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A 25 anni dall'”operació Garzón” contro l’indipendentismo catalano.

Il 29 giugno 1992, alla vigilia dei giochi olimpici di Barcelona, il giudice Baltazar Garzón ordina l’arresto di alcuni militanti della sinistra indipendentista catalana. È solo l’inizio della cosiddetta “Operació Garzón”, con la quale gli apparati repressivi statali intendono colpire l’indipendentismo catalano e bonificare il territorio per neutralizzare qualsiasi tentativo di contestazione alla grande kermesse sportiva delle Olimpiadi di Barcelona, intese come un’occasione irripetibile per la promozione dell’immagine della nuova Spagna a guida socialista.

Come sostiene l’avvocato Josep M. Loperena, il giudice Garzón ordina gli arresti seguendo la vecchia prassi franchista: così, come prima di ogni visita del caudillo a Barcelona il governatore civile della città faceva incarcerare gli oppositori, allo stesso modo prima dell’arrivo del re per l’inaugurazione delle olimpiadi dell’estate del 1992, Garzón ordina decine di detenzioni a scopo preventivo. Con la differenza che in questo caso l’operazione si svolge in un regime che si proclama democratico e che è governato dal PSOE.

L’operazione di polizia prende di mira non a caso la sinistra indipendentista e anticapitalista: si tratta infatti del settore politico che, a partire dalla denuncia della transizione come processo che preserva le quote di potere del franchismo e dal NO alla costituzione spagnola del ’78, per tutto il decennio seguente si mantiene su posizioni radicali; l’unico che alla vigilia delle olimpiadi minaccia la pace sociale tanto necessaria al business olimpico.

Se alcuni detenuti appartengono a Terra Lliure, l’organizzazione clandestina che dalla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo porta a termine decine di atti di sabotaggio e di attentati dinamitardi contro l’esercito, le imprese e le istituzioni spagnole, molti altri sono militanti estranei al gruppo armato. Con il susseguirsi degli arresti infatti, la polizia sembra procedere in modo quasi indiscriminato tra gli attivisti della sinistra indipendentista e anticapitalista (Moviment de Defensa de la Terra, Comitès de Solidarietat amb els Patriotes Catalans, Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Comunista de Catalunya, Alternativa Verda), arrivando a perquisire senza alcun mandato la sede del giornale El Temps a València e finendo per generare un’ampia reazione di sdegno e protesta.

L’indignazione però scoppia con i primi resoconti che filtrano dalle caserme e dalle prigioni così come dalle testimonianze dei detenuti rilasciati che rivelano le torture alle quali sono stati sottoposti, secondo modalità che ricordano il passato franchista. La testimonianza di Pep Musté, militante di Terra Lliure, detenuto il 29 giugno sulla strada che porta a Olot, è riprodotta integralmente dall’Associació memòria contra la tortura: “Durante il percorso fino al comando di Barcelona mi fecero cambiare d’auto tre volte, trascinandomi per terra, perché ero già ammanettato e non mi lasciarono alzare. Mentre mi interrogavano mi mettevano il capo in un sacchetto di plastica fin quasi ad asfissiarmi. Arrivati al comando cominciarono a colpirmi per tutto il corpo, specialmente ai testicoli, ai reni e alla testa, con le mani, i piedi e con dei libri molto pesanti. Mentre mi facevano le domande mi mettevano il sacchetto di plastica al capo fino quasi all’asfissia, minacciando me e soprattutto la mia compagna. Mi fecero credere che avevano arrestato anche lei, mi dissero che l’avrebbero violentata e che ci avrebbero gettati in un dirupo, così da far sembrare tutto un incidente. Mi legarono a delle sbarre, almeno così mi sembrò perché mi avevano bendato, mi tolsero la camicia, mi bagnarono il torace e le braccia e mi applicarono delle scariche elettriche al gomito. Rimasi come stordito e mi fecero sedere in una sedia mentre mi facevano le stesse domande. Dato che mi rifiutavo di rispondere mi bagnarono, mi legarono di nuovo e tornarono ad applicarmi le scariche elettriche”.

Anche David Martínez viene arrestato il 29 giugno, a Manresa. La sua testimonianza conferma il trattamento subito da Pep Musté: “Mi fanno molte domande contemporaneamente, gridando tanto che non potevo rispondere, di colpo uno di loro mi fa voltare e un altro mi dice perché ti giri e mi colpisce con il ginocchio ai testicoli. Cado a terra piegato dal dolore e mi dicono di alzarmi. Dato che non posso farlo, mi alzano loro, mi tolgono la camicia dicendomi ora si che parlerai, assassino di bambini! e mi applicano gli elettrodi alla schiena. La prima scarica è relativamente leggera rispetto alla seconda che mi fa cadere a terra mezzo tramortito; mi bagnano il viso e la testa con l’acqua e mi fanno sedere in un angolo con la faccia alla parete…”.

Vicent Conca viene arrestato il 1 luglio a Barcelona: “Mi fecero diverse volte il metodo della borsa di plastica per provocarmi l’asfissia. Le borse erano del tipo di quelle usate per la spazzatura, mi tappavano il capo e la parte superiore del corpo… Questo sistema di tortura si accompagnava con colpi al collo, al capo e, anche se in minor misura, allo stomaco. Per tre volte mi immersero il capo in acqua per affogarmi. Non vidi dove perché tenevo gli occhi bendati. Chiamavano questo metodo la vasca da bagno. Mi misero diverse volte un revolver al capo e alla bocca minacciandomi di uccidermi se noin rispondevo quello che volevano loro. Mi minacciarono anche di portarmi in montagna e ammazzarmi. Mi assicuravano che era successo molte volte e nessuno se ne accorgeva. Mi fecero anche altre minacce: quella di torturare e aggredire sessualmente la mia compagna, che mi dicevano che avevano arrestato, quella di torturare ancora di più i miei compagni detenuti e quella di farmi ingerire acqua con un tubo fino ad affogarmi”.

Il giudice Garzon non da peso alle testimonianze dei detenuti che denunciano le torture subite, così che gli episodi accaduti nelle varie caserme non vengono investigati. Nonostane l’ampia mobilitazione a cui da vita la società civile e politica catalana, l’operato della Guardia Civil, a Barcelona e a Madrid, non viene questionato in sede giudiziaria, né vengono individuati i protagonisti delle torture denunciate. Dopo la tortura, molti dei militanti arrestati subiscono anche la pena carceraria.

La caparbia iniziativa degli ex detenuti del ’92 riesce però a riaprire la questione nel 2004, davanti al Tribunale europeo per i Diritti Umani. I giudici di Strasburgo condannano lo stato spagnolo per aver violato l’art.2 della Convenzione contro la tortura: per essersi cioè rifiutato di investigare gli episodi denunciati.

Le testimonianze delle torture, così come una vasta documentazione sul tema e sull’operació Garzón in particolare, sono state raccolte dall’Associació memòria contra la tortura, fondata da alcuni ex detenuti del ’92.

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Ex militanti del PSUC a favore del referendum e dell’indipendenza.

Con il manifesto intitolato significativamente “Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo”, un gruppo di ex appartenenti al PSUC riconosce i limiti della cosiddetta transizione spagnola, esplicita il proprio sostegno al referendum del 1 ottobre e invita a votare a favore dell’indipendenza di Catalunya.

Tra i firmatari ci sono ex sindaci, consiglieri comunali, deputati o semplici militanti del PSUC, lo storico partito nato nel 1936 (inscritto all’Internazionale Comunista), impegnato prima nella guerra civile e in seguito nella lotta clandestina contro il fascismo spagnolo, dalla metà degli anni ’90 di fatto inattivo e frazionato in differenti gruppi.

A poco meno di un mese dal referendum, gli ex militanti del PSUC rappresentano una nuova e significativa voce che si somma allo schieramento a favore del SI, arricchendolo con il proprio contributo, tradotto qui di seguito. Contemporaneamente anche un altro gruppo della zona del Baix Llobregat, composto da una settantina di militanti di Iniciativa per Catalunya Verds (coalizione natta sotto l’egida del PSUC) e del Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), quest’ultimi in aperto disaccordo con i vertici del proprio partito, federato al PSOE, si sono espressi a favore del referendum dell’1 ottobre.

A scanso di equivoci, vale la pena precisare che l’idea della “Catalunya di un solo popolo”, così come viene riportata nel manifesto, si riferisce ad un paese in cui gli immigrati siano accolti, sia che provengano dal sud della penisola come da paesi più lontani e trattati senza discriminazioni come parte a tutti gli effetti del popolo catalano.

 

 

Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo.

