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Uno stato a favore del català.

Plataforma per la Llengua, l’ONG dedicata alla promozione del català, inaugura la propria campagna a favore del SI al referendum dell’1ottobre, convinta che solo una nuova Repubblica possa sanare l’attuale disparità linguistica che ancora soffre il català.

Nel contesto europeo lo stato spagnolo costituisce infatti una vera e propria anomalia in materia: è l’unico a non aver riconosciuto una lingua della portata del català come lingua ufficiale in tutto il territorio. La costituzione spagnola stabilisce all’art.3 che il castigliano è la lingua ufficiale dello stato e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla. Questo dovere non è esteso alle altre lingue, neppure nei territori in cui sono nate e si sono sviluppate. Di più: il basco, il català e il gallec non vengono neppure nominati nel testo costituzionale. L’art.3 le definisce genericamente come “altre lingue spagnole” e si limita a decretarne l’ufficialità nelle rispettive comunità autonome, in accordo con i rispettivi statuti.

Secondo Plataforma per la llengua si tratta di un dettato costituzionale che non pone allo stesso livello le differenti lingue e che non tutela sufficientemente il català. Non essendo lingua ufficiale dello stato infatti, il català non beneficia dei riconoscimenti che l’Unione Europea attribuisce a questa categoria di lingue. È l’unico idioma di dimensioni simili che rimane escluso dalla tutela comunitaria. E lo stato spagnolo si è finora rifiutato di modificare questa situazione. Non solo il dettato costituzionale ma anche la giurisprudenza si caratterizza per interpretare in senso restrittivo i diritti dei catalanoparlanti: basti pensare al divieto di parlare in català al Congresso dei Deputati di Madrid.

In altri casi caratterizzati dalla presenza di più lingue in un unico territorio statale si sono storicamente sviluppati due scenari differenti: nel primo si è prodotta una rottura territoriale ed è sorto un nuovo stato che ha riconosciuto a pieno la lingua precedentemente discriminata; nel secondo una modifica costituzionale ha equiparato la lingua tradizionalmente penalizzata all’altra, come è accaduto in Belgio, Svizzera, Canada o in Finlandia. Secondo l’ONG del català però, nessuna delle principali forze politiche spagnole ha intenzione di sanare la disparità linguistica di cui beneficia il castigliano. Anche per questo Plataforma per la llengua ritiene l’indipendenza di Catalunya come un passo fondamentale, sia per il riconoscimento internazionale del català che per garantirne la presenza e la tutela in tutti gli ambiti pubblici. In molti settori (giustizia, amministrazione e commercio in particolare) il català è penalizzato dalla normativa dello stato spagnolo: dal 2014, anno in cui ha cominciato il monitoraggio, Plataforma per la llengua ha registrato 250 leggi che impongono il castigliano, o escludono l’uso del català, e che ne perseguono di fatto la marginalizzazione.

Secondo Òscar Escuder, il presidente dell’entità linguistica, tutto ciò rivela “la visione dello stato, delle istituzioni e del governo spagnolo. Credono che il castigliano sia la vera lingua e che tutte le altre siano lingue folkloriche”. Una visione che secondo Escuder concepisce di fatto “uno stato con una sola lingua”. Per questo l’ONG invita a votare SI al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e a costruire finalmente uno stato che si schieri a favore del català.

 

Per maggiori informazioni: https://www.plataforma-llengua.cat/

 

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Badia i Margarit e il posto del català tra le lingue romanze.

Edito nel 1964, Llengua i cultura als Països Catalans di A.M. Badia i Margarit propone una serie di interventi pronunciati in conferenze o apparsi in riviste e volumi dei primi anni’60, quando all’Università di Barcelona non è permesso insegnare in català e ancora non esiste la cattedra di Lingua e letteratura catalana. Dopo l’assemblea del Paranimf (1957) i giovani universitari arrivano a costituire un’organizzazione studentesca autonoma  del tutto svincolata dal sindacato del regime (1965). Negli stessi anni l’autore insegna Grammatica storica della lingua spagnola, cattedra dalla quale si adopra per introdurre il català nell’università, cominciando a riunirsi con gli studenti. In pieno processo di transizione alla democrazia, nel 1978 Badia i Margarit viene eletto Rettore dell’Università di Barcelona, carica che interpreta all’insegna della democratizzazione dell’istituzione e della diffusione del català in tutti gli ambiti della vita collettiva.

Nel corso del suo lungo percorso di studi si dedica in particolare alla geografia linguistica e alla linguistica storica, soprattutto catalana, scrivendo numerosi saggi. In questa prospettiva si inseriscono gli studi di Llengua i cultura als Països Catalans, la cui lettura mostra da una parte il posto occupato dal català nella storia della formazione delle lingue romanze, dall’altra rappresenta un efficace antidoto contro le semplificazioni interessate e gli atteggiamenti di pretesa superiorità che talvolta emergono nel dibattito sulle lingue della penisola iberica.

