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I cacciaviti

Catalunya: un invito a una lettura di classe.

Dopo la revoca di fatto dell’autonomia, gli arresti, le perquisizioni nelle tipografie e il sequestro delle schede elettorali, il ministro dell’interno spagnolo ha inviato a Catalunya sostanziosi contingenti di rinforzo della Guardia Civil e della Policia Nacional provenienti da altre regioni della penisola, come si trattasse di un esercito straniero. Tanto preoccupa il referendum che tre navi, una delle quali camuffata con disegni di cartoni animati, sono state inviate dal governo di Madrid davanti alla costa catalana per alloggiare i rinforzi della polizia. Gli scaricatori del porto di Barcelona ne hanno denunciato la presenza e hanno subito comunicato che non gli presteranno i loro servizi abituali, lasciandole senza assistenza. La repressione del governo del PP ha riportato alla luce una dimensione “primitiva” della politica, nella quale il potere statale rivela le basi sulle quali riposa: le relazioni di forza e il monopolio legittimo della violenza. In barba agli apologi del secolo breve, l’attenzione torna sugli apparati repressivi dello stato e l’organizzazione popolare.

Continuiamo l’analisi: proviamo a fare una lettura di classe della situazione attuale a Catalunya. La più potente associazione imprenditoriale catalana, Foment del Treball, l’equivalente della Confindustria, è schierata contro l’ipotesi dell’indipendenza e contro il referendum. Il grande capitale catalano vede nell’alleanza con il capitale spagnolo la miglior via per tutelare i propri interessi, sia a livello nazionale che europeo. Questo settore forma con il grande capitale dello stato spagnolo un blocco radicalmente conservatore, sia sul terreno economico che su quello politico-istituzionale, ostile alla repubblica e ancora più avverso alla repubblica catalana. Si tratta infatti dell’oligarchia economica che governa ininterrottamente dal 1939, che ha sostenuto il fascismo ed è passata pressoché indenne attraverso il processo di transizione alla democrazia.

Una lettura di classe dicevamo. Davanti alla celebrazione del referendum d’autodeterminazione, che minaccia di far saltare in aria le basi di questo blocco sociale conservatore, come si posizionano la sinistra e i comunisti in particolare? Alcuni invocano ancora il dialogo, condannano la supposta unilateralità del referendum (che non condividono) e lanciano così un’insperata ciambella di salvataggio agli eredi del franchismo, consentendo loro la permanenza e il consolidamento nelle basi del potere, come già avvenuto nel corso della transizione. È la posizione, legittima, assunta dal PCE e da una parte di Podemos, di fatto appiattita su un riformismo assimilabile a quello della socialdemocrazia.

Altri prendono parte all’organizzazione popolare per rendere possibile il referendum, all’interno del movimento per l’autodeterminazione e fanno leva sulla questione nazionale per dinamitare una volta per tutte l’elite politico economica erede del franchismo e raggiungere equilibri politici, sociali e istituzionali più avanzati, maggiormente favorevoli ai lavoratori e alle classi popolari, innescando così un processo di trasformazione che può allargarsi, a partire dal paese basco, a tutta la penisola. È la posizione della sinistra indipendentista e anticapitalista della CUP, delle organizzazioni e dei firmatari del manifesto Comunistes pel SÍ, così come di un significativo gruppo di ex militanti del PSUC.

Alla luce di questa lettura è evidente l’incongruenza della sinistra che non riconosce il referendum d’autodeterminazione come tale (ritenendolo una mera mobilitazione come molte altre) e subordina un cambiamento sociale e politico a Catalunya a un precedente cambiamento in Spagna. La trasformazione sociale, il cambiamento e la Repubblica oggi si chiamano referendum dell’1 ottobre. Sono la mobilitazione e il voto popolare che posssono seppellire il regime del ’78 e aprire la porta, per chi voglia e ne sappia approfittare, anche a un processo di cambiamento in Spagna. Tutto il resto, tra cui la cosiddetta “terza via” del referendum accordato con lo stato spagnolo, sono ipotesi da tempo fuori gioco che rischiano di trasformarsi in insperate stampelle per il vecchio regime.

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Otegi: la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano.

Lo scorso fine settimana Arnaldo Otegi, il lider di Euskal Herria Bildu, ha animato la conferenza organizzata dal centro culturale Euskal Etxea di Barcelona e ha rilasciato un’intervista a TV3, la televisione nazionale catalana, proponendo un’interessante analisi sia su Catalunya che sullo stato di salute delle sinistre europee.

Alla domanda sulla situazione attuale a Catalunya, Otegi ha risposto con una riflessione che prende le mosse dal referendum greco: “all’epoca vedevamo con un certo stupore come le sinistre in Europa guardavano a quella battaglia come se fosse lontana, una battaglia dei greci contro la troika. E dicevamo: quello che sta succedendo in Grecia si ripercuoterà sui diritti sociali del lavoratori europei, ma la sinistra sta a guardare come se fosse una battaglia che non la riguarda. Abbiamo l’impressione che quello che accade a Catalunya sia qualcosa di simile sul terreno delle libertà nazionali. E credo che questa battaglia non riguardi solo Catalunya bensì metta in discussione tutto il regime del ’78 e il modello territoriale dello stato”.

Qui entra in gioco il comportamento della sinistra: “è molto triste osservare il ruolo di certe sinistre dello stato spagnolo. Non capire che il processo catalano è una mozione di censura al regime del ’78 significa non capire niente”. Alludendo evidentemente a Podemos, Otegi prosegue: “questa nuova sinistra aveva detto che riconosceva il diritto a decidere però, ora che è arrivato il momento, se ne disinteressano. Quando la Guardia Civil perquisisce le tipografie, quando Mariano Rajoy e il Fiscal General minacciano il paese e tutta la baracca mediatica pubblica spropositi, quando la segreteria e il Presidente del Parlamento possono essere condannati alla prigione o interdetti dai pubblici uffici, dubitare se consentire o no il ricorso alle urne significa non sapere dove siamo o non volerlo dire. Qui la maggioranza vuole votare e lo stato non lo permette. Qui c’è una rivoluzione democratica nazionale che ha già una data, l’1 ottobre. Davanti a tutto ciò, devono scegliere. Chi si definisce marxista e repubblicano non può avere dubbi. Non si può tenere il piede su due staffe. E dopo che hai scelto, se il Partido Popular e Ciutadans ti applaudono vai verso il suicidio. Il dramma di questa sinistra è che sostiene i processi d’autodeterminazione in funzione della loro distanza da Madrid”.

Alludendo alla perquisizione che qualche giorno fa la polizia spagnola ha svolto in una tipografia, sospettata di stampare le schede elettorali del referendum, Otegi ha affermato che “cercano di spaventare la gente. E sanno come fare. Due secoli fa la chiesa perseguiva le tipografie perché mettevano in discussione il monopolio della verità e ora, nel 2017, la Guardia Civil si incarica di controllarle di nuovo”. L’ex prigioniero politico basco prosegue: “sabato ho visto i cittadini cantare e ballare davanti alla Guardia Civil che perquisiva una tipografia. State sicuri che se il popolo risponde, lo stato ha perduto. Questa è l’unica strategia. Le istituzioni hanno fatto un passo avanti, hanno approvato la legge del Referendum e quella di Transizione, ora è il momento della gente”.