Il PSUC nacque come un partito naturalmente predisposto alla trasformazione, come un partito di massa, il partito di massa a Catalunya. Il partito dei comunisti di Catalunya. La sua volontà: trasformare Catalunya in chiave socialista e creare una società giusta per tutti. E nacque come partito nazionale catalano, difensore del catalanismo popolare e caratterizzato dall’idea della Catalunya di “un solo popolo”. Un partito che pretendeva portare la giustizia e il benessere nella parte di mondo in cui gli era toccato vivere. Un partito che sapeva che il miglior contributo all’internazionalismo era la liberazione delle classi popolari di questo lembo del pianeta. Un partito che perciò sapeva che il miglior contributo che poteva dare era conquistare la libertà e l’eguaglianza là dove sapeva come fare: a Catalunya, nella propria nazione. Un partito radicato nei quartieri, nei paesi e nelle fabbriche. Un partito che respirava ciò che respirava la maggioranza della società catalana, perché solo così si può sapere cosa è necessario fare e come farlo.

Fondato nel 1936 e inteso come il modo più adeguato di far fronte al fascismo, il PSUC è stato uno dei partiti che più hanno dato per la disfatta del fascismo franchista. Di fatto, è stato il partito che ha guidato la lotta antifranchista. Quello che più energie, più organizzazione e più persone vi ha dedicato. E pensiamo di esserci riusciti, anche se con importanti mancanze che, ora bisogna riconoscerlo, erano più grandi di quello che molti di noi militanti pensavamo in quel momento. Ciononostante, la maggioranza di noi aveva ben chiaro che il patto della transizione era un’amputazione ai nostri diritti e alle nostre libertà, sociali e nazionali.

Quarant’anni dopo sono evidenti le gravi carenze di quell’accordo. Ed è evidente che lo stato spagnolo non è pronto per una vera democratizzazione senza una terapia di choc che rimuova le strutture del potere politico ed economico. Oggi questa terapia si chiama Repubblica, si chiama Referendum. Come marxisti, leggiamo la realtà ogni momento cercando di capire cosa accade, perché accade e cosa si può fare. E della lettura del momento presente nel nostro paese, abbiamo ben chiare le conclusioni: in queste ore è a Catalunya che si danno le condizioni per fare un salto in avanti, finora sconosciuto, sul terreno delle libertà e dei diritti sociali e nazionali. E ne dobbiamo approfittare. E siamo sicuri che il PSUC, sostenitore dell’unità delle forze politiche a Catalunya così come dell’Assemblea de Catalunya, ora sarebbe un sostenitore del referendum e starebbe alla testa della lotta contro le politiche ingiuste e anticatalane di questo stato autoritario e ricentralizzatore.

Così ci siamo uniti, tutti quanti come vecchi militanti del PSUC: deputati, consiglieri comunali, sindaci, sindacalisti, membri di associazioni di vicinato, etc. Tutti noi, ex militanti del PSUC proclamiamo la necessità di sostenere, senza ambiguità e senza ondeggiamenti, la convocazione del referendum fissata dal governo catalano per il prossimo 1 ottobre. Questo referendum e la nostra anelata Repubblica, aprono la possibilità al cambiamento e alla rottura (così tanto necessari) con il cadente regime spagnolo del ’78.

Ex membri del PSUC primi firmatari:

*Alfredo Amestoy Saenz (ex deputato, Badalona)
* Frederic Prieto Caballé (ex sindaco, Cornellà)
* Eudald Carbonell Roura (ex responsabile del PSUC a Girona, Ribes de Freser)
* Magda Ballester Sirvent (ex consigliere comunale ed assessore, Lleida)
* Ramon Majó Lluch (ex assessore, Manresa)
* Emili Muñoz Martínez (ex sindaco, Tiana)
* Jaume Oliveras Costa (ex consigliere comunale, Badalona)
* Jaume Solà Campmany (ex consigliere comunale, Badalona)
* Àlex de Sárraga Gómez (avvocato, Lleida)
* M. Isabel (Mariona) Vidal (Cornellà)
* Jose Estrada (Tarragona)
* Àngel Pagès (Premià de Mar)
* Joan Romagosa (Cornellà)
* Jaume Botey Vallès (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Maria Pilar Massana Llorens (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Carles Prieto Caballé (ex presidente FAVB Barcelona)

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina web http://www.republicadesdebaix.cat

L’impronta di Gramsci nei Països Catalans.

La lenta diffusione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans, ricostruita nell’opera collettiva El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster (El Jonc editore) rappresenta una tappa suggestiva della parabola internazionale compiuta dal nemico pubblico numero uno del regime fascista. “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni” aveva concluso il pubblico ministero davanti al Tribunale Speciale. Così la pubblicazione della potente e originale versione del marxismo di Gramsci si rende possibile solo nel dopoguerra. Al di là dei Pirenei però, la censura si prolunga negli anni.

Lo scritto di Giaime Pala Gramsci a Catalunya, contenuto nel volume in questione, si sviluppa a partire da una constatazione preliminare e indispensabile per mettere a fuoco correttamente il tema: “l’impossibilità di pubblicare o accedere a testi marxisti durante una buona parte della dittatura del generale Francisco Franco”. Dedito allo studio del movimento comunista e antifranchista a Catalunya e in Spagna, Pala afferma che dopo la guerra civile i militanti antifascisti si vedono costretti a studiare il marxismo sui testi dei detrattori del pensatore di Treviri, la cui diffusione è invece largamente agevolata dal regime. Ancora negli anni ’50 l’unica possibilità di entrare direttamente a contatto con gli autori marxisti è rappresentata dalla conoscenza di una lingua straniera nella quale leggere le traduzioni dei classici.

Nonostante il pensiero gramsciano fosse conosciuto nelle cellule del PSUC, dove era oggetto di dibattito da anni, è solo nel 1967 che la rivista del partito Nou Horitzons (numero 11 e 12) ospita due saggi dedicati a Gramsci: quello di Josep Fontana e quello di Manuel Sacristán, che a giudizio di Pala rappresenta la prima rigorosa ricostruzione filosofica del pensiero dell’intellettuale sardo apparsa nello stato spagnolo. Fino a quel momento i lettori potevano contare soltanto su una antologia dei Quaderni dal carcere curata e tradotta da Jordi Solé Tura e apparsa nel 1966 con il titolo Cultura i literatura. Non bisogna dimenticare però, sottolinea Pala, l’opera della celebre ispanista Giulia Adinolfi, proveniente dalle fila del PCI e arrivata a Barcelona a metà degli anni ’50. È lei che avvicina Sacristán a Gramsci: in seguito a questa influenza infatti, Sacristán scrive una prima traccia biografica dell’ex leader dei comunisti italiani, inserita nel supplemento del 1957/’58 dell’Enciclopedia Espasa e uscita però nell’indifferenza generale solo nel 1961.

Nel fatidico 1968 Solé Tura edita una versione in català delle Noterelle sulla politica del Machiavelli, seguite due anni dopo da un’antologia dei Quaderni di stampo più filosofico. Secondo la ricostruzione di Pala però il punto di svolta nella diffusione del pensiero di Gramsci è rappresentato dalla robusta Antología curata da Sacristán e pubblicata in castigliano in Messico, per le edizioni Siglo XXI, nel 1970. A partire da questo momento secondo Pala, le pubblicazioni e le traduzioni dell’intellettuale imprigionato dal fascismo si fanno sempre più frequenti, addirittura disordinate e caotiche, anche a causa dell’incapacità dell’Istituto Gramsci “di articolare una politica editoriale intelligente per la Spagna”, come denuncia la ricercatrice Fiamma Lussana.

L’altro canale fondamentale per la ricezione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans è rappresentato daIl’opera di Joan Fuster, l’intellettuale del dopoguerra più importante del País Valencià. Nel capitolo Gramsci en Fuster, Jaume Lloret i Carlos Noguera scrivono che è attraverso la corrispondenza con i catalani in esilio, i libri riportati dagli amici che viaggiano all’estero e soprattutto grazie alll’amicizia con il cantautore Raimon (la cui compagna Annalisa Corti milita nel PCI) che Fuster entra in contatto con Gramsci. Lloret e Noguera sottolineano l’importanza del pensatore sardo per la riflessione fusteriana: da un lato evidenziandone le numerose tracce contenute in Nosaltres, els valencians (1962), dall’altro collegando l’attitudine più generale di Fuster, sintetizzata dalla frase “Non ho altro merito che quello di essermi appassionato fino all’ossessione alla vita e al destino del mio popolo”, alla impossibilità gramsciana di fare storia politica senza passione e senza un legame tra intellettuale e popolo.