Secondo l’autore il català si forma, come nel caso delle altre lingue romanze,  a partire dalla disgregazione dell’impero di Roma e dalla trasformazione del latino, che nelle diverse regioni europee segue linee evolutive differenti. La riflessione di Badia i Margarit si sviluppa dall’assunto secondo il quale il latino dell’epoca (nella versione parlata già distinto dalla lingua del foro romano) muta in modo diverso a seconda della maggiore o minore influenza di alcuni fattori di diversa natura: fattori storici, storico-linguistici e culturali.

Tra i fattori storici, l’intensità della penetrazione della lingua e della cultura latina è di primaria importanza. L’influenza di Roma nella penisola iberica non si dispiega ovunque allo stesso modo: in Catalunya sorge Tarraco, la città romana da cui prende il nome la Tarraconense, regione strettamente legata alla Narbonense (quest’ultima tanto fortemente segnata dalla presenza romana da essere indicata come la provincia per antonomasia, ossia Provenza, conservandone il nome fino ai nostri giorni); al contrario in Euskadi, o nella regione cantabrica, il dominio di Roma è continuamente minacciato dalle ribellioni delle popolazioni locali e non può tradursi in una forte e duratura impronta culturale; nella regione della Renania, delle Fiandre e dei Paesi Bassi è invece determinante la colonizzazione germanica. È evidente che l’eredità di Roma, sostiene Badia i Margarit, matura in modo differente nei differenti contesti.

Altrettanto rilevante per la formazione delle lingue romanze è il fattore più strettamente linguistico, rappresentato dalle tendenze evolutive spontanee del latino. Il latino parlato si modifica nel suo uso quotidiano secondo abitudini che si consolidano poco a poco e che sono oggetto di studio della grammatica storica. In un territorio tanto vasto tali abitudini non possono coincidere e approdano a esiti differenti: ad esempio se il català, il castigliano e il francese collocano l’articolo davanti al nome (come nel caso di el llop, el lobo, le loup) il rumeno lo pospone (lupu-lu).

Altro fattore da considerare è il substrato linguistico (ciò che esisteva prima dell’impiego del latino) che si riaffaccia con la propria impronta nella nuova lingua. L’intellettuale barceloní ricorda ad esempio che le popolazioni celtiche pronunciavano ü tutte le u, così che quando il latino si diffonde a nord della Gallia gli abitanti della regione pronunciano alla loro maniera le parole latine: nel caso di luna dicono lüna, suono che è rimasto uguale nella pronuncia francese di lune, mûr e nei vocaboli simili.

Anche i fattori storici successivi alla disgregazione dell’impero di Roma hanno una grande inluenza: il passaggio dei popoli germanici lascia tracce molto più profonde nella regione a nord della Loira e nella lingua francese che nel català; il dominio arabo lascia un’eredità culturale ricchissima soprattutto in Andalusia e nel castigliano, oltre che un vocabolario scientifico internazionale (alcohol, algebra, logaritmo, cifra, zenit…) ma si dispiega in maniera meno incisiva in Catalunya. La diversa combinazione di questi fattori nelle differenti aree geografiche fa si che non vi sia una sola lingua romanza che continua il latino parlato, bensì molte.

Definito il quadro interpretativo generale, Badia i Margarit esamina ciò che accade in Catalunya e al català mostrandone il posto peculiare all’interno del nutrito gruppo delle lingue romanze in formazione tra il VI e il IX secolo. Catalunya è una terra di passaggio, cammino obbligato da e verso Roma per legionari, coloni, mercanti e già a partire dal VI secolo si caratterizza per il suo orientamento transpirenaico, testimoniato ad esempio dall’impiego di espressioni comuni all’area centrale dell’impero (il catalano parlar, il francese parler, l’italiano parlare contrapposti al castigliano hablar ed al portoghese falar).

Paradossalmente l’orientamento verso il mezzogiorno francese si rafforza in seguito all’invasione araba: i franchi riconquistano presto la Septimània (Llenguadoc-Rosselló e Catalunya), avanzano verso il sud e conquistano Girona (785) e Barcelona (801). Si forma così il nucleo iniziale di Catalunya, con i comtats catalans che guardano all’impero carolingio, al quale sono legati fin dalla nascita da vincoli giuridici, feudali, amministrativi e ecclesiastici. Il linguista barceloní ricorda che i secoli nei quali si svolgono questi avvenimenti sono fondamentali per la formazione e il consolidamento dei tratti linguistici specifici di ciascuna delle lingue romanze. Gli eventi storici si riflettono nella formazione della lingua catalana che consolida la propria struttura interna a stretto contatto e sotto l’influenza della lingua impiegata nel mezzogiorno francese. Per questo català e provenzale sono tanto affini.

