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marxismo e questione nazionale

Ex militanti del PSUC a favore del referendum e dell’indipendenza.

Con il manifesto intitolato significativamente “Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo”, un gruppo di ex appartenenti al PSUC riconosce i limiti della cosiddetta transizione spagnola, esplicita il proprio sostegno al referendum del 1 ottobre e invita a votare a favore dell’indipendenza di Catalunya.

Tra i firmatari ci sono ex sindaci, consiglieri comunali, deputati o semplici militanti del PSUC, lo storico partito nato nel 1936 (inscritto all’Internazionale Comunista), impegnato prima nella guerra civile e in seguito nella lotta clandestina contro il fascismo spagnolo, dalla metà degli anni ’90 di fatto inattivo e frazionato in differenti gruppi.

A poco meno di un mese dal referendum, gli ex militanti del PSUC rappresentano una nuova e significativa voce che si somma allo schieramento a favore del SI, arricchendolo con il proprio contributo, tradotto qui di seguito. Contemporaneamente anche un altro gruppo della zona del Baix Llobregat, composto da una settantina di militanti di Iniciativa per Catalunya Verds (coalizione natta sotto l’egida del PSUC) e del Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), quest’ultimi in aperto disaccordo con i vertici del proprio partito, federato al PSOE, si sono espressi a favore del referendum dell’1 ottobre.

A scanso di equivoci, vale la pena precisare che l’idea della “Catalunya di un solo popolo”, così come viene riportata nel manifesto, si riferisce ad un paese in cui gli immigrati siano accolti, sia che provengano dal sud della penisola come da paesi più lontani e trattati senza discriminazioni come parte a tutti gli effetti del popolo catalano.

 

 

Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo.

Il PSUC nacque come un partito naturalmente predisposto alla trasformazione, come un partito di massa, il partito di massa a Catalunya. Il partito dei comunisti di Catalunya. La sua volontà: trasformare Catalunya in chiave socialista e creare una società giusta per tutti. E nacque come partito nazionale catalano, difensore del catalanismo popolare e caratterizzato dall’idea della Catalunya di “un solo popolo”. Un partito che pretendeva portare la giustizia e il benessere nella parte di mondo in cui gli era toccato vivere. Un partito che sapeva che il miglior contributo all’internazionalismo era la liberazione delle classi popolari di questo lembo del pianeta. Un partito che perciò sapeva che il miglior contributo che poteva dare era conquistare la libertà e l’eguaglianza là dove sapeva come fare: a Catalunya, nella propria nazione. Un partito radicato nei quartieri, nei paesi e nelle fabbriche. Un partito che respirava ciò che respirava la maggioranza della società catalana, perché solo così si può sapere cosa è necessario fare e come farlo.

Fondato nel 1936 e inteso come il modo più adeguato di far fronte al fascismo, il PSUC è stato uno dei partiti che più hanno dato per la disfatta del fascismo franchista. Di fatto, è stato il partito che ha guidato la lotta antifranchista. Quello che più energie, più organizzazione e più persone vi ha dedicato. E pensiamo di esserci riusciti, anche se con importanti mancanze che, ora bisogna riconoscerlo, erano più grandi di quello che molti di noi militanti pensavamo in quel momento. Ciononostante, la maggioranza di noi aveva ben chiaro che il patto della transizione era un’amputazione ai nostri diritti e alle nostre libertà, sociali e nazionali.

Quarant’anni dopo sono evidenti le gravi carenze di quell’accordo. Ed è evidente che lo stato spagnolo non è pronto per una vera democratizzazione senza una terapia di choc che rimuova le strutture del potere politico ed economico. Oggi questa terapia si chiama Repubblica, si chiama Referendum. Come marxisti, leggiamo la realtà ogni momento cercando di capire cosa accade, perché accade e cosa si può fare. E della lettura del momento presente nel nostro paese, abbiamo ben chiare le conclusioni: in queste ore è a Catalunya che si danno le condizioni per fare un salto in avanti, finora sconosciuto, sul terreno delle libertà e dei diritti sociali e nazionali. E ne dobbiamo approfittare. E siamo sicuri che il PSUC, sostenitore dell’unità delle forze politiche a Catalunya così come dell’Assemblea de Catalunya, ora sarebbe un sostenitore del referendum e starebbe alla testa della lotta contro le politiche ingiuste e anticatalane di questo stato autoritario e ricentralizzatore.

Così ci siamo uniti, tutti quanti come vecchi militanti del PSUC: deputati, consiglieri comunali, sindaci, sindacalisti, membri di associazioni di vicinato, etc. Tutti noi, ex militanti del PSUC proclamiamo la necessità di sostenere, senza ambiguità e senza ondeggiamenti, la convocazione del referendum fissata dal governo catalano per il prossimo 1 ottobre. Questo referendum e la nostra anelata Repubblica, aprono la possibilità al cambiamento e alla rottura (così tanto necessari) con il cadente regime spagnolo del ’78.

Ex membri del PSUC primi firmatari:

*Alfredo Amestoy Saenz (ex deputato, Badalona)
* Frederic Prieto Caballé (ex sindaco, Cornellà)
* Eudald Carbonell Roura (ex responsabile del PSUC a Girona, Ribes de Freser)
* Magda Ballester Sirvent (ex consigliere comunale ed assessore, Lleida)
* Ramon Majó Lluch (ex assessore, Manresa)
* Emili Muñoz Martínez (ex sindaco, Tiana)
* Jaume Oliveras Costa (ex consigliere comunale, Badalona)
* Jaume Solà Campmany (ex consigliere comunale, Badalona)
* Àlex de Sárraga Gómez (avvocato, Lleida)
* M. Isabel (Mariona) Vidal (Cornellà)
* Jose Estrada (Tarragona)
* Àngel Pagès (Premià de Mar)
* Joan Romagosa (Cornellà)
* Jaume Botey Vallès (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Maria Pilar Massana Llorens (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Carles Prieto Caballé (ex presidente FAVB Barcelona)

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina web http://www.republicadesdebaix.cat

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Un manifesto per la Repubblica Catalana che interroga le sinistre europee.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ prende decisamente posizione a favore dell’autodeterminazione di Catalunya, della celebrazione del referendum previsto per il 1 ottobre e per la proclamazione della Repubblica Catalana, riunendo attorno alla propria proposta sia organizzazioni catalane (Poble Lliure, Xarxa Roja, Assemblees de Joves per la Unitat Popular…) che organizzazioni spagnole (Comunistes de Castilla, Frente Popular Galega, Xeira…) e raccogliendo l’adesione individuale di molti militanti di base.

I firmatari sottolineano lo stato di crisi della monarchia spagnola e si inseriscono nella storica contraddizione aperta a Catalunya dal movimento indipendentista rivendicando un ruolo attivo per i comunisti. Secondo Comunistes pel SÍ l’autodeterminazione del popolo catalano apre la strada non solo alla liberazione nazionale e sociale di Catalunya ma anche a quella degli altri popoli della penisola e assesta un duro colpo al cosiddetto regime del ’78, il regime nato dalla transizione spagnola alla democrazia, un processo svoltosi all’insegna della continuità con il franchismo nel corso del quale il fascismo spagnolo non solo non ha pagato per i propri crimini ma ha conservato intatte importanti posizioni di potere politico ed economico.

Per Comunistes pel SÍ la Repubblica Catalana rappresenta un’opportunità sia per rompere i legami col vecchio regime che per avviare politiche di segno opposto al dogma liberista. In questo senso il manifesto chiama in causa implicitamente le sinistre europee e i comunisti in particolare, affermando che il miglior contributo internazionalista è il sostegno al referendum del 1 ottobre, all’autodeterminazione di Catalunya e alla nascita di una Repubblica al servizio delle classi popolari.

Il manifesto rappresenta inoltre un invito ad approfondire l’analisi dello scenario internazionale e svilupparne una visione non eclettica, così da definire da sinistra un altro modello di Europa. La riflessione su Catalunya implica cioè una riflessione sull’Unione europea, sulla natura antipopolare delle politiche della Troika e sul carattere imperialista del polo europeo che non può essere elusa, pena l’abbandono delle classi lavoratrici e degli strati popolari ai diktat di turno ordinati da Bruxelles o da Francoforte. Perciò vale la pena leggere integralmente il Manifesto, tradotto qui di seguito.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ.