Per il pensatore originario di Sueca, impegnato nello studio dell’identità del País Valencià e nella ricostruzione dell’unità storica, culturale e politica dei Països Catalans, Gramsci esercita uno speciale interesse: temi quali la storica frammentazione degli stati italiani, il ruolo svolto dagli intellettuali nel risorgimento, il processo unitario, evocano agli occhi di Fuster un parallelismo con le vicende del País Valencià, il cui futuro “è nelle mani del popolo e legato ai settori subalterni e strumentali che sono precisamente i più alienati dal fascismo. Perciò il socialismo valenciano non sarà sempre marxista, o marxiano, bensì istintivamente popolare, come sperava Gramsci”. Fuster, che non si definisce marxista, fa servire i concetti gramsciani per la propria analisi e ammette apertamente “la simpatia che ci ispirava il signor Gramsci. Un uomo che veniva da un mondo somigliante a quello valenciano, che aveva constatato che la gente delle campagne non entrava nello schema di Marx e che aveva cercato di non scartare le masse contadine”. “Essere marxista non è per niente facile” afferma Fuster, invitando contemporaneamente alla lettura di Gramsci: le “nostre disgrazie, prevalentemente rurali, erano curate da preti e frati da un lato e da improbabili anarchici dall’altro. Gramsci, che ha vissuto in un mondo simile al nostro, insinua formule teoriche più adeguate. E non solamente teoriche. Leggete Gramsci. È un consiglio”.

Lloret e Noguera ricordano inoltre che il primo testo di Gramsci apparso nello stato spagnolo è un articolo in castigliano pubblicato nel 1922 da La Batalla (num.2), una rivista comunista di Barcelona e si mostrano inclini a stemperare l’importanza dell’antologia pubblicata da Solé Tura nel 1966, ricordando anche le considerazioni di Ricard Vinyes secondo il quale la “identificazione meccanica, così abituale, tra traduzione e introduzione è precipitata e vuota”.

Come accade spesso ai classici, anche Gramsci viene riletto in funzione delle necessità politiche del momento: Giaime Pala osserva che nel corso degli anni ’70 il PCE, attratto dalla politica di Berlinguer, si avvicina sempre più alle tesi del PCI fino alla condivisione del progetto dell’eurocomunismo, cercando una legittimazione teorica anche nella reinterpretazione degli scritti di Gramsci. Pala cita molte opere che si inseriscono in questo filone, ben rappresentato dal dossier realizzato nel 1977 dalla rivista Taula de Canvi che, traducendo un dibattito apparso su Mondoperaio e Rinascita attorno alle opzioni teoriche di comunisti e socialisti italiani, fa servire la rilettura di Gramsci per sostenere l’abbandono del leninismo e il definitivo approdo liberaldemocratico del PCE. Nello stesso anno la rivista Materiales, sorta attorno all’opera di Sacristán e animata da giovani usciti dal PSUC, o critici con la dirigenza del partito, denuncia l’uso strumentale di Gramsci che si va diffondendo in Europa sottolinando che “tra le più recenti pubblicazioni su Gramsci non mancano quelle di chi, credendo di parlare di Gramsci, parla in realtà della politica attuale del PCI”. La lettura decontestualizzata del classico Gramsci però, non si circoscrive agli anni ’70 ma ricorre ancora oggi: secondo Pala il concetto di egemonia è “lontano dall’essere una battaglia per l’articolazione della narrazione egemonica (come propone Iñigo Errejon, secondo una visione di Gramsci filtrata per il postmarxista Ernesto Laclau)”. A dispetto delle finalità più o meno contingenti, le letture odierne testimoniano una volta di più la vitalità dell’universo concettuale gramsciano.

Il volume El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster disegna un’accurata mappa catalana del pensiero di Gramsci, un autore consacrato come un classico che, nelle parole di Sacristán (ricordate a guisa di conclusione da Pala) “ha diritto a non essere mai alla moda e ad essere letto sempre”. E interessante risulta anche la riflessione attorno al peso specifico dei concetti gramsciani (subalternità, egemonia, nazional-popolare…) nell’elaborazione di Fuster e nella sua proposta culturale e soprattutto politica dei Països Catalans, per la quale l’influenza di Gramsci, sebbene indiretta, sembra meritevole di essere ancora studiata e ulteriormente approfondita.

Per informazioni sul volume: http://www.eljonc.com/home_cataleg.htm

 

 

 

 

Quindici volte in carcere e una condanna a morte: Lluís Companys.

Tra le biografie di Lluís Companys, merita soffermarsi su quella scritta dal pittore Manuel Viusà, militante antifranchista, pubblicata dall’editore La Magrana nel 1977. All’epoca l’autore si trovava ancora a Parigi, dove aveva trovato riparo nel 1952 e dove viveva in una casa trasformata in un vero e proprio “consolato” catalano aperto ai concittadini esiliati e agli oppositori del regime. La corrispondenza con l’editore era complicata dalla condizione di rifugiato politico di Viusà che firmava le proprie lettere con uno pseudonimo e le spediva da Andorra. Il libro non ebbe ampia diffusione (raggiunse solo 2000 copie), né poté portare all’attenzione del grande pubblico la vita di Companys, come si proponeva Viusà. Nelle condizioni dell’epoca, l’edizione di La Magrana era però un risultato indubbiamente positivo. La Biografia popular de Lluís Companys si basava infatti su un testo precedente, scritto a Parigi nel 1965, che aveva avuto vita ancora più difficile: per introdurlo in Spagna i militanti del Front Nacional de Catalunya avevano dovuto fingersi escursionisti e fare numerosi viaggi, riuscendo a portare clandestinamente oltre i Pirenei un migliaio di copie nascoste negli zaini.

Le difficoltà dovute alla persecuzione politica accompagnano Viusà per tutta la vita: volontario repubblicano destinato al fronte d’Aragó, viene fatto prigioniero da una delle divisioni italiane inviate da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo e internato in un campo di prigionia. Una volta liberato si unisce al Front Nacional de Catalunya e partecipa a numerose attività clandestine, in particolare falsificando i documenti necessari all’espatrio degli sconfitti della guerra civile e stampando materiale di propaganda. Nel 1979 viene accusato dalla polizia spagnola di aver fatto parte di un’organizzazione terrorista ma i tribunali francesi negano la sua estradizione. Stabilitosi ad Andorra, dove si dedica alla pittura, muore in esilio a Parigi nel 1998.

Seguendo il percorso di Companys, Viusà ripercorre contemporaneamente un’epopea popolare che segna fortemente la prima metà del novecento iberico. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale catalana, Companys rinuncia al “de” aristocratico, completa gli studi universitari, fonda un’associazione di studenti repubblicani e  dopo aver scartato la possibilità di lavorare nel ben avviato studio dello zio, specialista in diritto amministrativo, comincia la propria carriera di avvocato dei lavoratori e dei militanti operai. La sua scelta di campo è già  avvenuta. Dopo la chiusura del Cucut e la repressione militare si impegna nella campagna elettorale del 1907 a sostegno di Solidaritat Catalana. Due anni più tardi prende parte al movimento che si oppone alla guerra coloniale in Marocco: l’agitazione culmina nello sciopero generale del 26 luglio in seguito alla quale Companys ingressa per la prima volta alla prigione. In un primo periodo sotto la monarchia e in seguito in regime repubblicano, varca quindici volte la soglia del carcere.

Nel 1910 entra nella Unió Federal Nacionalista Republicana, passa al Partit Republicà Reformista e nel 1917 approda infine al Partit Republicà Català, per il quale redige il giornale La Lucha (scritto in castigliano ma con articoli in català). Nel 1918 l’attività catalanista e repubblicana, che svolge come eletto all’Ajuntament di Barcelona, gli vale un mese di detenzione che trascorre tra la Model e la nave prigione Alvaro de Bazán. Quando esce dal carcere la situazione sociale è esplosiva: accanto ai consueti metodi repressivi, i padroni hanno cominciato ad assoldare sicari di professione che attentano alla vita dei principali capi sindacali e militanti operai. È il periodo del pistolerismo. Companys si dedica alla difesa dei sindacalisti, mentre i lavoratori si organizzano a loro volta in gruppi armati. Di nuovo arrestato, apprende in cella la notizia dell’assassinio dell’amico e leader della sinistra catalana Francesc Layret, compiuto dai sicari padronali. Alle elezioni del 1920 il Partit Republicà Català lo presenta nel collegio che era stato di Layret: eletto deputato, Companys esce dalla prigione e inizia una campagna di denuncia delle responsabilità della polizia e del governo nei fatti del pistolerismo.