Lo storico catalano Ferran Soldevila sintetizza così questo legame: a causa della riconquista franca “Catalunya si sentì fin dalla propria origine poco unita al resto della penisola iberica. La lotta contro i saraceni, i primi secoli della riconquista, non la separarono bensì la legarono ancora più strettamente alle terre della Gallia meridionale; non la isolarono bensì la posarono in contatto più diretto con l’Europa; non fecero crescere bensì diminuire la solidarietà con il resto della Spagna; fino al punto che per gli altri popoli penisulari le persone del nostro paese saranno per molto tempo i franchi”.

Nato tra la Narbonense e la Tarraconense, dove la forte impronta della cultura e della lingua romana impediscono un’emersione significativa del substrato linguistico precedente, il català non viene segnato dal contributo dei popoli germanici (come accade al francese) né subisce una forte influenza araba. Lo stretto contatto con una lingua affine come il provenzale non fa che riaffermarne i caratteri originari. E quando più avanti i catalani si interessano alle vicende dei popoli vicini di ponente è già troppo tardi perché l’influenza del castigliano possa cambiare le caratteristiche più profonde della lingua.

Badia i Margarit conclude che “il català è […] una lingua tipica tra quelle sorte ad ovest dell’antico impero romano”, che con il provenzale, il francese, il castigliano e il portoghese forma un unico gruppo. Come ogni lingua che si trova in mezzo a vicini differenti si caratterizza come lingua ponte, anche se l’analisi storico-linguistica permette di affermare che “la maggior parte del materiale con cui è stato costruito questo ponte è di fattura gallo-romanza”, proviene cioè dal contatto con il versante provenzale.

Llengua i cultura als Països Catalans tratta anche le norme ortografiche stabilite da Pompeu Fabra, il bilinguismo e i principali aspetti problematici legati al català nel contesto della società degli anni ’60, ma il motivo di principale interesse del volume sembra il percorso seguito dalla lingua nei secoli della propria formazione. Approfondirne la  vicenda storica significa contribuire alla conoscenza e alla difesa del català (oltre che della varietà culturale e del pluralismo) davanti alle  discriminazioni e agli attacchi veri e propri che subisce ancora oggi nel paese della monarchia borbonica e del Partito Popolare al governo.

Il dibattito sulla lingua della repubblica catalana: il bilinguismo come maschera della repressione.

Uno dei temi centrali nel processo di costruzione della repubblica catalana avviato dopo le elezioni del 27 settembre 2015 è quello della lingua: una questione aperta che contrappone i differenti soggetti politici e che suscita numerose prese di posizione all’interno del mondo della cultura. Tra queste, risale a pochi giorni fa la pubblicazione del manifesto  Per un veritable procés de normalització lingüística a la Catalunya independent firmato da numerosi intellettuali, accademici e personalità storiche del mondo indipendentista riunitesi nel Grup Koiné.

L’analisi proposta nel manifesto si sviluppa a partire dallo status di lingua nazionale del català, nel senso di lingua che si è formata sul territorio di Catalunya, dove ha intrapreso un processo storico di evoluzione che l’ha portata ad estendersi anche al País Valencià e alle Balears.

Nonostante sia la lingua che storicamente la popolazione catalana ha sempre parlato, il català non si trova nella situazione di normalità che vivono le lingue nazionali sul proprio territorio. Il manifesto ricorda che a causa dell’annessione del Principat de Catalunya al Regno di Castella imposta con la forza nel 1714, il castigliano, come lingua di dominio politico, contende al català lo status di lingua territoriale, cercando di sostituirlo in tutto il paese (così come ha fatto il francese a partire dal 1659, dopo l’annessione dei territori della Catalunya Nord alla monarchia di Luigi XIV).

Il tentativo di sostituzione del català si è avvalso di mezzi coercitivi e repressivi dittatoriali, che hanno imposto lentamente alla popolazione catalana il castigliano. Il manifesto del Grup Koiné sottolinea che fino al 1939, soprattutto nei settori popolari, il processo di sostituzione del català era ancora abbastanza precario e che il castigliano ha finito per imporsi solo grazie all’opera del generale Franco. Per mezzo della repressione politico-giuridica del català, dell’imposizione del castigliano nel mondo della scuola, dell’università e dei mezzi di comunicazione, dell’utilizzazione dell’immigrazione di lingua castigliana come involontario strumento di colonizzazione linguistica, il franchismo ha portato a termine in quarant’anni un processo che, reprimendo e marginalizzando il catalano, ha condotto ad una situazione di bilinguismo forzoso.

