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L’impronta di Gramsci nei Països Catalans.

La lenta diffusione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans, ricostruita nell’opera collettiva El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster (El Jonc editore) rappresenta una tappa suggestiva della parabola internazionale compiuta dal nemico pubblico numero uno del regime fascista. “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni” aveva concluso il pubblico ministero davanti al Tribunale Speciale. Così la pubblicazione della potente e originale versione del marxismo di Gramsci si rende possibile solo nel dopoguerra. Al di là dei Pirenei però, la censura si prolunga negli anni.

Lo scritto di Giaime Pala Gramsci a Catalunya, contenuto nel volume in questione, si sviluppa a partire da una constatazione preliminare e indispensabile per mettere a fuoco correttamente il tema: “l’impossibilità di pubblicare o accedere a testi marxisti durante una buona parte della dittatura del generale Francisco Franco”. Dedito allo studio del movimento comunista e antifranchista a Catalunya e in Spagna, Pala afferma che dopo la guerra civile i militanti antifascisti si vedono costretti a studiare il marxismo sui testi dei detrattori del pensatore di Treviri, la cui diffusione è invece largamente agevolata dal regime. Ancora negli anni ’50 l’unica possibilità di entrare direttamente a contatto con gli autori marxisti è rappresentata dalla conoscenza di una lingua straniera nella quale leggere le traduzioni dei classici.

Nonostante il pensiero gramsciano fosse conosciuto nelle cellule del PSUC, dove era oggetto di dibattito da anni, è solo nel 1967 che la rivista del partito Nou Horitzons (numero 11 e 12) ospita due saggi dedicati a Gramsci: quello di Josep Fontana e quello di Manuel Sacristán, che a giudizio di Pala rappresenta la prima rigorosa ricostruzione filosofica del pensiero dell’intellettuale sardo apparsa nello stato spagnolo. Fino a quel momento i lettori potevano contare soltanto su una antologia dei Quaderni dal carcere curata e tradotta da Jordi Solé Tura e apparsa nel 1966 con il titolo Cultura i literatura. Non bisogna dimenticare però, sottolinea Pala, l’opera della celebre ispanista Giulia Adinolfi, proveniente dalle fila del PCI e arrivata a Barcelona a metà degli anni ’50. È lei che avvicina Sacristán a Gramsci: in seguito a questa influenza infatti, Sacristán scrive una prima traccia biografica dell’ex leader dei comunisti italiani, inserita nel supplemento del 1957/’58 dell’Enciclopedia Espasa e uscita però nell’indifferenza generale solo nel 1961.

Nel fatidico 1968 Solé Tura edita una versione in català delle Noterelle sulla politica del Machiavelli, seguite due anni dopo da un’antologia dei Quaderni di stampo più filosofico. Secondo la ricostruzione di Pala però il punto di svolta nella diffusione del pensiero di Gramsci è rappresentato dalla robusta Antología curata da Sacristán e pubblicata in castigliano in Messico, per le edizioni Siglo XXI, nel 1970. A partire da questo momento secondo Pala, le pubblicazioni e le traduzioni dell’intellettuale imprigionato dal fascismo si fanno sempre più frequenti, addirittura disordinate e caotiche, anche a causa dell’incapacità dell’Istituto Gramsci “di articolare una politica editoriale intelligente per la Spagna”, come denuncia la ricercatrice Fiamma Lussana.

L’altro canale fondamentale per la ricezione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans è rappresentato daIl’opera di Joan Fuster, l’intellettuale del dopoguerra più importante del País Valencià. Nel capitolo Gramsci en Fuster, Jaume Lloret i Carlos Noguera scrivono che è attraverso la corrispondenza con i catalani in esilio, i libri riportati dagli amici che viaggiano all’estero e soprattutto grazie alll’amicizia con il cantautore Raimon (la cui compagna Annalisa Corti milita nel PCI) che Fuster entra in contatto con Gramsci. Lloret e Noguera sottolineano l’importanza del pensatore sardo per la riflessione fusteriana: da un lato evidenziandone le numerose tracce contenute in Nosaltres, els valencians (1962), dall’altro collegando l’attitudine più generale di Fuster, sintetizzata dalla frase “Non ho altro merito che quello di essermi appassionato fino all’ossessione alla vita e al destino del mio popolo”, alla impossibilità gramsciana di fare storia politica senza passione e senza un legame tra intellettuale e popolo.

