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I cacciaviti

La sinistra indipendentista catalana si affaccia in Italia.

Finalmente sembra arrivare anche in Italia l’eco della battaglia condotta dalla sinistra anticapitalista catalana per l’indipendenza del proprio paese (e per il socialismo). La sospetta disattenzione con la quale i mezzi di comunicazione del belpaese hanno trattato il tema è stata rimpiazzata dalla riflessione sviluppata da alcuni collettivi comunisti e realtà di movimento, caratterizzati dalla costante attenzione per la prospettiva internazionale.

Il centro sociale Corto Circuito, la Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, i collettivi Genova City Strike, Militant, CUMA,  e Zenti Arrubia hanno ospitato una delegazione della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC) che hanno potuto far sentire la propria voce senza filtri giornalistici o politici più o meno interessati. Alla pagina web della rivista Contropiano  (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/30/catalogna-indipendente-ora-intervista-iranzo-vehi-093460) si trova un’intervista della redazione di Radio Città Aperta a Mireia Vehí (deputata della CUP al Parlamento catalano) mentre alla pagina di Genova City Strike (http://www.citystrike.org/2017/06/20/il-processo-indipendentista-in-catalunya/) si può leggere l’intervento di Icar Aranzo (rappresentante degli studenti) realizzato il 20 giugno a Genova.

I due contributi offrono da un lato una riflessione critica riguardo alla transizione dal fascismo di Franco alla nuova democrazia spagnola, un processo di cambiamento del quale sottolineano l’aspetto conservatore, privo di un momento di rottura col vecchio regime; dall’altro permettono di inserire nel giusto contesto storico la rivendicazione indipendentista. Un punto di vista fondamentale per l’analisi della situazione attuale in Catalunya che finora non aveva trovato né l’attenzione né la solidarietà della sinistra italiana.

Altrettanto interessante risulta il punto di vista delle realtà italiane che hanno ospitato i rappresentanti della CUP e del SEPC: il referendum per l’indipendenza viene giudicato come “uno strumento di rottura popolare nei confronti dei diktat delle classi dominanti statali ed europee”. Il manifesto comune Catalunya ara! sottolinea che “negli utlimi anni tutti i referendum popolari in Europa si sono trasformati in un voto contro le classi dominanti” e si sono caratterizzati per la “determinazione delle classi popolari e dei settori giovanili, i soggetti più colpiti dall’austerità imposta dall’Unione Europea”.

Così le caratteristiche del movimento e il peso specifico della sinistra anticapitalista al suo interno, consentono di vedere nell’indipendenza di Catalunya una possibilità per la messa in discussione del modello di governabilità europeo, che si trova improvvisamente davanti ad un ingranaggio che minaccia di incepparsi e non rispondere ai comandi. Nel contesto catalano (ed europeo) il referendum rappresenta una possibilità per restituire la parola al popolo, ai cittadini ed ai lavoratori, espropriati della propria sovranità non solo dai rispettivi governi ma anche dalle decisioni delle istituzioni europee, che negli ultimi anni hanno più volte ricattato e scavalcato i parlamenti nazionali. La frattura tra gli organismi di potere europei e i popoli del continente è emersa più volte nell’incapacità dei primi di ascoltare e raccogliere la volontà dei secondi: viene alla mente il chiaro pronunciamento del popolo greco (rimasto disatteso) che ha rifiutato il diktat europeo; il rifiuto dell’elettorato italiano al referendum voluto da Renzi; e persino il brexit che in parte è frutto dell’insofferenza di larghi strati impoveriti e sempre più diffidenti nei confronti della prospettiva europea. Il rifiuto del governo spagnolo alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione ricorda l’incapacità dei settori dominanti europei di ascoltare la volontà popolare, con l’aggravante che i ministri del PP, appoggiati dal PSOE, minacciano di non consentirne neppure l’espressione, vietando direttamente l’organizzazione della consulta.

Per tutto ciò è più che mai necessario ed opportuno ascoltare e sostenere la sinistra anticapitalista catalana e l’insieme del movimento per l’indipendenza impegnati in una lotta che prima di tutto rivendica il principio democratico nell’europa dell’austerità liberale e del capitale sempre più impermeabile alle rivendicazioni popolari.

 

 

 

 

 

 

 

Il sostegno dei partiti comunisti all’autodeterminazione di Catalunya.

Dal 23 al 25 marzo scorso si è svolto a Città del Messico il XXI Seminario Internazionale, animato da un centinaio di partiti comunisti riuniti attorno al tema Los partidos y una nueva sociedad. All’ordine del giorno l’offensiva contro i progetti alternativi al neoliberismo, la vittoria elettorale di Trump e le sue conseguenze sul continente americano, le elezioni in Equador e più in generale la congiuntura internazionale. Per quel che riguarda l’Europa, la riflessione ha interessato tra l’altro anche la situazione di Catalunya: i deputati Gabriela Serra (Candidatura d’Unitat Popular) e Josep Nuet (Esquerra Unida) hanno sottoposto alla nutrita platea il tema del diritto all’autodeterminazione.

Oltre che mossi dalla propria appartenenza politica, i due rappresentanti catalani sono intervenuti al Seminario per ottenere la solidarietà dei partiti affini e allargare il consenso attorno alla propria proposta: un referendum di autodeterminazione, da anni reclamato a gran voce dalla società civile e politica catalana. Il 9 novembre del 2014 infatti, circa 2.300.000 elettori (poco meno dei partecipanti alle elezioni europee del maggio precedente) hanno espresso la loro opinione in una consulta non vincolante: l’80% a favore dell’indipendenza. Mentre alle elezioni del settembre 2015 i partiti indipendentisti hanno raggiunto la maggioranza relativa nel Parlamento catalano e hanno messo all’ordine del giorno l’organizzazione del referendum di autodeterminazione.

Lo schieramento che reclama la consulta vincolante è ampiamente trasversale e maggioritario nella società catalana: dal partito di centro Partit Demòcrata Català alla sinistra di Esquerra Republicana; dall’area raccolta attorno al sindaco di Barcelona, Ada Colau (e il suo movimento affine a Podemos) fino alla sinistra radicale rappresentata dalla Candidatura d’Unitat Popular. Le forze politiche spagnole però sono compatte nel rifiutare il referendum: per il PP e il Psoe, una volta di più a braccetto, i catalani non possono decidere sull’indipendenza, domanda politica alla quale il governo ha scelto di rispondere con i tribunali, denunciando tra gli altri il presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell e l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas. A questa logica risponde anche la recente impugnazione del bilancio della Generalitat, che il governo di Madrid ha denunciato al Tribunale costituzionale in quanto dotato di una partita per lo svolgimento di consulte elettorali.

Ciononostante la Generalitat de Catalunya continua i preparativi per un referendum vincolante che dovrebbe celebrarsi a settembre e cerca il sostegno della comunità internazionale. In questa prospettiva i deputati Gabriela Serra e Josep Nuet hanno ottenuto a Città del Messico un’importante presa di posizione del movimento comunista, condivisa sia dalle più significative realtà sudamericane, quali il partito comunista cubano, il partito socialista venezuelano, il PT brasiliano, che da storiche organizzazioni di popoli senza stato quali i baschi di Sortu e i palestinesi del FDLP e dell’OLP, oltre a diversi partiti comunisti europei. Il lungo elenco dei firmatari è riprodotto integralmente dopo la risoluzione, tra l’altro approvata all’unanimità.

 

Risoluzione a sostegno della lotta del popolo catalano per il diritto all’autodeterminazione.

I partiti e le organizzazioni presenti nel XXI Seminario Internazionale affermano il diritto universale e inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, ossia a decidere democraticamente, attraverso una libera scelta, la cornice politica di convivenza.

In questo senso affermiamo la nostra solidarietà con la volontà, ampiamente maggioritaria nel popolo di Catalunya, di decidere la propria cornice istituzionale mediante il voto in un referendum vincolante.

Mostriamo inoltre la nostra preoccupazione per il costante diniego opposto al dialogo democratico dal governo di Spagna e per la sua offensiva giudiziaria contro qualsiasi iniziativa politica sviluppata dalla maggioranza sociale e politica catalana diretta alla convocazione e realizzazione del referendum.

