Nel 1916 il giovane tarragonino Antoni Rovira i Virgili pubblica Il Nazionalismo, opera con la quale comincia una riflessione sul tema destinata a protrarsi e approfondirsi nel corso di tutto il suo percorso politico e culturale. All’epoca collaboratore del servizio stampa della  Mancomunitat de Catalunya, l’autore definisce nell’opuscolo il proprio concetto di nazione e reclama l’attenzione sopra il suo popolo, dando alle stampe un libro che, pur esaurito in poche settimane a causa della ridotta edizione curata da La Revista e perciò scarsamente diffuso, risulta contenere opinioni e osservazioni destinate a vivere a lungo.

Il tema nazionale è all’ordine del giorno: la guerra scatenata dalle potenze imperialiste è in pieno svolgimento mentre in Catalunya la Mancomunitat, embrionale organo di autogoverno da poco istituito, sperimenta un importante compito di politica culturale e di intervento pubblico. Ma nel 1923 la Mancomunitat viene abolita dal generale Primo de Rivera, alla testa di una dittatura che oltre alla repressione sociale e al rinnovato impegno coloniale si caratterizza per un forte anticatalanismo. Rovira i Virgili non si perde d’animo e si imbarca nell’impresa della Revista de Catalunya ma è solo più tardi, con il nuovo scenario aperto dalla seconda repubblica (1931), che si presenta l’occasione di ripubblicare il lavoro del 1916. La nuova edizione esce al principio del 1932 per la casa editrice Barcino di Barcelona, con alcune revisioni ma soprattutto con un titolo diferente: “ho sostituito il titolo Il Nazionalismo con Il principio delle nazionalità perché da tempo la parola nazionalismo si è fortemente caratterizzata nell’accezione di sciovinismo, imperialismo ed egoísmo nazionale”.

L’autore si mostra ben consapevole delle due facce che può assumere il concetto di nazione, a seconda del contesto storico strumento di emancipazione dal dominio degli imperi o al contrario arma per l’asservimento dei popoli. In questo senso sottolinea che la nascita del concetto di nazionalismo, nel corso del XIX secolo, avviene sotto il segno rivendicativo dei popoli oppressi (è il caso dei cechi, degli irlandesi, dei greci opposti ai vecchi imperi). Oggi però secondo Rovira i Virgili: “ovunque ci si riferisce al nazionalismo francese, tedesco, italiano, polacco o serbo per indicare sentimenti e principi che non solo sono differenti bensì diametralmente opposti a quelli che proclamano il diritto dei popoli alla libertà”.

Il giovane intellettuale sottolinea chiaramente la duplicità del concetto di nazionalismo, mostrandone da un lato la faccia autoritaria, antidemocratica fino al razzismo, dall’altro il volto che invita all’emancipazione, al rispetto e alla pace tra i popoli. È la rivoluzione francese che secondo l’autore, proclamando i principi di libertà, favorisce inizialmente lo sviluppo della rivendicazione nazionale. Nonostante il centralismo giacobino “tutti o quasi tutti i popoli oppressi trovarono nelle idee rivoluzionarie lo strumento per combattere i tiranni”. Di più, secondo Rovira i Virgili il segno político della rivoluzione e persino dell’impero napoleonico, “il principio che la rivoluzione portava nelle proprie viscere era essenzialmente favorevole al principio delle nazionalità”. Perché “gli uomini della rivoluzione credevano che la dominazione dei popoli si equivaleva alla schiavitù degli uomini”.

Il contributo del giovane tarragonino al catalanismo di quegli anni si connota fin dall’inizio come democratico e radicalmente antiassolutista, presentando già i germi del movimento di liberazione nazionale, per l’indipendenza del proprio paese dall’impero. Come nel caso di Cuba, del Marocco, delle Filippine, di buona parte del centro e sud america, a lungo colonie spagnole.

In particolare in Il principio delle nazionalità troviamo una interessante riflessione sugli elementi costitutivi della nazione: “tra tutti gli elementi che formano la nazionalità è la lingua il più potente, il più influente, il più decisivo”. Siamo evidentemente lontani dal principio di nazionalità basata sul sangue e la terra: “è ben noto e assodato che non esistono razze pure, che tutti i popoli sono formati dalla miscela e incrocio di razze e che in un popolo si possono distinguere una moltitudine di tipi antropologici”. Se la diversità e la convivenza non preoccupano minimamente l’autore, al contrario “la perdita della lingua propria è un pericolo gravissimo per la sopravvivenza della nazionalità”. Altrettanto significativo è l’elemento della coscienza politica, rispetto al quale Rovira i Virgili si mostra categorico: “senza la coscienza nazionale il territorio è un paesaggio, la storia un fantasma, il diritto una routine e la lingua una varietà fonetica”.

Nel pensiero político dell’autore il dato della realtà nazionale di un popolo prevale sulla legge, sullo status quo e sull’ordinamento internazionale: costituisce una nazionalità ogni “popolo con carattere nazionale. Tanto se si è organizzato in uno stato proprio come se non lo ha fatto. Indipendentemente dal fatto che la propria personalità sia riconosciuta o no”. La vera condizione discriminante non è il riconoscimento esterno o la costruzione di istituzioni proprie quanto la coscienza di essere un soggetto politico.

Detto ciò l’autore è consapevole della varietà dei casi storici concreti, dai popoli che hanno perso quasi completamente l’uso della loro lingua ma non la combattività politica e la coscienza di sé (è il caso degli irlandesi) a quelli privi di unità linguistica (i finlandesi). Dai popoli il cui carattere nazionale è incerto o in formazione alle nazioni decadute. “La Slovacchia è una nazione o una regione della Boemia? La Slovenia è una nazione o una regione serbo-croata? L’Ucraina è una nazione o semplicemente una regione della Russia?” Davanti a queste contraddizioni lo studioso risponde con il pragmatismo: “La vita sociale è troppo complessa perché possa entrare tutta dentro degli stampi generali. I principi politici, e specialmente il principio di cui stiamo parlando è diciamo così una figura geometrica regolare, dalle linee simmetriche e gli angoli uguali. E i fatti reali presentano invece una irregolarità ricchissima e variegata”.

Ma la formula politica che propone per le nazionalità è ben definita. “Ogni nazione ha diritto a costituire uno stato indipendente o autonomo” intendendo nel secondo caso una piena autonomia. Lo stato nazionale può formare con un altro stato un organismo federale e conservare allo stesso tempo la propria sovranità. Il rischio più grande è però un regime federale di carattere regionalista nel quale la nazionalità sia inibita. “Un popolo che ha perduto la propria anima, che vive con l’anima di un altro popolo senza essersi fuso con quest’ultimo, costituisce un tragico caso di decadenza”. In definitiva è lo stato proprio lo strumento di maggiore garanzia per l’emancipazione nazionale e per lo sviluppo di un popolo.

Nonostante Il principio delle nazionalità non escluda a priori soluzioni organizzative sovranazionali e federali, sempre che siano espressione della volontà dei popoli, alcuni degli aspetti più significativi dell’opuscolo sembrano essersi sedimentati nel catalanismo odierno, che riconosce nazionalismi di segno differente e che si declina come movimento per l’indipendenza; che attribuisce grande importanza alla difesa della lingua e chiede di poter esprimere la propria volontà attraverso un referendum finora mai concesso dai governi spagnoli. Senza perdere di vista lo scenario internazionale e senza dimenticare la conclusione dell’autore secondo il quale “il vero internazionalismo è sovranazionale, non anti nazionale”.

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