“La rivoluzione socialista può scoppiare non solo in seguito a un grande sciopero, una manifestazione di piazza, una rivolta di affamati, un’insurrezione militare o una sollevazione coloniale bensì anche in conseguenza di una semplice crisi politica, come per esempio il caso Dreyfus e l’incidente di Saverne, o di un referendum per la separazione di una nazione oppressa…”

V.I. Lenin – La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione.

Il prossimo 1 ottobre è prevista la celebrazione dell’atteso e a lungo rivendicato Referendum d’Autodeterminazione a Catalunya, punto culminante di tutto un movimento nazional-popolare dalle grandi aspirazioni democratiche e di sovranità popolare, in marcia da più di dieci anni in seguito alle proteste e alle polemiche attorno allo Statuto, alle continue sentenze del Tribunale Costituzionale, alla dinamica ricentralizzatrice e repressiva dello Stato spagnolo e alla negazione sistematica del diritto all’autodeterminazione del popolo di Catalunya.

Siamo così arrivati ad un punto di non ritorno che senza dubbio definirà in un modo o nell’altro, a seconda dello sviluppo degli eventi, il futuro del nostro paese. Davanti a questa situazione storica e eccezionale a casa nostra, i comunisti e le comuniste non possono rimanere con i bracci incrociati.

 

Per i nostri diritti nazionali e sociali.

Consideriamo che in questo momento la difesa attiva del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e dei suoi diritti nazionali passa inequivocabilmente per il sostegno e l’appoggio alla convocazione del Referendum, una rivendicazione democratica negata dallo Stato (come in altri casi), che perciò si caratterizzerà come disobbediente e unilaterale, in uno scenario finora inedito, segnato più che mai da una componente rivoluzionaria e di rottura democratica che i comunisti e le comuniste devono approfittare per aumentare il livello di coscienza e di resistenza del popolo di Catalunya. Inoltre questa situazione ha comportato il maggior grado di debolezza dai tempi della transizione del tradizionale braccio politico della destra catalana: si è passati dall’egemonia di CIU alla debolezza del PDECat.

Per garantire la celebrazione del Referendum sarà necessario impegnarsi con fermezza, esigendone la messa in moto e l’applicazione del risultato senza dilazioni, mobilitando il più ampio schieramento di forze per difendere questo diritto e affrontare la campagna repressiva e antidemocratica dello Stato, che non si fermerà, così come le tentazioni del Governo della Generalitat di tirarsi indietro all’ultimo momento.

Il nostro ruolo deve inoltre servire per garantire l’indipendenza di classe e evitare la strumentalizzazione del movimento nazionale da parte di forze e interessi estranei alla classe lavoratrice e agli strati popolari, possibile a causa della transversalità e pluralità di questo referendum. Deve servire inoltre per legare strettamente le rivendicazioni nazionali e sociali, facendole confluire in una forza inarrestabile di cambiamento reale. Parliamo tra l’altro delle lotte sindacali, per un lavoro degno, con salari e pensioni che superino la barriera dei mille euro e che s’incrementino secondo l’inflazione, per eliminare la precarietà del lavoro e le pratiche padronali autoritarie e antidemocratiche dentro l’impresa, per la riduzione dell’orario di lavoro, per la lotta contro le disuguaglianze economiche e sociali generate dall’accumulazione del capitale, per un alloggio degno, per il femminismo, per i servizi pubblici a gestione democratica e pubblica, per le rimunicipalizzazioni, per la difesa del territorio e dell’ambiente, contro la guerra imperialista e per l’accoglienza dei rifugiati.

 

Per la rottura del regime del ’78.

L’attuale crisi del regime spagnolo rivela che è a Catalunya che oggi si trova l’anello più debole della monarchia e che pertanto è lì che dobbiamo colpire più forte per romperla, aprendo uno spazio di opportunità anche per gli altri popoli dello Stato, per la loro liberazione nazionale e sociale. È questo il miglior contributo internazionalista che possono dare le classi lavoratrici e che stringe inoltre legami di solidarietà tra i popoli.

Ciononostante non ci sarà vera liberazione nazionale se non usciamo anche dalle strutture imperialiste dell’Unione Europea, l’euro e la NATO, che ci condannano al debito, alla precarietà e alla guerra. La lotta contro le politiche fondomonetariste e contro le misure della Troika è una condizione indispensabile per la nostra emancipazione nazionale e sociale. La Repubblica Catalana può aprire la porta alla rottura con queste strutture sovrastatali ed è per questo che l’oligarchia catalana e quella spagnola fanno di tutto perché non si realizzino le aspirazioni di libertà del nostro popolo.

 

Per la Repubblica Catalana e il Processo Costituente, per il socialismo.

Quanto più alta sarà la partecipazione, maggiore sarà il riconoscimento internazionale e la legittimità del risultato del Referendum d’Autodeterminazione. Il dibattito attorno alle basi della futura Repubblica Catalana non potrà rinviarsi ulteriormente. Dobbiamo evitare una transizione vuota di contenuti sociali, con uno schema ripreso meccanicamente dallo Stato spagnolo (come nel caso più volte denunciato delle cosiddette strutture di Stato) e limitato a un semplice ricambio delle elites.

Il nostro obbiettivo sarà un Processo Costituente popolare, transparente e inclusivo, con la partecipazione delle entità e dei collettivi sociali, dell’ampia rete dell’associazionismo catalano, in modo da creare un nuovo paese all’altezza della situazione, una Repubblica al servizio della classe lavoratrice. Un Processo Costituente capace allo stesso tempo d’incorporare idee innovatrici quali per esempio l’elezione, mediante un sorteggio che rispetti i criteri di diversità, di alcune migliaia di cittadini che partecipino alla redazione della Costituzione che determinerà il tipo di paese che vogliamo.

Riteniamo infine che il SI dev’essere sia il voto degli indipendentisti che di coloro che sostengono una federazione o confederazione di repubbliche libere. È possibile federare o confederare gli stati solo se precedentemente questi hanno raggiunto la propria libertà; l’esito con-federale può essere accettato solo se la federazione o la confederazione costituita riconosce la libera autodeterminazione come diritto fondamentale di ognuna delle repubbliche che la integrano.

 

Conclusione.

Sulla base di queste considerazioni e di questi obbiettivi mettiamo in moto la piattaforma di Comunistes per el SÍ, complementaria ad altri spazi unitari come Esquerres per la independència o i Comitès de Defensa de la República, con l’intenzione di affrontare in modo unitario questa nuova sfida, appoggiando il Referendum e chiedendo il voto affermativo per farla finita con il regime del ’78, proclamare la Repubblica Catalana, organizzare le classi lavoratrici della città e della campagna, per lottare per il Socialismo a partire dalla volontà internazionalista e solidale con tutti i popoli dello Stato, del Mediterraneo e del mondo. Votiamo SÍ dal versante dell’opzione europea per un raggruppamento libero di stati che rispetti la sovranità, garantisca il benessere comune, approfondisca la democrazia, lavori per la pace e si opponga al potere finanziario e monopolista.

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina: https://comunistespelsi.com/manifest/

 

 

 

 

 

 

L’impronta di Gramsci nei Països Catalans.

La lenta diffusione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans, ricostruita nell’opera collettiva El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster (El Jonc editore) rappresenta una tappa suggestiva della parabola internazionale compiuta dal nemico pubblico numero uno del regime fascista. “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni” aveva concluso il pubblico ministero davanti al Tribunale Speciale. Così la pubblicazione della potente e originale versione del marxismo di Gramsci si rende possibile solo nel dopoguerra. Al di là dei Pirenei però, la censura si prolunga negli anni.