Contemporaneamente manifestiamo il nostro appoggio alle costanti e pacifiche mobilitazioni di massa della società civile catalana, invitandola a non diminuire gli sforzi per l’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione.

Oggi più che mai l’Europa ed i suoi popoli, così come i popoli del resto del mondo, meritano esercitare la democrazia e il potere costituente che, come soggetti attivi della trasformazione, gli appartengono di diritto, al fine di costruire società sovrane più libere e più giuste.

Mexico D.F. 25 marzo 2017

La Izquierda (Alemania), Partido Comunista Alemán, Movimento Evita de Argentina, Movimiento Libre del Sur (Argentina), Partido Comunista de Argentina, Partido Obrero Revolucionario de Argentina, Patria Socialista Multinacional-Movimiento Guevarista (PSM-MG) de Bolivia,  Partido Comunista de los Trabajadores de Bosnia y Herzegovina, Partido Patria Libre de Brasil, Corriente Comunista L.C.P. de Brasil, PC do Brasil, Partido dos Trabalhadores Brasil, Partido Comunista (M-L) de Canadá, Partido Comunista de Canadá, Partido Comunista de Chile, Partido Comunista de China,  Partido Comunista de Colombia, Presentes por el Socialismo de Colombia, Partido del Trabajo de Corea, Partido Movimiento Patriótico Manuel Rodríguez de Chile, Partido Comunista de Cuba, Fuerza de la Revolución de República Dominicana, Movimiento Independencia Unidad y Cambio (MIUCA) de República Dominicana, Partido Alianza por la Democracia de República Dominicana, Partido de los Trabajadores Dominicanos, Movimiento Izquierda Unida M.I.U. de República Dominicana, Revista Nuevo Amanecer de República Dominicana, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional de El Salvador, Movimiento Bolivariano Alfarista de Ecuador, Movimiento de   Unidad Plurinacional Pachacutik de Ecuador, Movimiento Popular Democrático de Ecuador, Partido Socialista Frente Amplio De Ecuador, Partido Comunista de la
Federación Rusa, Partido Comunista Patria Roja de Perú, Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG), Alianza Nueva Nación de Guatemala, Partido Unificación Democrática de Honduras, Partido Popular Revolucionario de Lao, Comités Revolucionarios de Libia, Congreso General del Pueblo de Libia, Mathaba Mundial de Libia, Partido Popular Socialista de México, Partido Alianza Social de México, Partido Revolucionario de los Trabajadores-Convergencia Socialista de México, Partido Comunista Mexicano, Partido Comunista de Moravia y Bohemia, Frente Sandinista de Liberación Nacional de Nicaragua, Partido del Pueblo de Panamá, Movimiento Patria Libre de Paraguay, Compromiso Frenteamplista de Uruguay, Asamblea Uruguaya,  Partido Comunista de Uruguay, Partido Obrero Revolucionario Posadista de Uruguay, Frente Democrático de Liberación de Palestina, Organización para la Liberación de Palestina, Sortu del País Vasco, Movimiento Independentista Nacional Hostosiano de Puerto Rico (MINH), Partido Comunista de Vietnam, Partido Comunista de Venezuela, Patria Para Todos de Venezuela, M.E.P . Partido Socialista de Venezuela, Partido Socialista Unido de Venezuela, Partido del Trabajo de México, Frente Socialista de Puerto Rico, Partido Nacionalista de Puerto Rico, Partido Comunista de Bolivia, Partido Comunista de Moldavia, Movimiento  Político WINAQ Guatemala, Partido Comunista de Egipto, Partido Comunista Peruano (PCP) Partido Socialista de Perú (PS), Movimiento del socialismo Allendista de Chile. Partido Comunista de Puerto Rico, Movimiento Alianza PAIS de Ecuador.

Il testo originale della risoluzione si trova alla pagina web della CUP: http://cup.cat/noticia/el-xxi-seminari-internacional-de-mexic-dona-suport-al-referendum-dautodeterminacio-de

L’atto di nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional.

Il Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nasce nel 1968 in seguito alla fuoriuscita dal Front Nacional de Catalunya del settore radicale organizzatosi attorno agli universitari, un gruppo di giovani che a partire dalla seconda metà del decennio si orientano verso un marxismo coniugato in chiave di liberazione nazionale, riallacciano il filo rosso con le organizzazioni della sinistra catalana degli anni ’30, come il Bloc Obrer i Camperol e il Partit Català Proletari e recepiscono contemporaneamente le influenze del maggio francese e delle lotte anticoloniali.

La Declaració Política de Principis è l’atto di nascita del nuovo partito, un ciclostilato diffuso clandestinamente nel marzo del 1969, finora mai editato. Si tratta di un breve testo prodotto in condizioni assai difficili, segnate dalla recrudescenza delle misure repressive e dalla messa al bando del marxismo, i cui classici, all’epoca introvabili, circolano clandestinamente solo in vecchie edizioni precedenti la guerra civile o in esemplari introdotti dal sud america e dall’Unione Sovietica. Un contesto politico e culturale al quale si devono in parte alcuni limiti di natura teorica del documento, che ciononostante pone le fondamenta dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista in Catalunya, definendone i punti fermi per gli anni a venire: a) indipendenza; b) socialismo; c) Països Catalans.

Secondo la Declaració… l’occupazione militare del fascismo spagnolo, portata a termine nel 1939 con la collaborazione di gran parte della borghesia catalana, ha significato una sconfitta storica per la classe operaia del paese e il ritorno alla dominazione politica, culturale ed economica dello stato. Nel dattiloscritto si afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”. E compito del PSAN è “costruire il movimento di liberazione nazionale nel suo doppio significato di indipendenza politica e di rivoluzione sociale”, nella consapevolezza della duplice oppressione, nazionale e di classe, che grava sulla popolazione.

In questo contesto, argomenta lo scritto programmatico, finché la società socialista non divenga una realtà su scala internazionale l’unica garanzia per la libertà e lo sviluppo del popolo catalano è la creazione di uno stato indipendente. Il diritto all’autodeterminazione però non è riconosciuto pacificamente, non solo dalla destra ma neppure dalla sinistra. È interessante riportare per intero la riflessione svolta nell’opuscolo: “Il PSAN constata la realtà attuale dello sciovinismo e dell’assimilazionismo espressi dalle masse popolari spagnole, alienate dall’azione del nazionalismo imperialista spagnolo, contro i diritti e l’esistenza del popolo catalano; una realtà che si estende molto spesso fino ai settori rivoluzionari. In questo senso il PSAN ritiene che la necessaria unità nella lotta anticapitalista e per il socialismo, che deve improntare alla fraternità i rapporti tra le classi popolari catalane e spagnole e i loro movimenti, passa inderogabilmente per il riconoscimento del diritto del popolo catalano ad organizzare liberamente la propria vita nazionale e per il sostegno reale fornito al movimento popolare di liberazione catalano”. Nonostante siano trascorsi quasi 50 anni, sembra che la sinistra spagnola non abbia fatto passi avanti su questo punto: attualmente il Psoe nega il diritto all’autodeterminazione di Catalunya mentre Podemos sostiene si debba esercitare solo con il permesso dello stato spagnolo. Dal canto suo, la Declaració… rifiuta i piani federalisti-regionalisti e impegna il PSAN a lottare a fianco delle masse non scioviniste della penisola e delle altre nazioni oppresse dallo stato.

La riflessione sul socialismo caratterizza in modo altrettanto significativo il documento. Il tema si sviluppa attorno all’asse centrale della partecipazione dei lavoratori alle scelte economiche: nella società socialista il processo produttivo deve essere gestito democraticamente, tanto a livello di fabbrica come a livello delle scelte più generali, attraverso una pratica di concreta autogestione. Anche se i riferimenti teorici non sono esplicitati, nella dichiarazione di principi affiora la prospettiva della democrazia proletaria che, attraverso l’organizzazione degli istituti della partecipazione operaia e popolare, costruisce una nuova struttura da contrapporre allo stato capitalista. Parallelamente il partito persegue l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, in modo da assicurare il carattere e la finalità sociale dell’attività economica oltre che l’appropriazione sociale della ricchezza.

