Cerca

catalunyasenzarticolo

Tradurre dal catalano.

Mese

settembre 2016

Essere Països Catalans, secondo Joan Fuster.

L’invito più convincente a impiegare la definizione di Països Catalans si trova forse in Questió de noms, di Joan Fuster, uscito per le Edicions d’Aportació Catalana nel 1962, risultato dell’attenta riflessione che l’autore, dedito alla letteratura e alla critica, svolge allo stesso tempo attorno alla cultura del proprio paese. Nato a Sueca, un piccolo centro a sud di València, lo scrittore si forma nei difficili anni che seguono la guerra civile, quando “trovare un libro, non solo in català ma addirittura in castigliano, che non fosse mediocre era difficile” come sostiene nell’intervista rilasciata a Montserrat Roig nel 1977. Sebbene Questió de noms, opera già matura, non si inoltri sul terreno della politica bensì rimanga in quello storico e culturale, si tratta di un pamphlet denso di implicazioni scomode per il regime franchista.

La questione, spiega Fuster, nasce all’epoca della conquista delle Balears (1229) e del País Valencià (1245), quando il sovrano del Principato catalano Jaume I struttura le regioni appena strappate agli arabi in due regni separati. Dopo secoli di dominazione saracena si tratta di portarvi l’habitus culturale e il tessuto sociale caratteristico del Principato e dei regni cristiani della penisola. L’obbiettivo viene perseguito e raggiunto ripopolando le isole e il País Valencià con immigrati provenienti in gran parte da Catalunya. La persistente immigrazione, la permeabilità delle frontiere e soprattutto la lingua comune fanno si che valenziani e mallorquini si considerino catalani esattamente come gli abitanti del Principato. Lo scrittore Ramon Muntaner, contemporaneo di Dante e autore di un’importante cronaca delle vicende della corona e dell’espansione catalana, definisce gli abitanti del sud confinanti con Murcia, “catalani autentici” in grado di parlare un ricco e pregevole català.

Queste popolazioni sono ritenute catalane anche dall’estero, sia nel medio evo che nel rinascimento, senza alcuna distinzione regionale. Originari di Xàtiva (País Valencià), i Borgia sono conosciuti ovunque come catalani: Fuster ricorda che quando la famiglia arriva al soglio papale gli italiani esclamano: “O Dio, la Chiesa Romana in mano ai catalani”. E Alfonso Borgia, ossia Papa Callisto III, si definisce “Papa catalanus”. Ma gli esempi illustri, secondo l’autore, riposano su un dato di fatto fondamentale: la lingua comune, che fa si che gli abitanti delle Balears, del País Valencià e del Principato si sentano un solo popolo.

Malgrado risponda a un’esigenza giuridico-amministrativa, la creazione e il consolidamento dei regni separati apre la strada all’uso di denominazioni locali: soprattutto riguardo agli affari interni alla corona si comincia a fare riferimento a valenziani e mallorquini. Ciò significa che la unità catalana si articola in rami diversi. Favorito dalle strutture statali e amministrative, comincia a svilupparsi un certo orgoglio regionale (non solo al País Valencià e alle Balears ma anche a Catalunya) e quello che era un solo popolo inizia a differenziarsi. Il dato strutturale dell’unità della lingua non cambia: quello che cambia è la consapevolezza di tale unità, che perde terreno a beneficio di una progressiva regionalizzazione.

Secondo Fuster catalani diviene una parola ambigua: in primo luogo perché ci sono catalani più catalani degli altri (gli abitanti del Principato, cioè della Catalunya in senso stretto, che non perdono il proprio appellativo); in secondo luogo perché il termine allude contemporaneamente sia a una parte che all’insieme della popolazione. Solo l’impiego di un nome in grado di abbracciare contemporaneamente le isole, il País Valencià e il Principato potrebbe contrastare la diffusione delle denominazioni regionali. Ma all’epoca un nome simile non esiste.

E le testimonianze della sopravvivenza dell’antico uso della parola catalani sono ancora numerose: Anselm Turmeda afferma nella sua Disputa de l’ase (1417) di “essere di nazionalità catalana e nato a Mallorca”. È solo attorno all’inizio del XVII secolo che, come attestano varie voci tra cui quella del cronista Gaspar Escolano, mallorquini, valenziani e abitanti del Principato si allontanano tanto da portare alla nascita di forme dialettali inedite, in grado di intaccare l’unità della lingua e accentuare le differenze. La memoria dell’unità non si cancella ma la coscienza di essere un solo popolo si incrina.