Negli anni successivi si dedica a organizzare i lavoratori rurali: nel 1922 contribuisce a fondare l’Unó de Rebassaire, nata dalla fusione di diverse cooperative e associazioni contadine e ne dirige il giornale La Terra. L’anno seguente è segnato dall’uccisione di Salvador Seguí (leader della CNT) ad opera della manovalanza armata padronale e dal colpo di stato del generale Primo de Rivera che, con la benedizione della monarchia, prende tutti i poteri. La manovra risponde a due obbiettivi: da un lato la repressione aperta del movimento operaio, dall’altro la lotta contro le rivendicazioni nazionali dei popoli periferici. Cinque giorni dopo il colpo di stato, viene pubblicato il decreto con il quale si proibisce la senyera (la storica bandiera catalana), si marginalizza la lingua, si chiudono le scuole, si destituiscono i professori e i consigli comunali. Qualche settimana più tardi, il regime abolisce anche la Mancomunitat de Catalunya, che aveva rappresentato un embrione di autogoverno catalano. All’inizio del 1925, in seguito all’attentato contro Rogelio Pérez, il boia di Barcelona, Companys viene di nuovo incarcerato. Negli anni seguenti si susseguono i complotti contro la dittatura, il più noto dei quali è quello di Prats de Molló organizzato nel 1926 da Francesc Macià, fondatore di Estat Català; o quello del 1928 al quale partecipa anche Companys e che si basa sulla collaborazone con alcuni ufficiali dell’esercito, ma che fallisce.

Il 29 gennaio 1930 Primo de Rivera restituisce i pieni poteri al re, Alfonso XIII, che si rivolge ancora ai militari finché l’anno successivo si decide a convocare nuove elezioni. Venticinque giorni prima della consulta popolare, alcuni gruppi della sinistra catalana tra cui Estat Català e il Partit Republicà Català, si uniscono per dar vita a Esquerra Republicana de Catalunya. Il 12 aprile 1931 il nuovo partito ottiene un’affermazione elettorale insperata, mentre il voto anti monarchico si afferma in tutto lo stato. La mattina del 14 aprile Companys, forte della vittoria delle sinistre, prende possesso dell’Ajuntament di Barcelona e dal balcone che da sulla piazza Sant Jaume rompe gli indugi e proclama la Repubblica. Qui viene raggiunto poco dopo da Francesc Macià che si affaccia a sua volta al balcone e grida: “In nome del popolo di Catalunya proclamo lo stato catalano, che ci preoccuperemo di integrare, con la massima cordialità, nella Federazione delle Repubbliche Iberiche. Da questo momento entra in vigore il governo della Repubblica Catalana che si riunirà al palazzo della Generalitat”.

Ma senza una organizzazione militare e minacciati dall’esercito, fedele al governo centrale, i leader catalani si vedono costretti a rinunciare allo stato proprio e arrivano a un nuovo patto col governo repubblicano di Madrid, che prevede la restaurazione delle istituzioni storiche e del governo catalano nella cornice di una nuova autonomia. Viusà sottolinea l’importanza della proclamazione della Repubblica da parte di Companys: senza questo gesto politico immediato e in parte istintivo i fatti sarebbero andati diversamente e Catalunya non solo non avrebbe ottenuto il proprio stato ma neppure la restaurazione della Generalitat. In mezzo a una forte campagna anticatalanista, impegnata in particolare nel rifiuto dell’insegnamento in català, una commissione eletta dai Comuni redige un nuovo Statuto d’Autonomia per Catalunya. Sostenuto da tutti i partiti catalani, il testo viene sottoposto ad un referendum nel quale ottiene il 94% dei consensi. Companys definisce lo Statuto un elaborato “misurato, discreto e prudente” e ne difende i contenuti a Madrid. Proprio il rifiuto dello Statuto è uno degli obbiettivi perseguiti dal tentativo di sollevazione militare del generale Sanjurjo, che però fallisce miseramente producendo un effetto di smobilitazione nel fronte anticatalano: lo Statuto viene approvato e Companys e Macià lo portano trionfalmente a Barcelona.

Dopo le elezioni del Parlamento catalano del 1932, vinte da Esquerra, Companys viene eletto Presidente della nuova camera. Le manovre della destra per rovesciare la Repubblica sono in pieno svolgimento e non si esclude un nuovo tentativo militare come quello di Sanjurjo. Companys ne parla apertamente e torna ad impiegare il concetto di Repubblica Catalana:”Se altrove la Repubblica dovesse cadere, troverebbe a Catalunya il suo baluardo più forte. Qui si formerebbe il sentimento della riconquista rivoluzionaria. La Repubblica Catalana sarebbe il fortino da dove ricominciare per tutta la penisola iberica”.

Le elezioni spagnole del 1933 sono segnate dalla vittoria della destra in tutto lo stato. La pressione dei proprietari terrieri, sostenuti dai partiti conservatori, provoca l’annullamento da parte del tribunale costituzionale di una legge promossa dalla Generalitat che facilitava l’accesso alla proprietà per i contadini. Viusà sottolinea l’istinto di classe dei proprietari terrieri catalani che, tra la difesa dei propri interessi economici e la fedeltà all’ideale nazionale, non esitano a scegliere i primi ed a rivolgersi alle destre e al governo centrale. Companys, nel frattempo eletto Presidente della Generalitat, porta nuovamente la legge appena annullata al Parlamento catalano, che la approva un’altra volta, nella convinzione dell’urgenza di una riforma per le campagne.

Si va delineando così uno scenario di scontro aperto, con il governo della Generalitat sostenuto dalle sinistre e orientato all’emancipazione nazionale e il governo centrale sempre più conservatore. Dopo che la CEDA (una coalizione di gruppi di destra) entra nel governo di Madrid con tre ministri, socialisti e repubblicani temono un colpo di mano come quello portato a termine de Hitler l’anno precedente in Germania e dichiarano lo sciopero generale in tutto lo stato. Secondo Companys la Generalitat e il programma della Repubblica corrono un pericolo imminente. Per questo sceglie di non aspettare la prevedibile azione ricentralizzatrice e restauratrice delle destre e decide di giocare d’anticipo: il 6 ottobre 1934, dal palazzo della Generalitat proclama lo stato catalano, nella cornice della Repubblica Federale Spagnola e chiama alla resistenza contro l’attacco delle forze monarchiche e fasciste. Di fronte all’involuzione democratica del governo di Madrid, Companys ribadisce la volontà di voler “rafforzare la relazione con i dirigenti della protesta generale contro il fascismo” invitandoli a “portare a Catalunya il governo provvisorio della Repubblica, che troverà nel popolo catalano il più generoso sentimento di fratellanza, nel comune anelito alla costruzione di una Repubblica Federale libera…”.

Il governo di Madrid, presieduto dal radicale Lerroux, dichiara lo stato di guerra e ordina ai militari la repressione. Nonostante alcuni episodi di resistenza dei volontari civili, come quello di Jaume Compte (militante d’Estat Català e fondatore del Partit Català Proletari) morto su una barricata a Barcelona, la Generalitat si trova isolata: la CNT non aderisce allo sciopero e i nuclei armati di Estat Català non sono sufficienti a fronteggiare l’esercito, che ha gioco facile nel ristabilire l’ordine. Dopo il cannoneggiamento del palazzo della Generalitat, Companys constata il fallimento dell’insurrezione ma si rifiuta di fuggire e aspetta l’arrivo dei militari, che lo arrestano e lo portano a bordo della nave Uruguay, convertita in prigione. Un anno più tardi il tribunale costituzionale lo condanna a trent’anni per il delitto di ribellione militare, assieme a Joan Comorera (comunista), Joan Lluhí (della cerchia di Esquerra), Martí Esteve (uno dei redattori dello Statuto), Martí Barrera (Esquerra), Ventura Gassol (intellettuale d’Esquerra) i Pere Mestres (anch’egli delle fila di Esquerra) accusati di averlo sostenuto il 6 ottobre. L’autonomia è sospesa, il Parlamento catalano chiuso e la legge sulle campagne annullata.

Ma la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1936 porta alla scarcerazione di Companys che torna a Barcelona, dove è accolto trionfalmente. Una moltitudine di gente segue il proprio Presidente lungo la Diagonal, il Passeig de Gràcia, la ronda di Sant Pere, il Parlamento e infine il Palazzo della Generalitat, dove Companys torna a parlare al proprio popolo: “Catalani! Capite che devo fare uno sforzo per superare l’emozione di questi momenti e rivolgervi la parola. È il mio popolo, il nostro popolo; è questa piazza e questo balcone. Torniamo a svolgere il nostro compito dopo ore dolorose e amare… Nessuna vendetta, però si uno spirito di giustizia e di riparazione. Mettiamo a frutto la lezione dell’esperienza. Torneremo a soffrire, torneremo a lottare, torneremo a vincere!”.