La Declaració… sostiene inoltre il principio della necessità delle differenze nella costruzione del socialismo, a seconda delle differenti condizioni nazionali. Ciò non toglie che “una volta le classi popolari siano consapevolmente organizzate nella lotta di liberazione nazionale in tutto l’ambito dei Països Catalans, la presa del potere e l’instaurazione del nuovo stato socialista catalano saranno unicamente in funzione delle possibilità tattiche del momento”. In questo processo è prevedibile “il progressivo rafforzamento delle ridotte di potere delle classi dominanti, strettamente legate all’esercito spagnolo, e la necessità di uno scontro violento”. Se ne deduce che la via del PSAN al socialismo non esclude dal proprio orizzonte il conflitto armato. La lotta di liberazione nazionale viene caratterizzata come eminentemente rivoluzionaria e viene definita come un processo che si realizza “attraverso una progressiva e continua rottura delle strutture economiche, sociali e politiche che opprimono il nostro popolo”. Ma il nodo politico della violenza e delle forme di lotta viene evocato solo indirettamente, rinviandone implicitamente l’analisi ad un momento successivo. Secondo il documento, nel corso dello scontro tra capitale e lavoro sorgono organizzazioni e gruppi che il PSAN si propone di coordinare, orientandone la lotta. Il partito è inteso infatti come “l’organizzazione politica che si propone la formazione del movimento generale delle classi popolari per la lotta di liberazione nazionale, attraverso la progressiva presa di coscienza rivoluzionaria della doppia oppressione, nazionale e di classe”. In questo processo l’organizzazione degli immigrati provenienti dal sud della penisola, la loro presa di coscienza e la loro partecipazione alla lotta, sono considerati compiti fondamentali.

Se da un lato il PSAN rivendica le libertà civili e politiche, il diritto di sciopero, il ristabilimento di un regime di autonomia per Catalunya, per il País Valencià e per le isole, dall’altro mantiene la critica agli istituti della democrazia parlamentare, considerata “più che mai una maschera della dittatura di classe”. Da un punto di vista tattico “la conquista di questi obbiettivi deve consentire delle forme di potere politico popolare dotate di nuove possibilità d’azione rivoluzionaria e permettere un aumento del livello d’organizzazione e di consapevolezza delle masse in vista degli obbiettivi finali”.

Nella prospettiva di una radicale trasformazione della società, da conseguire attraverso la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la Declaració… mette in conto la reazione dell’imperialismo, fino a considerare la possibilità di un vero e proprio intervento. L’attualità dello scontro a livello globale è ben presente nell’analisi: “L’instaurazione del socialismo nel nostro paese è strettamente legata alla situazione internazionale. La lotta del PSAN  è inserita fin d’ora nel seno della lotta antimperialista mondiale di tutte le forze socialiste”. La visione del partito sullo scenario internazionale si completa con l’intenzione dichiarata di voler cooperare con i paesi socialisti, politicamente ed economicamente,  per l’affermazione dei principi rivoluzionari su scala internazionale, nella consapevolezza della “costruzione della società socialista catalana come passo verso la società socialista internazionale”. Data questa concezione del socialismo e delle sue possibilità di realizzazione, può sembrare contraddittorio che il partito non si definisca apertamente comunista: su questo punto pesa probabilmente la volontà di differenziarsi dal Partido Comunista de España e dal Partit Socialista Unificat de Catalunya, che dalla metà degli anni ’50 auspicano la riconciliazione nazionale e la collaborazione con qualsiasi forza che si renda disponibile al superamento del regime, inclusa la monarchia. Anche se si spiega in parte con la necessaria brevità del testo, il fatto che la relazione con il movimento comunista e la sua storia non venga esplicitata e definita fino in fondo, costituisce un punto debole del documento. Detto ciò, è evidente che il PSAN condivide il patrimonio culturale e politico di gran parte della cosiddetta nuova sinistra dell’epoca, nel quale riecheggiano Lenin, Gramsci, la critica alla democrazia borghese e una forte influenza marxista-leninista. Tratti che nel 1976 portano finalmente il partito a definirsi comunista.

La scelta dei Països Catalans per indicare la cornice nazionale non è né repentina né imprevista: nel corso degli anni ’60 il termine si diffonde progressivamente nella società catalana in seguito all’opera di Joan Fuster, che da València spiega le profonde ragioni storiche che ne giustificano l’adozione. Secondo l’intellettuale l’uso del termine ha inoltre l’innegabile vantaggio di salvaguardare la pluralità culturale del paese, implicita nella definizione. È però nella Declaració… che per la prima volta un partito politico assume in maniera chiara e senza riserve la definizione Països Catalans, superando le ambiguità mantenute in questo senso dal FNC. Così per il PSAN il diritto all’autodeterminazione appartiene all’insieme del paese: il Principato, il País Valencià, le isole e la Catalunya Nord, le cui specificità storiche andranno riconosciute nel futuro stato socialista in forme politiche e amministrative adeguate. L’unità dei Països Catalans non è intesa come una semplice rivendicazione in materia di frontiere, né come un diritto formale, bensì come condizione per la realizzazione del progetto nazionale. Nonostante la teoria, il PSAN è presente però solo nel Principato, rimanendo fuori dagli altri territori fino alla metà degli anni ’70.

Dopo aver sofferto alcune scissioni e attraversato stagioni differenti, il partito cessa la propria attività pubblica nel 2015 (peraltro senza sciogliersi formalmente) ma la sua importanza storica rimane intatta: come ricorda Fermí Rubiralta nello studio Origens i desenvolupament del PSAN, “per la prima volta dopo alcuni tentativi non riusciti, convergono nella stessa organizzazione, almeno a livello di teoria politica, due tradizioni storiche che sebbene non si fossero combattute apertamente, avevano seguito fino a quel momento processi differenti”. Si tratta di una riflessione che pone l’accento soprattutto sulla fusione tra il nazionalismo radicale e il movimento operaio portata a termine dal PSAN, nel contesto di una nazione senza stato come Catalunya. Allo stesso tempo, riguardo alla Declaració… si può tracciare un bilancio in chiaroscuro: tenuto conto delle difficili condizioni in cui il giovane gruppo dirigente porta a termine il proprio sforzo organizzativo, si giustificano alcune mancanze dell’apparato teorico del documento che, pur non approfondendo alcuni nodi tematici di grande importanza, presenta tuttavia un’inedita e interessante proposta politica, destinata ad essere ampiamente raccolta negli anni a seguire. Anche se non può spiegarne per intero la lunga e complessa storia, la prima dichiarazione di principi del PSAN fonda infatti lo spazio politico dell’indipendentismo della sinistra anticapitalista, occupato nel corso degli ultimi decenni da numerose formazioni e oggi di significativo rilievo nella società catalana.

(La Declaració Política de Principis è disponibile integralmente in català alla pagina web: https://homenatgecala.wordpress.com/2013/08/27/declaracio-de-principis-del-partit-socialista-dalliberament-nacional-dels-paisos-catalans/)

L’”operazione dialogo”.

Qualche settimana fa il delegato del Governo spagnolo in Catalunya, Enric Millo, ha annunciato una inedita strategia di dialogo volta a caratterizzare il nuovo corso dell’esecutivo del Partito Popolare (sostenuto dall’astensione del Partito Socialista) nelle relazioni con Catalunya.

Millo ha dichiarato di voler “parlare con tutti per comprendere la radice del problema e affrontare la situazione prima che si renda necessario ricorrere alla via giudiziaria”. La Vicepresidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría però ha dato la priorità al dialogo con i partiti unionisti, riunendosi la settimana scorsa con Psc e Ciutadans, entrambi all’opposizione nella camera catalana, rígidamente ostili non solo alla indipendenza ma anche alla possibilità di risolvere la questione tramite un referendum (sul modello di quello scozzese del 2014).

Se ampliamo lo sguardo però le tracce del dialogo si fanno più difficili da seguire e dall’esame del contesto politico sembra emergere ben altro: alla richiesta di svolgere un referendum sull’indipendenza, da anni ampiamente invocato dalla società catalana, lo stato spagnolo oppone una risposta repressiva a base di incriminazioni e condanne.