Per il pensatore originario di Sueca, impegnato nello studio dell’identità del País Valencià e nella ricostruzione dell’unità storica, culturale e politica dei Països Catalans, Gramsci esercita uno speciale interesse: temi quali la storica frammentazione degli stati italiani, il ruolo svolto dagli intellettuali nel risorgimento, il processo unitario, evocano agli occhi di Fuster un parallelismo con le vicende del País Valencià, il cui futuro “è nelle mani del popolo e legato ai settori subalterni e strumentali che sono precisamente i più alienati dal fascismo. Perciò il socialismo valenciano non sarà sempre marxista, o marxiano, bensì istintivamente popolare, come sperava Gramsci”. Fuster, che non si definisce marxista, fa servire i concetti gramsciani per la propria analisi e ammette apertamente “la simpatia che ci ispirava il signor Gramsci. Un uomo che veniva da un mondo somigliante a quello valenciano, che aveva constatato che la gente delle campagne non entrava nello schema di Marx e che aveva cercato di non scartare le masse contadine”. “Essere marxista non è per niente facile” afferma Fuster, invitando contemporaneamente alla lettura di Gramsci: le “nostre disgrazie, prevalentemente rurali, erano curate da preti e frati da un lato e da improbabili anarchici dall’altro. Gramsci, che ha vissuto in un mondo simile al nostro, insinua formule teoriche più adeguate. E non solamente teoriche. Leggete Gramsci. È un consiglio”.

Lloret e Noguera ricordano inoltre che il primo testo di Gramsci apparso nello stato spagnolo è un articolo in castigliano pubblicato nel 1922 da La Batalla (num.2), una rivista comunista di Barcelona e si mostrano inclini a stemperare l’importanza dell’antologia pubblicata da Solé Tura nel 1966, ricordando anche le considerazioni di Ricard Vinyes secondo il quale la “identificazione meccanica, così abituale, tra traduzione e introduzione è precipitata e vuota”.

Come accade spesso ai classici, anche Gramsci viene riletto in funzione delle necessità politiche del momento: Giaime Pala osserva che nel corso degli anni ’70 il PCE, attratto dalla politica di Berlinguer, si avvicina sempre più alle tesi del PCI fino alla condivisione del progetto dell’eurocomunismo, cercando una legittimazione teorica anche nella reinterpretazione degli scritti di Gramsci. Pala cita molte opere che si inseriscono in questo filone, ben rappresentato dal dossier realizzato nel 1977 dalla rivista Taula de Canvi che, traducendo un dibattito apparso su Mondoperaio e Rinascita attorno alle opzioni teoriche di comunisti e socialisti italiani, fa servire la rilettura di Gramsci per sostenere l’abbandono del leninismo e il definitivo approdo liberaldemocratico del PCE. Nello stesso anno la rivista Materiales, sorta attorno all’opera di Sacristán e animata da giovani usciti dal PSUC, o critici con la dirigenza del partito, denuncia l’uso strumentale di Gramsci che si va diffondendo in Europa sottolinando che “tra le più recenti pubblicazioni su Gramsci non mancano quelle di chi, credendo di parlare di Gramsci, parla in realtà della politica attuale del PCI”. La lettura decontestualizzata del classico Gramsci però, non si circoscrive agli anni ’70 ma ricorre ancora oggi: secondo Pala il concetto di egemonia è “lontano dall’essere una battaglia per l’articolazione della narrazione egemonica (come propone Iñigo Errejon, secondo una visione di Gramsci filtrata per il postmarxista Ernesto Laclau)”. A dispetto delle finalità più o meno contingenti, le letture odierne testimoniano una volta di più la vitalità dell’universo concettuale gramsciano.