La caduta del fascismo spagnolo, alla morte di Franco, e il regime democratico sorto nel 1978 non hanno messo fine all’imposizione politica e giuridica del castigliano in Catalunya: nell’amministrazione pubblica il català è ancora frequentemente discriminato, il suo status nella scuola è costantemente messo in discussione dalle proposte del parlamento spagnolo,  nel mondo del lavoro si rivela spesso più utile il castigliano. Secondo i firmatari del manifesto, tra le conseguenze di questa discriminazione troviamo il costume di parte della popolazione catalana (forse dettata dall’abitudine a considerare la propria lingua come secondaria) di rivolgersi in castigliano agli sconosciuti, o il rischio di degrado qualitativo del català.

Il manifesto del Grup Koiné prosegue descrivendo l’esito paradossale del processo di sostituzione linguistica: il català si trova sempre più marginalizzato sul proprio territorio a beneficio della lingua dell’immigrazione, si badi bene però, solo dell’immigrazione di lingua  castigliana: tutte le altre lingue della popolazione immigrata (amazic, arabo, cinese…) non godono della stesso trattamento di favore. Secondo i firmatari del manifesto è evidente la natura ideologica del bilinguismo che, più che fenomeno egualitario che arricchisce la popolazione, si rivela la maschera presentabile della repressione e della marginalizzazione del català a beneficio del castigliano. L’ideologia del bilinguismo nasconde così la costante sostituzione di una lingua con l’altra, legittimandola e consacrandola alla normalità democratica.

Nel momento attuale però, nel quale Catalunya attraversa un processo di natura costituente volto alla costruzione di una repubblica indipendente dal Regno di Spagna, la questione della lingua non può essere nascosta dietro la maschera del bilinguismo: l’opinione dei firmatari del manifesto è che la discriminazione del català non possa proseguire come un normale dato di fatto nella nuova repubblica e che sia necessario cominciare da subito una campagna per rafforzare la coscienza linguistica in tutto il paese e portare ad una adeguata tutela costituzionale del català. Per questo si propongono tre obbiettivi fondamentali: 1) il pieno ed effettivo status di lingua nazionale del català, di lingua del territorio di Catalunya, allo stesso modo che per l’occità alla Vall d’Aran; 2) la fine della subordinazione sistematica e generalizzata del català (e dell’occità) al castigliano; 3) il progressivo rafforzamento del català.

Il processo costituente si arricchisce così della questione della lingua, che nell’intenzione del Grup Koiné deve trasformarsi in uno degli assi principali d’integrazione della cittadinanza, nella prospettiva di una società multilingue dove ognuno, indipendentemente dal paese e dal continente di provenienza, possa sentirsi accolto. Ma dove la lingua nazionale cessi finalmente di essere discriminata.

«Se mi parli in català si sospende il giudizio». I nuovi casi di discriminazione presentati dalla Plataforma per la llengua saranno esposti al Parlamento europeo.

La Plataforma per la llengua, l’organizzazione non governativa che promuove il català come strumento di coesione sociale, ha presentato all’ufficio di Barcelona del Parlamento europeo, un documento che raccoglie 37 nuovi casi di discriminazione linguistica nell’amministrazione pubblica spagnola.

L’ONG del català sottolinea che i casi si sono verificati negli ultimi due anni e mezzo e che violano sia la legislazione autonomica che quella statale. La ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie impegna la Spagna a non discriminarne i parlanti e a cancellare dal proprio ordinamento giuridico le norme che vietano l’impiego di tali lingue. Ma a giudicare dalla costante emersione di nuovi episodi di discriminazione, raccolti in Se mi parli in català si sospende il giudizio, l’obbiettivo sembra molto lontano.

Il titolo del documento si riferisce alla frase con la quale il 2 marzo 2015 un giudice di Figueres avverte che avrebbe sospeso la seduta se un testimone, dopo averne fatto formale richiesta, si fosse espresso in català. Di fronte al rifiuto del magistrato, il testimone opta per dichiarare in castigliano, soprattutto per non dover presentarsi in tribunale un’altra volta (vive a 150 chilometri da Figueres), ma presenta un reclamo formale. Il 9 aprile il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya dà cinque giorni di tempo al giudice per spiegare perché non ha applicato l’articolo 231.5 della Llei orgánica del poder judicial che prevede che qualsiasi persona presente al giudizio possa fare da traduttore, naturalmente sotto giuramento. Al 30 giugno il giudice non aveva ancora fornito nessuna spiegazione.