E secondo Otegi, la gente si è ormai disconnessa emotivamente e politicamente dallo stato spagnolo. Per più di un secolo Catalunya ha cercato di riformare lo stato spagnolo per potersi sentire riconosciuta al suo interno, assieme alle altre nazioni della penisola. Ma questo progetto di riforma non ha avuto successo e dopo diversi naufragi è oggi completamente archiviato. A partire da una riflessione più ampia, il lider basco spiega perché il processo che porta all’autodeterminazione ha raccolto sempre maggiori consensi nella società catalana: “il capitalismo dei nostri giorni è un sistema che si basa sulla paura. In particolare le nuove generazioni, alle quali avevano detto che studiare significava avere un buon impiego, ora si trovano davanti a uno scenario del tutto differente. La crisi finanziaria ha aumentato la paura di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di studiare… e il capitalismo ha imposto il suo potere con la paura e l’incertezza. Il progetto di costruzione della Repubblica catalana ha invece dato una certa sicurezza e per molta gente ha significato che la realtà può essere diversa, che le cose si possono fare in una maniera differente. Anche perciò la nuova Repubblica ha attratto così tanta gente”.

 

L’intervista integrale di Otegi a TV3 si può vedere alla pagina web http://www.ccma.cat/tv3/alacarta/preguntes-frequents/preguntes-frequents/video/5687373/ mentre una sintesi della conferenza al CCCB si può leggere alla pagina https://www.racocatala.cat/noticia/42475/otegi-si-poble-respon-lestat-espanyol-ho-te-perdut e a https://www.vilaweb.cat/noticies/1-o-otegi-lesquerra-no-es-pot-posar-de-perfil-davant-registres-policials/

 

 

 

 

 

 

 

 

Un manifesto per la Repubblica Catalana che interroga le sinistre europee.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ prende decisamente posizione a favore dell’autodeterminazione di Catalunya, della celebrazione del referendum previsto per il 1 ottobre e per la proclamazione della Repubblica Catalana, riunendo attorno alla propria proposta sia organizzazioni catalane (Poble Lliure, Xarxa Roja, Assemblees de Joves per la Unitat Popular…) che organizzazioni spagnole (Comunistes de Castilla, Frente Popular Galega, Xeira…) e raccogliendo l’adesione individuale di molti militanti di base.

I firmatari sottolineano lo stato di crisi della monarchia spagnola e si inseriscono nella storica contraddizione aperta a Catalunya dal movimento indipendentista rivendicando un ruolo attivo per i comunisti. Secondo Comunistes pel SÍ l’autodeterminazione del popolo catalano apre la strada non solo alla liberazione nazionale e sociale di Catalunya ma anche a quella degli altri popoli della penisola e assesta un duro colpo al cosiddetto regime del ’78, il regime nato dalla transizione spagnola alla democrazia, un processo svoltosi all’insegna della continuità con il franchismo nel corso del quale il fascismo spagnolo non solo non ha pagato per i propri crimini ma ha conservato intatte importanti posizioni di potere politico ed economico.

Per Comunistes pel SÍ la Repubblica Catalana rappresenta un’opportunità sia per rompere i legami col vecchio regime che per avviare politiche di segno opposto al dogma liberista. In questo senso il manifesto chiama in causa implicitamente le sinistre europee e i comunisti in particolare, affermando che il miglior contributo internazionalista è il sostegno al referendum del 1 ottobre, all’autodeterminazione di Catalunya e alla nascita di una Repubblica al servizio delle classi popolari.

Il manifesto rappresenta inoltre un invito ad approfondire l’analisi dello scenario internazionale e svilupparne una visione non eclettica, così da definire da sinistra un altro modello di Europa. La riflessione su Catalunya implica cioè una riflessione sull’Unione europea, sulla natura antipopolare delle politiche della Troika e sul carattere imperialista del polo europeo che non può essere elusa, pena l’abbandono delle classi lavoratrici e degli strati popolari ai diktat di turno ordinati da Bruxelles o da Francoforte. Perciò vale la pena leggere integralmente il Manifesto, tradotto qui di seguito.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ.

“La rivoluzione socialista può scoppiare non solo in seguito a un grande sciopero, una manifestazione di piazza, una rivolta di affamati, un’insurrezione militare o una sollevazione coloniale bensì anche in conseguenza di una semplice crisi politica, come per esempio il caso Dreyfus e l’incidente di Saverne, o di un referendum per la separazione di una nazione oppressa…”

V.I. Lenin – La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione.

Il prossimo 1 ottobre è prevista la celebrazione dell’atteso e a lungo rivendicato Referendum d’Autodeterminazione a Catalunya, punto culminante di tutto un movimento nazional-popolare dalle grandi aspirazioni democratiche e di sovranità popolare, in marcia da più di dieci anni in seguito alle proteste e alle polemiche attorno allo Statuto, alle continue sentenze del Tribunale Costituzionale, alla dinamica ricentralizzatrice e repressiva dello Stato spagnolo e alla negazione sistematica del diritto all’autodeterminazione del popolo di Catalunya.

Siamo così arrivati ad un punto di non ritorno che senza dubbio definirà in un modo o nell’altro, a seconda dello sviluppo degli eventi, il futuro del nostro paese. Davanti a questa situazione storica e eccezionale a casa nostra, i comunisti e le comuniste non possono rimanere con i bracci incrociati.

 

Per i nostri diritti nazionali e sociali.

Consideriamo che in questo momento la difesa attiva del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e dei suoi diritti nazionali passa inequivocabilmente per il sostegno e l’appoggio alla convocazione del Referendum, una rivendicazione democratica negata dallo Stato (come in altri casi), che perciò si caratterizzerà come disobbediente e unilaterale, in uno scenario finora inedito, segnato più che mai da una componente rivoluzionaria e di rottura democratica che i comunisti e le comuniste devono approfittare per aumentare il livello di coscienza e di resistenza del popolo di Catalunya. Inoltre questa situazione ha comportato il maggior grado di debolezza dai tempi della transizione del tradizionale braccio politico della destra catalana: si è passati dall’egemonia di CIU alla debolezza del PDECat.

Per garantire la celebrazione del Referendum sarà necessario impegnarsi con fermezza, esigendone la messa in moto e l’applicazione del risultato senza dilazioni, mobilitando il più ampio schieramento di forze per difendere questo diritto e affrontare la campagna repressiva e antidemocratica dello Stato, che non si fermerà, così come le tentazioni del Governo della Generalitat di tirarsi indietro all’ultimo momento.

Il nostro ruolo deve inoltre servire per garantire l’indipendenza di classe e evitare la strumentalizzazione del movimento nazionale da parte di forze e interessi estranei alla classe lavoratrice e agli strati popolari, possibile a causa della transversalità e pluralità di questo referendum. Deve servire inoltre per legare strettamente le rivendicazioni nazionali e sociali, facendole confluire in una forza inarrestabile di cambiamento reale. Parliamo tra l’altro delle lotte sindacali, per un lavoro degno, con salari e pensioni che superino la barriera dei mille euro e che s’incrementino secondo l’inflazione, per eliminare la precarietà del lavoro e le pratiche padronali autoritarie e antidemocratiche dentro l’impresa, per la riduzione dell’orario di lavoro, per la lotta contro le disuguaglianze economiche e sociali generate dall’accumulazione del capitale, per un alloggio degno, per il femminismo, per i servizi pubblici a gestione democratica e pubblica, per le rimunicipalizzazioni, per la difesa del territorio e dell’ambiente, contro la guerra imperialista e per l’accoglienza dei rifugiati.

 

Per la rottura del regime del ’78.

L’attuale crisi del regime spagnolo rivela che è a Catalunya che oggi si trova l’anello più debole della monarchia e che pertanto è lì che dobbiamo colpire più forte per romperla, aprendo uno spazio di opportunità anche per gli altri popoli dello Stato, per la loro liberazione nazionale e sociale. È questo il miglior contributo internazionalista che possono dare le classi lavoratrici e che stringe inoltre legami di solidarietà tra i popoli.

Ciononostante non ci sarà vera liberazione nazionale se non usciamo anche dalle strutture imperialiste dell’Unione Europea, l’euro e la NATO, che ci condannano al debito, alla precarietà e alla guerra. La lotta contro le politiche fondomonetariste e contro le misure della Troika è una condizione indispensabile per la nostra emancipazione nazionale e sociale. La Repubblica Catalana può aprire la porta alla rottura con queste strutture sovrastatali ed è per questo che l’oligarchia catalana e quella spagnola fanno di tutto perché non si realizzino le aspirazioni di libertà del nostro popolo.