Il volume El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster disegna un’accurata mappa catalana del pensiero di Gramsci, un autore consacrato come un classico che, nelle parole di Sacristán (ricordate a guisa di conclusione da Pala) “ha diritto a non essere mai alla moda e ad essere letto sempre”. E interessante risulta anche la riflessione attorno al peso specifico dei concetti gramsciani (subalternità, egemonia, nazional-popolare…) nell’elaborazione di Fuster e nella sua proposta culturale e soprattutto politica dei Països Catalans, per la quale l’influenza di Gramsci, sebbene indiretta, sembra meritevole di essere ancora studiata e ulteriormente approfondita.

Per informazioni sul volume: http://www.eljonc.com/home_cataleg.htm

 

 

 

 

Quindici volte in carcere e una condanna a morte: Lluís Companys.

Tra le biografie di Lluís Companys, merita soffermarsi su quella scritta dal pittore Manuel Viusà, militante antifranchista, pubblicata dall’editore La Magrana nel 1977. All’epoca l’autore si trovava ancora a Parigi, dove aveva trovato riparo nel 1952 e dove viveva in una casa trasformata in un vero e proprio “consolato” catalano aperto ai concittadini esiliati e agli oppositori del regime. La corrispondenza con l’editore era complicata dalla condizione di rifugiato politico di Viusà che firmava le proprie lettere con uno pseudonimo e le spediva da Andorra. Il libro non ebbe ampia diffusione (raggiunse solo 2000 copie), né poté portare all’attenzione del grande pubblico la vita di Companys, come si proponeva Viusà. Nelle condizioni dell’epoca, l’edizione di La Magrana era però un risultato indubbiamente positivo. La Biografia popular de Lluís Companys si basava infatti su un testo precedente, scritto a Parigi nel 1965, che aveva avuto vita ancora più difficile: per introdurlo in Spagna i militanti del Front Nacional de Catalunya avevano dovuto fingersi escursionisti e fare numerosi viaggi, riuscendo a portare clandestinamente oltre i Pirenei un migliaio di copie nascoste negli zaini.

Le difficoltà dovute alla persecuzione politica accompagnano Viusà per tutta la vita: volontario repubblicano destinato al fronte d’Aragó, viene fatto prigioniero da una delle divisioni italiane inviate da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo e internato in un campo di prigionia. Una volta liberato si unisce al Front Nacional de Catalunya e partecipa a numerose attività clandestine, in particolare falsificando i documenti necessari all’espatrio degli sconfitti della guerra civile e stampando materiale di propaganda. Nel 1979 viene accusato dalla polizia spagnola di aver fatto parte di un’organizzazione terrorista ma i tribunali francesi negano la sua estradizione. Stabilitosi ad Andorra, dove si dedica alla pittura, muore in esilio a Parigi nel 1998.

Seguendo il percorso di Companys, Viusà ripercorre contemporaneamente un’epopea popolare che segna fortemente la prima metà del novecento iberico. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale catalana, Companys rinuncia al “de” aristocratico, completa gli studi universitari, fonda un’associazione di studenti repubblicani e  dopo aver scartato la possibilità di lavorare nel ben avviato studio dello zio, specialista in diritto amministrativo, comincia la propria carriera di avvocato dei lavoratori e dei militanti operai. La sua scelta di campo è già  avvenuta. Dopo la chiusura del Cucut e la repressione militare si impegna nella campagna elettorale del 1907 a sostegno di Solidaritat Catalana. Due anni più tardi prende parte al movimento che si oppone alla guerra coloniale in Marocco: l’agitazione culmina nello sciopero generale del 26 luglio in seguito alla quale Companys ingressa per la prima volta alla prigione. In un primo periodo sotto la monarchia e in seguito in regime repubblicano, varca quindici volte la soglia del carcere.