Lo scritto di Giaime Pala Gramsci a Catalunya, contenuto nel volume in questione, si sviluppa a partire da una constatazione preliminare e indispensabile per mettere a fuoco correttamente il tema: “l’impossibilità di pubblicare o accedere a testi marxisti durante una buona parte della dittatura del generale Francisco Franco”. Dedito allo studio del movimento comunista e antifranchista a Catalunya e in Spagna, Pala afferma che dopo la guerra civile i militanti antifascisti si vedono costretti a studiare il marxismo sui testi dei detrattori del pensatore di Treviri, la cui diffusione è invece largamente agevolata dal regime. Ancora negli anni ’50 l’unica possibilità di entrare direttamente a contatto con gli autori marxisti è rappresentata dalla conoscenza di una lingua straniera nella quale leggere le traduzioni dei classici.

Nonostante il pensiero gramsciano fosse conosciuto nelle cellule del PSUC, dove era oggetto di dibattito da anni, è solo nel 1967 che la rivista del partito Nou Horitzons (numero 11 e 12) ospita due saggi dedicati a Gramsci: quello di Josep Fontana e quello di Manuel Sacristán, che a giudizio di Pala rappresenta la prima rigorosa ricostruzione filosofica del pensiero dell’intellettuale sardo apparsa nello stato spagnolo. Fino a quel momento i lettori potevano contare soltanto su una antologia dei Quaderni dal carcere curata e tradotta da Jordi Solé Tura e apparsa nel 1966 con il titolo Cultura i literatura. Non bisogna dimenticare però, sottolinea Pala, l’opera della celebre ispanista Giulia Adinolfi, proveniente dalle fila del PCI e arrivata a Barcelona a metà degli anni ’50. È lei che avvicina Sacristán a Gramsci: in seguito a questa influenza infatti, Sacristán scrive una prima traccia biografica dell’ex leader dei comunisti italiani, inserita nel supplemento del 1957/’58 dell’Enciclopedia Espasa e uscita però nell’indifferenza generale solo nel 1961.

Nel fatidico 1968 Solé Tura edita una versione in català delle Noterelle sulla politica del Machiavelli, seguite due anni dopo da un’antologia dei Quaderni di stampo più filosofico. Secondo la ricostruzione di Pala però il punto di svolta nella diffusione del pensiero di Gramsci è rappresentato dalla robusta Antología curata da Sacristán e pubblicata in castigliano in Messico, per le edizioni Siglo XXI, nel 1970. A partire da questo momento secondo Pala, le pubblicazioni e le traduzioni dell’intellettuale imprigionato dal fascismo si fanno sempre più frequenti, addirittura disordinate e caotiche, anche a causa dell’incapacità dell’Istituto Gramsci “di articolare una politica editoriale intelligente per la Spagna”, come denuncia la ricercatrice Fiamma Lussana.

L’altro canale fondamentale per la ricezione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans è rappresentato daIl’opera di Joan Fuster, l’intellettuale del dopoguerra più importante del País Valencià. Nel capitolo Gramsci en Fuster, Jaume Lloret i Carlos Noguera scrivono che è attraverso la corrispondenza con i catalani in esilio, i libri riportati dagli amici che viaggiano all’estero e soprattutto grazie alll’amicizia con il cantautore Raimon (la cui compagna Annalisa Corti milita nel PCI) che Fuster entra in contatto con Gramsci. Lloret e Noguera sottolineano l’importanza del pensatore sardo per la riflessione fusteriana: da un lato evidenziandone le numerose tracce contenute in Nosaltres, els valencians (1962), dall’altro collegando l’attitudine più generale di Fuster, sintetizzata dalla frase “Non ho altro merito che quello di essermi appassionato fino all’ossessione alla vita e al destino del mio popolo”, alla impossibilità gramsciana di fare storia politica senza passione e senza un legame tra intellettuale e popolo.

Per il pensatore originario di Sueca, impegnato nello studio dell’identità del País Valencià e nella ricostruzione dell’unità storica, culturale e politica dei Països Catalans, Gramsci esercita uno speciale interesse: temi quali la storica frammentazione degli stati italiani, il ruolo svolto dagli intellettuali nel risorgimento, il processo unitario, evocano agli occhi di Fuster un parallelismo con le vicende del País Valencià, il cui futuro “è nelle mani del popolo e legato ai settori subalterni e strumentali che sono precisamente i più alienati dal fascismo. Perciò il socialismo valenciano non sarà sempre marxista, o marxiano, bensì istintivamente popolare, come sperava Gramsci”. Fuster, che non si definisce marxista, fa servire i concetti gramsciani per la propria analisi e ammette apertamente “la simpatia che ci ispirava il signor Gramsci. Un uomo che veniva da un mondo somigliante a quello valenciano, che aveva constatato che la gente delle campagne non entrava nello schema di Marx e che aveva cercato di non scartare le masse contadine”. “Essere marxista non è per niente facile” afferma Fuster, invitando contemporaneamente alla lettura di Gramsci: le “nostre disgrazie, prevalentemente rurali, erano curate da preti e frati da un lato e da improbabili anarchici dall’altro. Gramsci, che ha vissuto in un mondo simile al nostro, insinua formule teoriche più adeguate. E non solamente teoriche. Leggete Gramsci. È un consiglio”.

Lloret e Noguera ricordano inoltre che il primo testo di Gramsci apparso nello stato spagnolo è un articolo in castigliano pubblicato nel 1922 da La Batalla (num.2), una rivista comunista di Barcelona e si mostrano inclini a stemperare l’importanza dell’antologia pubblicata da Solé Tura nel 1966, ricordando anche le considerazioni di Ricard Vinyes secondo il quale la “identificazione meccanica, così abituale, tra traduzione e introduzione è precipitata e vuota”.

Come accade spesso ai classici, anche Gramsci viene riletto in funzione delle necessità politiche del momento: Giaime Pala osserva che nel corso degli anni ’70 il PCE, attratto dalla politica di Berlinguer, si avvicina sempre più alle tesi del PCI fino alla condivisione del progetto dell’eurocomunismo, cercando una legittimazione teorica anche nella reinterpretazione degli scritti di Gramsci. Pala cita molte opere che si inseriscono in questo filone, ben rappresentato dal dossier realizzato nel 1977 dalla rivista Taula de Canvi che, traducendo un dibattito apparso su Mondoperaio e Rinascita attorno alle opzioni teoriche di comunisti e socialisti italiani, fa servire la rilettura di Gramsci per sostenere l’abbandono del leninismo e il definitivo approdo liberaldemocratico del PCE. Nello stesso anno la rivista Materiales, sorta attorno all’opera di Sacristán e animata da giovani usciti dal PSUC, o critici con la dirigenza del partito, denuncia l’uso strumentale di Gramsci che si va diffondendo in Europa sottolinando che “tra le più recenti pubblicazioni su Gramsci non mancano quelle di chi, credendo di parlare di Gramsci, parla in realtà della politica attuale del PCI”. La lettura decontestualizzata del classico Gramsci però, non si circoscrive agli anni ’70 ma ricorre ancora oggi: secondo Pala il concetto di egemonia è “lontano dall’essere una battaglia per l’articolazione della narrazione egemonica (come propone Iñigo Errejon, secondo una visione di Gramsci filtrata per il postmarxista Ernesto Laclau)”. A dispetto delle finalità più o meno contingenti, le letture odierne testimoniano una volta di più la vitalità dell’universo concettuale gramsciano.

Il volume El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster disegna un’accurata mappa catalana del pensiero di Gramsci, un autore consacrato come un classico che, nelle parole di Sacristán (ricordate a guisa di conclusione da Pala) “ha diritto a non essere mai alla moda e ad essere letto sempre”. E interessante risulta anche la riflessione attorno al peso specifico dei concetti gramsciani (subalternità, egemonia, nazional-popolare…) nell’elaborazione di Fuster e nella sua proposta culturale e soprattutto politica dei Països Catalans, per la quale l’influenza di Gramsci, sebbene indiretta, sembra meritevole di essere ancora studiata e ulteriormente approfondita.

Per informazioni sul volume: http://www.eljonc.com/home_cataleg.htm

 

 

 

 

La sinistra indipendentista catalana si affaccia in Italia.