Solo quattro mesi e mezzo separano il ritorno di Companys dalla sollevazione militare del 19 luglio 1936. Sia a Barcelona che in Catalunya il tentativo fascista fallisce, respinto dalle milizie e dalla mobilitazione popolare. Ciononostante Viusà sottolinea le difficili condizioni in cui fin da subito si viene a trovare la Generalitat, che non dispone di una propria struttura organizzata militarmente, a suo avviso un grave errore delle forze catalane. L’autore osserva: “ora Companys verifica che il potere che non può contare su una propria forza è un potere illusorio, che governa soltanto fin dove lo lasciano governare”. Il Presidente della Generalitat dialoga con le sinistre e con gli anarchici, nell’intento di frenare gli atti fuori da ogni controllo (come le ditruzioni delle opere d’arte) e coordinare l’azione delle forze popolari. In questa prospettiva da un lato viene creato il comitato delle milizie antifasciste, al quale partecipano Esquerra, Acció Catalana, il PSUC, il POUM, la CNT, la FAI e la UGT; dall’altro la Generalitat vara il decreto di collettivizzazione delle industrie sostenendo e articolando le occupazioni delle fabbriche che erano sorte spontaneamente. Viusà fa notare che il passaggio dall’iniziale egemonia anarchica a quella comunista, considerata maggiormente rispettosa della rivendicazione nazionale, non dispiace a molti catalanisti. Del resto Comorera aveva condiviso il carcere con Companys e aveva contribuito in maniera determinante all’unificazione dei gruppi marxisti catalani (tra cui il Partit Català Proletari) nel PSUC, che nasceva come un partito catalano.

Nella narrazione delle controverse vicende della guerra civile l’autore sottolinea gli episodi di diffidenza del governo di Madrid nei confronti delle autorità catalane, come nel caso della fabbrica di munizioni di Toledo, di cui la Generalitat aveva chiesto il trasferimento in Catalunya, negato da Prieto e Negrín e che subito dopo era caduta in mano dei franchisti. Diffidenza denunciata da Companys in una lettera a Prieto integralmente riportata nella biografia di Viusà e destinata a una lunga polemica: lo storico Ricard Vinyes ha scritto in “Visca la República” che le lamentele del governo catalano, espresse ad esempio da Comorera o da Pi i Sunyer, “avevano il loro fondamento. Però il rimprovero mosso dai dirigenti catalani non aveva un tono vittimista. Chiedevano conto più che altro delle cause politiche a monte. Cioè perché non si era permesso che la Generalitat partecipasse alla formazione delle grandi decisioni sulla guerra e sullo stato, al di là dei formalismi di alcune lettere ministeriali. Questa era la recriminazione: maggiore partecipazione politica negli affari di stato”.

Seguendo l’azione svolta da Companys alla testa della Generalitat, Viusà fa emergere il punto di vista catalano sulla guerra civile spagnola e mostra una prospettiva poco rappresentata nella narrazione italiana degli eventi, facendo della sua Biografia popular  una testimonianza ancora più significativa e interessante, fino alla ricostruzione del tragico epilogo. Companys lascia Barcelona il 26 gennaio 1939, tre giorni prima dell’entrata dei franchisti, che al grido di arriba España occupano la città. Il Presidente si dirige ad Agullana, vicino alla frontiera francese, dove tascorre alcuni giorni in una colonica: è qui che il 4 febbraio si svolge la riunione con Negrín nella quale viene deciso che Azaña (Presidente della Repubblica) il governo basco e quello catalano lasceranno il paese il giorno dopo. La mattina del 5 febbraio però, al luogo dell’appuntamento  gli spagnoli non si fanno vedere: hanno anticipato la partenza di due ore. Alla dogana i gendarmi francesi non sanno niente del convoglio catalano e lasciano passare solo il Presidente e i Consiglieri trattenendo tutti gli altri, un centinaio di persone che finiscono al campo di concentramento di Argelers.

Companys si stabilisce in un piccolo paese, Le Baule. Convinto di non poter lasciare soli gli esuli catalani in Francia, viene arrestato dai militari tedeschi, che compiono una vera e propria irruzione nell’appartamento del Presidente, ritenuto un pericoloso sovversivo. Quando Carme Ballester chiede che ne sarà del marito, i nazisti le dicono: “se vuole spiegazioni, può andare a cercarle al consolato spagnolo”, lasciando intendere che agiscono per conto di Franco. Nel segreto più assoluto, Companys viene portato alla sezione tedesca della Santé, a Parigi, e in seguito a Madrid dove viene vessato e torturato. Successivamente viene trasferito a Barcelona a chiuso al Montjuïc, dove viene fucilato la mattina del 15 ottobre 1940. Secondo le testimonianze di un ufficiale tedesco e di un militare franchista, Companys si presenta sereno al plotone d’esecuzione davanti al quale rifiuta la benda e grida “Visca Catalunya”! Prima però, come ricorda la sorella Ramona Companys, si toglie le scarpe per calcare fino all’ultimo momento la propria terra.

Nella lettera dal carcere, in parte riportata nel libro di Viusà e indirizzata alla moglie scrive: “Mi sento tranquillo e sereno. Ringrazio Dio … perché mi ha riservato una fine così fertile per Catalunya e per i miei ideali, che rivaluta la mia umile persona. Dunque non accettare né condoglianze né pianti. Tieni la testa ben alta. Affronterò la morte … serenamente. L’ultimo pensiero sarà per te, per i miei figli e per il grande amore per Catalunya”. È l’unico presidente di un governo democraticamente eletto ad essere fucilato nel corso della seconda guerra mondiale, destino che condivide con molti antifascisti e partigiani di tutta Europa.

 

 

La frittata sovversiva del consigliere comunale Joan Coma.

Il consigliere comunale di Vic Joan Coma, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione della sinistra radicale catalana, è stato arrestato il 27 dicembre e trasferito a Madrid davanti al tribunale dell’Audiència Nacional. È accusato di “incitamento alla sedizione”: nel corso di una seduta del consiglio comunale di Vic, riferendosi all’indipendenza di Catalunya e invitando alla disobbedienza civile ha detto “per fare la frittata, prima bisogna rompere le uova”. Il pubblico ministero ha ravvisato nell’allusione gli estremi del reato e avviato il procedimento che ha portato alla detenzione.

Il giudice dell’Audiència Nacional che ha disposto l’arresto è un ex ispettore della polizia franchista, Ismael Moreno, divenuto in seguito magistrato, testimonianza vivente della continuità degli apparati di potere statali. Fedele al suo ruolo, ha imputato al consigliere comunale un reato che non veniva contestato a un rappresentante democraticamente eletto dai cittadini dai tempi della dittatura. Nel corso della comparizione, il giudice ha domandato a Coma cosa  intendeva dire con uova, con frittata e con rompere, inscenando un momento degno del miglior surrealismo se non del più inquietante processo kafkiano. Il giorno seguente alla comparizione in tribunale, il consigliere di Vic è stato rilasciato in regime di libertà provvisoria (con la misura cautelare del ritiro del passaporto). Rischia fino ad 8 anni di prigione. L’avvocato del militante indipendentista, Benet Salellas, sottolinea che il giudice si sta avvalendo di “concetti giuridici franchisti, già strumenti della dittatura”, in particolare quando ravvisa un delitto contro la forma di governo, un reato incluso nel codice penale spagnolo del 1973.

La portavoce di Izquierda Unida al Parlamento Europeo, Marina Albiol, ha portato il caso davanti alla Commissione Europea, alla quale ha domandato se la detenzione del consigliere comunale, così come le misure giudiziarie contro diversi militanti dell’indipendentismo catalano (il sindaco di Berga, il Presidente Carme Forcadell e i cinque militanti recentemente accusati di aver bruciato la foto del re) rispettano la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In particolare Albiol domanda se gli arresti e le misure giudiziarie dei tribunali spagnoli violano l’art. 11 della Carta, dedicato alla libertà d’espressione.

Il giorno stesso dell’arresto del consigliere di Vic, la Candidatura d’Unitat Popular ha diffuso il  seguente manifesto:

“Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo: non un passo indietro.

Manifesto unitario di sostegno a Joan Coma.

In questo momento Libertà, Solidarietà e Democrazia non sono parole vuote né espressioni retoriche. A difesa della convivenza politica, Libertà, Solidarietà e Democrazia sono concetti pieni di vitalità, forza e unità: denunciano l’autoritarismo di uno stato che, condannando la libertà d’epressione politica dei consiglieri comunali in sede consiliare, pretende annullare la rappresentanza dei cittadini.