 

Per la Repubblica Catalana e il Processo Costituente, per il socialismo.

Quanto più alta sarà la partecipazione, maggiore sarà il riconoscimento internazionale e la legittimità del risultato del Referendum d’Autodeterminazione. Il dibattito attorno alle basi della futura Repubblica Catalana non potrà rinviarsi ulteriormente. Dobbiamo evitare una transizione vuota di contenuti sociali, con uno schema ripreso meccanicamente dallo Stato spagnolo (come nel caso più volte denunciato delle cosiddette strutture di Stato) e limitato a un semplice ricambio delle elites.

Il nostro obbiettivo sarà un Processo Costituente popolare, transparente e inclusivo, con la partecipazione delle entità e dei collettivi sociali, dell’ampia rete dell’associazionismo catalano, in modo da creare un nuovo paese all’altezza della situazione, una Repubblica al servizio della classe lavoratrice. Un Processo Costituente capace allo stesso tempo d’incorporare idee innovatrici quali per esempio l’elezione, mediante un sorteggio che rispetti i criteri di diversità, di alcune migliaia di cittadini che partecipino alla redazione della Costituzione che determinerà il tipo di paese che vogliamo.

Riteniamo infine che il SI dev’essere sia il voto degli indipendentisti che di coloro che sostengono una federazione o confederazione di repubbliche libere. È possibile federare o confederare gli stati solo se precedentemente questi hanno raggiunto la propria libertà; l’esito con-federale può essere accettato solo se la federazione o la confederazione costituita riconosce la libera autodeterminazione come diritto fondamentale di ognuna delle repubbliche che la integrano.

 

Conclusione.

Sulla base di queste considerazioni e di questi obbiettivi mettiamo in moto la piattaforma di Comunistes per el SÍ, complementaria ad altri spazi unitari come Esquerres per la independència o i Comitès de Defensa de la República, con l’intenzione di affrontare in modo unitario questa nuova sfida, appoggiando il Referendum e chiedendo il voto affermativo per farla finita con il regime del ’78, proclamare la Repubblica Catalana, organizzare le classi lavoratrici della città e della campagna, per lottare per il Socialismo a partire dalla volontà internazionalista e solidale con tutti i popoli dello Stato, del Mediterraneo e del mondo. Votiamo SÍ dal versante dell’opzione europea per un raggruppamento libero di stati che rispetti la sovranità, garantisca il benessere comune, approfondisca la democrazia, lavori per la pace e si opponga al potere finanziario e monopolista.

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina: https://comunistespelsi.com/manifest/

 

 

 

 

 

 

La sinistra indipendentista catalana si affaccia in Italia.

Finalmente sembra arrivare anche in Italia l’eco della battaglia condotta dalla sinistra anticapitalista catalana per l’indipendenza del proprio paese (e per il socialismo). La sospetta disattenzione con la quale i mezzi di comunicazione del belpaese hanno trattato il tema è stata rimpiazzata dalla riflessione sviluppata da alcuni collettivi comunisti e realtà di movimento, caratterizzati dalla costante attenzione per la prospettiva internazionale.

Il centro sociale Corto Circuito, la Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, i collettivi Genova City Strike, Militant, CUMA,  e Zenti Arrubia hanno ospitato una delegazione della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC) che hanno potuto far sentire la propria voce senza filtri giornalistici o politici più o meno interessati. Alla pagina web della rivista Contropiano  (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/30/catalogna-indipendente-ora-intervista-iranzo-vehi-093460) si trova un’intervista della redazione di Radio Città Aperta a Mireia Vehí (deputata della CUP al Parlamento catalano) mentre alla pagina di Genova City Strike (http://www.citystrike.org/2017/06/20/il-processo-indipendentista-in-catalunya/) si può leggere l’intervento di Icar Aranzo (rappresentante degli studenti) realizzato il 20 giugno a Genova.

I due contributi offrono da un lato una riflessione critica riguardo alla transizione dal fascismo di Franco alla nuova democrazia spagnola, un processo di cambiamento del quale sottolineano l’aspetto conservatore, privo di un momento di rottura col vecchio regime; dall’altro permettono di inserire nel giusto contesto storico la rivendicazione indipendentista. Un punto di vista fondamentale per l’analisi della situazione attuale in Catalunya che finora non aveva trovato né l’attenzione né la solidarietà della sinistra italiana.

Altrettanto interessante risulta il punto di vista delle realtà italiane che hanno ospitato i rappresentanti della CUP e del SEPC: il referendum per l’indipendenza viene giudicato come “uno strumento di rottura popolare nei confronti dei diktat delle classi dominanti statali ed europee”. Il manifesto comune Catalunya ara! sottolinea che “negli utlimi anni tutti i referendum popolari in Europa si sono trasformati in un voto contro le classi dominanti” e si sono caratterizzati per la “determinazione delle classi popolari e dei settori giovanili, i soggetti più colpiti dall’austerità imposta dall’Unione Europea”.

Così le caratteristiche del movimento e il peso specifico della sinistra anticapitalista al suo interno, consentono di vedere nell’indipendenza di Catalunya una possibilità per la messa in discussione del modello di governabilità europeo, che si trova improvvisamente davanti ad un ingranaggio che minaccia di incepparsi e non rispondere ai comandi. Nel contesto catalano (ed europeo) il referendum rappresenta una possibilità per restituire la parola al popolo, ai cittadini ed ai lavoratori, espropriati della propria sovranità non solo dai rispettivi governi ma anche dalle decisioni delle istituzioni europee, che negli ultimi anni hanno più volte ricattato e scavalcato i parlamenti nazionali. La frattura tra gli organismi di potere europei e i popoli del continente è emersa più volte nell’incapacità dei primi di ascoltare e raccogliere la volontà dei secondi: viene alla mente il chiaro pronunciamento del popolo greco (rimasto disatteso) che ha rifiutato il diktat europeo; il rifiuto dell’elettorato italiano al referendum voluto da Renzi; e persino il brexit che in parte è frutto dell’insofferenza di larghi strati impoveriti e sempre più diffidenti nei confronti della prospettiva europea. Il rifiuto del governo spagnolo alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione ricorda l’incapacità dei settori dominanti europei di ascoltare la volontà popolare, con l’aggravante che i ministri del PP, appoggiati dal PSOE, minacciano di non consentirne neppure l’espressione, vietando direttamente l’organizzazione della consulta.

Per tutto ciò è più che mai necessario ed opportuno ascoltare e sostenere la sinistra anticapitalista catalana e l’insieme del movimento per l’indipendenza impegnati in una lotta che prima di tutto rivendica il principio democratico nell’europa dell’austerità liberale e del capitale sempre più impermeabile alle rivendicazioni popolari.

 

 

 

 

 

 

 

Il sostegno dei partiti comunisti all’autodeterminazione di Catalunya.

Dal 23 al 25 marzo scorso si è svolto a Città del Messico il XXI Seminario Internazionale, animato da un centinaio di partiti comunisti riuniti attorno al tema Los partidos y una nueva sociedad. All’ordine del giorno l’offensiva contro i progetti alternativi al neoliberismo, la vittoria elettorale di Trump e le sue conseguenze sul continente americano, le elezioni in Equador e più in generale la congiuntura internazionale. Per quel che riguarda l’Europa, la riflessione ha interessato tra l’altro anche la situazione di Catalunya: i deputati Gabriela Serra (Candidatura d’Unitat Popular) e Josep Nuet (Esquerra Unida) hanno sottoposto alla nutrita platea il tema del diritto all’autodeterminazione.

