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Mese

dicembre 2016

La frittata sovversiva del consigliere comunale Joan Coma.

Il consigliere comunale di Vic Joan Coma, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione della sinistra radicale catalana, è stato arrestato il 27 dicembre e trasferito a Madrid davanti al tribunale dell’Audiència Nacional. È accusato di “incitamento alla sedizione”: nel corso di una seduta del consiglio comunale di Vic, riferendosi all’indipendenza di Catalunya e invitando alla disobbedienza civile ha detto “per fare la frittata, prima bisogna rompere le uova”. Il pubblico ministero ha ravvisato nell’allusione gli estremi del reato e avviato il procedimento che ha portato alla detenzione.

Il giudice dell’Audiència Nacional che ha disposto l’arresto è un ex ispettore della polizia franchista, Ismael Moreno, divenuto in seguito magistrato, testimonianza vivente della continuità degli apparati di potere statali. Fedele al suo ruolo, ha imputato al consigliere comunale un reato che non veniva contestato a un rappresentante democraticamente eletto dai cittadini dai tempi della dittatura. Nel corso della comparizione, il giudice ha domandato a Coma cosa  intendeva dire con uova, con frittata e con rompere, inscenando un momento degno del miglior surrealismo se non del più inquietante processo kafkiano. Il giorno seguente alla comparizione in tribunale, il consigliere di Vic è stato rilasciato in regime di libertà provvisoria (con la misura cautelare del ritiro del passaporto). Rischia fino ad 8 anni di prigione. L’avvocato del militante indipendentista, Benet Salellas, sottolinea che il giudice si sta avvalendo di “concetti giuridici franchisti, già strumenti della dittatura”, in particolare quando ravvisa un delitto contro la forma di governo, un reato incluso nel codice penale spagnolo del 1973.

La portavoce di Izquierda Unida al Parlamento Europeo, Marina Albiol, ha portato il caso davanti alla Commissione Europea, alla quale ha domandato se la detenzione del consigliere comunale, così come le misure giudiziarie contro diversi militanti dell’indipendentismo catalano (il sindaco di Berga, il Presidente Carme Forcadell e i cinque militanti recentemente accusati di aver bruciato la foto del re) rispettano la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In particolare Albiol domanda se gli arresti e le misure giudiziarie dei tribunali spagnoli violano l’art. 11 della Carta, dedicato alla libertà d’espressione.

Il giorno stesso dell’arresto del consigliere di Vic, la Candidatura d’Unitat Popular ha diffuso il  seguente manifesto:

“Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo: non un passo indietro.

Manifesto unitario di sostegno a Joan Coma.

In questo momento Libertà, Solidarietà e Democrazia non sono parole vuote né espressioni retoriche. A difesa della convivenza politica, Libertà, Solidarietà e Democrazia sono concetti pieni di vitalità, forza e unità: denunciano l’autoritarismo di uno stato che, condannando la libertà d’epressione politica dei consiglieri comunali in sede consiliare, pretende annullare la rappresentanza dei cittadini.

Joan Coma è libero di scegliere il cammino che ritiene più adeguato per difendere le proprie convinzioni, obbedendo alla propria coscienza e nel rispetto dell’impegno assunto democraticamente e per il quale è stato eletto. Per difendere la libertà e la democrazia altri possono scegliere strade diverse; troveranno ugualmente il nostro rispetto e la nostra solidarietà. La nostra solidarietà a tutti e a tutte porterà a una complicità ogni giorno più forte nella difesa delle libertà e della democrazia. Potranno attaccare i singoli ma, se avremo la capacità di continuare a costruirla, non potranno rompere questa complicità.

Ci auguriamo che chiunque si mobiliti a difesa della libertà d’espressione – e di tutte le libertà minacciate – possa sentirsi rappresentato da questo manifesto, indipendentemente dal suo pensiero político e dalla sua affiliazione a un partito. Vogliamo invece che questo manifesto risulti scomodo per quegli antidemocratici che vogliono inviare ai tribunali i rappresentanti dei cittadini e che negano si possa costruire il futuro di una Catalunya giusta secondo la volontà della sua popolazione.

Non cercate i nemici delle libertà e della democrazia nelle fila dei democratici, tra i quali non dobbiamo accusare nessuno. I contrari alle libertà e alla democrazia sono coloro che avvalendosi di tribunali trasformati in attori politici e di potere, non di giustizia, vogliono schiacciare  i nostri diritti e la rappresentanza del nostro popolo.