Nel 1910 entra nella Unió Federal Nacionalista Republicana, passa al Partit Republicà Reformista e nel 1917 approda infine al Partit Republicà Català, per il quale redige il giornale La Lucha (scritto in castigliano ma con articoli in català). Nel 1918 l’attività catalanista e repubblicana, che svolge come eletto all’Ajuntament di Barcelona, gli vale un mese di detenzione che trascorre tra la Model e la nave prigione Alvaro de Bazán. Quando esce dal carcere la situazione sociale è esplosiva: accanto ai consueti metodi repressivi, i padroni hanno cominciato ad assoldare sicari di professione che attentano alla vita dei principali capi sindacali e militanti operai. È il periodo del pistolerismo. Companys si dedica alla difesa dei sindacalisti, mentre i lavoratori si organizzano a loro volta in gruppi armati. Di nuovo arrestato, apprende in cella la notizia dell’assassinio dell’amico e leader della sinistra catalana Francesc Layret, compiuto dai sicari padronali. Alle elezioni del 1920 il Partit Republicà Català lo presenta nel collegio che era stato di Layret: eletto deputato, Companys esce dalla prigione e inizia una campagna di denuncia delle responsabilità della polizia e del governo nei fatti del pistolerismo.

Negli anni successivi si dedica a organizzare i lavoratori rurali: nel 1922 contribuisce a fondare l’Unó de Rebassaire, nata dalla fusione di diverse cooperative e associazioni contadine e ne dirige il giornale La Terra. L’anno seguente è segnato dall’uccisione di Salvador Seguí (leader della CNT) ad opera della manovalanza armata padronale e dal colpo di stato del generale Primo de Rivera che, con la benedizione della monarchia, prende tutti i poteri. La manovra risponde a due obbiettivi: da un lato la repressione aperta del movimento operaio, dall’altro la lotta contro le rivendicazioni nazionali dei popoli periferici. Cinque giorni dopo il colpo di stato, viene pubblicato il decreto con il quale si proibisce la senyera (la storica bandiera catalana), si marginalizza la lingua, si chiudono le scuole, si destituiscono i professori e i consigli comunali. Qualche settimana più tardi, il regime abolisce anche la Mancomunitat de Catalunya, che aveva rappresentato un embrione di autogoverno catalano. All’inizio del 1925, in seguito all’attentato contro Rogelio Pérez, il boia di Barcelona, Companys viene di nuovo incarcerato. Negli anni seguenti si susseguono i complotti contro la dittatura, il più noto dei quali è quello di Prats de Molló organizzato nel 1926 da Francesc Macià, fondatore di Estat Català; o quello del 1928 al quale partecipa anche Companys e che si basa sulla collaborazone con alcuni ufficiali dell’esercito, ma che fallisce.

Il 29 gennaio 1930 Primo de Rivera restituisce i pieni poteri al re, Alfonso XIII, che si rivolge ancora ai militari finché l’anno successivo si decide a convocare nuove elezioni. Venticinque giorni prima della consulta popolare, alcuni gruppi della sinistra catalana tra cui Estat Català e il Partit Republicà Català, si uniscono per dar vita a Esquerra Republicana de Catalunya. Il 12 aprile 1931 il nuovo partito ottiene un’affermazione elettorale insperata, mentre il voto anti monarchico si afferma in tutto lo stato. La mattina del 14 aprile Companys, forte della vittoria delle sinistre, prende possesso dell’Ajuntament di Barcelona e dal balcone che da sulla piazza Sant Jaume rompe gli indugi e proclama la Repubblica. Qui viene raggiunto poco dopo da Francesc Macià che si affaccia a sua volta al balcone e grida: “In nome del popolo di Catalunya proclamo lo stato catalano, che ci preoccuperemo di integrare, con la massima cordialità, nella Federazione delle Repubbliche Iberiche. Da questo momento entra in vigore il governo della Repubblica Catalana che si riunirà al palazzo della Generalitat”.