Oltre che mossi dalla propria appartenenza politica, i due rappresentanti catalani sono intervenuti al Seminario per ottenere la solidarietà dei partiti affini e allargare il consenso attorno alla propria proposta: un referendum di autodeterminazione, da anni reclamato a gran voce dalla società civile e politica catalana. Il 9 novembre del 2014 infatti, circa 2.300.000 elettori (poco meno dei partecipanti alle elezioni europee del maggio precedente) hanno espresso la loro opinione in una consulta non vincolante: l’80% a favore dell’indipendenza. Mentre alle elezioni del settembre 2015 i partiti indipendentisti hanno raggiunto la maggioranza relativa nel Parlamento catalano e hanno messo all’ordine del giorno l’organizzazione del referendum di autodeterminazione.

Lo schieramento che reclama la consulta vincolante è ampiamente trasversale e maggioritario nella società catalana: dal partito di centro Partit Demòcrata Català alla sinistra di Esquerra Republicana; dall’area raccolta attorno al sindaco di Barcelona, Ada Colau (e il suo movimento affine a Podemos) fino alla sinistra radicale rappresentata dalla Candidatura d’Unitat Popular. Le forze politiche spagnole però sono compatte nel rifiutare il referendum: per il PP e il Psoe, una volta di più a braccetto, i catalani non possono decidere sull’indipendenza, domanda politica alla quale il governo ha scelto di rispondere con i tribunali, denunciando tra gli altri il presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell e l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas. A questa logica risponde anche la recente impugnazione del bilancio della Generalitat, che il governo di Madrid ha denunciato al Tribunale costituzionale in quanto dotato di una partita per lo svolgimento di consulte elettorali.

Ciononostante la Generalitat de Catalunya continua i preparativi per un referendum vincolante che dovrebbe celebrarsi a settembre e cerca il sostegno della comunità internazionale. In questa prospettiva i deputati Gabriela Serra e Josep Nuet hanno ottenuto a Città del Messico un’importante presa di posizione del movimento comunista, condivisa sia dalle più significative realtà sudamericane, quali il partito comunista cubano, il partito socialista venezuelano, il PT brasiliano, che da storiche organizzazioni di popoli senza stato quali i baschi di Sortu e i palestinesi del FDLP e dell’OLP, oltre a diversi partiti comunisti europei. Il lungo elenco dei firmatari è riprodotto integralmente dopo la risoluzione, tra l’altro approvata all’unanimità.

 

Risoluzione a sostegno della lotta del popolo catalano per il diritto all’autodeterminazione.

I partiti e le organizzazioni presenti nel XXI Seminario Internazionale affermano il diritto universale e inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, ossia a decidere democraticamente, attraverso una libera scelta, la cornice politica di convivenza.

In questo senso affermiamo la nostra solidarietà con la volontà, ampiamente maggioritaria nel popolo di Catalunya, di decidere la propria cornice istituzionale mediante il voto in un referendum vincolante.

Mostriamo inoltre la nostra preoccupazione per il costante diniego opposto al dialogo democratico dal governo di Spagna e per la sua offensiva giudiziaria contro qualsiasi iniziativa politica sviluppata dalla maggioranza sociale e politica catalana diretta alla convocazione e realizzazione del referendum.

Contemporaneamente manifestiamo il nostro appoggio alle costanti e pacifiche mobilitazioni di massa della società civile catalana, invitandola a non diminuire gli sforzi per l’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione.

Oggi più che mai l’Europa ed i suoi popoli, così come i popoli del resto del mondo, meritano esercitare la democrazia e il potere costituente che, come soggetti attivi della trasformazione, gli appartengono di diritto, al fine di costruire società sovrane più libere e più giuste.

Mexico D.F. 25 marzo 2017

La Izquierda (Alemania), Partido Comunista Alemán, Movimento Evita de Argentina, Movimiento Libre del Sur (Argentina), Partido Comunista de Argentina, Partido Obrero Revolucionario de Argentina, Patria Socialista Multinacional-Movimiento Guevarista (PSM-MG) de Bolivia,  Partido Comunista de los Trabajadores de Bosnia y Herzegovina, Partido Patria Libre de Brasil, Corriente Comunista L.C.P. de Brasil, PC do Brasil, Partido dos Trabalhadores Brasil, Partido Comunista (M-L) de Canadá, Partido Comunista de Canadá, Partido Comunista de Chile, Partido Comunista de China,  Partido Comunista de Colombia, Presentes por el Socialismo de Colombia, Partido del Trabajo de Corea, Partido Movimiento Patriótico Manuel Rodríguez de Chile, Partido Comunista de Cuba, Fuerza de la Revolución de República Dominicana, Movimiento Independencia Unidad y Cambio (MIUCA) de República Dominicana, Partido Alianza por la Democracia de República Dominicana, Partido de los Trabajadores Dominicanos, Movimiento Izquierda Unida M.I.U. de República Dominicana, Revista Nuevo Amanecer de República Dominicana, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional de El Salvador, Movimiento Bolivariano Alfarista de Ecuador, Movimiento de   Unidad Plurinacional Pachacutik de Ecuador, Movimiento Popular Democrático de Ecuador, Partido Socialista Frente Amplio De Ecuador, Partido Comunista de la
Federación Rusa, Partido Comunista Patria Roja de Perú, Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG), Alianza Nueva Nación de Guatemala, Partido Unificación Democrática de Honduras, Partido Popular Revolucionario de Lao, Comités Revolucionarios de Libia, Congreso General del Pueblo de Libia, Mathaba Mundial de Libia, Partido Popular Socialista de México, Partido Alianza Social de México, Partido Revolucionario de los Trabajadores-Convergencia Socialista de México, Partido Comunista Mexicano, Partido Comunista de Moravia y Bohemia, Frente Sandinista de Liberación Nacional de Nicaragua, Partido del Pueblo de Panamá, Movimiento Patria Libre de Paraguay, Compromiso Frenteamplista de Uruguay, Asamblea Uruguaya,  Partido Comunista de Uruguay, Partido Obrero Revolucionario Posadista de Uruguay, Frente Democrático de Liberación de Palestina, Organización para la Liberación de Palestina, Sortu del País Vasco, Movimiento Independentista Nacional Hostosiano de Puerto Rico (MINH), Partido Comunista de Vietnam, Partido Comunista de Venezuela, Patria Para Todos de Venezuela, M.E.P . Partido Socialista de Venezuela, Partido Socialista Unido de Venezuela, Partido del Trabajo de México, Frente Socialista de Puerto Rico, Partido Nacionalista de Puerto Rico, Partido Comunista de Bolivia, Partido Comunista de Moldavia, Movimiento  Político WINAQ Guatemala, Partido Comunista de Egipto, Partido Comunista Peruano (PCP) Partido Socialista de Perú (PS), Movimiento del socialismo Allendista de Chile. Partido Comunista de Puerto Rico, Movimiento Alianza PAIS de Ecuador.

Il testo originale della risoluzione si trova alla pagina web della CUP: http://cup.cat/noticia/el-xxi-seminari-internacional-de-mexic-dona-suport-al-referendum-dautodeterminacio-de

L’atto di nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional.

Il Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nasce nel 1968 in seguito alla fuoriuscita dal Front Nacional de Catalunya del settore radicale organizzatosi attorno agli universitari, un gruppo di giovani che a partire dalla seconda metà del decennio si orientano verso un marxismo coniugato in chiave di liberazione nazionale, riallacciano il filo rosso con le organizzazioni della sinistra catalana degli anni ’30, come il Bloc Obrer i Camperol e il Partit Català Proletari e recepiscono contemporaneamente le influenze del maggio francese e delle lotte anticoloniali.