Accusata di non aver ritirato un’estelada dalla facciata del palazzo comunale, il sindaco di Berga, Montse Venturós della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), dopo essere stata arrestata e successivamente rilasciata nel novembre scorso, è ancora minacciata da una condanna penale. Davanti al giudice ha rivendicato “l’impegno a mantenere e rispettare la decisione presa nel consiglio comunale del 2012 di non ritirare l’estelada fino al momento dell’indipendenza”. Come Montse Venturós decine di sindaci e di consiglieri comunali sono attualmente indagati dai tribunali spagnoli (Audiència Nacional) per aver votato in sede consiliare una dichiarazione di supporto alla dichiarazione indipendentista del Parlamento catalano del 9 novembre 2015.

Anche l’ex-Presidente della Generalitat, Artur Mas, è attualmente sotto processo per aver organizzato, il 9 novembre 2014, una consulta non vincolante volta a conoscere l’opinione dei catalani sull’indipendenza. Il reato contestato è disobbedienza. Per lo stesso capo d’imputazione il Congresso spagnolo ha votato l’autorizzazione a procedere contro il parlamentare catalano Francesc Homs, ora in attesa di essere giudicato dal Tribunale Supremo. Inoltre la ex-vicepresidente della Generalitat, Joana Ortega, e una ex-consigliera, Irene Rigau, sono anch’esse indagate per lo stesso motivo. Nonostante i minacciosi avvertimenti del Governo spagnolo, alla consulta del 2014 hanno partecipato più di 2.300.000 persone. Si sono espresse su due quesiti. Al primo, “vuoi che Catalunya divenga uno stato?” hanno risposto: SI  92%, NO 5%. Al secondo, “in caso affermativo vuoi che questo stato sia indipendente?” hanno risposto: SI 88%, NO 11%.

Nel febbraio 2015 il giudice Santi Vidal, è sottoposto a un’azione disciplinare e sospeso dalla magistratura per tre anni, colpevole di aver studiato e presentato alla cittadinanza un progetto di costituzione per la Repubblica catalana.

Il Tribunale Costituzionale ha inoltre impugnato la decisione con la quale il Presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha autorizzato il 27 luglio di quest’anno la discussione in aula delle conclusioni di una commissione parlamentare sul processo costituente e la disconnessione dallo stato spagnolo. Per questo Forcadell si trova ora sottoposta a un procedimento penale che potrebbe culminare in una sentenza di inabilitazione (di fatto equivalente alla sospensione dello Statuto d’Autonomia di Catalunya).

Dopo aver bruciato alcune foto dell’attuale re di Spagna (Felip VI) nel corso delle manifestazioni dell’11 settembre 2016, cinque membri della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), tre dei quali consiglieri comunali, sono stati anch’essi arrestati e, seppure successivamente rilasciati, rinviati a giudizio. Accusati di oltraggio alla corona, i cinque non hanno riconosciuto l’autorità del tribunale perché “non rispetta la sovranità del popolo catalano” e hanno sostenuto di trovarsi di fronte a “un giudizio politico che sopprime la libertà d’espressione”. Hanno anche sottolineato di “non riconoscere le istituzioni di uno stato che attua con modalità fasciste”.

Infine due giorni fa il Tribunale Costituzionale ha diffidato il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, e il Presidente del Parlamento, Carme Forcadell, a svolgere qualsiasi attività diretta a realizzare un referendum sull’indipendenza. Si tratta del referendum che, con o senza l’autorizzazione dello stato, sta organizzando la maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Grazie alla riforma recentemente proposta dal PP, il Tribunale Costituzionale non solo può imporre una multa ma ha anche il potere di inabilitare direttamente le cariche elettive ree di disobbedire alle proprie sentenze, senza che il Parlamento abbia da concedere alcuna autorizzazione a procedere.

Perdute le tracce del dialogo, due temi sui quali riflettere: 1)i tribunali spagnoli, in particolare il Tribunale Costituzionale nominato direttamente dal governo, decidono cosa si può (e cosa non si può) dibattere in un Parlamento democraticamente eletto; 2)la libertà d’espressione può essere di fatto sospesa quando si rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, sia che si esibisca una bandiera indipendentista, si bruci la foto del re o si rediga un progetto di costituzione per la Repubblica catalana. Sappiamo però che la democrazia non si può sospendere senza incorrere in esiti funesti, come ci ricordano le giornate del luglio 2001 a Genova.

Contraddizioni dellla democrazia borbonica, tratti ereditati dal franchismo o semplicemente, come sostiene il nuovo delegato del governo in Catalunya, lo stato spagnolo ha avviato l’”operazione dialogo”?

Antidoto alla favola della fraternità, la ricostruzione storica di «Volem les nostres estàtues».

Il concetto di fraternità intesa come ideale politico riemerge con singolare frequenza nel dibattito sulla repubblica catalana: nel corso della campagna per le elezioni del 26 giugno 2016, Xavi Domènech (della cerchia di Podemos) interpellato in merito alla possibilità di organizzare un referendum sull’indipendenza accordato con lo stato spagnolo (finora contrario a sottoporre la questione all’elettorato) si è detto convinto di poterlo realizzare grazie a “una parola magnifica, meravigliosa, che ci ha portato fin qui: si chiama fraternità”; recentemente il segretario del Partit Socialista catalano, Miquel Iceta, ha dichiarato che riconoscere Catalunya come una nazione vera e propria non mette in pericolo né l’unità della Spagna né la fraternità tra gli spagnoli; infine pochi giorni fa il monarca Felip VI, nel discorso di apertura della XII legislatura ha sostenuto che il dialogo tra le comunità autonome e lo stato deve essere rafforzato “dallo spirito di fraternità tra tutti gli spagnoli”.

I riferimenti all’ideale reso celebre dalla rivoluzione francese appaiono quantomeno curiosi. Un breve riepilogo storico dovrebbe mostrare che le relazioni tra Catalunya e il Regno di Spagna non sono improntate esattamente alla fraternità. Ne troviamo una testimonianza nel semiclandestino Volem les nostres estàtues, pubblicato in Svizzera nel 1963 e uscito anonimo, nel quale lo storico Ferran Soldevila ricostruisce la biografia di tre rappresentanti del catalanismo ripercorrendo contemporaneamente alcuni dei momenti più significativi della storia catalana moderna. L’opera esprime fin dal titolo una consegna tanto semplice quanto efficace. Vogliamo i nostri monumenti: è il grido con cui si rivendicano i simboli popolari e la loro storia. In particolare si allude alle statue di Pau Claris, Rafael de Casanova e Bartomeu Robert, rimosse dalle piazze di Barcelona per volere di Franco dopo il 1939.

Presidente della Generalitat tra il 1638 e il 1641, Pau Claris si trova a fronteggiare i piani del conte-duca d’Olivares volti ad assoggettare tutta la penisola al Regno di Castiglia. Il conte suggerisce a Felip IV di provocare ad arte degli incidenti ed intervenire in seguito con l’esercito per uniformare Catalunya all’ordinamento giuridico di Castiglia. L’occasione propizia si verifica nel corso della guerra dei trent’anni, dopo la vittoria spagnola di Salses ottenuta con il contributo decisivo catalano: sconfitte le truppe francesi, Catalunya chiede che l’esercito del re, composto da castigliani e da mercenari irlandesi, valloni e italiani, lasci finalmente la regione, alleviando la popolazione che per anni ne ha sostenuto il mantenimento e sopportato gli abusi. Al contrario l’esercito castigliano si riversa sul terreno come avrebbe potuto fare un invasore provocando così la rivolta della popolazione, già esasperata: inizia la guerra dei segadors (la popolazione contadina catalana).

