieme a Joan Comorera (comunista), Joan Lluhí (della cerchia di Esquerra), Martí Esteve (uno dei redattori dello Statuto), Martí Barrera (Esquerra), Ventura Gassol (intellettuale d’Esquerra) i Pere Mestres (anch’egli delle fila di Esquerra) accusati di averlo sostenuto il 6 ottobre. L’autonomia è sospesa, il Parlamento catalano chiuso e la legge sulle campagne annullata.

Ma la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1936 porta alla scarcerazione di Companys che torna a Barcelona, dove è accolto trionfalmente. Una moltitudine di gente segue il proprio Presidente lungo la Diagonal, il Passeig de Gràcia, la ronda di Sant Pere, il Parlamento e infine il Palazzo della Generalitat, dove Companys torna a parlare al proprio popolo: “Catalani! Capite che devo fare uno sforzo per superare l’emozione di questi momenti e rivolgervi la parola. È il mio popolo, il nostro popolo; è questa piazza e questo balcone. Torniamo a svolgere il nostro compito dopo ore dolorose e amare… Nessuna vendetta, però si uno spirito di giustizia e di riparazione. Mettiamo a frutto la lezione dell’esperienza. Torneremo a soffrire, torneremo a lottare, torneremo a vincere!”.

Solo quattro mesi e mezzo separano il ritorno di Companys dalla sollevazione militare del 19 luglio 1936. Sia a Barcelona che in Catalunya il tentativo fascista fallisce, respinto dalle milizie e dalla mobilitazione popolare. Ciononostante Viusà sottolinea le difficili condizioni in cui fin da subito si viene a trovare la Generalitat, che non dispone di una propria struttura organizzata militarmente, a suo avviso un grave errore delle forze catalane. L’autore osserva: “ora Companys verifica che il potere che non può contare su una propria forza è un potere illusorio, che governa soltanto fin dove lo lasciano governare”. Il Presidente della Generalitat dialoga con le sinistre e con gli anarchici, nell’intento di frenare gli atti fuori da ogni controllo (come le ditruzioni delle opere d’arte) e coordinare l’azione delle forze popolari. In questa prospettiva da un lato viene creato il comitato delle milizie antifasciste, al quale partecipano Esquerra, Acció Catalana, il PSUC, il POUM, la CNT, la FAI e la UGT; dall’altro la Generalitat vara il decreto di collettivizzazione delle industrie sostenendo e articolando le occupazioni delle fabbriche che erano sorte spontaneamente. Viusà fa notare che il passaggio dall’iniziale egemonia anarchica a quella comunista, considerata maggiormente rispettosa della rivendicazione nazionale, non dispiace a molti catalanisti. Del resto Comorera aveva condiviso il carcere con Companys e aveva contribuito in maniera determinante all’unificazione dei gruppi marxisti catalani (tra cui il Partit Català Proletari) nel PSUC, che nasceva come un partito catalano.

Nella narrazione delle controverse vicende della guerra civile l’autore sottolinea gli episodi di diffidenza del governo di Madrid nei confronti delle autorità catalane, come nel caso della fabbrica di munizioni di Toledo, di cui la Generalitat aveva chiesto il trasferimento in Catalunya, negato da Prieto e Negrín e che subito dopo era caduta in mano dei franchisti. Diffidenza denunciata da Companys in una lettera a Prieto integralmente riportata nella biografia di Viusà e destinata a una lunga polemica: lo storico Ricard Vinyes ha scritto in “Visca la República” che le lamentele del governo catalano, espresse ad esempio da Comorera o da Pi i Sunyer, “avevano il loro fondamento. Però il rimprovero mosso dai dirigenti catalani non aveva un tono vittimista. Chiedevano conto più che altro delle cause politiche a monte. Cioè perché non si era permesso che la Generalitat partecipasse alla formazione delle grandi decisioni sulla guerra e sullo stato, al di là dei formalismi di alcune lettere ministeriali. Questa era la recriminazione: maggiore partecipazione politica negli affari di stato”.

Seguendo l’azione svolta da Companys alla testa della Generalitat, Viusà fa emergere il punto di vista catalano sulla guerra civile spagnola e mostra una prospettiva poco rappresentata nella narrazione italiana degli eventi, facendo della sua Biografia popular  una testimonianza ancora più significativa e interessante, fino alla ricostruzione del tragico epilogo. Companys lascia Barcelona il 26 gennaio 1939, tre giorni prima dell’entrata dei franchisti, che al grido di arriba España occupano la città. Il Presidente si dirige ad Agullana, vicino alla frontiera francese, dove tascorre alcuni giorni in una colonica: è qui che il 4 febbraio si svolge la riunione con Negrín nella quale viene deciso che Azaña (Presidente della Repubblica) il governo basco e quello catalano lasceranno il paese il giorno dopo. La mattina del 5 febbraio però, al luogo dell’appuntamento  gli spagnoli non si fanno vedere: hanno anticipato la partenza di due ore. Alla dogana i gendarmi francesi non sanno niente del convoglio catalano e lasciano passare solo il Presidente e i Consiglieri trattenendo tutti gli altri, un centinaio di persone che finiscono al campo di concentramento di Argelers.

Companys si stabilisce in un piccolo paese, Le Baule. Convinto di non poter lasciare soli gli esuli catalani in Francia, viene arrestato dai militari tedeschi, che compiono una vera e propria irruzione nell’appartamento del Presidente, ritenuto un pericoloso sovversivo. Quando Carme Ballester chiede che ne sarà del marito, i nazisti le dicono: “se vuole spiegazioni, può andare a cercarle al consolato spagnolo”, lasciando intendere che agiscono per conto di Franco. Nel segreto più assoluto, Companys viene portato alla sezione tedesca della Santé, a Parigi, e in seguito a Madrid dove viene vessato e torturato. Successivamente viene trasferito a Barcelona a chiuso al Montjuïc, dove viene fucilato la mattina del 15 ottobre 1940. Secondo le testimonianze di un ufficiale tedesco e di un militare franchista, Companys si presenta sereno al plotone d’esecuzione davanti al quale rifiuta la benda e grida “Visca Catalunya”! Prima però, come ricorda la sorella Ramona Companys, si toglie le scarpe per calcare fino all’ultimo momento la propria terra.

Nella lettera dal carcere, in parte riportata nel libro di Viusà e indirizzata alla moglie scrive: “Mi sento tranquillo e sereno. Ringrazio Dio … perché mi ha riservato una fine così fertile per Catalunya e per i miei ideali, che rivaluta la mia umile persona. Dunque non accettare né condoglianze né pianti. Tieni la testa ben alta. Affronterò la morte … serenamente. L’ultimo pensiero sarà per te, per i miei figli e per il grande amore per Catalunya”. È l’unico presidente di un governo democraticamente eletto ad essere fucilato nel corso della seconda guerra mondiale, destino che condivide con molti antifascisti e partigiani di tutta Europa.