La Plataforma per la llengua fornisce una mappa dei casi distribuiti su tutto il territorio dei Països Catalans, dalle Balears all’Empordà, i cui protagonisti sono prevalentemente giudici e tutori dell’ordine, oltre che medici e insegnanti, accomunati dalla discriminazione nei confronti di chi parla català. Si tratta di un consistente aggiornamento della relazione del 2013, intitolata In spagnolo o niente, che descriveva 40 casi di discriminazione: tra questi vale la pena ricordare la vicenda kafkiana di una traduttrice dall’arabo e dall’amazic contattata dalla Guàrdia Civil di Palma (Mallorca) per effettuare una traduzione. Il 16 agosto 2007 viene respinta all’entrata della caserma di Palma, nonostante abbia un appuntamento con un capitano, perché si rivolge all’agente di custodia in català. Quando il giorno seguente riesce a incontrare il capitano in questione, l’ufficiale le dice che gli sembra vergognoso che una straniera difenda una lingua che neppure esiste, una pura invenzione, e che non c’è niente di peggio del català e di atteggiamenti come quello della traduttrice. Con l’aiuto dell’Obra Cultural Balear, la giovane porta alla luce il caso guadagnandosi una denuncia della Guàrdia Civil per gravi ingiurie. Dopo tre anni l’epilogo: il tribunale condanna la traduttrice a pagare una multa, accreditando la versione delle forze dell’ordine e sollevando le proteste dell’Obra Cultural Balear.

Con precedenti simili non stupisce che molti casi di discriminazione non vengano denunciati. L’atteggiamento di autocensura si spiega inoltre con la scarsa notorietà degli organismi di difesa dei diritti dei catalanoparlanti e con la interiorizzazione dello status di inferiorità della propria lingua come normale dato di fatto.

L’atto di presentazione del documento di denuncia della Plataforma per la llengua, tenutosi il 14 marzo 2016, ha potuto contare sulla presenza di cinque eurodeputati catalani: Marina Albiol, (Esquerra Unida del País Valencià), Ramon Tremosa (Convergència Democratica de Catalunya), Josep M. Terricabras (Esquerra Republicana de Catalunya), Francesc Gambús (Unió) i Ernest Urtasun (Iniciativa per Catalunya-Els Verds). Il 17 marzo Marina Albiol presenterà il documento alla commissione libertà, affari interni e giustizia del Parlamento europeo, dove si dibatterà la questione. Il fatto che il tema venga discusso per la prima volta in questa commissione, invece che nella commissione cultura, non è un dettaglio: implica il passaggio dalla prospettiva di una generica tematica culturale a quella della denuncia vera e propria della violazione dei diritti civili dei cittadini. L’eurodeputata dovrà svolgere il proprio intervento in castigliano perché il català non è una delle lingue ufficiali nelle quali lavora la Unione Europea.

¡En Cristiano!: quando parlare català può costare una denuncia.

Gli episodi di discriminazione per l’uso del català, se non sono sistematici, affiorano ancora  periodicamente per i Països Catalans. L’ultima denuncia risale al settembre scorso: secondo numerosi quotidiani, tra i quali l’Ara, El Punt, e Vilaweb, una guida di montagna di 31 anni che si recava al lavoro è stata fermata dalla Policia Nacional alla frontiera con la Francia e denunciata per resistenza a pubblico ufficiale per aver parlato in català. «Qui siamo in Spagna e si parla il castigliano» avrebbe detto il poliziotto. «In Catalunya si parla anche il catalano», sarebbe stata la rispota in seguito alla quale l’agente ha iniziato una rude perquisizione e stilato una denuncia.

Di casi simili la Plataforma per la Llengua ne conosce decine. E Ignasi Bea Seguí, politologo e militante della CUP, ne ha raccolti una dozzina nel libro ¡En Cristiano! Policia i guàrdia civil contra la llengua catalana, uscito nel 2014 per le edizioni Cossetania. Gli episodi sono di una sconcertante banalità: i protagonosti involontari sono cittadini normali, persone non impegnate da un punto di vista politico, che usano il català in un aeroporto, un commissariato o ad un controllo stradale. In ognuno di questi casi il rappresentante di turno delle forze dell’ordine intima che gli si parli come un cristiano, considerando evidentemente il català alla stregua di un linguaggio inferiore e procede il più delle volte a denunciare i malcapitati. In alcuni casi i tribunali non hanno riconosciuto la discriminazione e gli agenti sono stati assolti, in altri i cittadini che hanno osato denunciare i fatti sono stati addirittura condannati. Solo uno di questi casi si conclude con la condanna di un agente. Come è possibile che i cittadini non possano usare la propria lingua, nel proprio paese, nei rapporti con le forze di sicurezza spagnole? Come è possibile che tutto ciò accada oggi (i casi riportati nel libro sono accaduti tra il 1996 e il 2012, lontano dall’epoca franchista), come si spiega?