La Declaració Política de Principis è l’atto di nascita del nuovo partito, un ciclostilato diffuso clandestinamente nel marzo del 1969, finora mai editato. Si tratta di un breve testo prodotto in condizioni assai difficili, segnate dalla recrudescenza delle misure repressive e dalla messa al bando del marxismo, i cui classici, all’epoca introvabili, circolano clandestinamente solo in vecchie edizioni precedenti la guerra civile o in esemplari introdotti dal sud america e dall’Unione Sovietica. Un contesto politico e culturale al quale si devono in parte alcuni limiti di natura teorica del documento, che ciononostante pone le fondamenta dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista in Catalunya, definendone i punti fermi per gli anni a venire: a) indipendenza; b) socialismo; c) Països Catalans.

Secondo la Declaració… l’occupazione militare del fascismo spagnolo, portata a termine nel 1939 con la collaborazione di gran parte della borghesia catalana, ha significato una sconfitta storica per la classe operaia del paese e il ritorno alla dominazione politica, culturale ed economica dello stato. Nel dattiloscritto si afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”. E compito del PSAN è “costruire il movimento di liberazione nazionale nel suo doppio significato di indipendenza politica e di rivoluzione sociale”, nella consapevolezza della duplice oppressione, nazionale e di classe, che grava sulla popolazione.

In questo contesto, argomenta lo scritto programmatico, finché la società socialista non divenga una realtà su scala internazionale l’unica garanzia per la libertà e lo sviluppo del popolo catalano è la creazione di uno stato indipendente. Il diritto all’autodeterminazione però non è riconosciuto pacificamente, non solo dalla destra ma neppure dalla sinistra. È interessante riportare per intero la riflessione svolta nell’opuscolo: “Il PSAN constata la realtà attuale dello sciovinismo e dell’assimilazionismo espressi dalle masse popolari spagnole, alienate dall’azione del nazionalismo imperialista spagnolo, contro i diritti e l’esistenza del popolo catalano; una realtà che si estende molto spesso fino ai settori rivoluzionari. In questo senso il PSAN ritiene che la necessaria unità nella lotta anticapitalista e per il socialismo, che deve improntare alla fraternità i rapporti tra le classi popolari catalane e spagnole e i loro movimenti, passa inderogabilmente per il riconoscimento del diritto del popolo catalano ad organizzare liberamente la propria vita nazionale e per il sostegno reale fornito al movimento popolare di liberazione catalano”. Nonostante siano trascorsi quasi 50 anni, sembra che la sinistra spagnola non abbia fatto passi avanti su questo punto: attualmente il Psoe nega il diritto all’autodeterminazione di Catalunya mentre Podemos sostiene si debba esercitare solo con il permesso dello stato spagnolo. Dal canto suo, la Declaració… rifiuta i piani federalisti-regionalisti e impegna il PSAN a lottare a fianco delle masse non scioviniste della penisola e delle altre nazioni oppresse dallo stato.

La riflessione sul socialismo caratterizza in modo altrettanto significativo il documento. Il tema si sviluppa attorno all’asse centrale della partecipazione dei lavoratori alle scelte economiche: nella società socialista il processo produttivo deve essere gestito democraticamente, tanto a livello di fabbrica come a livello delle scelte più generali, attraverso una pratica di concreta autogestione. Anche se i riferimenti teorici non sono esplicitati, nella dichiarazione di principi affiora la prospettiva della democrazia proletaria che, attraverso l’organizzazione degli istituti della partecipazione operaia e popolare, costruisce una nuova struttura da contrapporre allo stato capitalista. Parallelamente il partito persegue l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, in modo da assicurare il carattere e la finalità sociale dell’attività economica oltre che l’appropriazione sociale della ricchezza.

La Declaració… sostiene inoltre il principio della necessità delle differenze nella costruzione del socialismo, a seconda delle differenti condizioni nazionali. Ciò non toglie che “una volta le classi popolari siano consapevolmente organizzate nella lotta di liberazione nazionale in tutto l’ambito dei Països Catalans, la presa del potere e l’instaurazione del nuovo stato socialista catalano saranno unicamente in funzione delle possibilità tattiche del momento”. In questo processo è prevedibile “il progressivo rafforzamento delle ridotte di potere delle classi dominanti, strettamente legate all’esercito spagnolo, e la necessità di uno scontro violento”. Se ne deduce che la via del PSAN al socialismo non esclude dal proprio orizzonte il conflitto armato. La lotta di liberazione nazionale viene caratterizzata come eminentemente rivoluzionaria e viene definita come un processo che si realizza “attraverso una progressiva e continua rottura delle strutture economiche, sociali e politiche che opprimono il nostro popolo”. Ma il nodo politico della violenza e delle forme di lotta viene evocato solo indirettamente, rinviandone implicitamente l’analisi ad un momento successivo. Secondo il documento, nel corso dello scontro tra capitale e lavoro sorgono organizzazioni e gruppi che il PSAN si propone di coordinare, orientandone la lotta. Il partito è inteso infatti come “l’organizzazione politica che si propone la formazione del movimento generale delle classi popolari per la lotta di liberazione nazionale, attraverso la progressiva presa di coscienza rivoluzionaria della doppia oppressione, nazionale e di classe”. In questo processo l’organizzazione degli immigrati provenienti dal sud della penisola, la loro presa di coscienza e la loro partecipazione alla lotta, sono considerati compiti fondamentali.

Se da un lato il PSAN rivendica le libertà civili e politiche, il diritto di sciopero, il ristabilimento di un regime di autonomia per Catalunya, per il País Valencià e per le isole, dall’altro mantiene la critica agli istituti della democrazia parlamentare, considerata “più che mai una maschera della dittatura di classe”. Da un punto di vista tattico “la conquista di questi obbiettivi deve consentire delle forme di potere politico popolare dotate di nuove possibilità d’azione rivoluzionaria e permettere un aumento del livello d’organizzazione e di consapevolezza delle masse in vista degli obbiettivi finali”.

Nella prospettiva di una radicale trasformazione della società, da conseguire attraverso la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la Declaració… mette in conto la reazione dell’imperialismo, fino a considerare la possibilità di un vero e proprio intervento. L’attualità dello scontro a livello globale è ben presente nell’analisi: “L’instaurazione del socialismo nel nostro paese è strettamente legata alla situazione internazionale. La lotta del PSAN  è inserita fin d’ora nel seno della lotta antimperialista mondiale di tutte le forze socialiste”. La visione del partito sullo scenario internazionale si completa con l’intenzione dichiarata di voler cooperare con i paesi socialisti, politicamente ed economicamente,  per l’affermazione dei principi rivoluzionari su scala internazionale, nella consapevolezza della “costruzione della società socialista catalana come passo verso la società socialista internazionale”. Data questa concezione del socialismo e delle sue possibilità di realizzazione, può sembrare contraddittorio che il partito non si definisca apertamente comunista: su questo punto pesa probabilmente la volontà di differenziarsi dal Partido Comunista de España e dal Partit Socialista Unificat de Catalunya, che dalla metà degli anni ’50 auspicano la riconciliazione nazionale e la collaborazione con qualsiasi forza che si renda disponibile al superamento del regime, inclusa la monarchia. Anche se si spiega in parte con la necessaria brevità del testo, il fatto che la relazione con il movimento comunista e la sua storia non venga esplicitata e definita fino in fondo, costituisce un punto debole del documento. Detto ciò, è evidente che il PSAN condivide il patrimonio culturale e politico di gran parte della cosiddetta nuova sinistra dell’epoca, nel quale riecheggiano Lenin, Gramsci, la critica alla democrazia borghese e una forte influenza marxista-leninista. Tratti che nel 1976 portano finalmente il partito a definirsi comunista.