Joan Coma è libero di scegliere il cammino che ritiene più adeguato per difendere le proprie convinzioni, obbedendo alla propria coscienza e nel rispetto dell’impegno assunto democraticamente e per il quale è stato eletto. Per difendere la libertà e la democrazia altri possono scegliere strade diverse; troveranno ugualmente il nostro rispetto e la nostra solidarietà. La nostra solidarietà a tutti e a tutte porterà a una complicità ogni giorno più forte nella difesa delle libertà e della democrazia. Potranno attaccare i singoli ma, se avremo la capacità di continuare a costruirla, non potranno rompere questa complicità.

Ci auguriamo che chiunque si mobiliti a difesa della libertà d’espressione – e di tutte le libertà minacciate – possa sentirsi rappresentato da questo manifesto, indipendentemente dal suo pensiero político e dalla sua affiliazione a un partito. Vogliamo invece che questo manifesto risulti scomodo per quegli antidemocratici che vogliono inviare ai tribunali i rappresentanti dei cittadini e che negano si possa costruire il futuro di una Catalunya giusta secondo la volontà della sua popolazione.

Non cercate i nemici delle libertà e della democrazia nelle fila dei democratici, tra i quali non dobbiamo accusare nessuno. I contrari alle libertà e alla democrazia sono coloro che avvalendosi di tribunali trasformati in attori politici e di potere, non di giustizia, vogliono schiacciare  i nostri diritti e la rappresentanza del nostro popolo.

In questo momento vogliamo ricordare le parole di Joan Coma: “qualunque cosa accada, manteniamo la calma, pratichiamo la non violenza che abbiamo appreso dalla dsobbedienza civile pacifica e resistente e sorridiamo perché se sono capaci di comportarsi così, rispolverando tic inquisitori e misure eccezionali è perché sanno che democraticamente hanno già perso”.

Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo bensì tutti e tutte noi. Siamo al tuo fianco Joan, non ti lasceremo solo, solidarietà.

Solidarietà a tutte e a tutti quelli che  la giustizia trasforma in questo momento in perseguitati politici. Siamo con voi, non camminerete soli. E solidarietà anche per noi che difendiamo le libertà e la democrazia. Camminando a fianco non ci troveremo mai soli.

Joan libero! Ti vogliamo a casa e al Comune di Vic a rappresentare chi ti ha scelto democraticamente.

Visca le libertà, Catalunya e i Països Catalans.”

Vic, 27 dicembre 2016”

Un Parlamento disobbediente.

Il 16 dicembre la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha dovuo presentarsi davanti al giudici del Tribunal Suprem de Justicia de Catalunya per aver consentito un dibattito sull’indipendenza in aula e permesso la votazione del documento conclusivo della commissione parlamentare sul processo costituente malgrado il divieto espresso dal Tribunale Costituzionale spagnolo. L’accusa è disobbedienza.

Per questo rischia di essere rimossa dal proprio incarico istituzionale. Ma la solidarietà delle istituzioni e del popolo catalano alla propria presidente sembra più che mai incondizionata. Centinaia di sindaci hanno sottoscritto un documento in sostegno a Forcadell dandone lettura nelle piazze: a Barcelona (che non ha ancora aderito all’associazione dei municipi per l’indipendenza) il documento unitario è stato letto da Ada Colau.

Accompagnata da circa 500 sindaci e da centinaia di cittadini, Forcadell ha percorso in corteo la distanza che separa il Parlamento dal Tribunale, davanti al quale i manifestanti si sono fermati dietro una grande scritta che recitava semplicemente democrazia.

La presidente non ha risposto alle domande del giudice bensì solo a quelle del proprio avvocato. Davanti ai giornalisti ha sostenuto più tardi che ciò che è in gioco non è il proprio futuro politico ma la democrazia e la libertà d’espressione. Constatata la volontà indipendentista emersa dal Parlamento catalano, Forcadell ha rifiutato di autocensurarsi: “non possiamo aprire la porta alla censura perché non potremmo più chiuderla” ed ha affermato che “nessun tribunale può impedire che il Parlamento dibatta sull’indipendenza”. In relazione alla votazione per la quale è indagata ha anche affermato che “si trattava di una procedura legale rispetto alla quale agire diversamente avrebbe significato violare il regolamento parlamentare”.

Per Forcadell la propria comparizione davanti al tribunale palesa la strategia dello stato spagnolo volta a utilizzare il potere giudiziario per sopprimere il diritto a dibattere liberamente nel Parlamento regionale e ad evitare un confronto politico sul tema della Repubblica catalana. Secondo Mireia Boya, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la sinistra radicale catalana, la vicenda dimostra che “il processo costituente è cominciato e che la costituzione spagnola è già carta straccia”.

Invece di accordare un referendum sull’indipendenza, i partiti che governano la Spagna (PP  sostenuto del Psoe, a braccetto come nell’eurocamera) sembrano aver scelto la via della repressione giudiziaria, affidando ai tribunali la facoltà di decidere quale discussione ammettere e quale rifiutare nel Parlamento catalano, nell’intento di deciderne di fatto l’ordine del giorno.

Di seguito il documento unitario redatto dall’Assemblea dei Municipi per l’Indipendenza (associazione che raggruppa più di 700 municipi, sul totale dei 947 di tutta Catalunya):

 

Siamo tutti il Parlamento

“Scendiamo di nuovo in piazza per esprimere la nostra ferma volontà e l’impegno irremovibile per la difesa  delle istituzioni democratiche e dei principi che le sostengono.  Agiamo nella convinzione della validità del punto fondamentale accolto nella Dichiarazione sulla sovranità e il diritto a decidere del popolo di Catalunya, approvato dal Parlamento il 23 gennaio del 2013, che proclama che “il popolo di Catalunya possiede, in virtù del principio di legittimità democratica, il carattere di soggetto politico e sovrano”. Denunciamo la incapacità e la mancanza di volontà del Governo spagnolo per risolvere democraticamente un problema politico. La via giudiziaria alla politica ha impoverito e manomesso irrimediabilmente alcuni dei fondamenti del sistema democratico.

Esprimiamo il nostro sostegno a tutti i rappresentanti eletti e alle cariche istituzionali che sono minacciate dalla Fiscalia General e dall’Advocacia de l’Estat, in più di 400 procedimenti giudiziari, per aver legittimamente esercitato le funzioni di rappresentanza popolare conferitegli dalle urne. Utilizzare i tribunali per impedire il dibattito politico in Parlamento e criminalizzare i rappresentanti del popolo che, esercitando il mandato ricevuto dalle urne, promuovono questo dibattito, è improprio di un sistema democratico, attenta contro il pluralismo politico e diviene di conseguenza inaccettabile per ogni democratico.

Chi non ha ottenuto dalle urne il sostegno della maggioranza non può imporre il silenzio alle nostre istituzioni, minacciando di inabilitare i rappresentanti eletti e le cariche istituzionali. Le pressioni volte a limitare l’azione dei nostri rappresentanti sono il tentativo di silenziare tutto un popolo. Per questo consideriamo che se la Presidente Carme Forcadell finirà per essere processata, un intero popolo sarà processato con lei. Come democratici esigiamo ai governanti dello stato spagnolo che smettano di utilizzare i tribunali per un compito che in democrazia gli è improprio. Gli invitiamo ad abbandonare una volta per tutte la via giudiziaria alla politica. Gli invitiamo a rispettare e a partecipare al dibattito che nasce dalla volontà del popolo di Catalunya, espressa in numerose occasioni, in maniera legittima e democratica, in piazza e nelle urne.

Siamo convinti che il referendum è la soluzione che riscuote il  maggior consenso nei sistemi democratici avanzati per prendere le grandi decisioni riguardi al futuro. Il dialogo è stato sempre la nostra bandiera e non l’abbandoneremo adesso. Di fronte a chi parla di dialogo ma mantiene la via giudiziaria come unica modalità della propria azione politica, come democratici riaffermiamo la volontà di dialogo, nel rispetto delle maggioranze nate dalle urne, che formano, danno significato e legittimità al Parlamento e ai consigli comunali. Ci impegnamo a difendere con coraggio la democrazia, le nostre istituzioni e i nostri rappresentanti. E in questa difesa saremo irremovibili. No alla via giudiziaria per la politica! Si alla difesa della democrazia, delle istituzioni e dei legittimi rappresentanti del popolo! Tutti con Carme Forcadell, Presidente del Parlamento di Catalunya!”

Assemblea Nacional Catalana, Òmnium, Associació Catalana de Municipis, Associació de Municipis per la Independència

Bandiere.

26 novembre 2016, Gràcia, Barcelona: accanto a l’estelada, la bandiera rossa a lutto per Fidel Castro.

Un longevo opuscolo di Rovira i Virgili.