Finalmente sembra arrivare anche in Italia l’eco della battaglia condotta dalla sinistra anticapitalista catalana per l’indipendenza del proprio paese (e per il socialismo). La sospetta disattenzione con la quale i mezzi di comunicazione del belpaese hanno trattato il tema è stata rimpiazzata dalla riflessione sviluppata da alcuni collettivi comunisti e realtà di movimento, caratterizzati dalla costante attenzione per la prospettiva internazionale.

Il centro sociale Corto Circuito, la Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, i collettivi Genova City Strike, Militant, CUMA,  e Zenti Arrubia hanno ospitato una delegazione della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC) che hanno potuto far sentire la propria voce senza filtri giornalistici o politici più o meno interessati. Alla pagina web della rivista Contropiano  (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/30/catalogna-indipendente-ora-intervista-iranzo-vehi-093460) si trova un’intervista della redazione di Radio Città Aperta a Mireia Vehí (deputata della CUP al Parlamento catalano) mentre alla pagina di Genova City Strike (http://www.citystrike.org/2017/06/20/il-processo-indipendentista-in-catalunya/) si può leggere l’intervento di Icar Aranzo (rappresentante degli studenti) realizzato il 20 giugno a Genova.

I due contributi offrono da un lato una riflessione critica riguardo alla transizione dal fascismo di Franco alla nuova democrazia spagnola, un processo di cambiamento del quale sottolineano l’aspetto conservatore, privo di un momento di rottura col vecchio regime; dall’altro permettono di inserire nel giusto contesto storico la rivendicazione indipendentista. Un punto di vista fondamentale per l’analisi della situazione attuale in Catalunya che finora non aveva trovato né l’attenzione né la solidarietà della sinistra italiana.

Altrettanto interessante risulta il punto di vista delle realtà italiane che hanno ospitato i rappresentanti della CUP e del SEPC: il referendum per l’indipendenza viene giudicato come “uno strumento di rottura popolare nei confronti dei diktat delle classi dominanti statali ed europee”. Il manifesto comune Catalunya ara! sottolinea che “negli utlimi anni tutti i referendum popolari in Europa si sono trasformati in un voto contro le classi dominanti” e si sono caratterizzati per la “determinazione delle classi popolari e dei settori giovanili, i soggetti più colpiti dall’austerità imposta dall’Unione Europea”.

Così le caratteristiche del movimento e il peso specifico della sinistra anticapitalista al suo interno, consentono di vedere nell’indipendenza di Catalunya una possibilità per la messa in discussione del modello di governabilità europeo, che si trova improvvisamente davanti ad un ingranaggio che minaccia di incepparsi e non rispondere ai comandi. Nel contesto catalano (ed europeo) il referendum rappresenta una possibilità per restituire la parola al popolo, ai cittadini ed ai lavoratori, espropriati della propria sovranità non solo dai rispettivi governi ma anche dalle decisioni delle istituzioni europee, che negli ultimi anni hanno più volte ricattato e scavalcato i parlamenti nazionali. La frattura tra gli organismi di potere europei e i popoli del continente è emersa più volte nell’incapacità dei primi di ascoltare e raccogliere la volontà dei secondi: viene alla mente il chiaro pronunciamento del popolo greco (rimasto disatteso) che ha rifiutato il diktat europeo; il rifiuto dell’elettorato italiano al referendum voluto da Renzi; e persino il brexit che in parte è frutto dell’insofferenza di larghi strati impoveriti e sempre più diffidenti nei confronti della prospettiva europea. Il rifiuto del governo spagnolo alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione ricorda l’incapacità dei settori dominanti europei di ascoltare la volontà popolare, con l’aggravante che i ministri del PP, appoggiati dal PSOE, minacciano di non consentirne neppure l’espressione, vietando direttamente l’organizzazione della consulta.

Per tutto ciò è più che mai necessario ed opportuno ascoltare e sostenere la sinistra anticapitalista catalana e l’insieme del movimento per l’indipendenza impegnati in una lotta che prima di tutto rivendica il principio democratico nell’europa dell’austerità liberale e del capitale sempre più impermeabile alle rivendicazioni popolari.

 

 

 

 

 

 

 

Il libro rosso dei Països Catalans.

Sulle orme del celebre libretto rosso che evoca già dal titolo, El llibre roig dels Països Catalans è pensato apertamente come uno strumento di lotta, volto alla costruzione di un tessuto connettivo della sinistra anticapitalista e indipendentista che si estenda per tutto il territorio nazionale. La cornice dei Països Catalans è infatti l’ambito privilegiato di una serie di case editrici fortemente impegnate sul terreno della critica da sinistra (Tigre de Paper, El Jonc, Pol·len, Edicions del 79, Lo Diable Gros e Espai Fàbrica). Il risultato della collaborazione tra queste entità sono i Llibres per l’unitat popular, opere dedicate alla costruzione di un paese plurale, che riesca finalmente a conseguire sia l’esercizio della sovranità nazionale che una maggiore giustizia sociale. Uscito nella nuova collana nel 2014 al prezzo simbolico di 5 euro, El llibre roig dels Països Catalans non è firmato ed è sottoposto ad una licenza creative commons che ne rende possibile la copia e ne sottolinea l’impronta militante a discapito delle finalità commerciali.

“La nostra patria è la nostra lingua” è la citazione di Joan Fuster che apre il libro e che fa della difesa del català, un idioma più volte discriminato nel corso della storia, un elemento imprescindibile della coscienza nazionale. Segue la sintesi di un progetto del tutto alieno dalla volontà di potenza: “La difesa dei Països Catalans passa principalmente e in maniera ineludibile per la difesa dei diritti delle persone che vi vivono, indipendentemente dal luogo dove sono nate, dal loro colore della pelle o dalla loro lingua materna”. Si tratta di una visione plurale e accogliente della nazione, la cui difesa “non implica solo il fatto di disegnare una frontiera, parlare una lingua o sventolare una bandiera”, bensì la necessità di costruire un progetto di società differente da quello del capitalismo neoliberale. È una battaglia per i diritti sociali in piena Europa, caratterizzata però per il fatto di svolgersi nell’ambito peculiare dei Països Catalans, una nazione ancora senza stato alla quale si riferiscono gran parte dei dati socioeconomici riportati nel libro.

L’analisi svolta nell’opuscolo prende le mosse dalla ristrutturazione economica degli ultimi decenni: il capitalismo esce dalla crisi della fine degli anni ’60 applicando il teorema neoliberista secondo il quale il mercato è un meccanismo efficiente, in grado di autoregolarsi e produrre la migliore allocazione possibile delle risorse. Conseguentemente il sistema si caratterizza per la progressiva liberalizzazione dei capitali e per la divisione internazionale del lavoro, riorganizzandosi con la cosiddetta globalizzazione economica. In questo contesto la riduzione dei controlli sul capitale finanziario acquista sempre maggiore importanza nella dinamica dell’espansione capitalista. Veri e propri alfieri del processo neoliberale, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea impongono le privatizzazioni, i tagli sociali, la crescente flessibilità del lavoro e le misure fiscali regressive, disegnando un pianeta dove la ricchezza è ripartita in modo sempre più diseguale.

Per quel che riguarda la Spagna e i Països Catalans, i momenti salienti di questo processo sono rappresentati da una serie di riforme che hanno reso sempre più flessibile e precario il lavoro, ritagliandone diritti e potere. I Patti della Moncloa del 1977, firmati dai dirigenti politici impegnati nell’operazione transizione spagnola, segnano da un lato la rinuncia definitiva a un’uscita radicale dal franchismo e dall’altro l’accettazione di un modello economico neoliberale considerato adeguato alla nuova democrazia capitalista: il PCE e il PSOE abbandonano “sia l’idea di fare giustizia con gli assassini e i responsabili della repressione del regime, che quella di avanzare verso un modello di società non capitalista”. La scelta dei dirigenti spagnoli dell’eurocomunismo e di quelli socialisti facilita una transizione che si svolge all’insegna della continuità, senza che il franchismo paghi alcun serio costo politico.