Tra il XVI e il XIX secolo il particolarismo si rafforza: a differenza del passato gli eruditi dell’epoca rivendicano l’esistenza di lingue regionali differenti l’una dall’altra.  L’abbaglio che porta a  scambiare il català originario per il provenzale non facilita la chiarezza e si arriva a coniare definizioni fantasiose come quella di bacavès per indicare la lingua delle Baleari, Catalunya e  País Valencià. A questo proposito il celebre scrittore Salvador Espriu propone ironicamente il rosalbacavès, in modo da includere nella definizione anche gli abitanti del Rosselló e di Alghero (dove il català conserva una comunità di parlanti). La creazione eclettica di etichette più o meno fantasiose, priva di serie basi culturali, si rivela presto impraticabile ed effimera.

Mostrando ai catalani il loro passato comune, gli uomini della renaixença tornano a fare del català una lingua letteraria. Se da un lato affermano lo studio erudito del vernacolo, dall’altro riportano in auge l’idea dell’unità della lingua e conseguentemente dei caratteri storici catalani. È all’inizio del XX secolo, afferma l’autore, che al Principato così come alle Balears e al País Valencià sorgono gruppi che si dicono pancatalanisti e che aspirano apertamente a ricostituire la precedente unità. A partire da questo momento il localismo perde terreno, le pubblicazioni in català aumentano e la popolazione considera sempre più normale riferirsi alla lingua catalana come al proprio idioma materno. Parallelamente si impiega la definizione di grande Catalunya per indicare tutti i territori di lingua catalana e semplicemente Catalunya per indicare il Principato.

Ma per Fuster la definizione migliore dell’insieme dei luoghi in cui si parla il català  è quella di Països Catalans. Da un lato perché si è largamente affermata negli ultimi decenni; dall’altro perché si tratta di un nome plurale, che accoglie e salva i particolarismi e le differenze, che ci sono, senza negarle. Si tratta, sostiene l’intellettuale di Sueca, di impiegare sistematicamente la nuova definizione, sostituendo alla terminología affermatasi nel periodo della disgregazione della coscienza nazionale catalana un lessico adeguato a ricostruirla. Nella convinzione che sia  necessario un profondo e lungo processo di trasformazione sociale parallelo e coerente con l’impiego del nuovo vocabolario. Nel frattempo però Països Catalans è il termine più opportuno di cui servirsi, perché riflette l’unità nella differenza e nella pluralità che caratterizza il popolo catalano.

Secondo il musicista e deputato indipendentista Lluís Llach, “Fuster ci ha insegnato un’altra maniera di essere catalani […] ci ha aperto le porte per una catalanità molto più complessa, ampia, plurale e molto meno egoista”, come dichiara nel documentario Ser Joan Fuster (ovvero Essere Joan Fuster) realizzato nel 2008 dall’Univeristà di València.

Se da un lato il contributo dell’intellettuale di Sueca alla crescita della coscienza nazionale del proprio paese gli assicura il riconoscimento e l’ammirazione diffusa soprattutto tra i giovani, dall’altro gli vale l’odio dei nostalgici del fascismo spagnolo, l’attentato esplosivo del novembre del 1978 e quello dell’11 settembre del 1981, quando due bombe piazzate da ignoti danneggiano la sua abitazione senza ferirlo. Ciononostante l’influenza di Joan Fuster nella società e nella cultura civile e politica catalana si è enormemente diffusa, così come l’uso del termine Països Catalans, forse il suo lascito più significativo.

Annunci

Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans.

I Països Catalans non sono riportati dagli atlanti geografici né compresi nella lista degli stati riconosciuti dall’ONU però rappresentano una realtà storico-culturale e allo stesso tempo un progetto político ben radicato nei territori di lingua catalana. Tanto che Joan-Lluís Lluís ne ha composto un dizionario di luoghi immaginari: città, villaggi, isole, monasteri, montagne e località sperdute che esistono solo nell’invenzione letteraria ma che allo stesso tempo fanno inequivocabilmente parte dei Països Catalans.

Un dizionario di luoghi immaginari per un paese che non esiste come entità statale ma in grado di disegnare una mappa sorprendente: 627 luoghi descritti da 380 scrittori (non solo catalani bensì spagnoli, francesi, inglesi e tedeschi) formano una geografia catalana virtuale ma non per questo meno interessante. Nel presentarli in scrupoloso ordine alfabetico l’autore ne fornisce soltanto le informazioni che si possono ricavare dalla lettura dei testi corrispondenti, senza aggiungere altri dati, anche e soprattutto nei casi in cui sono evidenti le somiglianze con una città o una località reale che può essere individuata più o meno facilmente. Indovinare se il luogo in questione è davvero immaginario o al contrario nasconde un paesaggio conosciuto è un divertente e implicito esercizio offerto al lettore. Ma oltre allo svago il dizionario consente una vera e propria immersione nella cultura del paese, rivelandone tic caratteristici accanto ad altri poco noti, ripassando la tradizione popolare e lasciando emergere la capacità di mettersi in scena e di raccontarsi di un popolo ancora senza stato.