In questo momento vogliamo ricordare le parole di Joan Coma: “qualunque cosa accada, manteniamo la calma, pratichiamo la non violenza che abbiamo appreso dalla dsobbedienza civile pacifica e resistente e sorridiamo perché se sono capaci di comportarsi così, rispolverando tic inquisitori e misure eccezionali è perché sanno che democraticamente hanno già perso”.

Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo bensì tutti e tutte noi. Siamo al tuo fianco Joan, non ti lasceremo solo, solidarietà.

Solidarietà a tutte e a tutti quelli che  la giustizia trasforma in questo momento in perseguitati politici. Siamo con voi, non camminerete soli. E solidarietà anche per noi che difendiamo le libertà e la democrazia. Camminando a fianco non ci troveremo mai soli.

Joan libero! Ti vogliamo a casa e al Comune di Vic a rappresentare chi ti ha scelto democraticamente.

Visca le libertà, Catalunya e i Països Catalans.”

Vic, 27 dicembre 2016”

Un Parlamento disobbediente.

Il 16 dicembre la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha dovuo presentarsi davanti al giudici del Tribunal Suprem de Justicia de Catalunya per aver consentito un dibattito sull’indipendenza in aula e permesso la votazione del documento conclusivo della commissione parlamentare sul processo costituente malgrado il divieto espresso dal Tribunale Costituzionale spagnolo. L’accusa è disobbedienza.

Per questo rischia di essere rimossa dal proprio incarico istituzionale. Ma la solidarietà delle istituzioni e del popolo catalano alla propria presidente sembra più che mai incondizionata. Centinaia di sindaci hanno sottoscritto un documento in sostegno a Forcadell dandone lettura nelle piazze: a Barcelona (che non ha ancora aderito all’associazione dei municipi per l’indipendenza) il documento unitario è stato letto da Ada Colau.

Accompagnata da circa 500 sindaci e da centinaia di cittadini, Forcadell ha percorso in corteo la distanza che separa il Parlamento dal Tribunale, davanti al quale i manifestanti si sono fermati dietro una grande scritta che recitava semplicemente democrazia.

La presidente non ha risposto alle domande del giudice bensì solo a quelle del proprio avvocato. Davanti ai giornalisti ha sostenuto più tardi che ciò che è in gioco non è il proprio futuro politico ma la democrazia e la libertà d’espressione. Constatata la volontà indipendentista emersa dal Parlamento catalano, Forcadell ha rifiutato di autocensurarsi: “non possiamo aprire la porta alla censura perché non potremmo più chiuderla” ed ha affermato che “nessun tribunale può impedire che il Parlamento dibatta sull’indipendenza”. In relazione alla votazione per la quale è indagata ha anche affermato che “si trattava di una procedura legale rispetto alla quale agire diversamente avrebbe significato violare il regolamento parlamentare”.

Per Forcadell la propria comparizione davanti al tribunale palesa la strategia dello stato spagnolo volta a utilizzare il potere giudiziario per sopprimere il diritto a dibattere liberamente nel Parlamento regionale e ad evitare un confronto politico sul tema della Repubblica catalana. Secondo Mireia Boya, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la sinistra radicale catalana, la vicenda dimostra che “il processo costituente è cominciato e che la costituzione spagnola è già carta straccia”.

Invece di accordare un referendum sull’indipendenza, i partiti che governano la Spagna (PP  sostenuto del Psoe, a braccetto come nell’eurocamera) sembrano aver scelto la via della repressione giudiziaria, affidando ai tribunali la facoltà di decidere quale discussione ammettere e quale rifiutare nel Parlamento catalano, nell’intento di deciderne di fatto l’ordine del giorno.

Di seguito il documento unitario redatto dall’Assemblea dei Municipi per l’Indipendenza (associazione che raggruppa più di 700 municipi, sul totale dei 947 di tutta Catalunya):

 

Siamo tutti il Parlamento

“Scendiamo di nuovo in piazza per esprimere la nostra ferma volontà e l’impegno irremovibile per la difesa  delle istituzioni democratiche e dei principi che le sostengono.  Agiamo nella convinzione della validità del punto fondamentale accolto nella Dichiarazione sulla sovranità e il diritto a decidere del popolo di Catalunya, approvato dal Parlamento il 23 gennaio del 2013, che proclama che “il popolo di Catalunya possiede, in virtù del principio di legittimità democratica, il carattere di soggetto politico e sovrano”. Denunciamo la incapacità e la mancanza di volontà del Governo spagnolo per risolvere democraticamente un problema politico. La via giudiziaria alla politica ha impoverito e manomesso irrimediabilmente alcuni dei fondamenti del sistema democratico.

