Camallera, comune di circa 800 abitanti, agosto 2016, cinema Sonora, temperatura attorno ai 35 gradi: tre rappresentanti dei diversi partiti della sinistra catalana attorno a un tavolo e più di un centinaio di persone che assistono al confronto. La foto di Camallera è un ritratto della Catalunya odierna, i cui tratti politico-culturali emergono nel corso del dibattito fino a ricomporre l’immagine di un paese nel bel mezzo di un processo di cambiamento che le diverse anime della sinistra considerano di natura costituente.

A partire da questa valutazione condivisa però, le sfumature nelle diverse prospettive strategiche disegnano un quadro complesso dal quale non sembra ancora emergere una proposta unitaria in grado di rispondere alla questione del “che fare”, tema del dibattito organizzato nell’ambito della manifestazione della “Repubblica delle parole critiche”.

Che fare dunque? Joan Tardà, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) non esita a esplicitare la propria proposta: proclamare la Repubblica catalana al più presto e redistribuire la ricchezza. Pur non essendo alle porte di una rivoluzione socialista, la Repubblica significherebbe una battuta d’arresto per le politiche neoliberiste, un’inversione di tendenza  in un certo senso rivoluzionaria, se comparata alle politiche economiche dei governi degli ultimi anni. Inoltre il processo di cambiamento in Catalunya innescherebbe una crisi generalizzata al resto della Spagna, aprendo uno scenario di trasformazione che tutta la sinistra della penisola, non solo quella catalana, dovrebbe guardare con favore. In questa prospettiva proclamare la Repubblica in Catalunya significa portare il cambiamento in tutta la Spagna, scuotendo i fondamenti del patto costituzionale del 1978, ormai esaurito.

Eulàlia Reguant, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), sviluppa la propria riflessione ricordando l’esperienza unitaria degli indignati, alla quale a suo tempo ha partecipato tutta la sinistra radicale spagnola e che ha rappresentato un movimento eminentemente critico, in certo modo caratterizzato soprattutto dal momento distruttivo. Oggi sarebbe logico che la sinistra si trovasse ancora unita, sebbene in un momento più costruttivo (segnato dall’affermazione della maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano) impegnandosi a portare nel processo di creazione del nuovo stato la critica al capitalismo, la coscienza femminista e la sensibilità ecologista che la contraddistinguono.

In línea con il proprio partito, che pur partecipando alla commissione parlamentare sul processo costituente non ne ha votato la risoluzione di disconnessione dallo stato spagnolo, il deputato dell’articolazione catalana di Podemos Xavi Domènech tira il freno, non condividendo lo scenario di cambiamento disegnato da Tardà e Reguant. La sua risposta al “che fare” è un vero e proprio invito a non precipitare gli eventi, atteggiamento curioso in un rappresentante di un gruppo che si proclama garante del cambiamento radicale. I sogni, argomenta Domènech, non si realizzano in breve tempo né facilmente, lasciando intendere che l’indipendenza e la Repubblica sono obbiettivi lontani. Quello che dice apertamente invece è che non intende appiattire il proprio discorso soltanto sul tema del nuovo stato: non si può mettere in secondo piano la crisi di sistema, sociale ed ecologica degli ultimi anni. Davanti a queste contraddizioni, non è detto che un nuovo stato renda più liberi i cittadini, né assicuri una prospettiva di emancipazione e di crescita del loro potere.

Alle perplessità espresse da Domènech risponde Tardà: «nella Repubblica che costruiremo firmeremo il TTIP o no? Avremo un modello pensionistico privato o uno sostenuto dallo Stato?  Costruiremo una scuola privata e confessionale o una pubblica e laica? Avremo un esercito di professionisti, una milizia popolare repubblicana o non avremo esercito? Tutto ciò dipende da chi eserciterà l’egemonia nel processo costituente». Che aspetta Podemos, sembra dire, a sommarsi al processo? E prosegue interrogando Domènech e i presenti: «perché le grandi istituzioni finanziarie spagnole e catalane, così come l’associazione della grande imprenditoria catalana, sono radicalmente contrarie alla creazione della nuova Repubblica? Perché l’oligarchia catalana e spagnola sa perfettamente che la Repubblica attaccherà le sue posizioni di privilegio». Per questo, è l’invito implicito a Podemos, le varie anime della sinistra dovrebbero lavorare assieme e assicurarsi l’egemonia nel processo di costruzione della Repubblica. Tanto più che l’oligarchia farà di tutto per difendere lo status quo, avverte Tardà, ricorrendo se necessario a qualsiasi mezzo, nessuno escluso: davanti alla risposta repressiva del potere la sinistra sarà giocoforza schierata dalla stessa parte.

Reguant intende la natura dei dubbi sollevati da Domènech e sottolinea che il cambiamento radicale della società non può esaurirsi nella mera conquista della maggioranza parlamentare ma deve accompagnarsi a un processo di autorganizzazione popolare che restituisca la sovranità alle classi popolari, rendendole protagoniste delle scelte economiche, ecologiche, alimentari e riproduttive. Per raggiungere l’obbiettivo però, le sinistre devono unirsi perché «se partecipiamo uniti l’egemonia sarà nostra».

Quando Domènech sottolinea che al processo costituente partecipa una forza borghese con la quale non intende mischiarsi (il Partit Demòcrata Català) Tardà risponde per le rime ricordando che a Barcelona la coalizione alla quale partecipa Podemos «è già venuta a patti, dopo pochi mesi dalla vittoria alle comunali, con il PSOE più corrotto degli ultimi decenni, deludendo le aspettative di cambiamento». Chi non smette di lavorare per il ponte a sinistra è Reguant che invita alla critica costruttiva, intesa come un’occasione per conoscere meglio i propri interlocutori.

Il processo costituente passa ora per la festa nazionale dell’’11 settembre e per la mozione di fiducia al governo della Generalitat, momento di verifica dell’unità delle forze indipendentiste, preliminare per ogni altra iniziativa volta alla costruzione della Repubblica. Volendo scomodare un illustre antecedente quale Mario Tronti e parafrasando il suo scritto Lenin in Inghilterra, la strada di un Lenin in Catalunya, sebbene si dispieghi su un terreno più classico e perfino ortodosso (il diritto all’autodeterminazione dei popoli) non sembra ancora affatto spianata.