L’insurrezione scoppia a Santa Coloma de Farners il 1 maggio 1640 e si propaga rapidamente culminando nel cosiddeto corpus de sang del 7 giugno, quando gli abitanti delle campagne accorsi a Barcelona, coalizzati con il ceto urbano, cacciano i funzionari del re e l’aristocrazia castigliana. Secondo Soldevila, Pau Claris non esclude la possibilità di arrivare a un accordo con la monarchia spagnola se non quando constata che un esercito formato appositamente per reprimere la sollevazione è già pronto al confine con l’Aragó. È allora che avvia i contatti con la Francia al fine di ottenerne protezione, nel rispetto delle istituzioni catalane e acconsentendo contemporaneamente alla richiesta francese di dichiarare la repubblica. Soldevila affronta la questione relativa all’effettiva proclamazione della repubblica catalana: se è vero che negli atti del Consell de Cent non ce n’è traccia, è altrettanto vero che l’accettazione dell’aiuto francese comportava implicitamente la nuova forma istituzionale.

Sta di fatto che l’esercito spagnolo avanza senza difficoltà e in breve raggiunge Barcelona. Qui però, il 26 gennaio 1641, le truppe catalane e francesi vincono la battaglia di Montjuïc, costringendo l’esercito di Castiglia ad una disastrosa ritirata. Dopo aver salvato la Generalitat dai piani di Olivares, nel febbraio del 1641 Pau Claris muore, tra il cordoglio delle autorità e della popolazione catalana.

Breve frammento nella vasta opera di Soldevila, Volem les nostres estàtues contribuisce a preservare ed a rivendicare la memoria del popolo catalano, mantenendo viva la coscienza di un processo storico conflittuale. Come afferma l’editore Quim Torra nell’articolo Ferran Soldevila, la història d’una nació (El Punt-Avui, 3 aprile 2011), “non solo non sapevamo cosa eravamo, bensì non sapevamo neppure cosa eravamo stati”. La ricostruzione storica, soprattutto per la generazione che attraversa gli anni del franchismo, si rivela condizione necessaria per recuperare la propria identità politica e culturale. E dall’esame del passato non sembra emergere l’impronta della fraternità tra i popoli della penisola.

Volem les nostres estàtues prosegue con la biografia di Rafael de Casanova, il simbolo della resistenza di Barcelona all’assedio del 1714 quando, abbandonata dagli alleati (Inghilterra, Austria e Olanda) Catalunya si trova sola a fronteggiare gli eserciti di Francia e Castiglia, fino alla sconfitta dell’11 settembre. Casanova è a capo della Coronela, la milizia popolare formata dagli artigiani delle arti e mestieri della città, un’istituzione civile che, come riconosce il generale borbonico duca di Berwick in una lettera a Luigi XIV, si difende meglio di un esercito regolare. Nel breve saggio Soldevila ricorda che il 3 settembre, di fronte alla difficile situazione, Casanova propone davanti ai deputati della Generalitat, al braccio nobiliare e al consiglio municipale, di accettare la sospensione dei combattimenti e le trattative offerte dal generale nemico. La proposta viene drasticamente rifiutata: 26 voti contrari contro solo 4 favorevoli. Casanova accetta la decisione e continua alla testa della difesa della città.

Ma la resistenza popolare non riesce a scongiurare la sconfitta e la repressione si abbatte su Catalunya: la Generalitat e il Consell de Cent vengono soppressi, così come tutte le istituzioni di autogoverno. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario vengono affidati ad un militare, il capitano generale (rappresentante del re sul territorio) e alla Reial Audiència, organo meramente consultivo. Inoltre con il Decreto di Nova Planta si dà inizio al progetto di uniformazione linguistica e culturale cancellando il catalano dagli atti giudiziari, dalla stampa e dalla scuola e sopprimendo le università catalane, nell’intento di imporre leggi, usi e costumi del Regno di Castiglia.

Nel libro d’entrata dell’ospedale della Santa Creu, l’11 settembre 1714 risulta l’ingresso di Casanova, già morto; in realtà, spiega Soldevila, si tratta di una notizia falsa volta a proteggere il comandante della Coronela dalla sicura rappresaglia. Ferito e inizialmente nascosto in città, Casanova riesce ad uscirne clandestinamente, rimanendo nascosto per alcuni anni.

La nuova amministrazione decide inoltre di costruire a Barcelona una fortezza militare, la Ciutadella, al quartiere della Ribera e rade al suolo perciò 896 case, all’epoca una quinta parte della città. Una distruzione che si somma ai considerevoli danni dei cannoneggiamenti dovuti all’assedio. Concepita come baluardo contro eventuali sollevazioni popolari, per gli abitanti di Barcelona la Ciutadella rappresenta fino al suo successivo abbattimento (tra il 1869 e il 1878) il simbolo più odiato dell’occupazione militare. Come sottolinea Albert Balcells nel suo ben documentato Llocs de memòria dels catalans è “chiaro che al contrario di un processo evolutivo, la costruzione del moderno stato spagnolo non fu né pacifica né naturale, come ancora continuano a sostenere i manuali di storia spagnoli”.

Perciò evocare la fraternità nel dibattito sull’indipendenza sembra nella migliore delle ipotesi un’ingenuità, se non una consapevole reinterpretazione delle vicende storiche della penisola condotta a proprio uso e consumo. Difficile trovarne nel secolo breve spagnolo, segnato dalla guerra civile, così come nei secoli precedenti, le benché minime tracce.

Lletra per a la batalla: una mappa dell’indipendentismo di estrazione marxista.

 

Lletra per a la batalla di Ferran Dalmau disegna la mappa accurata di un soggetto politico pressoché sconosciuto ai lettori italiani: il moderno indipendentismo catalano di estrazione marxista che, nato in clandestinità sotto il franchismo, grazie a differenti organizzazioni ha attraversato gli anni della cosiddetta transizione alla democrazia ed ha compiuto la traversata che lo ha portato a svolgere un ruolo rilevante nella società catalana di oggi. Per compiere la propria ricognizione il libro esamina una serie di opere significative, completando una cartografia che allo stesso tempo si rivela una vera e propria memoria letteraria.

L’autore è un giovane militante della sinistra independentista, dal 2006 nelle fila della CUP (Candidatura d’Unitat Popular), secondo il quale l’atto di fondazione del movimento va ricercato nella nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nel 1969. Già a partire dal nome, il PSAN evoca la lotta di liberazione dei popoli extraeuropei, impegnati in quegli anni nella decolonizzazione, della quale recepiva alcuni aspetti ideologici, accogliendo soprattutto le riflessioni del movimento di liberazione nazionale algerino e i contributi di Ho Chi Minh e del primo Mao. Per l’alliberament nacional i de classe, di Josep Ferrer, ispiratore del partito, raccoglie scritti apparsi per la maggior parte in clandestinità, pubblicati per la prima volta nel 1978, quasi dieci anni dopo la fondazione del gruppo. Avançada, una casa editrice legata al PSAN, mette a disposizione del pubblico una riflessione che coniuga liberazione nazionale e di classe nei Països Catalans.

Alcuni anni dopo la nascita del PSAN, Esquerra Catalana dels Treballadors (un partito del Rosselló francese) approfitta della presenza di Sartre a Perpinyà per proporgli un’iniziativa editoriale alla quale il filosofo accetta di collaborare cedendo gratuitamente i diritti d’autore di Sobre la lluita nacional basca: prefaci al llibre di Gisèlle Halimi «El procés de Burgos». Nello scritto, tradotto in català e pubblicato a Perpinyà dalla casa editrice di ECT, Sartre analizzava la situazione dei paesi baschi da un punto di vista internazionalista e, dopo aver sostenuto che indipendentismo e socialismo devono procedere assieme, affermava: «ascoltare la voce dei baschi, dei bretoni, degli occitani e lottare al loro fianco perché possano affermare la loro singolarità concreta, implica come conseguenza diretta la lotta dei francesi per la reale indipendenza della Francia, che è la prima vittima del proprio centralismo». Nelle intenzioni di Esquerra Catalana dels Treballadors la voce di Sartre doveva convincere la sinistra francese della legittimità della liberazione nazionale dei popoli non solo nei paesi extraeuropei (Vietnam e Algeria) ma anche nei casi in cui il conflitto si svolge sul suolo della madrepatria e i protagonisti sono baschi o catalani.