Contemporaneamente, sostiene El Llibre roig dels Països Catalans, “si soffocava qualsiasi possibilità di avanzare verso il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei differenti popoli, ora imprigionati nella struttura legale e costituzionale dello stato spagnolo che si veniva delineando”. Le politiche economiche basate sulla moderazione salariale e la ristrutturazione del mercato del lavoro non vengono messe in discussione neppure dopo la vittoria del PSOE alle elezioni del 1982: al contrario i socialisti, guidati da Felipe Gonzàlez, si dedicano ad accentuare la flessibilità del lavoro e ad agevolare il capitale privato internazionale, situandosi a pieno titolo “nel quadro dell’ortodossia neoliberale che si impone a tamburo battente”. È significativa una frase del ministro dell’economia del governo socialista dell’epoca, secondo il quale “la miglior politica industriale è quella che non esiste”, un principio cardine del dogma neoliberale e un vero e proprio testimone ideologico che popolari e socialisti si scambiano nella staffetta che li avvicenda al governo. PSOE e PP condividono anche l’obbiettivo dell’integrazione del mercato spagnolo in quello europeo, così come l’adesione all’Unione nel 1986. È invece il Partido Popular guidato da Aznar a garantire il rispetto delle condizioni imposte dal trattato di Maastricht e il passaggio all’euro. Il più recente patto di stabilità completa un insieme di misure che caratterizzano tutta la politica economica del regime sorto dopo la morte di Franco, e che lo collocano saldamente sulla via maestra del liberismo. Per i redattori dell’opuscolo le conseguenze sono nefaste: “se analizziamo i fatti dal punto di vista delle classi popolari dobbiamo concludere che il costo di tutto il processo di modernizzazione dell’economia e della società ha gravato sulle spalle dell’insieme della classe lavoratrice”.

Così l’integrazione del regno di Spagna nel progetto dell’Europa dei capitali genera una struttura economica fortemente disequilibrata nella quale il peso del settore delle costruzioni edili, affiancato e sostenuto dalla finanza speculativa, diviene sempre più rilevante, fino a raggiungere una percentuale molto alta del PIL. Nel 2007 la bolla immobiliaria scoppia con particolare violenza in Spagna, i nodi del sistema finanziario vengono al pettine e il modello collassa. Ma il capitalismo è un sistema sociale in perenne trasformazione, capace di usare la crisi per rinnovarsi e garantire la propria sopravvivenza: gli stati europei salvano le banche (e gli speculatori) e destinano a questo scopo milioni di euro, indebitandosi fortemente. La ricetta dell’austerità economica, del pareggio del bilancio e del contenimento della spesa pubblica rivela chiaramente la direzione presa dal sistema: una redistribuzione della ricchezza sempre più diseguale e una prospettiva di impoverimento di lunga durata per le classi popolari.

El Llibre roig dels Països Catalans prosegue fornendo una serie di dati che suffragano l’analisi svolta fin qui e che disegnano un vero e proprio atlante socioeconomico del paese. I dati sui prestiti concessi per l’acquisto della casa sono particolarmente significativi. Negli anni del credito facile, in molti stipulano un mutuo; in seguito alla crisi economica però non possono più pagare la rata. In questi casi la proprietà dell’immobile torna alla banca, che lascia famiglie intere senza casa e con il mutuo da pagare. Dai 10.000 casi del 2007 si è passati ai quasi 40.000 del 2012. Ma c’è di più: secondo i dati riportati nel libro, la banca privata che ha beneficiato più di tutte le altre dell’aiuto dello stato (Bankia) è allo stesso tempo quella che ha provocato il maggior numero di sgomberi e che è tornata in possesso del maggior numero di immobili.

Tra il 2000 e il 2007, nel periodo del credito facile e della speculazione immobiliaria, il prezzo della casa nello stato spagnolo ha visto un’impennata che non ha eguali se paragonato all’andamento analogo registrato in Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti. Quando in seguito alla crisi i contraenti non hanno più potuto pagare il mutuo sulla casa, si è smesso di costruire lasciando sul territorio numerosissimi appartamenti nuovi che sono rimasti vuoti: 448.356 in Catalunya, 505.029 nel País Valencià e 71.255 alle Balears. Una somma che rappresenta il 13,5% degli appartamenti sfitti dello stato spagnolo. Oltre al danno subito dai cittadini che hanno perso la casa, la speculazione immobiliaria dei primi anni del nuovo secolo ha generato anche un considerevole danno ambientale: l’indice di urbanizzazione della costa è cresciuto notevolmente, spesso compromettendo il paesaggio e la natura.

“I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” è il titolo del capitolo che El llibre roig dels Països Catalans dedica alla distribuzione della ricchezza. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza sociale, consegna un dato sul quale riflettere. I Països Catalans registrano la disuguaglianza più alta di tutta l’area europea: peggio di Gran Bretagna, Italia, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia… ma anche di Portogallo e Grecia. Il 20% più ricco della popolazione ha un reddito quasi 7 volte superiore al 20% più povero.

Questo gigantesco processo di trasferimento della ricchezza dai più poveri a beneficio dei più ricchi è stato possibile anche grazie a una serie di riforme del mercato del lavoro che, sia quando sono state varate dal PP che dal PSOE, hanno immancabilmente seguito la direzione della riduzione dei diritti dei lavoratori e del peggioramento delle loro condizioni contrattuali e di lavoro. Una vera e propria offensiva bipartisan contro le classi lavoratrici dei Països Catalans che ha imposto licenziamenti più facili, deroghe al contratto, maggiore precarietà e che si riflette nell’andamento del tasso di disoccupazione: dal 10% circa del 2005 al 27% del 2012. Altrettanto allarmanti sono i dati sulla popolazione a rischio di esclusione sociale: 23% in Catalunya, 30% al País Valencià e 28% alle Balears. L’insieme dei Paísos Catalans fa registrare un considerevole 26% di popolazione a rischio.

Oltre a fornire una gran quantità di dati, messi a disposizione di ogni collettivo, casale indipendentista o associazione che intenda lottare per le classi lavoratrici e per il riconoscimento nazionale, gli autori del libro offrono la propria sintesi: la situazione di sovraproduzione, bassa crescita economica, basso consumo dovuto ai bassi salari, fa prevedere un impoverimento persistente delle classi popolari, in balia di un capitalismo sempre più aggressivo e ormai indisponibile a qualsiasi patto sociale. In questa prospettiva l’indipendenza dei Països Catalans significa non solo la nascita di una nuova Repubblica ma anche un progetto politico per restituire potere ai lavoratori, un’ipotesi rivoluzionaria per trasformare la struttura sociale, una rottura con il liberismo. Un’aperta rivendicazione di cambiamento: come si legge nelle conclusioni del libro rosso dei Països Catalans, indipendenza “per cambiare tutto”.

Il sostegno dei partiti comunisti all’autodeterminazione di Catalunya.

Dal 23 al 25 marzo scorso si è svolto a Città del Messico il XXI Seminario Internazionale, animato da un centinaio di partiti comunisti riuniti attorno al tema Los partidos y una nueva sociedad. All’ordine del giorno l’offensiva contro i progetti alternativi al neoliberismo, la vittoria elettorale di Trump e le sue conseguenze sul continente americano, le elezioni in Equador e più in generale la congiuntura internazionale. Per quel che riguarda l’Europa, la riflessione ha interessato tra l’altro anche la situazione di Catalunya: i deputati Gabriela Serra (Candidatura d’Unitat Popular) e Josep Nuet (Esquerra Unida) hanno sottoposto alla nutrita platea il tema del diritto all’autodeterminazione.

Oltre che mossi dalla propria appartenenza politica, i due rappresentanti catalani sono intervenuti al Seminario per ottenere la solidarietà dei partiti affini e allargare il consenso attorno alla propria proposta: un referendum di autodeterminazione, da anni reclamato a gran voce dalla società civile e politica catalana. Il 9 novembre del 2014 infatti, circa 2.300.000 elettori (poco meno dei partecipanti alle elezioni europee del maggio precedente) hanno espresso la loro opinione in una consulta non vincolante: l’80% a favore dell’indipendenza. Mentre alle elezioni del settembre 2015 i partiti indipendentisti hanno raggiunto la maggioranza relativa nel Parlamento catalano e hanno messo all’ordine del giorno l’organizzazione del referendum di autodeterminazione.