La scelta dei Països Catalans per indicare la cornice nazionale non è né repentina né imprevista: nel corso degli anni ’60 il termine si diffonde progressivamente nella società catalana in seguito all’opera di Joan Fuster, che da València spiega le profonde ragioni storiche che ne giustificano l’adozione. Secondo l’intellettuale l’uso del termine ha inoltre l’innegabile vantaggio di salvaguardare la pluralità culturale del paese, implicita nella definizione. È però nella Declaració… che per la prima volta un partito politico assume in maniera chiara e senza riserve la definizione Països Catalans, superando le ambiguità mantenute in questo senso dal FNC. Così per il PSAN il diritto all’autodeterminazione appartiene all’insieme del paese: il Principato, il País Valencià, le isole e la Catalunya Nord, le cui specificità storiche andranno riconosciute nel futuro stato socialista in forme politiche e amministrative adeguate. L’unità dei Països Catalans non è intesa come una semplice rivendicazione in materia di frontiere, né come un diritto formale, bensì come condizione per la realizzazione del progetto nazionale. Nonostante la teoria, il PSAN è presente però solo nel Principato, rimanendo fuori dagli altri territori fino alla metà degli anni ’70.

Dopo aver sofferto alcune scissioni e attraversato stagioni differenti, il partito cessa la propria attività pubblica nel 2015 (peraltro senza sciogliersi formalmente) ma la sua importanza storica rimane intatta: come ricorda Fermí Rubiralta nello studio Origens i desenvolupament del PSAN, “per la prima volta dopo alcuni tentativi non riusciti, convergono nella stessa organizzazione, almeno a livello di teoria politica, due tradizioni storiche che sebbene non si fossero combattute apertamente, avevano seguito fino a quel momento processi differenti”. Si tratta di una riflessione che pone l’accento soprattutto sulla fusione tra il nazionalismo radicale e il movimento operaio portata a termine dal PSAN, nel contesto di una nazione senza stato come Catalunya. Allo stesso tempo, riguardo alla Declaració… si può tracciare un bilancio in chiaroscuro: tenuto conto delle difficili condizioni in cui il giovane gruppo dirigente porta a termine il proprio sforzo organizzativo, si giustificano alcune mancanze dell’apparato teorico del documento che, pur non approfondendo alcuni nodi tematici di grande importanza, presenta tuttavia un’inedita e interessante proposta politica, destinata ad essere ampiamente raccolta negli anni a seguire. Anche se non può spiegarne per intero la lunga e complessa storia, la prima dichiarazione di principi del PSAN fonda infatti lo spazio politico dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista, occupato nel corso degli ultimi decenni da numerose formazioni e oggi di significativo rilievo nella società catalana.

(La Declaració Política de Principis è disponibile integralmente in català alla pagina web: https://homenatgecala.wordpress.com/2013/08/27/declaracio-de-principis-del-partit-socialista-dalliberament-nacional-dels-paisos-catalans/)

L’”operazione dialogo”.

Qualche settimana fa il delegato del Governo spagnolo in Catalunya, Enric Millo, ha annunciato una inedita strategia di dialogo volta a caratterizzare il nuovo corso dell’esecutivo del Partito Popolare (sostenuto dall’astensione del Partito Socialista) nelle relazioni con Catalunya.

Millo ha dichiarato di voler “parlare con tutti per comprendere la radice del problema e affrontare la situazione prima che si renda necessario ricorrere alla via giudiziaria”. La Vicepresidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría però ha dato la priorità al dialogo con i partiti unionisti, riunendosi la settimana scorsa con Psc e Ciutadans, entrambi all’opposizione nella camera catalana, rígidamente ostili non solo alla indipendenza ma anche alla possibilità di risolvere la questione tramite un referendum (sul modello di quello scozzese del 2014).

Se ampliamo lo sguardo però le tracce del dialogo si fanno più difficili da seguire e dall’esame del contesto politico sembra emergere ben altro: alla richiesta di svolgere un referendum sull’indipendenza, da anni ampiamente invocato dalla società catalana, lo stato spagnolo oppone una risposta repressiva a base di incriminazioni e condanne.

Accusata di non aver ritirato un’estelada dalla facciata del palazzo comunale, il sindaco di Berga, Montse Venturós della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), dopo essere stata arrestata e successivamente rilasciata nel novembre scorso, è ancora minacciata da una condanna penale. Davanti al giudice ha rivendicato “l’impegno a mantenere e rispettare la decisione presa nel consiglio comunale del 2012 di non ritirare l’estelada fino al momento dell’indipendenza”. Come Montse Venturós decine di sindaci e di consiglieri comunali sono attualmente indagati dai tribunali spagnoli (Audiència Nacional) per aver votato in sede consiliare una dichiarazione di supporto alla dichiarazione indipendentista del Parlamento catalano del 9 novembre 2015.

Anche l’ex-Presidente della Generalitat, Artur Mas, è attualmente sotto processo per aver organizzato, il 9 novembre 2014, una consulta non vincolante volta a conoscere l’opinione dei catalani sull’indipendenza. Il reato contestato è disobbedienza. Per lo stesso capo d’imputazione il Congresso spagnolo ha votato l’autorizzazione a procedere contro il parlamentare catalano Francesc Homs, ora in attesa di essere giudicato dal Tribunale Supremo. Inoltre la ex-vicepresidente della Generalitat, Joana Ortega, e una ex-consigliera, Irene Rigau, sono anch’esse indagate per lo stesso motivo. Nonostante i minacciosi avvertimenti del Governo spagnolo, alla consulta del 2014 hanno partecipato più di 2.300.000 persone. Si sono espresse su due quesiti. Al primo, “vuoi che Catalunya divenga uno stato?” hanno risposto: SI  92%, NO 5%. Al secondo, “in caso affermativo vuoi che questo stato sia indipendente?” hanno risposto: SI 88%, NO 11%.

Nel febbraio 2015 il giudice Santi Vidal, è sottoposto a un’azione disciplinare e sospeso dalla magistratura per tre anni, colpevole di aver studiato e presentato alla cittadinanza un progetto di costituzione per la Repubblica catalana.

Il Tribunale Costituzionale ha inoltre impugnato la decisione con la quale il Presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha autorizzato il 27 luglio di quest’anno la discussione in aula delle conclusioni di una commissione parlamentare sul processo costituente e la disconnessione dallo stato spagnolo. Per questo Forcadell si trova ora sottoposta a un procedimento penale che potrebbe culminare in una sentenza di inabilitazione (di fatto equivalente alla sospensione dello Statuto d’Autonomia di Catalunya).

Dopo aver bruciato alcune foto dell’attuale re di Spagna (Felip VI) nel corso delle manifestazioni dell’11 settembre 2016, cinque membri della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), tre dei quali consiglieri comunali, sono stati anch’essi arrestati e, seppure successivamente rilasciati, rinviati a giudizio. Accusati di oltraggio alla corona, i cinque non hanno riconosciuto l’autorità del tribunale perché “non rispetta la sovranità del popolo catalano” e hanno sostenuto di trovarsi di fronte a “un giudizio politico che sopprime la libertà d’espressione”. Hanno anche sottolineato di “non riconoscere le istituzioni di uno stato che attua con modalità fasciste”.

Infine due giorni fa il Tribunale Costituzionale ha diffidato il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, e il Presidente del Parlamento, Carme Forcadell, a svolgere qualsiasi attività diretta a realizzare un referendum sull’indipendenza. Si tratta del referendum che, con o senza l’autorizzazione dello stato, sta organizzando la maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Grazie alla riforma recentemente proposta dal PP, il Tribunale Costituzionale non solo può imporre una multa ma ha anche il potere di inabilitare direttamente le cariche elettive ree di disobbedire alle proprie sentenze, senza che il Parlamento abbia da concedere alcuna autorizzazione a procedere.