L’autore di ¡En Cristiano! fornisce una risposta articolata: da un lato esamina la storia recente, dall’altro ripercorre la vicenda secolare della persecuzione patita in epoche differenti dal català. Per quel che riguarda la cronaca degli ultimi anni, Bea Seguí ricorda che la costituzione del 1978 riconosce, per la prima volta, l’esistenza di differenti lingue nello stato spagnolo. Allo stesso tempo però, queste lingue non sono neppure citate con il loro nome. Inoltre la loro ufficialità viene relegata alle rispettive comunità autonome. La realtà è che la monarchia spagnola non sembra interessata a tutelare la ricchezza e il patrimonio culturale rappresentato dalla varietà linguistica.

Ma ciò che impressiona e colloca nella giusta prospettiva storica i casi esaminati nel libro, è la panoramica sui tre secoli abbondanti di persecuzione del català, per mano della Spagna borbonica come della Francia dell’ancien régime e della repubblica, della dittatura di Primo de Rivera come del fascismo di Franco, che vi si dedica con speciale scrupolo. Per ciascuna epoca ¡En cristiano! ricorda le misure repressive adottate: dal divieto di insegnare il català nelle scuole alla messa al bando di canzoni popolari come Els segadors (che oggi è l’inno catalano) o La Santa Espina. Un capitolo a parte merita la repressione franchista che va dal divieto di etichettare le merci in català alla sostituzione dei nomi delle piazze e delle insegne dei negozi (la plaça Catalunya di Barcelona diviene la plaza del Ejército Nacional); dalla soppressione della stampa in català alla eliminazione dell’insegnamento della filologia catalana e perfino della storia dell’arte medievale, considerata un’allusione esplicita alla cultura di Catalunya; dall’annullamento di certificati di nascita, morte e matrimonio redatti in català ai cartelli nelle fabbriche che ricordavano il divieto di parlare la lingua degli sconfitti della guerra civile.

Un corpo di leggi impressionante che smentisce le opinioni dedite a negare o minimizzare la repressione subita dalla lingua. Tra queste quella espressa da Juan Carlos I nel 2001, secondo la quale «la nostra non fu mai una lingua d’imposizione bensì d’incontro; nessuno è mai stato obbligato a parlare in castigliano. Furono i popoli più diversi che fecero propria, secondo la loro libera volontà, la lingua di Cervantes». Un’opinione smentita, oltre che dalla storia, anche dalla relazione presentata nel 2009 dalla Plataforma per la Llengua e intitolata 500 lleis que imposen el castellà, una dettagliata raccolta di leggi, all’epoca ancora vigenti, che favorivano il castigliano in ogni tipo di documenti (patenti, licenze, insegne, titoli ufficiali), nella relazione con l’amministrazione pubblica, nell’insegnamento e al momento di scegliere un lavoro.

Secondo Bea Seguí la repressione secolare, rafforzata dalla sottile discriminazione dei nostri giorni, manda un chiaro messaggio alla popolazione: al primo posto c’è una lingua ufficiale, imprescindibile, utile in ogni ambito e di tutto rispetto; dopo vengono le altre, che non si nominano e delle quali si può tranquillamente fare a meno. È per questo forse che molti catalani sono abituati a passare automaticamente al castigliano quando qualcuno gli si rivolge in questa lingua o quando parlano con uno straniero. Ma non è solo questo il lascito di secoli di storia: accanto alla svalutazione mascherata e all’aperto disprezzo dello stato, c’è la volontà di un popolo che si ostina a parlare la propria lingua nonostante la repressione protrattasi per più di trecento anni. E la consapevolezza politica, che negli ultimi anni si è allargata notevolmente nella società, della necessità di dotarsi di strumenti adeguati per rafforzare il català e garantire un effettivo pluralismo, obbiettivi che sembrano all’ordine del giorno nella costruzione della Repubblica indipendente.

Il català: una storia peculiare. Alcune domande alla filologa Àngels Ribas. (Tracce n.1)

La conversazione con Àngels Ribas verte su alcune delle tappe più significative della vicenda storica del català, una lingua dalle vicissitudini tanto interessanti quanto misconosciute. La studiosa pone l’accento sugli aspetti più strettamente linguistici del processo, evitando alcune implicazioni esplicitamente politiche che considera materia dell’analisi storica vera e propria.