Lo schieramento che reclama la consulta vincolante è ampiamente trasversale e maggioritario nella società catalana: dal partito di centro Partit Demòcrata Català alla sinistra di Esquerra Republicana; dall’area raccolta attorno al sindaco di Barcelona, Ada Colau (e il suo movimento affine a Podemos) fino alla sinistra radicale rappresentata dalla Candidatura d’Unitat Popular. Le forze politiche spagnole però sono compatte nel rifiutare il referendum: per il PP e il Psoe, una volta di più a braccetto, i catalani non possono decidere sull’indipendenza, domanda politica alla quale il governo ha scelto di rispondere con i tribunali, denunciando tra gli altri il presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell e l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas. A questa logica risponde anche la recente impugnazione del bilancio della Generalitat, che il governo di Madrid ha denunciato al Tribunale costituzionale in quanto dotato di una partita per lo svolgimento di consulte elettorali.

Ciononostante la Generalitat de Catalunya continua i preparativi per un referendum vincolante che dovrebbe celebrarsi a settembre e cerca il sostegno della comunità internazionale. In questa prospettiva i deputati Gabriela Serra e Josep Nuet hanno ottenuto a Città del Messico un’importante presa di posizione del movimento comunista, condivisa sia dalle più significative realtà sudamericane, quali il partito comunista cubano, il partito socialista venezuelano, il PT brasiliano, che da storiche organizzazioni di popoli senza stato quali i baschi di Sortu e i palestinesi del FDLP e dell’OLP, oltre a diversi partiti comunisti europei. Il lungo elenco dei firmatari è riprodotto integralmente dopo la risoluzione, tra l’altro approvata all’unanimità.

 

Risoluzione a sostegno della lotta del popolo catalano per il diritto all’autodeterminazione.

I partiti e le organizzazioni presenti nel XXI Seminario Internazionale affermano il diritto universale e inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, ossia a decidere democraticamente, attraverso una libera scelta, la cornice politica di convivenza.

In questo senso affermiamo la nostra solidarietà con la volontà, ampiamente maggioritaria nel popolo di Catalunya, di decidere la propria cornice istituzionale mediante il voto in un referendum vincolante.

Mostriamo inoltre la nostra preoccupazione per il costante diniego opposto al dialogo democratico dal governo di Spagna e per la sua offensiva giudiziaria contro qualsiasi iniziativa politica sviluppata dalla maggioranza sociale e politica catalana diretta alla convocazione e realizzazione del referendum.

Contemporaneamente manifestiamo il nostro appoggio alle costanti e pacifiche mobilitazioni di massa della società civile catalana, invitandola a non diminuire gli sforzi per l’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione.

Oggi più che mai l’Europa ed i suoi popoli, così come i popoli del resto del mondo, meritano esercitare la democrazia e il potere costituente che, come soggetti attivi della trasformazione, gli appartengono di diritto, al fine di costruire società sovrane più libere e più giuste.

Mexico D.F. 25 marzo 2017

La Izquierda (Alemania), Partido Comunista Alemán, Movimento Evita de Argentina, Movimiento Libre del Sur (Argentina), Partido Comunista de Argentina, Partido Obrero Revolucionario de Argentina, Patria Socialista Multinacional-Movimiento Guevarista (PSM-MG) de Bolivia,  Partido Comunista de los Trabajadores de Bosnia y Herzegovina, Partido Patria Libre de Brasil, Corriente Comunista L.C.P. de Brasil, PC do Brasil, Partido dos Trabalhadores Brasil, Partido Comunista (M-L) de Canadá, Partido Comunista de Canadá, Partido Comunista de Chile, Partido Comunista de China,  Partido Comunista de Colombia, Presentes por el Socialismo de Colombia, Partido del Trabajo de Corea, Partido Movimiento Patriótico Manuel Rodríguez de Chile, Partido Comunista de Cuba, Fuerza de la Revolución de República Dominicana, Movimiento Independencia Unidad y Cambio (MIUCA) de República Dominicana, Partido Alianza por la Democracia de República Dominicana, Partido de los Trabajadores Dominicanos, Movimiento Izquierda Unida M.I.U. de República Dominicana, Revista Nuevo Amanecer de República Dominicana, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional de El Salvador, Movimiento Bolivariano Alfarista de Ecuador, Movimiento de   Unidad Plurinacional Pachacutik de Ecuador, Movimiento Popular Democrático de Ecuador, Partido Socialista Frente Amplio De Ecuador, Partido Comunista de la
Federación Rusa, Partido Comunista Patria Roja de Perú, Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG), Alianza Nueva Nación de Guatemala, Partido Unificación Democrática de Honduras, Partido Popular Revolucionario de Lao, Comités Revolucionarios de Libia, Congreso General del Pueblo de Libia, Mathaba Mundial de Libia, Partido Popular Socialista de México, Partido Alianza Social de México, Partido Revolucionario de los Trabajadores-Convergencia Socialista de México, Partido Comunista Mexicano, Partido Comunista de Moravia y Bohemia, Frente Sandinista de Liberación Nacional de Nicaragua, Partido del Pueblo de Panamá, Movimiento Patria Libre de Paraguay, Compromiso Frenteamplista de Uruguay, Asamblea Uruguaya,  Partido Comunista de Uruguay, Partido Obrero Revolucionario Posadista de Uruguay, Frente Democrático de Liberación de Palestina, Organización para la Liberación de Palestina, Sortu del País Vasco, Movimiento Independentista Nacional Hostosiano de Puerto Rico (MINH), Partido Comunista de Vietnam, Partido Comunista de Venezuela, Patria Para Todos de Venezuela, M.E.P . Partido Socialista de Venezuela, Partido Socialista Unido de Venezuela, Partido del Trabajo de México, Frente Socialista de Puerto Rico, Partido Nacionalista de Puerto Rico, Partido Comunista de Bolivia, Partido Comunista de Moldavia, Movimiento  Político WINAQ Guatemala, Partido Comunista de Egipto, Partido Comunista Peruano (PCP) Partido Socialista de Perú (PS), Movimiento del socialismo Allendista de Chile. Partido Comunista de Puerto Rico, Movimiento Alianza PAIS de Ecuador.

Il testo originale della risoluzione si trova alla pagina web della CUP: http://cup.cat/noticia/el-xxi-seminari-internacional-de-mexic-dona-suport-al-referendum-dautodeterminacio-de

L’atto di nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional.

Il Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nasce nel 1968 in seguito alla fuoriuscita dal Front Nacional de Catalunya del settore radicale organizzatosi attorno agli universitari, un gruppo di giovani che a partire dalla seconda metà del decennio si orientano verso un marxismo coniugato in chiave di liberazione nazionale, riallacciano il filo rosso con le organizzazioni della sinistra catalana degli anni ’30, come il Bloc Obrer i Camperol e il Partit Català Proletari e recepiscono contemporaneamente le influenze del maggio francese e delle lotte anticoloniali.

La Declaració Política de Principis è l’atto di nascita del nuovo partito, un ciclostilato diffuso clandestinamente nel marzo del 1969, finora mai editato. Si tratta di un breve testo prodotto in condizioni assai difficili, segnate dalla recrudescenza delle misure repressive e dalla messa al bando del marxismo, i cui classici, all’epoca introvabili, circolano clandestinamente solo in vecchie edizioni precedenti la guerra civile o in esemplari introdotti dal sud america e dall’Unione Sovietica. Un contesto politico e culturale al quale si devono in parte alcuni limiti di natura teorica del documento, che ciononostante pone le fondamenta dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista in Catalunya, definendone i punti fermi per gli anni a venire: a) indipendenza; b) socialismo; c) Països Catalans.