Ma senza una organizzazione militare e minacciati dall’esercito, fedele al governo centrale, i leader catalani si vedono costretti a rinunciare allo stato proprio e arrivano a un nuovo patto col governo repubblicano di Madrid, che prevede la restaurazione delle istituzioni storiche e del governo catalano nella cornice di una nuova autonomia. Viusà sottolinea l’importanza della proclamazione della Repubblica da parte di Companys: senza questo gesto politico immediato e in parte istintivo i fatti sarebbero andati diversamente e Catalunya non solo non avrebbe ottenuto il proprio stato ma neppure la restaurazione della Generalitat. In mezzo a una forte campagna anticatalanista, impegnata in particolare nel rifiuto dell’insegnamento in català, una commissione eletta dai Comuni redige un nuovo Statuto d’Autonomia per Catalunya. Sostenuto da tutti i partiti catalani, il testo viene sottoposto ad un referendum nel quale ottiene il 94% dei consensi. Companys definisce lo Statuto un elaborato “misurato, discreto e prudente” e ne difende i contenuti a Madrid. Proprio il rifiuto dello Statuto è uno degli obbiettivi perseguiti dal tentativo di sollevazione militare del generale Sanjurjo, che però fallisce miseramente producendo un effetto di smobilitazione nel fronte anticatalano: lo Statuto viene approvato e Companys e Macià lo portano trionfalmente a Barcelona.

Dopo le elezioni del Parlamento catalano del 1932, vinte da Esquerra, Companys viene eletto Presidente della nuova camera. Le manovre della destra per rovesciare la Repubblica sono in pieno svolgimento e non si esclude un nuovo tentativo militare come quello di Sanjurjo. Companys ne parla apertamente e torna ad impiegare il concetto di Repubblica Catalana:”Se altrove la Repubblica dovesse cadere, troverebbe a Catalunya il suo baluardo più forte. Qui si formerebbe il sentimento della riconquista rivoluzionaria. La Repubblica Catalana sarebbe il fortino da dove ricominciare per tutta la penisola iberica”.

Le elezioni spagnole del 1933 sono segnate dalla vittoria della destra in tutto lo stato. La pressione dei proprietari terrieri, sostenuti dai partiti conservatori, provoca l’annullamento da parte del tribunale costituzionale di una legge promossa dalla Generalitat che facilitava l’accesso alla proprietà per i contadini. Viusà sottolinea l’istinto di classe dei proprietari terrieri catalani che, tra la difesa dei propri interessi economici e la fedeltà all’ideale nazionale, non esitano a scegliere i primi ed a rivolgersi alle destre e al governo centrale. Companys, nel frattempo eletto Presidente della Generalitat, porta nuovamente la legge appena annullata al Parlamento catalano, che la approva un’altra volta, nella convinzione dell’urgenza di una riforma per le campagne.

Si va delineando così uno scenario di scontro aperto, con il governo della Generalitat sostenuto dalle sinistre e orientato all’emancipazione nazionale e il governo centrale sempre più conservatore. Dopo che la CEDA (una coalizione di gruppi di destra) entra nel governo di Madrid con tre ministri, socialisti e repubblicani temono un colpo di mano come quello portato a termine de Hitler l’anno precedente in Germania e dichiarano lo sciopero generale in tutto lo stato. Secondo Companys la Generalitat e il programma della Repubblica corrono un pericolo imminente. Per questo sceglie di non aspettare la prevedibile azione ricentralizzatrice e restauratrice delle destre e decide di giocare d’anticipo: il 6 ottobre 1934, dal palazzo della Generalitat proclama lo stato catalano, nella cornice della Repubblica Federale Spagnola e chiama alla resistenza contro l’attacco delle forze monarchiche e fasciste. Di fronte all’involuzione democratica del governo di Madrid, Companys ribadisce la volontà di voler “rafforzare la relazione con i dirigenti della protesta generale contro il fascismo” invitandoli a “portare a Catalunya il governo provvisorio della Repubblica, che troverà nel popolo catalano il più generoso sentimento di fratellanza, nel comune anelito alla costruzione di una Repubblica Federale libera…”.