Catalunyasenzarticolo: Quali erano le lingue che si parlavano sul territorio dell’odierna Catalunya prima che facesse la sua comparsa la lingua catalana? Qual’è il ruolo svolto dalla romanizzazione da un lato,  dalle influenze reciproche tra il latino volgare e le lingue locali dall’altro, nel processo che porta alla formazione del català? Ci sono altre influenze linguistiche significative più tarde?

Àngels Ribas: Per la storia della lingua catalana è innegabile l’importanza fondamentale della romanizzazione del paese; tuttavia è necessario considerare anche il ruolo svolto in precedenza dalle lingue preromane, così come i contributi più tardi dei visigoti, degli arabi e dei franchi.

Prima dell’arrivo dei romani già diversi popoli (indoeuropei del nord, greci, fenici…) si erano stabiliti nel nord est della penisola iberica, e attorno al VI secolo a.c., assieme ai popoli di origine basca, avevano dato vita alla civilizzazione iberica. Conserviamo molti esempi di lessico di provenienza indoeuropea o celtica come clovacamisabalma… [rispettivamente buccia, camicia, cavità in una parete di roccia]; conserviamo parole di provenienza greca come Roses Empúries [città e località della costa empordanesa della Catalunya]; di provenienza fenicia come EivissaTogomago i Maó [località delle Balears]; iberobasca come pissarraesquerracarabassa [lavagna, sinistra, zucca] che hanno continuato la loro vita nella nostra lingua.

La romanizzazione comincia con l’arrivo degli eserciti romani ad Empúries nel 218 a.c. e si conclude all’inizio del V secolo. Quando i romani arrivano a Catalunya vi trovano popolazioni indigene che parlano la lingua iberica. Ma in seguito all’arrivo dei soldati di Roma comincia il processo di sostituzione delle lingue autoctone con il latino.

Dopo la caduta dell’impero romano (476 d.c.) l’arrivo dei popoli germanici (visigoti e franchi) e soprattutto l’invasione degli arabi, contribuirono a differenziare e a donare una fisionomia propria alle incipienti lingue romaniche, tra cui il català. I popoli germanici lasciarono in eredità alla lingua catalana un contributo lessicale molto piccolo, mentre l’influenza dell’arabo fu molto più forte, dato che gli arabi dominarono la penisola iberica per cinque secoli (dal 711 d.c. al 1277) lasciando testimonianze del proprio passaggio soprattutto al País Valencià e alle Balears. Provenienti dal lessico germanico utilizziamo tuttora robarespiagana [rubare, spia, fame]; dal franco blatboscganivet [mais, bosco, coltello]; dall’arabo duanaalbercocrajola [dogana, albicocca, piastrella].

Catalunyasenzarticolo: Sono molte e diverse influenze che disegnano un ricco patrimonio culturale e un vero e proprio crogiolo linguistico. Quand’è che si comincia a parlare e scrivere in català? Quando, in quale contesto, in che tipo di documenti e dove appare per la prima volta la lingua catalana? Quando comicia la produzione letteraria vera e propria?

Àngels Ribas: Il català proviene dal latino volgare, una lingua diversa dal latino colto o classico. Tutte le lingue romaniche costituiscono un’evoluzione del latino volgare che, in quanto lingua parlata, è in continua trasformazione. Con la disgregazione dell’impero romano la lingua si trasforma ad un ritmo sempre più veloce finché si converte in un altro idioma, del tutto differente dal latino. Si può affermare che già a partire dall’VIII secolo la lingua che si parlava sul territorio di Catalunya era il català: una lingua romanica ben differenziata dal latino. Troviamo una prima evidenza di questa trasormazione nel Concilio di Tours (813) durante il quale si decise di fare la predica in rusticam romanam linguam, dato che il popolo non capiva il latino.

Se parliamo della lingua parlata vera e propria, bisogna aspettare il XII secolo per trovare i primi testi scritti integralmente in català. Precedentemente la scrittura era patrimonio esclusivo del latino. Il più antico di questi primi testi scritti integralmente in català è il frammento di una traduzione del Forum iudicum, un codice di leggi elaborato dai visigoti. Al 1173 risalgono gli Usatges de Barcelona, una raccolta di norme giuridiche che costituiscono il fondamento del diritto catalano. Alla fine del XI secolo o all’inizio del XII datano le Homilies d’Organyà, primo testo letterario in català che conserviamo. Si tratta di una raccolta di sei sermoni, con frammenti dei vangeli e epistole in latino, che l’autore traduce e commenta in català. Alla metà del XIII secolo troviamo tre poemi religiosi: l’Epistola farcida de Sant Esteve, il componimento Aujats, senyors qui credets en Déu lo paire e il Planctus della Vergine.