Secondo la Declaració… l’occupazione militare del fascismo spagnolo, portata a termine nel 1939 con la collaborazione di gran parte della borghesia catalana, ha significato una sconfitta storica per la classe operaia del paese e il ritorno alla dominazione politica, culturale ed economica dello stato. Nel dattiloscritto si afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”. E compito del PSAN è “costruire il movimento di liberazione nazionale nel suo doppio significato di indipendenza politica e di rivoluzione sociale”, nella consapevolezza della duplice oppressione, nazionale e di classe, che grava sulla popolazione.

In questo contesto, argomenta lo scritto programmatico, finché la società socialista non divenga una realtà su scala internazionale l’unica garanzia per la libertà e lo sviluppo del popolo catalano è la creazione di uno stato indipendente. Il diritto all’autodeterminazione però non è riconosciuto pacificamente, non solo dalla destra ma neppure dalla sinistra. È interessante riportare per intero la riflessione svolta nell’opuscolo: “Il PSAN constata la realtà attuale dello sciovinismo e dell’assimilazionismo espressi dalle masse popolari spagnole, alienate dall’azione del nazionalismo imperialista spagnolo, contro i diritti e l’esistenza del popolo catalano; una realtà che si estende molto spesso fino ai settori rivoluzionari. In questo senso il PSAN ritiene che la necessaria unità nella lotta anticapitalista e per il socialismo, che deve improntare alla fraternità i rapporti tra le classi popolari catalane e spagnole e i loro movimenti, passa inderogabilmente per il riconoscimento del diritto del popolo catalano ad organizzare liberamente la propria vita nazionale e per il sostegno reale fornito al movimento popolare di liberazione catalano”. Nonostante siano trascorsi quasi 50 anni, sembra che la sinistra spagnola non abbia fatto passi avanti su questo punto: attualmente il Psoe nega il diritto all’autodeterminazione di Catalunya mentre Podemos sostiene si debba esercitare solo con il permesso dello stato spagnolo. Dal canto suo, la Declaració… rifiuta i piani federalisti-regionalisti e impegna il PSAN a lottare a fianco delle masse non scioviniste della penisola e delle altre nazioni oppresse dallo stato.

La riflessione sul socialismo caratterizza in modo altrettanto significativo il documento. Il tema si sviluppa attorno all’asse centrale della partecipazione dei lavoratori alle scelte economiche: nella società socialista il processo produttivo deve essere gestito democraticamente, tanto a livello di fabbrica come a livello delle scelte più generali, attraverso una pratica di concreta autogestione. Anche se i riferimenti teorici non sono esplicitati, nella dichiarazione di principi affiora la prospettiva della democrazia proletaria che, attraverso l’organizzazione degli istituti della partecipazione operaia e popolare, costruisce una nuova struttura da contrapporre allo stato capitalista. Parallelamente il partito persegue l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, in modo da assicurare il carattere e la finalità sociale dell’attività economica oltre che l’appropriazione sociale della ricchezza.

La Declaració… sostiene inoltre il principio della necessità delle differenze nella costruzione del socialismo, a seconda delle differenti condizioni nazionali. Ciò non toglie che “una volta le classi popolari siano consapevolmente organizzate nella lotta di liberazione nazionale in tutto l’ambito dei Països Catalans, la presa del potere e l’instaurazione del nuovo stato socialista catalano saranno unicamente in funzione delle possibilità tattiche del momento”. In questo processo è prevedibile “il progressivo rafforzamento delle ridotte di potere delle classi dominanti, strettamente legate all’esercito spagnolo, e la necessità di uno scontro violento”. Se ne deduce che la via del PSAN al socialismo non esclude dal proprio orizzonte il conflitto armato. La lotta di liberazione nazionale viene caratterizzata come eminentemente rivoluzionaria e viene definita come un processo che si realizza “attraverso una progressiva e continua rottura delle strutture economiche, sociali e politiche che opprimono il nostro popolo”. Ma il nodo politico della violenza e delle forme di lotta viene evocato solo indirettamente, rinviandone implicitamente l’analisi ad un momento successivo. Secondo il documento, nel corso dello scontro tra capitale e lavoro sorgono organizzazioni e gruppi che il PSAN si propone di coordinare, orientandone la lotta. Il partito è inteso infatti come “l’organizzazione politica che si propone la formazione del movimento generale delle classi popolari per la lotta di liberazione nazionale, attraverso la progressiva presa di coscienza rivoluzionaria della doppia oppressione, nazionale e di classe”. In questo processo l’organizzazione degli immigrati provenienti dal sud della penisola, la loro presa di coscienza e la loro partecipazione alla lotta, sono considerati compiti fondamentali.

Se da un lato il PSAN rivendica le libertà civili e politiche, il diritto di sciopero, il ristabilimento di un regime di autonomia per Catalunya, per il País Valencià e per le isole, dall’altro mantiene la critica agli istituti della democrazia parlamentare, considerata “più che mai una maschera della dittatura di classe”. Da un punto di vista tattico “la conquista di questi obbiettivi deve consentire delle forme di potere politico popolare dotate di nuove possibilità d’azione rivoluzionaria e permettere un aumento del livello d’organizzazione e di consapevolezza delle masse in vista degli obbiettivi finali”.

Nella prospettiva di una radicale trasformazione della società, da conseguire attraverso la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la Declaració… mette in conto la reazione dell’imperialismo, fino a considerare la possibilità di un vero e proprio intervento. L’attualità dello scontro a livello globale è ben presente nell’analisi: “L’instaurazione del socialismo nel nostro paese è strettamente legata alla situazione internazionale. La lotta del PSAN  è inserita fin d’ora nel seno della lotta antimperialista mondiale di tutte le forze socialiste”. La visione del partito sullo scenario internazionale si completa con l’intenzione dichiarata di voler cooperare con i paesi socialisti, politicamente ed economicamente,  per l’affermazione dei principi rivoluzionari su scala internazionale, nella consapevolezza della “costruzione della società socialista catalana come passo verso la società socialista internazionale”. Data questa concezione del socialismo e delle sue possibilità di realizzazione, può sembrare contraddittorio che il partito non si definisca apertamente comunista: su questo punto pesa probabilmente la volontà di differenziarsi dal Partido Comunista de España e dal Partit Socialista Unificat de Catalunya, che dalla metà degli anni ’50 auspicano la riconciliazione nazionale e la collaborazione con qualsiasi forza che si renda disponibile al superamento del regime, inclusa la monarchia. Anche se si spiega in parte con la necessaria brevità del testo, il fatto che la relazione con il movimento comunista e la sua storia non venga esplicitata e definita fino in fondo, costituisce un punto debole del documento. Detto ciò, è evidente che il PSAN condivide il patrimonio culturale e politico di gran parte della cosiddetta nuova sinistra dell’epoca, nel quale riecheggiano Lenin, Gramsci, la critica alla democrazia borghese e una forte influenza marxista-leninista. Tratti che nel 1976 portano finalmente il partito a definirsi comunista.

La scelta dei Països Catalans per indicare la cornice nazionale non è né repentina né imprevista: nel corso degli anni ’60 il termine si diffonde progressivamente nella società catalana in seguito all’opera di Joan Fuster, che da València spiega le profonde ragioni storiche che ne giustificano l’adozione. Secondo l’intellettuale l’uso del termine ha inoltre l’innegabile vantaggio di salvaguardare la pluralità culturale del paese, implicita nella definizione. È però nella Declaració… che per la prima volta un partito politico assume in maniera chiara e senza riserve la definizione Països Catalans, superando le ambiguità mantenute in questo senso dal FNC. Così per il PSAN il diritto all’autodeterminazione appartiene all’insieme del paese: il Principato, il País Valencià, le isole e la Catalunya Nord, le cui specificità storiche andranno riconosciute nel futuro stato socialista in forme politiche e amministrative adeguate. L’unità dei Països Catalans non è intesa come una semplice rivendicazione in materia di frontiere, né come un diritto formale, bensì come condizione per la realizzazione del progetto nazionale. Nonostante la teoria, il PSAN è presente però solo nel Principato, rimanendo fuori dagli altri territori fino alla metà degli anni ’70.