Nel 1916 il giovane tarragonino Antoni Rovira i Virgili pubblica Il Nazionalismo, opera con la quale comincia una riflessione sul tema destinata a protrarsi e approfondirsi nel corso di tutto il suo percorso politico e culturale. All’epoca collaboratore del servizio stampa della  Mancomunitat de Catalunya, l’autore definisce nell’opuscolo il proprio concetto di nazione e reclama l’attenzione sopra il suo popolo, dando alle stampe un libro che, pur esaurito in poche settimane a causa della ridotta edizione curata da La Revista e perciò scarsamente diffuso, risulta contenere opinioni e osservazioni destinate a vivere a lungo.

Il tema nazionale è all’ordine del giorno: la guerra scatenata dalle potenze imperialiste è in pieno svolgimento mentre in Catalunya la Mancomunitat, embrionale organo di autogoverno da poco istituito, sperimenta un importante compito di politica culturale e di intervento pubblico. Ma nel 1923 la Mancomunitat viene abolita dal generale Primo de Rivera, alla testa di una dittatura che oltre alla repressione sociale e al rinnovato impegno coloniale si caratterizza per un forte anticatalanismo. Rovira i Virgili non si perde d’animo e si imbarca nell’impresa della Revista de Catalunya ma è solo più tardi, con il nuovo scenario aperto dalla seconda repubblica (1931), che si presenta l’occasione di ripubblicare il lavoro del 1916. La nuova edizione esce al principio del 1932 per la casa editrice Barcino di Barcelona, con alcune revisioni ma soprattutto con un titolo diferente: “ho sostituito il titolo Il Nazionalismo con Il principio delle nazionalità perché da tempo la parola nazionalismo si è fortemente caratterizzata nell’accezione di sciovinismo, imperialismo ed egoísmo nazionale”.

L’autore si mostra ben consapevole delle due facce che può assumere il concetto di nazione, a seconda del contesto storico strumento di emancipazione dal dominio degli imperi o al contrario arma per l’asservimento dei popoli. In questo senso sottolinea che la nascita del concetto di nazionalismo, nel corso del XIX secolo, avviene sotto il segno rivendicativo dei popoli oppressi (è il caso dei cechi, degli irlandesi, dei greci opposti ai vecchi imperi). Oggi però secondo Rovira i Virgili: “ovunque ci si riferisce al nazionalismo francese, tedesco, italiano, polacco o serbo per indicare sentimenti e principi che non solo sono differenti bensì diametralmente opposti a quelli che proclamano il diritto dei popoli alla libertà”.

Il giovane intellettuale sottolinea chiaramente la duplicità del concetto di nazionalismo, mostrandone da un lato la faccia autoritaria, antidemocratica fino al razzismo, dall’altro il volto che invita all’emancipazione, al rispetto e alla pace tra i popoli. È la rivoluzione francese che secondo l’autore, proclamando i principi di libertà, favorisce inizialmente lo sviluppo della rivendicazione nazionale. Nonostante il centralismo giacobino “tutti o quasi tutti i popoli oppressi trovarono nelle idee rivoluzionarie lo strumento per combattere i tiranni”. Di più, secondo Rovira i Virgili il segno político della rivoluzione e persino dell’impero napoleonico, “il principio che la rivoluzione portava nelle proprie viscere era essenzialmente favorevole al principio delle nazionalità”. Perché “gli uomini della rivoluzione credevano che la dominazione dei popoli si equivaleva alla schiavitù degli uomini”.

Il contributo del giovane tarragonino al catalanismo di quegli anni si connota fin dall’inizio come democratico e radicalmente antiassolutista, presentando già i germi del movimento di liberazione nazionale, per l’indipendenza del proprio paese dall’impero. Come nel caso di Cuba, del Marocco, delle Filippine, di buona parte del centro e sud america, a lungo colonie spagnole.

In particolare in Il principio delle nazionalità troviamo una interessante riflessione sugli elementi costitutivi della nazione: “tra tutti gli elementi che formano la nazionalità è la lingua il più potente, il più influente, il più decisivo”. Siamo evidentemente lontani dal principio di nazionalità basata sul sangue e la terra: “è ben noto e assodato che non esistono razze pure, che tutti i popoli sono formati dalla miscela e incrocio di razze e che in un popolo si possono distinguere una moltitudine di tipi antropologici”. Se la diversità e la convivenza non preoccupano minimamente l’autore, al contrario “la perdita della lingua propria è un pericolo gravissimo per la sopravvivenza della nazionalità”. Altrettanto significativo è l’elemento della coscienza politica, rispetto al quale Rovira i Virgili si mostra categorico: “senza la coscienza nazionale il territorio è un paesaggio, la storia un fantasma, il diritto una routine e la lingua una varietà fonetica”.

Nel pensiero político dell’autore il dato della realtà nazionale di un popolo prevale sulla legge, sullo status quo e sull’ordinamento internazionale: costituisce una nazionalità ogni “popolo con carattere nazionale. Tanto se si è organizzato in uno stato proprio come se non lo ha fatto. Indipendentemente dal fatto che la propria personalità sia riconosciuta o no”. La vera condizione discriminante non è il riconoscimento esterno o la costruzione di istituzioni proprie quanto la coscienza di essere un soggetto politico.

Detto ciò l’autore è consapevole della varietà dei casi storici concreti, dai popoli che hanno perso quasi completamente l’uso della loro lingua ma non la combattività politica e la coscienza di sé (è il caso degli irlandesi) a quelli privi di unità linguistica (i finlandesi). Dai popoli il cui carattere nazionale è incerto o in formazione alle nazioni decadute. “La Slovacchia è una nazione o una regione della Boemia? La Slovenia è una nazione o una regione serbo-croata? L’Ucraina è una nazione o semplicemente una regione della Russia?” Davanti a queste contraddizioni lo studioso risponde con il pragmatismo: “La vita sociale è troppo complessa perché possa entrare tutta dentro degli stampi generali. I principi politici, e specialmente il principio di cui stiamo parlando è diciamo così una figura geometrica regolare, dalle linee simmetriche e gli angoli uguali. E i fatti reali presentano invece una irregolarità ricchissima e variegata”.

Ma la formula politica che propone per le nazionalità è ben definita. “Ogni nazione ha diritto a costituire uno stato indipendente o autonomo” intendendo nel secondo caso una piena autonomia. Lo stato nazionale può formare con un altro stato un organismo federale e conservare allo stesso tempo la propria sovranità. Il rischio più grande è però un regime federale di carattere regionalista nel quale la nazionalità sia inibita. “Un popolo che ha perduto la propria anima, che vive con l’anima di un altro popolo senza essersi fuso con quest’ultimo, costituisce un tragico caso di decadenza”. In definitiva è lo stato proprio lo strumento di maggiore garanzia per l’emancipazione nazionale e per lo sviluppo di un popolo.

Nonostante Il principio delle nazionalità non escluda a priori soluzioni organizzative sovranazionali e federali, sempre che siano espressione della volontà dei popoli, alcuni degli aspetti più significativi dell’opuscolo sembrano essersi sedimentati nel catalanismo odierno, che riconosce nazionalismi di segno differente e che si declina come movimento per l’indipendenza; che attribuisce grande importanza alla difesa della lingua e chiede di poter esprimere la propria volontà attraverso un referendum finora mai concesso dai governi spagnoli. Senza perdere di vista lo scenario internazionale e senza dimenticare la conclusione dell’autore secondo il quale “il vero internazionalismo è sovranazionale, non anti nazionale”.

Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans.

I Països Catalans non sono riportati dagli atlanti geografici né compresi nella lista degli stati riconosciuti dall’ONU però rappresentano una realtà storico-culturale e allo stesso tempo un progetto político ben radicato nei territori di lingua catalana. Tanto che Joan-Lluís Lluís ne ha composto un dizionario di luoghi immaginari: città, villaggi, isole, monasteri, montagne e località sperdute che esistono solo nell’invenzione letteraria ma che allo stesso tempo fanno inequivocabilmente parte dei Països Catalans.

Un dizionario di luoghi immaginari per un paese che non esiste come entità statale ma in grado di disegnare una mappa sorprendente: 627 luoghi descritti da 380 scrittori (non solo catalani bensì spagnoli, francesi, inglesi e tedeschi) formano una geografia catalana virtuale ma non per questo meno interessante. Nel presentarli in scrupoloso ordine alfabetico l’autore ne fornisce soltanto le informazioni che si possono ricavare dalla lettura dei testi corrispondenti, senza aggiungere altri dati, anche e soprattutto nei casi in cui sono evidenti le somiglianze con una città o una località reale che può essere individuata più o meno facilmente. Indovinare se il luogo in questione è davvero immaginario o al contrario nasconde un paesaggio conosciuto è un divertente e implicito esercizio offerto al lettore. Ma oltre allo svago il dizionario consente una vera e propria immersione nella cultura del paese, rivelandone tic caratteristici accanto ad altri poco noti, ripassando la tradizione popolare e lasciando emergere la capacità di mettersi in scena e di raccontarsi di un popolo ancora senza stato.

