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novembre 2016

Bandiere.

26 novembre 2016, Gràcia, Barcelona: accanto a l’estelada, la bandiera rossa a lutto per Fidel Castro.

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Antidoto alla favola della fraternità, la ricostruzione storica di «Volem les nostres estàtues».

Il concetto di fraternità intesa come ideale politico riemerge con singolare frequenza nel dibattito sulla repubblica catalana: nel corso della campagna per le elezioni del 26 giugno 2016, Xavi Domènech (della cerchia di Podemos) interpellato in merito alla possibilità di organizzare un referendum sull’indipendenza accordato con lo stato spagnolo (finora contrario a sottoporre la questione all’elettorato) si è detto convinto di poterlo realizzare grazie a “una parola magnifica, meravigliosa, che ci ha portato fin qui: si chiama fraternità”; recentemente il segretario del Partit Socialista catalano, Miquel Iceta, ha dichiarato che riconoscere Catalunya come una nazione vera e propria non mette in pericolo né l’unità della Spagna né la fraternità tra gli spagnoli; infine pochi giorni fa il monarca Felip VI, nel discorso di apertura della XII legislatura ha sostenuto che il dialogo tra le comunità autonome e lo stato deve essere rafforzato “dallo spirito di fraternità tra tutti gli spagnoli”.

I riferimenti all’ideale reso celebre dalla rivoluzione francese appaiono quantomeno curiosi. Un breve riepilogo storico dovrebbe mostrare che le relazioni tra Catalunya e il Regno di Spagna non sono improntate esattamente alla fraternità. Ne troviamo una testimonianza nel semiclandestino Volem les nostres estàtues, pubblicato in Svizzera nel 1963 e uscito anonimo, nel quale lo storico Ferran Soldevila ricostruisce la biografia di tre rappresentanti del catalanismo ripercorrendo contemporaneamente alcuni dei momenti più significativi della storia catalana moderna. L’opera esprime fin dal titolo una consegna tanto semplice quanto efficace. Vogliamo i nostri monumenti: è il grido con cui si rivendicano i simboli popolari e la loro storia. In particolare si allude alle statue di Pau Claris, Rafael de Casanova e Bartomeu Robert, rimosse dalle piazze di Barcelona per volere di Franco dopo il 1939.

Presidente della Generalitat tra il 1638 e il 1641, Pau Claris si trova a fronteggiare i piani del conte-duca d’Olivares volti ad assoggettare tutta la penisola al Regno di Castiglia. Il conte suggerisce a Felip IV di provocare ad arte degli incidenti ed intervenire in seguito con l’esercito per uniformare Catalunya all’ordinamento giuridico di Castiglia. L’occasione propizia si verifica nel corso della guerra dei trent’anni, dopo la vittoria spagnola di Salses ottenuta con il contributo decisivo catalano: sconfitte le truppe francesi, Catalunya chiede che l’esercito del re, composto da castigliani e da mercenari irlandesi, valloni e italiani, lasci finalmente la regione, alleviando la popolazione che per anni ne ha sostenuto il mantenimento e sopportato gli abusi. Al contrario l’esercito castigliano si riversa sul terreno come avrebbe potuto fare un invasore provocando così la rivolta della popolazione, già esasperata: inizia la guerra dei segadors (la popolazione contadina catalana).

L’insurrezione scoppia a Santa Coloma de Farners il 1 maggio 1640 e si propaga rapidamente culminando nel cosiddeto corpus de sang del 7 giugno, quando gli abitanti delle campagne accorsi a Barcelona, coalizzati con il ceto urbano, cacciano i funzionari del re e l’aristocrazia castigliana. Secondo Soldevila, Pau Claris non esclude la possibilità di arrivare a un accordo con la monarchia spagnola se non quando constata che un esercito formato appositamente per reprimere la sollevazione è già pronto al confine con l’Aragó. È allora che avvia i contatti con la Francia al fine di ottenerne protezione, nel rispetto delle istituzioni catalane e acconsentendo contemporaneamente alla richiesta francese di dichiarare la repubblica. Soldevila affronta la questione relativa all’effettiva proclamazione della repubblica catalana: se è vero che negli atti del Consell de Cent non ce n’è traccia, è altrettanto vero che l’accettazione dell’aiuto francese comportava implicitamente la nuova forma istituzionale.