Dopo aver sofferto alcune scissioni e attraversato stagioni differenti, il partito cessa la propria attività pubblica nel 2015 (peraltro senza sciogliersi formalmente) ma la sua importanza storica rimane intatta: come ricorda Fermí Rubiralta nello studio Origens i desenvolupament del PSAN, “per la prima volta dopo alcuni tentativi non riusciti, convergono nella stessa organizzazione, almeno a livello di teoria politica, due tradizioni storiche che sebbene non si fossero combattute apertamente, avevano seguito fino a quel momento processi differenti”. Si tratta di una riflessione che pone l’accento soprattutto sulla fusione tra il nazionalismo radicale e il movimento operaio portata a termine dal PSAN, nel contesto di una nazione senza stato come Catalunya. Allo stesso tempo, riguardo alla Declaració… si può tracciare un bilancio in chiaroscuro: tenuto conto delle difficili condizioni in cui il giovane gruppo dirigente porta a termine il proprio sforzo organizzativo, si giustificano alcune mancanze dell’apparato teorico del documento che, pur non approfondendo alcuni nodi tematici di grande importanza, presenta tuttavia un’inedita e interessante proposta politica, destinata ad essere ampiamente raccolta negli anni a seguire. Anche se non può spiegarne per intero la lunga e complessa storia, la prima dichiarazione di principi del PSAN fonda infatti lo spazio politico dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista, occupato nel corso degli ultimi decenni da numerose formazioni e oggi di significativo rilievo nella società catalana.

(La Declaració Política de Principis è disponibile integralmente in català alla pagina web: https://homenatgecala.wordpress.com/2013/08/27/declaracio-de-principis-del-partit-socialista-dalliberament-nacional-dels-paisos-catalans/)

Bandiere.

26 novembre 2016, Gràcia, Barcelona: accanto a l’estelada, la bandiera rossa a lutto per Fidel Castro.

Catalunya, «che fare»?

Camallera, comune di circa 800 abitanti, agosto 2016, cinema Sonora, temperatura attorno ai 35 gradi: tre rappresentanti dei diversi partiti della sinistra catalana attorno a un tavolo e più di un centinaio di persone che assistono al confronto. La foto di Camallera è un ritratto della Catalunya odierna, i cui tratti politico-culturali emergono nel corso del dibattito fino a ricomporre l’immagine di un paese nel bel mezzo di un processo di cambiamento che le diverse anime della sinistra considerano di natura costituente.

A partire da questa valutazione condivisa però, le sfumature nelle diverse prospettive strategiche disegnano un quadro complesso dal quale non sembra ancora emergere una proposta unitaria in grado di rispondere alla questione del “che fare”, tema del dibattito organizzato nell’ambito della manifestazione della “Repubblica delle parole critiche”.

Che fare dunque? Joan Tardà, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) non esita a esplicitare la propria proposta: proclamare la Repubblica catalana al più presto e redistribuire la ricchezza. Pur non essendo alle porte di una rivoluzione socialista, la Repubblica significherebbe una battuta d’arresto per le politiche neoliberiste, un’inversione di tendenza  in un certo senso rivoluzionaria, se comparata alle politiche economiche dei governi degli ultimi anni. Inoltre il processo di cambiamento in Catalunya innescherebbe una crisi generalizzata al resto della Spagna, aprendo uno scenario di trasformazione che tutta la sinistra della penisola, non solo quella catalana, dovrebbe guardare con favore. In questa prospettiva proclamare la Repubblica in Catalunya significa portare il cambiamento in tutta la Spagna, scuotendo i fondamenti del patto costituzionale del 1978, ormai esaurito.

Eulàlia Reguant, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), sviluppa la propria riflessione ricordando l’esperienza unitaria degli indignati, alla quale a suo tempo ha partecipato tutta la sinistra radicale spagnola e che ha rappresentato un movimento eminentemente critico, in certo modo caratterizzato soprattutto dal momento distruttivo. Oggi sarebbe logico che la sinistra si trovasse ancora unita, sebbene in un momento più costruttivo (segnato dall’affermazione della maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano) impegnandosi a portare nel processo di creazione del nuovo stato la critica al capitalismo, la coscienza femminista e la sensibilità ecologista che la contraddistinguono.

In línea con il proprio partito, che pur partecipando alla commissione parlamentare sul processo costituente non ne ha votato la risoluzione di disconnessione dallo stato spagnolo, il deputato dell’articolazione catalana di Podemos Xavi Domènech tira il freno, non condividendo lo scenario di cambiamento disegnato da Tardà e Reguant. La sua risposta al “che fare” è un vero e proprio invito a non precipitare gli eventi, atteggiamento curioso in un rappresentante di un gruppo che si proclama garante del cambiamento radicale. I sogni, argomenta Domènech, non si realizzano in breve tempo né facilmente, lasciando intendere che l’indipendenza e la Repubblica sono obbiettivi lontani. Quello che dice apertamente invece è che non intende appiattire il proprio discorso soltanto sul tema del nuovo stato: non si può mettere in secondo piano la crisi di sistema, sociale ed ecologica degli ultimi anni. Davanti a queste contraddizioni, non è detto che un nuovo stato renda più liberi i cittadini, né assicuri una prospettiva di emancipazione e di crescita del loro potere.

Alle perplessità espresse da Domènech risponde Tardà: «nella Repubblica che costruiremo firmeremo il TTIP o no? Avremo un modello pensionistico privato o uno sostenuto dallo Stato?  Costruiremo una scuola privata e confessionale o una pubblica e laica? Avremo un esercito di professionisti, una milizia popolare repubblicana o non avremo esercito? Tutto ciò dipende da chi eserciterà l’egemonia nel processo costituente». Che aspetta Podemos, sembra dire, a sommarsi al processo? E prosegue interrogando Domènech e i presenti: «perché le grandi istituzioni finanziarie spagnole e catalane, così come l’associazione della grande imprenditoria catalana, sono radicalmente contrarie alla creazione della nuova Repubblica? Perché l’oligarchia catalana e spagnola sa perfettamente che la Repubblica attaccherà le sue posizioni di privilegio». Per questo, è l’invito implicito a Podemos, le varie anime della sinistra dovrebbero lavorare assieme e assicurarsi l’egemonia nel processo di costruzione della Repubblica. Tanto più che l’oligarchia farà di tutto per difendere lo status quo, avverte Tardà, ricorrendo se necessario a qualsiasi mezzo, nessuno escluso: davanti alla risposta repressiva del potere la sinistra sarà giocoforza schierata dalla stessa parte.

Reguant intende la natura dei dubbi sollevati da Domènech e sottolinea che il cambiamento radicale della società non può esaurirsi nella mera conquista della maggioranza parlamentare ma deve accompagnarsi a un processo di autorganizzazione popolare che restituisca la sovranità alle classi popolari, rendendole protagoniste delle scelte economiche, ecologiche, alimentari e riproduttive. Per raggiungere l’obbiettivo però, le sinistre devono unirsi perché «se partecipiamo uniti l’egemonia sarà nostra».

Quando Domènech sottolinea che al processo costituente partecipa una forza borghese con la quale non intende mischiarsi (il Partit Demòcrata Català) Tardà risponde per le rime ricordando che a Barcelona la coalizione alla quale partecipa Podemos «è già venuta a patti, dopo pochi mesi dalla vittoria alle comunali, con il PSOE più corrotto degli ultimi decenni, deludendo le aspettative di cambiamento». Chi non smette di lavorare per il ponte a sinistra è Reguant che invita alla critica costruttiva, intesa come un’occasione per conoscere meglio i propri interlocutori.

Il processo costituente passa ora per la festa nazionale dell’’11 settembre e per la mozione di fiducia al governo della Generalitat, momento di verifica dell’unità delle forze indipendentiste, preliminare per ogni altra iniziativa volta alla costruzione della Repubblica. Volendo scomodare un illustre antecedente quale Mario Tronti e parafrasando il suo scritto Lenin in Inghilterra, la strada di un Lenin in Catalunya, sebbene si dispieghi su un terreno più classico e perfino ortodosso (il diritto all’autodeterminazione dei popoli) non sembra ancora affatto spianata.

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