Nato a Perpinyà nel 1963, Joan-Lluís Lluís è autore di diversi racconti tra cui El dia de l’ós, Aiguafang, Les cròniques del déu coix che gli hanno valso il costante riconoscimento della critica e ne hanno fatto un esponente tra i più in vista nella cerchia degli autori nati in Francia ma che scrivono in català. Nell’introduzione a Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans, edito nel 2006 da La Magrana, l’autore ne riassume la genesi: quando nel 1998 si trasferisce a Terrats, un villaggio del Rosselló, viene a conoscenza di un proverbio locale che ricorda Mirmanda, una città leggendaria, già ricca e fiorente ben prima della fondazione di Barcelona, che sarebbe sorta nei dintorni. Incuriosito dalla credenza diffusa tra i vignaioli e gli abitanti del villaggio, Joan-Lluís Lluís si mette alla ricerca di notizie finché trova la buona pista: Mirmanda compare nientemeno che in Canigó, il poema scritto da Jacint Verdaguer nel 1886 e assunto a uno dei simboli della cultura catalana e del rinascimento letterario del paese. Nell’opera la città, costruita da alcuni giganti e arricchita da un colossale palazzo reale, è abitata da streghe e fate governate da una Regina. Visibile solo repentinamente quando il viandante si trova già alle sue porte, Mirmanda custodisce un tesoro: uno specchio che ha il potere di far innamorare chiunque vi getti lo sguardo. La curiosità per la città mitica, assieme all’esame dei testi letterari su Perpinyà svolto in quel periodo, portano l’autore ad allargare la propria ricerca fino a proporsi la stesura di un dizionario.

Da Acrollam, la prima voce della raccolta, alla Zona Extralimitada, ultimo luogo preso in rassegna, ci si imbatte in una caleidoscopica successione di angoli geografici e letterari. Al centro dell’urbanizzazione Konsum si trova l’Hotel Confort, una struttura alberghiera dove si persegue la robotizzazione del personale, invitato a mettere da parte la propria coscienza ed agire come una macchina calcolatrice, rispettando il silenzio (primo articolo del regolamento) e obbedendo ciecamente agli ordini (articolo numero due). La inflessibile disciplina dell’hotel, descritta da Joana Raspall in Konsum S.A. (1978), fa acqua perché una rivolta dei lavoratori ne mette in pericolo la stessa esistenza.

Tappa imprescindibile nello straniante viaggio attraverso i Països Catalans letterari è l’Isola di Giuda, descritta nel 1950 da Joan Amades in Rondallística (Folklore de Catalunya vol.I). Dalle ridotte dimensioni, l’isola va e viene secondo un moto interno indecifrabile, navigando ininterrottamente e apparendo all’improvviso in questo o quell’angolo del mare aperto. La sua funzione consiste nel lasciare a Giuda la possibilità di uscire dall’inferno per 24 ore, respirando aria pura e rigenerante. L’isola compare il sabato a mezzanotte in punto, accompagnata sempre dal bel tempo. Si riconosce facilmente perché Giuda vi si aggira solo, alto come un gigante, tutto nudo e ricoperto interamente di pelo. I marinai che vi si imbattono hanno la fortuna di poter ascoltare direttamente dalla sua voce le cattive azioni del discepolo traditore, che non si fa pregare per dispiegare la propria capacità affabulatoria.

La stessa qualità non manca agli abitanti della Torre de Verbàlia, un’alta struttura circondata da scale disegnate da Escher, che ospita un ascensore in perenne movimento. All’interno dell’angusta cabina vivono sette personaggi, ciascuno dei quali è contemporaneamente uomo e donna ma che si distinguono per la loro specialità: si tratta di un o una artista, un o una enigmista, uno scrittore o una scrittrice, un giocatore o una giocatrice, un mistico o una mistica, un pedagogo o una pedagogga, un o una giornalista. Secondo quanto scrive Màrius Serra nel suo Verbàlia (2000), nel corso del loro andirivieni verticale i sette si dedicano a modellare, stravolgere, rovesciare e fondere il linguaggio allo scopo di farne un gioco, la ludolinguistica, trasformandolo contemporaneamente nel loro alimento primario.