La lotta di questi popoli viene silenziata completamente nel racconto uficiale della transizione spagnola, il processo che porta dalla dittatura fascista alla democrazia formale, nel quale la realtà conflittuale di quegli anni viene ampiamente nascosta. Così l’editoria mainstream passa sotto silenzio le morti delle due giornate storiche dell’11 settembre del 1977 e del 1978, quando la polizia spara e uccide Carlos Frecher Solana e Gustavo Muñoz. Il libro 11 de setembre. El poble treballador per la independencia nacional testimonia le rivendicazioni della diada del ’77: libertà per i prigionieri politici e statuto d’autonomia del 1932 come primo passo verso l’indipendenza e la riunificazione dei Països Catalans. La foto di Muñoz ritratto a terra, colpito a morte, pubblicata dalla rivista Interviú, valse al giovane autore dello scatto, il diciannovenne Albert Ramis, la detenzione in isolamento, il sequestro di tutto il materiale fotografico e l’applicazione della legge antiterrorista sotto l’accusa di essere il fotografo ufficiale del Partito Comunista d’Espanya – Internacional PCE- (I).

Altra tappa del percorso suggerito da Ferran Dalmau è il libro di Jaume Fuster La mort de Guillem, tra il romanzo e il giornalismo, che ricostruisce l’omicidio del giovane militante indipendentista Guillem Agulló, avvenuto l’11 aprile 1993. Agulló apparteneva a Maulets, organizzazione giovanile anticapitalista, per l’indipendenza e la riunificazione dei Països Catalans, e venne ucciso a Montanejos (Valencia) da un gruppo di fascisti al grido di arriba España. Nonostante i tentativi della stampa conservatrice di criminalizzare Agulló e presentare i fatti come una rissa tra bande, la natura politica del crimine era evidente e venne sancita dalla condanna di Pedro Cuevas (un giovane fascista) a quattordici anni di prigione (ne sconterà soltanto quattro). Il giorno della sentenza i manifestanti della sinistra independentista, riuniti davanti al tribunale, vennero allontanati con violente cariche della polizia, che arrivò a sparare. Fuster aveva militato nel Psuc, era passato al fronte culturale del PSAN e era stato membro fondatore dell’Associazione degli scrittori in lingua catalana. Con  La mort de Guillem ha contribuito a fare del giovane indipendentista un simbolo generazionale e un caso ben vivo nella memoria collettiva del movimento.

Nonostante la transizione alla democrazia, negli anni ’80 e ’90 i gruppi fascisti continuano la loro attività: Jordi Moners stava portando a termine la versione in català del classico Il Capitale, quando il 4 novembre 1989 subì un attentato esplosivo per mano del gruppo Milícia Catalana. Moners era dirigente dell’organizzazione della sinistra indipendentista Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e traduttore di alcuni classici del marxismo, a cominciare dal Manifesto. Così commenta l’episodio, che non fece vittime: «ho trovato i vetri in frantumi fin sopra gli appunti sui quali stavo lavorando: la traduzione del sesto volume di Il Capitale, di Karl Marx. Ne deduco che 106 anni dopo la sua morte, Marx ha subito un attentato per mano dell’estrema destra spagnola».

Il libro di Ferran Dalmau, pubblicato da Edicions El Jonc, presenta molti altri esponenti dell’indipendentismo di estrazione marxista, fornendo un vasto e prezioso materiale per la ricostruzione storica e per la conoscenza di un soggetto politico dal lungo percorso di lotta. Senza conoscerne la storia, difficilmente si può comprendere il significato della rivendicazione indipendentista di oggi, un movimento di rottura, tanto sul terreno istituzionale quanto su quello sociale, che i sostenitori dello status quo si incaricano di mantenere ben sconosciuto.

I bombardamenti del fascismo italiano del marzo 1938 contro Barcelona e Catalunya.

Sono decine i connazionali che ogni giorno passeggiano per la Barceloneta, Gràcia o l’Eixample ma quanti conoscono la storia dei bombardamenti che tra il 1937 e il 1938 si abbatterono su questi quartieri, come su tutta la città e la Catalunya? Nel corso della guerra di Spagna l’aviazione di Mussolini causò centinaia di vittime civili, colpite lontano dal fronte, a Barcelona, Figueres, Lleida… al solo scopo di abbattere il morale della retroguardia repubblicana. A pochi giorni dall’anniversario del bombardamento del marzo 1938 sopra Barcelona, una vera e propria strage di civili compiuta dal fascismo italiano, vale la pena ricordare il ruolo svolto dal regime mussoliniano nel conflitto spagnolo, un capitolo della storia nazionale non casualmente poco frequentato. Come nel caso degli interventi coloniali in Africa,  spesso si preferisce rimuovere i fatti dalla memoria collettiva e spacciare il mito degli italiani brava gente, una narrazione rassicurante che assolve il fascismo e riscrive la storia presentando una versione edulcorata del regime, cancellandone i crimini. Vediamo gli episodi più significativi del capitolo  che interessa Catalunya.

Mussolini invia i primi aerei in aiuto di Franco già la settimana seguente alla sollevazione militare: un sostegno aperto che, a dispetto della politica del non intervento, non viene mai meno nel corso della guerra e che si rivela di grande importanza. Mentre si combatte sul fronte d’Aragó, a centinaia di chilometri dalla città, il 13 febbraio 1937 Barcelona viene investita per la prima volta da una scarica di artiglieria sparata dall’incrociatore «Eugenio di Savoia», che staziona al largo della costa catalana. Vengono colpiti soprattutto Gràcia, l’Eixample, il Poblenou e si registrano 18 morti e 18 feriti, tutti civili, tra cui alcuni lavoratori dell’impresa collettivizzata Elizalde[1]. Lo scrittore Marià Manent annota nel suo dietari: «Al Passeig de Gràcia ho visto passare il corteo funebre delle vittime del bombardamento di sabato. Sono passate 18 auto accompagnate da fiori, corone e una grande ghirlanda bianca. Una moltitudine di persone (operai, miliziani, ragazze) partecipava senza bandiere né musica. Alla Diagonal e al Passeig de Gràcia molta gente aspettava il corteo, alcuni leggevano il giornale…»[2].

La strage dei civili è però solo all’inizio. Un mese più tardi, il 16 marzo 1937, la città viene colpita dal primo bombardamento aereo: tre Savoia S-79, gli stessi che alcuni giorni prima avevano già compiuto un’incursione su Sabadell e Barberà del Vallès, decollano dalla base delle Balears e sganciano una decina di bombe sopra la Barceloneta e il Poble Sec, da quel momento i quartieri più castigati dai bombardamenti[3]. Sembra che gli obbiettivi fossero una caserma, il porto e il Palazzo del Governo ma l’altezza del volo, che non consente maggiore precisione, o la scarsa esperienza dell’equipaggio, fa che l’operazione non riesca del tutto.

Tra il 16 e il 18 marzo 1938 si verifica il più importante bombardamento di Barcelona. Il comunicato di guerra delle forze repubblicane del 18 marzo denuncia un migliaio di morti, mentre il comunicato del 26 precisa il bilancio: 873 vittime, tra cui 118 bambini, circa 1500 feriti, 48 edifici completamente distrutti e 75 gravemente danneggiati[4]. In quei tre giorni, particolare rilievo asume l’episodio del 17 marzo, quando poco prima delle due del pomeriggio cinque Savoia S-79 efettuano una rapida incursione sul centro della città e in un sol colpo causano circa 500 morti alla Gran Via. È qui che oggi sorge l’unico monumento alle vittime dei bombardamenti del marzo 1938: piuttosto anonimo, poco pubblicizzato, è pressoché sconosciuto. Secondo gli autori de La guerra aèrea a Catalunya l’opera è «il riflesso della timidezza mostrata dalle autorità quando si tratta di far emergere la memoria del passato e della guerra»: solo così si spiega la sua insussistenza a fronte di un bombardamento contro la popolazione civile che ricevette già all’epoca le più dure condanne della comunità internazionale.