Nato a Perpinyà nel 1963, Joan-Lluís Lluís è autore di diversi racconti tra cui El dia de l’ós, Aiguafang, Les cròniques del déu coix che gli hanno valso il costante riconoscimento della critica e ne hanno fatto un esponente tra i più in vista nella cerchia degli autori nati in Francia ma che scrivono in català. Nell’introduzione a Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans, edito nel 2006 da La Magrana, l’autore ne riassume la genesi: quando nel 1998 si trasferisce a Terrats, un villaggio del Rosselló, viene a conoscenza di un proverbio locale che ricorda Mirmanda, una città leggendaria, già ricca e fiorente ben prima della fondazione di Barcelona, che sarebbe sorta nei dintorni. Incuriosito dalla credenza diffusa tra i vignaioli e gli abitanti del villaggio, Joan-Lluís Lluís si mette alla ricerca di notizie finché trova la buona pista: Mirmanda compare nientemeno che in Canigó, il poema scritto da Jacint Verdaguer nel 1886 e assunto a uno dei simboli della cultura catalana e del rinascimento letterario del paese. Nell’opera la città, costruita da alcuni giganti e arricchita da un colossale palazzo reale, è abitata da streghe e fate governate da una Regina. Visibile solo repentinamente quando il viandante si trova già alle sue porte, Mirmanda custodisce un tesoro: uno specchio che ha il potere di far innamorare chiunque vi getti lo sguardo. La curiosità per la città mitica, assieme all’esame dei testi letterari su Perpinyà svolto in quel periodo, portano l’autore ad allargare la propria ricerca fino a proporsi la stesura di un dizionario.

Da Acrollam, la prima voce della raccolta, alla Zona Extralimitada, ultimo luogo preso in rassegna, ci si imbatte in una caleidoscopica successione di angoli geografici e letterari. Al centro dell’urbanizzazione Konsum si trova l’Hotel Confort, una struttura alberghiera dove si persegue la robotizzazione del personale, invitato a mettere da parte la propria coscienza ed agire come una macchina calcolatrice, rispettando il silenzio (primo articolo del regolamento) e obbedendo ciecamente agli ordini (articolo numero due). La inflessibile disciplina dell’hotel, descritta da Joana Raspall in Konsum S.A. (1978), fa acqua perché una rivolta dei lavoratori ne mette in pericolo la stessa esistenza.

Tappa imprescindibile nello straniante viaggio attraverso i Països Catalans letterari è l’Isola di Giuda, descritta nel 1950 da Joan Amades in Rondallística (Folklore de Catalunya vol.I). Dalle ridotte dimensioni, l’isola va e viene secondo un moto interno indecifrabile, navigando ininterrottamente e apparendo all’improvviso in questo o quell’angolo del mare aperto. La sua funzione consiste nel lasciare a Giuda la possibilità di uscire dall’inferno per 24 ore, respirando aria pura e rigenerante. L’isola compare il sabato a mezzanotte in punto, accompagnata sempre dal bel tempo. Si riconosce facilmente perché Giuda vi si aggira solo, alto come un gigante, tutto nudo e ricoperto interamente di pelo. I marinai che vi si imbattono hanno la fortuna di poter ascoltare direttamente dalla sua voce le cattive azioni del discepolo traditore, che non si fa pregare per dispiegare la propria capacità affabulatoria.

La stessa qualità non manca agli abitanti della Torre de Verbàlia, un’alta struttura circondata da scale disegnate da Escher, che ospita un ascensore in perenne movimento. All’interno dell’angusta cabina vivono sette personaggi, ciascuno dei quali è contemporaneamente uomo e donna ma che si distinguono per la loro specialità: si tratta di un o una artista, un o una enigmista, uno scrittore o una scrittrice, un giocatore o una giocatrice, un mistico o una mistica, un pedagogo o una pedagogga, un o una giornalista. Secondo quanto scrive Màrius Serra nel suo Verbàlia (2000), nel corso del loro andirivieni verticale i sette si dedicano a modellare, stravolgere, rovesciare e fondere il linguaggio allo scopo di farne un gioco, la ludolinguistica, trasformandolo contemporaneamente nel loro alimento primario.

Non tutti i luoghi descritti nel dizionario sono modelli di collaborazione pacifica: a Clotdecuc il governo ha deciso di espropriare gli abitanti e sommergere il paese per costruire un enorme bacino. In Hora foscant a la ribera (1991) Josep Espunyes narra che i cittadini sembrano rassegnati a lasciare le loro case e alla sparizione del paese e dei luoghi che gli hanno accompagnati per tutta la vita ma appena cominciano i lavori per la realizzazione del progetto si verificano degli attentati dinamitardi che palesano la presenza di alcuni ribelli. I caffè del paese si trasformano in altrettante agorà dove si dibattono le ragioni degli uni e degli altri finché il movimento di protesta cresce tanto da riuscire a bloccare la realizzazione dei lavori e, nonostante l’intervento della polizia, salvare il paese dall’inondazione. Impossibile non pensare ad un gemellaggio, certamente immaginario, tra Clotdecuc e la Val di Susa difesa dai NO TAV e dal sabotatore Erri De Luca.

La popolazione discute con fervore anche a Binialutx, un piccolo paese di un’isola non identificata dove prima della guerra civile ogni partito politico aveva il proprio caffè. La portata della tradizione repubblicana locale non sfugge ai governanti del nuovo regime che dopo il 1939 vi inviano un reparto di guardie e di falangisti, senza immaginare le difficoltà che vi avrebbero incontrato, almeno secondo il racconto di Antoni-Lluc Ferrer Adéu, turons, adéu (1982).

La sensazione che il paese, sia pure fantastico, non sia facile da governare, viene rafforzata dalla lettura di Gori di J. N. Santaeulàlia (1990): a Vilauba, nella Catalunya pre-pirenaica, cominciano a concentrarsi alcuni giovani che rifiutano radicalmente il modello di vita basato sul consumo e sul lavoro. I cosiddetti cavernicoli si accampano in montagna nei dintorni della Grotta dell’Orso e cominciano ad esercitare una forte attrazione sui coetanei, espandendosi tanto da indurre il governo a dichiarare lo stato d’assedio in tutta la regione. Ma una parte dei giovani riesce ad installarsi dall’altro lato dei Pirenei e diffondere a poco a poco il proprio messaggio in tutta Europa.

Un eremita solitario stabilitosi in una casa di legno, sulla cima delle montagne attorno al villaggio di Rialda, è invece il protagonista di Només el miratge (1956) di Fèlix Cucurull. Se si eccettua la vicenda di alcuni repubblicani che avevano dovuto esiliarsi attraversando la vicina frontiera con la Francia, secondo l’autore il paese aveva trascorso gli anni del dopoguerra nella più monotona tranquillità. Finché compare un eremita avvolto dal mistero a incuriosire gli abitanti.

Benaura è un paese raso al suolo da un attacco extraterrestre nel corso del quale sopravvivono solo Dídac, un bambino di origine africana e Alba, una ragazza di qualche anno più grande. La vicenda è narrata da Manuel De Pedrolo in Mecanoscrit del segon origen (1974) del quale esiste la traduzione italiana di Patrizio Rigobon (Seconda origene, Atmosphere, 2011). Dopo aver constatato la dimensione apocalittica della distruzione, che non ha risparmiato le città vicine e dopo aver verificato l’assenza di superstiti, i due giovani cominciano a costruire un rifugio che assomigli a una casa e a guardare al loro futuro in una prospettiva diversa. Soli sulla faccia della Terra, si accorgono che le attività più banali così come come studiare la storia, apprendere alcuni rudimenti di medicina, cucinare o divertirsi, si rivelano allo stesso tempo più complicate e più autentiche.

Qualsiasi rassegna parziale dei luoghi immaginari sembra un’approssimazione tutt’altro che esaustiva al lavoro di Joan-Lluís Lluís, perché il dizionario è un’autentica e pressoché inesauribile miniera di curiosità letterarie, notizie, scoperte e spunti di ricerca, oltre che una straordinaria testimonianza della passione dell’autore per la letteratura e per i Països Catalans. Ed è soprattutto, come dichiara esplicitamente lo scrittore “un modo perché questo paese, il mio, sia giustamente un po’ più reale”.

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