Non tutti i luoghi descritti nel dizionario sono modelli di collaborazione pacifica: a Clotdecuc il governo ha deciso di espropriare gli abitanti e sommergere il paese per costruire un enorme bacino. In Hora foscant a la ribera (1991) Josep Espunyes narra che i cittadini sembrano rassegnati a lasciare le loro case e alla sparizione del paese e dei luoghi che gli hanno accompagnati per tutta la vita ma appena cominciano i lavori per la realizzazione del progetto si verificano degli attentati dinamitardi che palesano la presenza di alcuni ribelli. I caffè del paese si trasformano in altrettante agorà dove si dibattono le ragioni degli uni e degli altri finché il movimento di protesta cresce tanto da riuscire a bloccare la realizzazione dei lavori e, nonostante l’intervento della polizia, salvare il paese dall’inondazione. Impossibile non pensare ad un gemellaggio, certamente immaginario, tra Clotdecuc e la Val di Susa difesa dai NO TAV e dal sabotatore Erri De Luca.

La popolazione discute con fervore anche a Binialutx, un piccolo paese di un’isola non identificata dove prima della guerra civile ogni partito politico aveva il proprio caffè. La portata della tradizione repubblicana locale non sfugge ai governanti del nuovo regime che dopo il 1939 vi inviano un reparto di guardie e di falangisti, senza immaginare le difficoltà che vi avrebbero incontrato, almeno secondo il racconto di Antoni-Lluc Ferrer Adéu, turons, adéu (1982).

La sensazione che il paese, sia pure fantastico, non sia facile da governare, viene rafforzata dalla lettura di Gori di J. N. Santaeulàlia (1990): a Vilauba, nella Catalunya pre-pirenaica, cominciano a concentrarsi alcuni giovani che rifiutano radicalmente il modello di vita basato sul consumo e sul lavoro. I cosiddetti cavernicoli si accampano in montagna nei dintorni della Grotta dell’Orso e cominciano ad esercitare una forte attrazione sui coetanei, espandendosi tanto da indurre il governo a dichiarare lo stato d’assedio in tutta la regione. Ma una parte dei giovani riesce ad installarsi dall’altro lato dei Pirenei e diffondere a poco a poco il proprio messaggio in tutta Europa.

Un eremita solitario stabilitosi in una casa di legno, sulla cima delle montagne attorno al villaggio di Rialda, è invece il protagonista di Només el miratge (1956) di Fèlix Cucurull. Se si eccettua la vicenda di alcuni repubblicani che avevano dovuto esiliarsi attraversando la vicina frontiera con la Francia, secondo l’autore il paese aveva trascorso gli anni del dopoguerra nella più monotona tranquillità. Finché compare un eremita avvolto dal mistero a incuriosire gli abitanti.

Benaura è un paese raso al suolo da un attacco extraterrestre nel corso del quale sopravvivono solo Dídac, un bambino di origine africana e Alba, una ragazza di qualche anno più grande. La vicenda è narrata da Manuel De Pedrolo in Mecanoscrit del segon origen (1974) del quale esiste la traduzione italiana di Patrizio Rigobon (Seconda origene, Atmosphere, 2011). Dopo aver constatato la dimensione apocalittica della distruzione, che non ha risparmiato le città vicine e dopo aver verificato l’assenza di superstiti, i due giovani cominciano a costruire un rifugio che assomigli a una casa e a guardare al loro futuro in una prospettiva diversa. Soli sulla faccia della Terra, si accorgono che le attività più banali così come come studiare la storia, apprendere alcuni rudimenti di medicina, cucinare o divertirsi, si rivelano allo stesso tempo più complicate e più autentiche.

Qualsiasi rassegna parziale dei luoghi immaginari sembra un’approssimazione tutt’altro che esaustiva al lavoro di Joan-Lluís Lluís, perché il dizionario è un’autentica e pressoché inesauribile miniera di curiosità letterarie, notizie, scoperte e spunti di ricerca, oltre che una straordinaria testimonianza della passione dell’autore per la letteratura e per i Països Catalans. Ed è soprattutto, come dichiara esplicitamente lo scrittore “un modo perché questo paese, il mio, sia giustamente un po’ più reale”.

11 settembre 2016.

L’undici settembre si celebra la diada, il giorno in cui Catalunya perde le proprie itituzioni e viene sconfitta e sottomessa al Borbone (1714), data che inaugura un lungo percorso di repressione e anticatalanismo che caratterizzerà i governi del Regno di Spagna.