Esprimiamo il nostro sostegno a tutti i rappresentanti eletti e alle cariche istituzionali che sono minacciate dalla Fiscalia General e dall’Advocacia de l’Estat, in più di 400 procedimenti giudiziari, per aver legittimamente esercitato le funzioni di rappresentanza popolare conferitegli dalle urne. Utilizzare i tribunali per impedire il dibattito politico in Parlamento e criminalizzare i rappresentanti del popolo che, esercitando il mandato ricevuto dalle urne, promuovono questo dibattito, è improprio di un sistema democratico, attenta contro il pluralismo politico e diviene di conseguenza inaccettabile per ogni democratico.

Chi non ha ottenuto dalle urne il sostegno della maggioranza non può imporre il silenzio alle nostre istituzioni, minacciando di inabilitare i rappresentanti eletti e le cariche istituzionali. Le pressioni volte a limitare l’azione dei nostri rappresentanti sono il tentativo di silenziare tutto un popolo. Per questo consideriamo che se la Presidente Carme Forcadell finirà per essere processata, un intero popolo sarà processato con lei. Come democratici esigiamo ai governanti dello stato spagnolo che smettano di utilizzare i tribunali per un compito che in democrazia gli è improprio. Gli invitiamo ad abbandonare una volta per tutte la via giudiziaria alla politica. Gli invitiamo a rispettare e a partecipare al dibattito che nasce dalla volontà del popolo di Catalunya, espressa in numerose occasioni, in maniera legittima e democratica, in piazza e nelle urne.

Siamo convinti che il referendum è la soluzione che riscuote il  maggior consenso nei sistemi democratici avanzati per prendere le grandi decisioni riguardi al futuro. Il dialogo è stato sempre la nostra bandiera e non l’abbandoneremo adesso. Di fronte a chi parla di dialogo ma mantiene la via giudiziaria come unica modalità della propria azione politica, come democratici riaffermiamo la volontà di dialogo, nel rispetto delle maggioranze nate dalle urne, che formano, danno significato e legittimità al Parlamento e ai consigli comunali. Ci impegnamo a difendere con coraggio la democrazia, le nostre istituzioni e i nostri rappresentanti. E in questa difesa saremo irremovibili. No alla via giudiziaria per la politica! Si alla difesa della democrazia, delle istituzioni e dei legittimi rappresentanti del popolo! Tutti con Carme Forcadell, Presidente del Parlamento di Catalunya!”

Assemblea Nacional Catalana, Òmnium, Associació Catalana de Municipis, Associació de Municipis per la Independència

L’”operazione dialogo”.

Qualche settimana fa il delegato del Governo spagnolo in Catalunya, Enric Millo, ha annunciato una inedita strategia di dialogo volta a caratterizzare il nuovo corso dell’esecutivo del Partito Popolare (sostenuto dall’astensione del Partito Socialista) nelle relazioni con Catalunya.

Millo ha dichiarato di voler “parlare con tutti per comprendere la radice del problema e affrontare la situazione prima che si renda necessario ricorrere alla via giudiziaria”. La Vicepresidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría però ha dato la priorità al dialogo con i partiti unionisti, riunendosi la settimana scorsa con Psc e Ciutadans, entrambi all’opposizione nella camera catalana, rígidamente ostili non solo alla indipendenza ma anche alla possibilità di risolvere la questione tramite un referendum (sul modello di quello scozzese del 2014).

Se ampliamo lo sguardo però le tracce del dialogo si fanno più difficili da seguire e dall’esame del contesto politico sembra emergere ben altro: alla richiesta di svolgere un referendum sull’indipendenza, da anni ampiamente invocato dalla società catalana, lo stato spagnolo oppone una risposta repressiva a base di incriminazioni e condanne.