Sta di fatto che l’esercito spagnolo avanza senza difficoltà e in breve raggiunge Barcelona. Qui però, il 26 gennaio 1641, le truppe catalane e francesi vincono la battaglia di Montjuïc, costringendo l’esercito di Castiglia ad una disastrosa ritirata. Dopo aver salvato la Generalitat dai piani di Olivares, nel febbraio del 1641 Pau Claris muore, tra il cordoglio delle autorità e della popolazione catalana.

Breve frammento nella vasta opera di Soldevila, Volem les nostres estàtues contribuisce a preservare ed a rivendicare la memoria del popolo catalano, mantenendo viva la coscienza di un processo storico conflittuale. Come afferma l’editore Quim Torra nell’articolo Ferran Soldevila, la història d’una nació (El Punt-Avui, 3 aprile 2011), “non solo non sapevamo cosa eravamo, bensì non sapevamo neppure cosa eravamo stati”. La ricostruzione storica, soprattutto per la generazione che attraversa gli anni del franchismo, si rivela condizione necessaria per recuperare la propria identità politica e culturale. E dall’esame del passato non sembra emergere l’impronta della fraternità tra i popoli della penisola.

Volem les nostres estàtues prosegue con la biografia di Rafael de Casanova, il simbolo della resistenza di Barcelona all’assedio del 1714 quando, abbandonata dagli alleati (Inghilterra, Austria e Olanda) Catalunya si trova sola a fronteggiare gli eserciti di Francia e Castiglia, fino alla sconfitta dell’11 settembre. Casanova è a capo della Coronela, la milizia popolare formata dagli artigiani delle arti e mestieri della città, un’istituzione civile che, come riconosce il generale borbonico duca di Berwick in una lettera a Luigi XIV, si difende meglio di un esercito regolare. Nel breve saggio Soldevila ricorda che il 3 settembre, di fronte alla difficile situazione, Casanova propone davanti ai deputati della Generalitat, al braccio nobiliare e al consiglio municipale, di accettare la sospensione dei combattimenti e le trattative offerte dal generale nemico. La proposta viene drasticamente rifiutata: 26 voti contrari contro solo 4 favorevoli. Casanova accetta la decisione e continua alla testa della difesa della città.

Ma la resistenza popolare non riesce a scongiurare la sconfitta e la repressione si abbatte su Catalunya: la Generalitat e il Consell de Cent vengono soppressi, così come tutte le istituzioni di autogoverno. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario vengono affidati ad un militare, il capitano generale (rappresentante del re sul territorio) e alla Reial Audiència, organo meramente consultivo. Inoltre con il Decreto di Nova Planta si dà inizio al progetto di uniformazione linguistica e culturale cancellando il catalano dagli atti giudiziari, dalla stampa e dalla scuola e sopprimendo le università catalane, nell’intento di imporre leggi, usi e costumi del Regno di Castiglia.

Nel libro d’entrata dell’ospedale della Santa Creu, l’11 settembre 1714 risulta l’ingresso di Casanova, già morto; in realtà, spiega Soldevila, si tratta di una notizia falsa volta a proteggere il comandante della Coronela dalla sicura rappresaglia. Ferito e inizialmente nascosto in città, Casanova riesce ad uscirne clandestinamente, rimanendo nascosto per alcuni anni.

La nuova amministrazione decide inoltre di costruire a Barcelona una fortezza militare, la Ciutadella, al quartiere della Ribera e rade al suolo perciò 896 case, all’epoca una quinta parte della città. Una distruzione che si somma ai considerevoli danni dei cannoneggiamenti dovuti all’assedio. Concepita come baluardo contro eventuali sollevazioni popolari, per gli abitanti di Barcelona la Ciutadella rappresenta fino al suo successivo abbattimento (tra il 1869 e il 1878) il simbolo più odiato dell’occupazione militare. Come sottolinea Albert Balcells nel suo ben documentato Llocs de memòria dels catalans è “chiaro che al contrario di un processo evolutivo, la costruzione del moderno stato spagnolo non fu né pacifica né naturale, come ancora continuano a sostenere i manuali di storia spagnoli”.

Perciò evocare la fraternità nel dibattito sull’indipendenza sembra nella migliore delle ipotesi un’ingenuità, se non una consapevole reinterpretazione delle vicende storiche della penisola condotta a proprio uso e consumo. Difficile trovarne nel secolo breve spagnolo, segnato dalla guerra civile, così come nei secoli precedenti, le benché minime tracce.

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