L’ambasciatore statunitense C.A. Bowers scrive che niente di simile si era mai visto e che le bombe erano scaricate deliberatamente sulle zone più popolate della città. A questo proposito è interessante l’opinione dell’ambasciatore tedesco che risiedeva a Salamanca, Stohrer, che in una relazione del 23 marzo 1938 scrive: «Ho saputo che gli attacchi aerei sopra Barcelona, effettuati qualche giorno fa dai bombardieri italiani, sono stati letteralmente terribili […] Non c’è alcun indizio che si sia voluto colpire obbiettivi militari». E prosegue confermando le stime di un migliaio di morti, da aggiornare perché molte vittime sono ancora sotto le macerie. Stohrer accredita 3.000 feriti e sottolinea due episodi: una strage di donne nel corso di una distribuzione di alimenti e una all’ingresso di una stazione della metropolitana (probabilmente Rocafort). Di seguito riflette: «credo che i bombardamenti, quando non si prefiggono di colpire obbiettivi chiaramente militari, non producono gli effetti che si desiderano; al contrario in una guerra civile come questa comportano gravi pericoli per il futuro. Sono convinto che dopo il conflitto, tanto in Spagna come all’estero, verremo duramente criticati, noi al pari degli italiani, con l’argomento che non saranno stati gli aerei spagnoli a distruggere le proprie città bombardandole, bensì gli aerei alleati italiani e tedeschi».

Ma la testimonianza si fa ancora più interessante quando indica in Mussolini il responsabile diretto del bombardamento: «l’ufficiale di collegamento del Generalissimo mi comunica che il bombardamento di Barcelona del 18 marzo ha prodotto grande indignazione in Franco e che è stato ordinato personalmente da Mussolini»[5]. Evidentemente Franco non poteva tollerare che gli alleati italiani lo ridicolizzassero decidendo operazioni militari senza tenere in conto la sua opinione, scavalcandolo completamente. La responsabilità di uno dei più gravi bombardamenti aerei mai portati a termine contro la popolazione civile ricade sull’aviazione fascista italiana anche secondo la testimonianza di Ciano. Nei suoi diari il genero del duce scrive che il bombardamento è stato deciso da Mussolini allo scopo di abbattere il morale dei rossi impegnati in combattimento al fronte. Secondo il conte inoltre, Mussolini era molto contento che gli italiani stessero terrorizzando il mondo con la loro aggressività invece di incantarlo con la chitarra. Il mito degli italiani brava gente sembra difficile da sostenere.

Tra il 1937 e il 1939 l’aviazione fascista bombarda molte altre città della Catalunya tra cui Figueres, il secondo centro urbano maggiormente colpito dopo Barcelona: qui lo storico E. Pujol stima tra trecento e quattrocento i civili uccisi e 516 gli edifici privati distrutti[6]. Per la città, che secondo i dati del 1936 contava 14.000 abitanti, si tratta di un bilancio molto pesante. Fornire la cifra esatta delle vittime risulta dificile perché tra il gennaio e il febbraio 1939, quando circa mezzo milione di profughi diretti in Francia attraversano la città, il ritmo degli attacchi aerei (tre al giorno) non consente di raccogliere i cadaveri, che vengono seppelliti più tardi. In più di un centinaio di casi neppure se ne conosce il nome, probabilmente perché si trattava di fuggitivi di passaggio.

Anche in questo caso i bombardamenti non si propongono di colpire obbiettivi militari bensì sono indirizzati contro la popolazione: «Figueres sembrava una città morta. Quale giustificazione si può trovare a questi bombardamenti? Noi crediamo nessuna, soprattutto se si considera lo stato caotico in cui si trovava l’esercito repubblicano e la impossibilità, in mezzo a decine di migliaia di civili in fuga, di contrattaccare, o almeno frenare, l’offensiva franchista. Del tutto gratuiti, furono bombardamenti terroristici che non cambiarono niente nel corso della guerra, già inesorabilmente perduta dai repubblicani, e che aumentarono soltanto l’angoscia e la mortalità della popolazione civile di Figueres e della fiumana di fuggiaschi»[7].

Ricostruire la memoria storica e ristabilire la verità e la giustizia attorno al caso dei bombardamenti dell’aviazione legionaria italiana sopra la capitale catalana è il motivo che ha spinto l’associazione l’Altraitalia di Barcelona a presentarsi davanti a un giudice per aprire un’indagine. L’associazione ha identificato 21 piloti dell’aviazione fascista che, se fossero vivi, potrebbero essere imputati per crimini di guerra e ha inoltrato una denuncia all’Audiència de Barcelona. Accolta dal giudice il 23 gennaio 2013, la denuncia sottolinea la violazione delle norme internazionali, calpestate da bombardamenti portati a termine senza una precedente dichiarazione di guerra, e l’inosservanza della Convenzione dell’Aia, firmata nel 1899 e ampliata nel 1927, che proibiva gli attacchi contro la popolazione civile (per questo i nomi dei piloti italiani erano in codice e le matricole degli aerei occultate)[8].

L’iter giudiziario si sta rivelando difficile: l’anno scorso la Corte d’Appello di Roma si è rifiutata di fornire al giudice di Barcelona la lista dei piloti italiani, sostenendo che gli archivi del Ministero della Difesa «non possono essere attualizzati»[9]. La nuova maggioranza dell’Ajuntament de Barcelona però, secondo quanto ha dichiarato il tinent d’alcalde J. Asens[10], sembra intenzionata a sostenere la denuncia dell’Altraitalia, in modo da scongiurarne l’archiviazione. A quasi ottant’anni dai fatti, la vicenda dei bombardamenti fascisti su Barcelona e sulla Catalunya attende ancora una risposta dalla giustizia e merita un’accurata riflessione storica che archivi una volta per tutte il mito degli italiani brava gente e condanni senza mezzi termini l’operato del regime di Mussolini.

[1] J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, Catalunya sota les bombes (1936-1939), Publicacions de l’Abadia de Montserrat, Barcelona, 1986.

[2] M. Manent, El vel de Maia. Dietari de la guerra civil (1936-1939), Destino, Barcelona, 1975.

[3] D. Gesalí, D. Iñiguez, La guerra aèria a Catalunya (1936-1939), Rafael Dalmau Editor, Barcelona, 2012.

[4] J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, id.

[5] Archivi segreti della Wilhelmstrasse, p.512, telegrama n.373, riportato in J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, id.

[6] E. Pujol, Figueres bombardejada: la destrucció patida, in Silencis. Figueres sota les bombes (1938-1939), Úrsula llibres, Consorci del Museu de l’Empordà, Figueres, 2014.

[7] J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, id.

[8] La justícia investigarà els bombardejos de Mussolini sobre Barcelona, in Sàpiens, 24 gennaio 2013; M. Piulachs, Els bombardejos feixistes contra Barcelona, al jutjat, in El Punt, 24 gennaio 2013.

[9] Itàlia desestima esclarir els bombardejos de la Guerra Civil sobre Catalunya, in Sàpiens, 4 maggio 2015.

[10] L’Ajuntament de Barcelona dóna suport a dues querelles contra els bombardejos de la Guerra Civil i el franquisme, in Sàpiens, 17 novembre 2015.

 

Il franchismo che non passa. Uno sguardo critico sulla Spagna nel libro di Lluc Salellas.

Lo storico Xavier Diez sostiene che l’ultima rottura nell’assetto del potere economico e politico spagnolo risale al 1939, quando Franco prende il potere. A partire da quel momento un pugno di famiglie organiche al franchismo detiene saldamente il controllo delle principali leve economiche e politiche. La lettura del lavoro di Lluc Salellas, El franquisme que no marxa,  Edicions Saldonar, 2015, rafforza questa interpretazione.

Salellas prende in esame gli ultimi 49 ministri del franchismo (nel periodo tra il 1970 e il ’75) seguendone le carriere personali dopo la fine del regime. Il risultato è univoco: nessuno di questi alti rappresentanti del fascismo spagnolo, alcuni dei quali hanno firmato persino condanne a morte in tempo di pace, ha mai pagato per le proprie responsabilità. Al contrario chi non si è ritirato a una tranquilla vita privata è passato a ricoprire alte cariche pubbliche o a far parte dei consigli d’amministrazione delle più grandi e importanti imprese della penisola iberica. La democrazia post-franchista non ha sanzionato bensì premiato i reduci del fascismo. Un’impunità disarmante, tenuto anche conto del carattere fortemente repressivo del regime: secondo l’autore per ogni condanna a morte in tempo di pace eseguita dal fascismo italiano ve ne sono decine eseguite dal franchismo.