Perdute le tracce del dialogo, due temi sui quali riflettere: 1)i tribunali spagnoli, in particolare il Tribunale Costituzionale nominato direttamente dal governo, decidono cosa si può (e cosa non si può) dibattere in un Parlamento democraticamente eletto; 2)la libertà d’espressione può essere di fatto sospesa quando si rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, sia che si esibisca una bandiera indipendentista, si bruci la foto del re o si rediga un progetto di costituzione per la Repubblica catalana. Sappiamo però che la democrazia non si può sospendere senza incorrere in esiti funesti, come ci ricordano le giornate del luglio 2001 a Genova.

Contraddizioni dellla democrazia borbonica, tratti ereditati dal franchismo o semplicemente, come sostiene il nuovo delegato del governo in Catalunya, lo stato spagnolo ha avviato l’”operazione dialogo”?

Antidoto alla favola della fraternità, la ricostruzione storica di «Volem les nostres estàtues».

Il concetto di fraternità intesa come ideale politico riemerge con singolare frequenza nel dibattito sulla repubblica catalana: nel corso della campagna per le elezioni del 26 giugno 2016, Xavi Domènech (della cerchia di Podemos) interpellato in merito alla possibilità di organizzare un referendum sull’indipendenza accordato con lo stato spagnolo (finora contrario a sottoporre la questione all’elettorato) si è detto convinto di poterlo realizzare grazie a “una parola magnifica, meravigliosa, che ci ha portato fin qui: si chiama fraternità”; recentemente il segretario del Partit Socialista catalano, Miquel Iceta, ha dichiarato che riconoscere Catalunya come una nazione vera e propria non mette in pericolo né l’unità della Spagna né la fraternità tra gli spagnoli; infine pochi giorni fa il monarca Felip VI, nel discorso di apertura della XII legislatura ha sostenuto che il dialogo tra le comunità autonome e lo stato deve essere rafforzato “dallo spirito di fraternità tra tutti gli spagnoli”.

I riferimenti all’ideale reso celebre dalla rivoluzione francese appaiono quantomeno curiosi. Un breve riepilogo storico dovrebbe mostrare che le relazioni tra Catalunya e il Regno di Spagna non sono improntate esattamente alla fraternità. Ne troviamo una testimonianza nel semiclandestino Volem les nostres estàtues, pubblicato in Svizzera nel 1963 e uscito anonimo, nel quale lo storico Ferran Soldevila ricostruisce la biografia di tre rappresentanti del catalanismo ripercorrendo contemporaneamente alcuni dei momenti più significativi della storia catalana moderna. L’opera esprime fin dal titolo una consegna tanto semplice quanto efficace. Vogliamo i nostri monumenti: è il grido con cui si rivendicano i simboli popolari e la loro storia. In particolare si allude alle statue di Pau Claris, Rafael de Casanova e Bartomeu Robert, rimosse dalle piazze di Barcelona per volere di Franco dopo il 1939.

Presidente della Generalitat tra il 1638 e il 1641, Pau Claris si trova a fronteggiare i piani del conte-duca d’Olivares volti ad assoggettare tutta la penisola al Regno di Castiglia. Il conte suggerisce a Felip IV di provocare ad arte degli incidenti ed intervenire in seguito con l’esercito per uniformare Catalunya all’ordinamento giuridico di Castiglia. L’occasione propizia si verifica nel corso della guerra dei trent’anni, dopo la vittoria spagnola di Salses ottenuta con il contributo decisivo catalano: sconfitte le truppe francesi, Catalunya chiede che l’esercito del re, composto da castigliani e da mercenari irlandesi, valloni e italiani, lasci finalmente la regione, alleviando la popolazione che per anni ne ha sostenuto il mantenimento e sopportato gli abusi. Al contrario l’esercito castigliano si riversa sul terreno come avrebbe potuto fare un invasore provocando così la rivolta della popolazione, già esasperata: inizia la guerra dei segadors (la popolazione contadina catalana).

L’insurrezione scoppia a Santa Coloma de Farners il 1 maggio 1640 e si propaga rapidamente culminando nel cosiddeto corpus de sang del 7 giugno, quando gli abitanti delle campagne accorsi a Barcelona, coalizzati con il ceto urbano, cacciano i funzionari del re e l’aristocrazia castigliana. Secondo Soldevila, Pau Claris non esclude la possibilità di arrivare a un accordo con la monarchia spagnola se non quando constata che un esercito formato appositamente per reprimere la sollevazione è già pronto al confine con l’Aragó. È allora che avvia i contatti con la Francia al fine di ottenerne protezione, nel rispetto delle istituzioni catalane e acconsentendo contemporaneamente alla richiesta francese di dichiarare la repubblica. Soldevila affronta la questione relativa all’effettiva proclamazione della repubblica catalana: se è vero che negli atti del Consell de Cent non ce n’è traccia, è altrettanto vero che l’accettazione dell’aiuto francese comportava implicitamente la nuova forma istituzionale.

Sta di fatto che l’esercito spagnolo avanza senza difficoltà e in breve raggiunge Barcelona. Qui però, il 26 gennaio 1641, le truppe catalane e francesi vincono la battaglia di Montjuïc, costringendo l’esercito di Castiglia ad una disastrosa ritirata. Dopo aver salvato la Generalitat dai piani di Olivares, nel febbraio del 1641 Pau Claris muore, tra il cordoglio delle autorità e della popolazione catalana.

Breve frammento nella vasta opera di Soldevila, Volem les nostres estàtues contribuisce a preservare ed a rivendicare la memoria del popolo catalano, mantenendo viva la coscienza di un processo storico conflittuale. Come afferma l’editore Quim Torra nell’articolo Ferran Soldevila, la història d’una nació (El Punt-Avui, 3 aprile 2011), “non solo non sapevamo cosa eravamo, bensì non sapevamo neppure cosa eravamo stati”. La ricostruzione storica, soprattutto per la generazione che attraversa gli anni del franchismo, si rivela condizione necessaria per recuperare la propria identità politica e culturale. E dall’esame del passato non sembra emergere l’impronta della fraternità tra i popoli della penisola.

Volem les nostres estàtues prosegue con la biografia di Rafael de Casanova, il simbolo della resistenza di Barcelona all’assedio del 1714 quando, abbandonata dagli alleati (Inghilterra, Austria e Olanda) Catalunya si trova sola a fronteggiare gli eserciti di Francia e Castiglia, fino alla sconfitta dell’11 settembre. Casanova è a capo della Coronela, la milizia popolare formata dagli artigiani delle arti e mestieri della città, un’istituzione civile che, come riconosce il generale borbonico duca di Berwick in una lettera a Luigi XIV, si difende meglio di un esercito regolare. Nel breve saggio Soldevila ricorda che il 3 settembre, di fronte alla difficile situazione, Casanova propone davanti ai deputati della Generalitat, al braccio nobiliare e al consiglio municipale, di accettare la sospensione dei combattimenti e le trattative offerte dal generale nemico. La proposta viene drasticamente rifiutata: 26 voti contrari contro solo 4 favorevoli. Casanova accetta la decisione e continua alla testa della difesa della città.

Ma la resistenza popolare non riesce a scongiurare la sconfitta e la repressione si abbatte su Catalunya: la Generalitat e il Consell de Cent vengono soppressi, così come tutte le istituzioni di autogoverno. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario vengono affidati ad un militare, il capitano generale (rappresentante del re sul territorio) e alla Reial Audiència, organo meramente consultivo. Inoltre con il Decreto di Nova Planta si dà inizio al progetto di uniformazione linguistica e culturale cancellando il catalano dagli atti giudiziari, dalla stampa e dalla scuola e sopprimendo le università catalane, nell’intento di imporre leggi, usi e costumi del Regno di Castiglia.

Nel libro d’entrata dell’ospedale della Santa Creu, l’11 settembre 1714 risulta l’ingresso di Casanova, già morto; in realtà, spiega Soldevila, si tratta di una notizia falsa volta a proteggere il comandante della Coronela dalla sicura rappresaglia. Ferito e inizialmente nascosto in città, Casanova riesce ad uscirne clandestinamente, rimanendo nascosto per alcuni anni.