Accusata di non aver ritirato un’estelada dalla facciata del palazzo comunale, il sindaco di Berga, Montse Venturós della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), dopo essere stata arrestata e successivamente rilasciata nel novembre scorso, è ancora minacciata da una condanna penale. Davanti al giudice ha rivendicato “l’impegno a mantenere e rispettare la decisione presa nel consiglio comunale del 2012 di non ritirare l’estelada fino al momento dell’indipendenza”. Come Montse Venturós decine di sindaci e di consiglieri comunali sono attualmente indagati dai tribunali spagnoli (Audiència Nacional) per aver votato in sede consiliare una dichiarazione di supporto alla dichiarazione indipendentista del Parlamento catalano del 9 novembre 2015.

Anche l’ex-Presidente della Generalitat, Artur Mas, è attualmente sotto processo per aver organizzato, il 9 novembre 2014, una consulta non vincolante volta a conoscere l’opinione dei catalani sull’indipendenza. Il reato contestato è disobbedienza. Per lo stesso capo d’imputazione il Congresso spagnolo ha votato l’autorizzazione a procedere contro il parlamentare catalano Francesc Homs, ora in attesa di essere giudicato dal Tribunale Supremo. Inoltre la ex-vicepresidente della Generalitat, Joana Ortega, e una ex-consigliera, Irene Rigau, sono anch’esse indagate per lo stesso motivo. Nonostante i minacciosi avvertimenti del Governo spagnolo, alla consulta del 2014 hanno partecipato più di 2.300.000 persone. Si sono espresse su due quesiti. Al primo, “vuoi che Catalunya divenga uno stato?” hanno risposto: SI  92%, NO 5%. Al secondo, “in caso affermativo vuoi che questo stato sia indipendente?” hanno risposto: SI 88%, NO 11%.

Nel febbraio 2015 il giudice Santi Vidal, è sottoposto a un’azione disciplinare e sospeso dalla magistratura per tre anni, colpevole di aver studiato e presentato alla cittadinanza un progetto di costituzione per la Repubblica catalana.

Il Tribunale Costituzionale ha inoltre impugnato la decisione con la quale il Presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha autorizzato il 27 luglio di quest’anno la discussione in aula delle conclusioni di una commissione parlamentare sul processo costituente e la disconnessione dallo stato spagnolo. Per questo Forcadell si trova ora sottoposta a un procedimento penale che potrebbe culminare in una sentenza di inabilitazione (di fatto equivalente alla sospensione dello Statuto d’Autonomia di Catalunya).

Dopo aver bruciato alcune foto dell’attuale re di Spagna (Felip VI) nel corso delle manifestazioni dell’11 settembre 2016, cinque membri della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), tre dei quali consiglieri comunali, sono stati anch’essi arrestati e, seppure successivamente rilasciati, rinviati a giudizio. Accusati di oltraggio alla corona, i cinque non hanno riconosciuto l’autorità del tribunale perché “non rispetta la sovranità del popolo catalano” e hanno sostenuto di trovarsi di fronte a “un giudizio politico che sopprime la libertà d’espressione”. Hanno anche sottolineato di “non riconoscere le istituzioni di uno stato che attua con modalità fasciste”.

Infine due giorni fa il Tribunale Costituzionale ha diffidato il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, e il Presidente del Parlamento, Carme Forcadell, a svolgere qualsiasi attività diretta a realizzare un referendum sull’indipendenza. Si tratta del referendum che, con o senza l’autorizzazione dello stato, sta organizzando la maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Grazie alla riforma recentemente proposta dal PP, il Tribunale Costituzionale non solo può imporre una multa ma ha anche il potere di inabilitare direttamente le cariche elettive ree di disobbedire alle proprie sentenze, senza che il Parlamento abbia da concedere alcuna autorizzazione a procedere.

Perdute le tracce del dialogo, due temi sui quali riflettere: 1)i tribunali spagnoli, in particolare il Tribunale Costituzionale nominato direttamente dal governo, decidono cosa si può (e cosa non si può) dibattere in un Parlamento democraticamente eletto; 2)la libertà d’espressione può essere di fatto sospesa quando si rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, sia che si esibisca una bandiera indipendentista, si bruci la foto del re o si rediga un progetto di costituzione per la Repubblica catalana. Sappiamo però che la democrazia non si può sospendere senza incorrere in esiti funesti, come ci ricordano le giornate del luglio 2001 a Genova.

Contraddizioni dellla democrazia borbonica, tratti ereditati dal franchismo o semplicemente, come sostiene il nuovo delegato del governo in Catalunya, lo stato spagnolo ha avviato l’”operazione dialogo”?

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