Oltre alla tradizionale celebrazione, quest’anno la festa nazionale ha assunto un significato particolare: da un lato si trattava del primo 11 settembre segnato dalla presenza di una maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano; dall’altro si ricordavano i 40 anni dalla prima diada successiva alla morte di Franco, organizzata dalle forze democratiche, della sinistra e repubblicane a Sant Boi a causa del divieto di manifestare a Barcelona, svoltasi in un clima ancora caratterizzato dalla repressione e ricordata per lo slogan che la prudenza non ci faccia traditori.

Quest’anno la festa si articolava in cinque manifestazioni organizzate a Barcelona, Berga, Lleida, Salt e Tarragona, all’insegna di un percorso pensato per portare il popolo di Catalunya a dichiarare la Repubblica e l’indipendenza. I mezzi di comunicazione spagnoli hanno già sentenziato che i manifestanti sono stati meno degli anni precedenti, in ogni caso non sotto le 800.000 persone, ma la misura della partecipazione popolare risulta più chiara se svolgiamo una semplice proporzione. Se si considera che Catalunya conta sette milioni e mezzo di abitanti risulta che oltre il 1o% della popolazione è sceso in piazza a manifestare. Per raggiungere una partecipazione simile in Spagna (46 milioni di abitanti) dovrebbero svolgersi concentrazioni di circa cinque milioni di persone, cosa che non è accaduta mai. L’obbiettività di molti giornali spagnoli in merito al tema Catalunya è come minimo messa in dubbio da valutazioni simili.

Nonostante il successo della diada del 2016, il processo verso l’indipendenza sembra svolgersi lungo un percorso ancora insidioso. Il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha ribadito dai microfoni di Catalunya Ràdio la bontà del referendum, finora sempre negato dallo stato spagnolo, inteso come lo strumento più adatto perché i catalani possano finalmente esprimersi sull’indipendenza. Se lo stato seguirà nel divieto, l’attuale Governo della Generalitat, sostiene Puigdemont, porterà comunque a termine il mandato ricevuto dalle urne: ciò vuol dire che convocherà un referendum, “lo faremo se è fattibile, non solo se à accordato con lo stato” o indirà elezioni di natura costituente, entro il settembre del prossimo anno.

Malgrado le differenze che gli impediscono di formare un governo in Spagna (le elezioni del dicembre 2015 e del giugno 2016 non sono state sufficienti per formare una maggioranza) Partido Popular, Psoe e Ciutadans, sembrano un blocco monolitico nel rifiuto del referendum a Catalunya. E la volontà di non lasciare esprimere democraticamente i catalani è certamente una delle cause del blocco in cui si trova il sistema politico spagnolo: se il Psoe si sommasse ai partiti favorevoli al referendum si avrebbe già una maggioranza di governo.

Tanta ostinazione non si comprende anche perché il risultato di una consulta popolare non sarebbe così scontato: gli elettori di Podemos per esempio si ripartirebbero tra i favorevoli e i contrari all’indipendenza in una proporzione che non conosciamo. La formazione di Pablo Iglesias mantiene una posizione quantomeno ambigua in merito, sostenendo contemporaneamente il diritto a decidere dei catalani e il rifiuto di dichiarazioni o scelte unilaterali che portino all’indipendenza. Stupisce tanta prudenza riguardo al principio di autodeterminazione dei popoli e alla repubblica, temi che dovrebbero far parte del patrimonio politico di qualsiasi partito di sinistra, tanto più se di ispirazione marxista. Mentre accusa più o meno apertamente la sinistra catalana di nazionalismo, di fatto è Podemos a essere schierato con i partiti nazionalisti spagnoli più conservatori.

Altra difficoltà sulla strada della costruzione della Repubblica sembra la causa che il Tribunale Costituzionale ha istruito contro Carme Forcadell, Presidente del Parlamento catalano, rea di aver autorizzato il dibattito in aula sul processo costituente e sulla disconnessione dallo stato spagnolo. A questo proposito, Puigdemont ha sostenuto nella stessa intervista che, a dispetto di una eventuale inabilitazione decisa dal Tribunale, Carme Forcadell continuerebbe in ogni caso a rivestire la carica di Presidente del Parlamento, essendo la camera elettiva la sola istituzione che può deciderne la destituzione. Interrogato sulla portata politica di un atto di disobbedienza quale il non riconoscimento della condanna del Tribunale, Puigdemont ha affermato che il primo a disobbedire al popolo di Catalunya è lo stato spagnolo: è quest’ultimo che non rispetta il risultato delle elezioni del 27 settembre 2015, dalle quali è scaturito il mandato a portare a termine il lungo cammino verso l’indipendenza e la proclamazione della Repubblica.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