La nuova amministrazione decide inoltre di costruire a Barcelona una fortezza militare, la Ciutadella, al quartiere della Ribera e rade al suolo perciò 896 case, all’epoca una quinta parte della città. Una distruzione che si somma ai considerevoli danni dei cannoneggiamenti dovuti all’assedio. Concepita come baluardo contro eventuali sollevazioni popolari, per gli abitanti di Barcelona la Ciutadella rappresenta fino al suo successivo abbattimento (tra il 1869 e il 1878) il simbolo più odiato dell’occupazione militare. Come sottolinea Albert Balcells nel suo ben documentato Llocs de memòria dels catalans è “chiaro che al contrario di un processo evolutivo, la costruzione del moderno stato spagnolo non fu né pacifica né naturale, come ancora continuano a sostenere i manuali di storia spagnoli”.

Perciò evocare la fraternità nel dibattito sull’indipendenza sembra nella migliore delle ipotesi un’ingenuità, se non una consapevole reinterpretazione delle vicende storiche della penisola condotta a proprio uso e consumo. Difficile trovarne nel secolo breve spagnolo, segnato dalla guerra civile, così come nei secoli precedenti, le benché minime tracce.

Lletra per a la batalla: una mappa dell’indipendentismo di estrazione marxista.

 

Lletra per a la batalla di Ferran Dalmau disegna la mappa accurata di un soggetto politico pressoché sconosciuto ai lettori italiani: il moderno indipendentismo catalano di estrazione marxista che, nato in clandestinità sotto il franchismo, grazie a differenti organizzazioni ha attraversato gli anni della cosiddetta transizione alla democrazia ed ha compiuto la traversata che lo ha portato a svolgere un ruolo rilevante nella società catalana di oggi. Per compiere la propria ricognizione il libro esamina una serie di opere significative, completando una cartografia che allo stesso tempo si rivela una vera e propria memoria letteraria.

L’autore è un giovane militante della sinistra independentista, dal 2006 nelle fila della CUP (Candidatura d’Unitat Popular), secondo il quale l’atto di fondazione del movimento va ricercato nella nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nel 1969. Già a partire dal nome, il PSAN evoca la lotta di liberazione dei popoli extraeuropei, impegnati in quegli anni nella decolonizzazione, della quale recepiva alcuni aspetti ideologici, accogliendo soprattutto le riflessioni del movimento di liberazione nazionale algerino e i contributi di Ho Chi Minh e del primo Mao. Per l’alliberament nacional i de classe, di Josep Ferrer, ispiratore del partito, raccoglie scritti apparsi per la maggior parte in clandestinità, pubblicati per la prima volta nel 1978, quasi dieci anni dopo la fondazione del gruppo. Avançada, una casa editrice legata al PSAN, mette a disposizione del pubblico una riflessione che coniuga liberazione nazionale e di classe nei Països Catalans.

Alcuni anni dopo la nascita del PSAN, Esquerra Catalana dels Treballadors (un partito del Rosselló francese) approfitta della presenza di Sartre a Perpinyà per proporgli un’iniziativa editoriale alla quale il filosofo accetta di collaborare cedendo gratuitamente i diritti d’autore di Sobre la lluita nacional basca: prefaci al llibre di Gisèlle Halimi «El procés de Burgos». Nello scritto, tradotto in català e pubblicato a Perpinyà dalla casa editrice di ECT, Sartre analizzava la situazione dei paesi baschi da un punto di vista internazionalista e, dopo aver sostenuto che indipendentismo e socialismo devono procedere assieme, affermava: «ascoltare la voce dei baschi, dei bretoni, degli occitani e lottare al loro fianco perché possano affermare la loro singolarità concreta, implica come conseguenza diretta la lotta dei francesi per la reale indipendenza della Francia, che è la prima vittima del proprio centralismo». Nelle intenzioni di Esquerra Catalana dels Treballadors la voce di Sartre doveva convincere la sinistra francese della legittimità della liberazione nazionale dei popoli non solo nei paesi extraeuropei (Vietnam e Algeria) ma anche nei casi in cui il conflitto si svolge sul suolo della madrepatria e i protagonisti sono baschi o catalani.

La lotta di questi popoli viene silenziata completamente nel racconto uficiale della transizione spagnola, il processo che porta dalla dittatura fascista alla democrazia formale, nel quale la realtà conflittuale di quegli anni viene ampiamente nascosta. Così l’editoria mainstream passa sotto silenzio le morti delle due giornate storiche dell’11 settembre del 1977 e del 1978, quando la polizia spara e uccide Carlos Frecher Solana e Gustavo Muñoz. Il libro 11 de setembre. El poble treballador per la independencia nacional testimonia le rivendicazioni della diada del ’77: libertà per i prigionieri politici e statuto d’autonomia del 1932 come primo passo verso l’indipendenza e la riunificazione dei Països Catalans. La foto di Muñoz ritratto a terra, colpito a morte, pubblicata dalla rivista Interviú, valse al giovane autore dello scatto, il diciannovenne Albert Ramis, la detenzione in isolamento, il sequestro di tutto il materiale fotografico e l’applicazione della legge antiterrorista sotto l’accusa di essere il fotografo ufficiale del Partito Comunista d’Espanya – Internacional PCE- (I).

Altra tappa del percorso suggerito da Ferran Dalmau è il libro di Jaume Fuster La mort de Guillem, tra il romanzo e il giornalismo, che ricostruisce l’omicidio del giovane militante indipendentista Guillem Agulló, avvenuto l’11 aprile 1993. Agulló apparteneva a Maulets, organizzazione giovanile anticapitalista, per l’indipendenza e la riunificazione dei Països Catalans, e venne ucciso a Montanejos (Valencia) da un gruppo di fascisti al grido di arriba España. Nonostante i tentativi della stampa conservatrice di criminalizzare Agulló e presentare i fatti come una rissa tra bande, la natura politica del crimine era evidente e venne sancita dalla condanna di Pedro Cuevas (un giovane fascista) a quattordici anni di prigione (ne sconterà soltanto quattro). Il giorno della sentenza i manifestanti della sinistra independentista, riuniti davanti al tribunale, vennero allontanati con violente cariche della polizia, che arrivò a sparare. Fuster aveva militato nel Psuc, era passato al fronte culturale del PSAN e era stato membro fondatore dell’Associazione degli scrittori in lingua catalana. Con  La mort de Guillem ha contribuito a fare del giovane indipendentista un simbolo generazionale e un caso ben vivo nella memoria collettiva del movimento.

Nonostante la transizione alla democrazia, negli anni ’80 e ’90 i gruppi fascisti continuano la loro attività: Jordi Moners stava portando a termine la versione in català del classico Il Capitale, quando il 4 novembre 1989 subì un attentato esplosivo per mano del gruppo Milícia Catalana. Moners era dirigente dell’organizzazione della sinistra indipendentista Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e traduttore di alcuni classici del marxismo, a cominciare dal Manifesto. Così commenta l’episodio, che non fece vittime: «ho trovato i vetri in frantumi fin sopra gli appunti sui quali stavo lavorando: la traduzione del sesto volume di Il Capitale, di Karl Marx. Ne deduco che 106 anni dopo la sua morte, Marx ha subito un attentato per mano dell’estrema destra spagnola».

Il libro di Ferran Dalmau, pubblicato da Edicions El Jonc, presenta molti altri esponenti dell’indipendentismo di estrazione marxista, fornendo un vasto e prezioso materiale per la ricostruzione storica e per la conoscenza di un soggetto politico dal lungo percorso di lotta. Senza conoscerne la storia, difficilmente si può comprendere il significato della rivendicazione indipendentista di oggi, un movimento di rottura, tanto sul terreno istituzionale quanto su quello sociale, che i sostenitori dello status quo si incaricano di mantenere ben sconosciuto.

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