Malgrado non si conservino testimonianze scritte, è certo che c’era una letteratura popolare: canti lirici (d’amore, di tristezza e di gioia) e epici (narrazioni leggendarie e storiche). Nonostante siano andati perduti, i canti epici sono in parte conosciuti grazie alle canzoni in prosa e alle Cròniques di Jaume I, di Bernat Desclot e di Ramon Muntaner.

Catalunyasenzarticolo: Dopo la guerra dei segadors e il Tractat del pireneu (1659) comincia la persecuzione del català in Francia. Con la guerra di successione del 1714, che Catalunya perde in seguito allo storico assedio di Barcelona, l’assolutismo borbonico abolisce la Generalitat de Catalunya, la secolare istituzione di governo catalano, e comincia l’opera di persecuzione del català, che intenta sostituire con il castigliano. Il XX secolo si apre con la dittatura di Primo de Rivera: quali sono le conseguenze per la lingua?

Àngels Ribas: Il colpo di stato del generale Primo de Rivera (1923) significò un forte attacco alla cultura e alla lingua catalana. Il generale dissolse la Mancomunitat de Catalunya, istituzione che riuniva le quattro province catalane (Barcelona, Girona, Lleida e Tarragona), proibì l’uso del català, della senyera (bandiera nazionale catalana)  e della sardana (il ballo nazionale di Catalunya). Solo in seguito alle dimissioni di Primo de Rivera e dopo un periodo di transizione, nasceranno nuove forme organizzative del nazionalismo di sinistra (Estat Català, Partit Republicà Català e Acció Catalana).

Catalunyasenzarticolo: Tre secoli di persecuzioni e un intento di genocidio linguistico portato avanti dal fascismo spagnolo: come ha potuto sopravvivere il català? Altre lingue, per esempio il gaelico in un altro contesto geopolitico, e persino l’euskera, non hanno mantenuto una vitalità simile e non vengono utilizzate quanto il català.

Àngels Ribas: La sopravvivenza non sarebbe stata possibile senza il crogiolo nel quale si erano fusi i contributi di Enric Prat de la Riba, politico, e Pompeu Fabra, ingegnere filologo. Il primo ottenne un minimo di potere necessario per avviare l’opera di recupero della cultura nazionale, che sostanziò in una decisa e razionale pianificazione linguistica; il secondo rese possibile la codificazione linguistica del català, definendo la normativa moderna della lingua. D’altro canto un movimento come il modernismo, raccolto attorno alla rivista L’Avenç, contribuì a mantenere in vita il català, approfittando di un contesto politico, sociale e istituzionale che permise di portare a buon fine l’impresa.

Bisogna inoltre ricordare anche altri fattori che si sono rivelati fondamentali perché il català raggiungesse lo status di lingua a tutti gli effetti, scongiurando il rischio di essere sostituito da un altro idioma (e portando così a termine il processo di normalizzazione). Si tratta di fattori culturali come la fondazione dell’Institut d’Estudis Catalans (1907), l’azione del movimento  noucentista volta a dotarsi di una lingua comune e istituzionale, eventi quali il primo Congresso Internazionale della Lingua Catalana; di fattori politici come lo sviluppo del movimento Solidaritat Catalana e l’opera della Mancomunitat de Catalunya…

In questo contesto, tra il 1913 e il 1932, comparvero le Normes ortogràfiques dell’Institut d’Estudis Catalans, la Gramàtica catalana e il Diccionari general de la llengua catalana di Pompeu Fabra. Tutto ciò permise finalmente di dotare la lingua di una normativa completa, accettata in tutto il dominio linguistico catalano, consentendone allo stesso tempo la modernizzazione e il recupero del prestigio perduto, convertendola in una lingua utilizzabile in tutti i campi della società e della cultura, uguale a qualsiasi altra lingua europea. L’opera di Pompeu Fabra e dell’Institut d’Estudis Catalans dotarono il paese degli strumenti necessari per resistere in campo linguistico e culturale negli anni difficili che si avvicinavano.

Catalunyasenzarticolo: Si tratta degli anni del franchismo, nel corso dei quali la proibizione della lingua raggiunse livelli mai visti in precedenza. Oggi però il quadro storico sembra caratterizzato da una coscienza nazionale che si è consolidata fortemente nella società catalana. Quali sono le prospettive future della lingua?

Àngels Ribas: Malgrado la diseguaglianza esistente tra il català e il castellà (disuguaglianza nella cornice legale e nella presenza nei mezzi di comunicazione) e gli attacchi al modello di insegnamento, i catalani resistono mantenendo viva attraverso i secoli la spinta per la conservazione della loro lingua e della loro cultura. In questo senso oggi siamo in presenza di un ampio movimento sociale e politico che, attraverso una via pacifica e con metodi democratici, cerca di trasformare Catalunya in un paese sovrano a tutti gli effetti.

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