Nel El franquisme que no marxa troviamo un’accurata rassegna nella quale spicca il caso di Antonio Barrera de Irimo, militare e giurista, ministro d’Hisenda e secondo vicepresidente del governo nel periodo franchista. È uno dei ministri che firmano la condanna a morte del militante anarchico Salvador Puig Antich, l’ultima eseguita con il metodo della garrota (1974). Con la fine del regime Barrera diventa consigliere di Telefonica e di alcune entità finanziarie come il Banco Central Hipotecario e Hispamer, senza che il sistema democratico gli chieda mai conto dei propri crimini.

Un altro caso esemplare è quello di Rodolfo Martín Villa che, dopo aver ricoperto alte cariche nel  regime, è ministro delle relazioni sindacali in piena transizione alla democrazia, quando la polizia commette la strage di Vitoria (1976) sparando sui lavoratori in sciopero. Dopo essere stato ministro del governo Suárez, Martín Villa continua la carriera politica nelle file del PP fino al 1996 e diviene presidente di Endesa, carica che lascia nel 2002. Anche in questo caso il nuovo sistema politico ha accolto a braccia aperte l’ex franchista.

L’indagine mostra molti altri casi nei quali gli alti rappresentanti del franchismo passano, dopo la transizione, alle principali imprese strategiche dello stato (in particolare banche, telefonia, energia e costruzioni). Una situazione del tutto peculiare e molto diversa da quella che Salellas osserva in Portogallo e in Grecia dove, in seguito alla caduta del regime, la vecchia élite política viene esclusa o emarginata.

La continuità del fascismo spagnolo è ancora più profonda: secondo l’autore, le famiglie che avevano collaborato e si erano arricchite col franchismo, continuano ad occupare posizioni di grande potere economico nella democrazia, trasmettendole agli eredi. È il caso del diplomatico franchista Pedro Cortina Mauri, fondatore della celebre San Miguel, ministro degli esteri e  ambasciatore spagnolo a Parigi, i cui figli sono oggi alla testa di colossi del mercato dei capitali e delle costruzioni. È il caso di Demetrio Carceller Segura, fondatore della altrettanto famosa Damm, falangista della prima ora che, dopo essere passato per numerosi consigli d’amministrazione, ha trasmesso la propria fortuna e il marchio Damm ai propri eredi.

Stessa vicenda quella di José Manuel Lara, capitano della Legione nella guerra civile, sempre al fianco di Franco e fondatore nel 1949 della casa editrice Planeta, gigante dell’editoria consolidato dal figlio, José Manuel Lara Bosch, recentemente scomparso; storia analoga quella di Rafael Gay de Montellà, avvocato e falangista, autore nel 1940 dell’opera Autarchia e padre di Joaquim Gay de Montellà, attuale presidente della patronale catalana. Fa parte della stessa oligarchia Miquel Mateu i Pla, sindaco di Barcelona dall’entrata dei fascisti fino al 1945, falangista, procuratore delle Corts franchiste, ambasciatore a Parigi, amico intimo del caudillo, passato per alti incarichi in banche e altre società e creatore del progetto imprenditoriale oggi amministrato dalla figlia Carme (Grup Peralada). E l’elenco potrebbe continuare.

Ma come è stata possibile questa continuità? Secondo Salellas la risposta va cercata nella natura della transizione spagnola, un processo spesso presentato come esemplare da molti politologi ma che nasconde una realtà tutt’altro che edificante. Per l’autore del libro il racconto della transizione è stato curato dai poteri del vecchio regime che ne hanno imposto la propria versione, riuscendo ad accreditarlo come la migliore delle transizioni possibili e occultando la sostanziale mancanza di rigenerazione politica.

L’opinione di catalunyasenzarticolo è che in Spagna la transizione alla democrazia si sia svolta con il permesso del regime: il fascismo spagnolo vi ha preso parte da una posizione di forza tale da garantire non solo l’impunità, bensì i privilegi, dei propri esponenti. Solo così si spiega la sopravvivenza delle élite politiche ed economiche evidenziata nell’opera di Salellas. E così si spiegano anche le vie, le scuole e gli istituti che ancora oggi portano il nome di ministri franchisti, per non parlare dell’esistenza della Fondazione Francisco Franco, finanziata anche con risorse pubbliche.

Da un lato El franquisme que no marxa contribuisce ad aprire un dibattito sul tema, facendone emergere una visione critica e smascherando un racconto ampiamente edulcorato.  Dall’altro la sua uscita non può essere considerata una semplice casualità. Il libro si inserisce pienamente nel processo di cambiamento che si svolge oggi in Catalunya, volto alla costruzione della repubblica, di uno stato indipendente, e che settori significativi della società interpretano anche come processo di rottura sul terreno economico e sociale.

Tradurre dal catalano: un gesto politico.

Il linguaggio non è neutro, un sistema naturale, bensì nasconde un’intenzionalità politica che spesso non viene percepita. Utilizzare una parola e non un’altra significa compiere una scelta, rappresentare la realtà in un modo preciso, evidenziarne alcuni aspetti, nasconderne altri.

Se le parole sembrano fluire naturalmente, ciò non significa che dietro non vi sia un retroterra culturale più o meno nascosto, attraversato da rapporti di forza. L’abitudine, la forza del pensiero dominante, ci presentano le parole come naturali quando non lo sono affatto. Al contrario sono il prodotto di una rappresentazione della realtà costruita con cura. Sono il portato di una ideologia che quanto più si nasconde tanto più è pervasiva e potente. Già negli anni ’60 Herbert Marcuse parlava di “chiusura dell’universo del discorso” per denunciare espressioni come bombe intelligenti, che realizzavano una lettura univoca e mistificatoria della realtà.

In alcuni casi il potere dominante non va tanto per il sottile e combatte una guerra vera e propria su questo terreno, senza nascondere i propri intenti repressivi. È il caso delle proibizioni linguistiche. Vi sono lingue che sono bandite, tra queste il catalano, che il regime franchista ha cercato di annientare per decenni.

Proibizione della lingua materna a scuola e per strada. Proibizione della stampa in catalano. Rogo dei libri catalanisti e dei libri semplicemente scritti in catalano. Divieto di utilizzare il catalano in qualsiasi ambito ufficiale o formale: tribunali, comuni e amministrazione pubblica. Un crimine contro la cultura oltre che contro la lingua e la diversità, prolungatosi 37 anni.

Ciononostante il catalano è sopravvissuto e viene parlato oggi da circa 10 milioni di persone. Non è però una lingua qualsiasi: non soltanto per la sua storia, caratterizzata dalla repressione subita già a partire dal XVII secolo ad opera della monarchia francese e dei borboni; è una lingua che ancora oggi il governo del PP cerca di marginalizzare e ricondurre in un angolo, soprattutto mettendola in discussione nella scuola.

In questo contesto utilizzare il catalano in Catalunya significa da un lato impiegare la lingua nella quale si è appreso a parlare, dall’altro vuol dire tuttora compiere un gesto politico. Parlare, scrivere e tradurre il catalano è un gesto in difesa di una lingua che i poteri spagnoli più reazionari ancora confinano al ruolo di idioma senza importanza, poco più di un dialetto tribale.

Il linguaggio costituisce un terreno sul quale si svolge la lotta politica, sul quale si fonda la rappresentazione ideologica della realtà. Catalunyasenzarticolo vuole essere un progetto che su questo terreno compie una scelta, opta per difendere il catalano e la cultura sviluppattasi attorno alla lingua nazionale, traducendone le opere e facendola conoscere ai lettori italiani. Allo stesso tempo Catalunyasenzarticolo si propone di denunciare la retorica del discorso dominante svelandone le false rappresentazioni. Un gesto a difesa  della diversità, del pluralismo e della cultura, compiuto senza nasconderne la valenza politica.

 

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