Il governo di Madrid, presieduto dal radicale Lerroux, dichiara lo stato di guerra e ordina ai militari la repressione. Nonostante alcuni episodi di resistenza dei volontari civili, come quello di Jaume Compte (militante d’Estat Català e fondatore del Partit Català Proletari) morto su una barricata a Barcelona, la Generalitat si trova isolata: la CNT non aderisce allo sciopero e i nuclei armati di Estat Català non sono sufficienti a fronteggiare l’esercito, che ha gioco facile nel ristabilire l’ordine. Dopo il cannoneggiamento del palazzo della Generalitat, Companys constata il fallimento dell’insurrezione ma si rifiuta di fuggire e aspetta l’arrivo dei militari, che lo arrestano e lo portano a bordo della nave Uruguay, convertita in prigione. Un anno più tardi il tribunale costituzionale lo condanna a trent’anni per il delitto di ribellione militare, assieme a Joan Comorera (comunista), Joan Lluhí (della cerchia di Esquerra), Martí Esteve (uno dei redattori dello Statuto), Martí Barrera (Esquerra), Ventura Gassol (intellettuale d’Esquerra) i Pere Mestres (anch’egli delle fila di Esquerra) accusati di averlo sostenuto il 6 ottobre. L’autonomia è sospesa, il Parlamento catalano chiuso e la legge sulle campagne annullata.

Ma la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1936 porta alla scarcerazione di Companys che torna a Barcelona, dove è accolto trionfalmente. Una moltitudine di gente segue il proprio Presidente lungo la Diagonal, il Passeig de Gràcia, la ronda di Sant Pere, il Parlamento e infine il Palazzo della Generalitat, dove Companys torna a parlare al proprio popolo: “Catalani! Capite che devo fare uno sforzo per superare l’emozione di questi momenti e rivolgervi la parola. È il mio popolo, il nostro popolo; è questa piazza e questo balcone. Torniamo a svolgere il nostro compito dopo ore dolorose e amare… Nessuna vendetta, però si uno spirito di giustizia e di riparazione. Mettiamo a frutto la lezione dell’esperienza. Torneremo a soffrire, torneremo a lottare, torneremo a vincere!”.

Solo quattro mesi e mezzo separano il ritorno di Companys dalla sollevazione militare del 19 luglio 1936. Sia a Barcelona che in Catalunya il tentativo fascista fallisce, respinto dalle milizie e dalla mobilitazione popolare. Ciononostante Viusà sottolinea le difficili condizioni in cui fin da subito si viene a trovare la Generalitat, che non dispone di una propria struttura organizzata militarmente, a suo avviso un grave errore delle forze catalane. L’autore osserva: “ora Companys verifica che il potere che non può contare su una propria forza è un potere illusorio, che governa soltanto fin dove lo lasciano governare”. Il Presidente della Generalitat dialoga con le sinistre e con gli anarchici, nell’intento di frenare gli atti fuori da ogni controllo (come le ditruzioni delle opere d’arte) e coordinare l’azione delle forze popolari. In questa prospettiva da un lato viene creato il comitato delle milizie antifasciste, al quale partecipano Esquerra, Acció Catalana, il PSUC, il POUM, la CNT, la FAI e la UGT; dall’altro la Generalitat vara il decreto di collettivizzazione delle industrie sostenendo e articolando le occupazioni delle fabbriche che erano sorte spontaneamente. Viusà fa notare che il passaggio dall’iniziale egemonia anarchica a quella comunista, considerata maggiormente rispettosa della rivendicazione nazionale, non dispiace a molti catalanisti. Del resto Comorera aveva condiviso il carcere con Companys e aveva contribuito in maniera determinante all’unificazione dei gruppi marxisti catalani (tra cui il Partit Català Proletari) nel PSUC, che nasceva come un partito catalano.

Nella narrazione delle controverse vicende della guerra civile l’autore sottolinea gli episodi di diffidenza del governo di Madrid nei confronti delle autorità catalane, come nel caso della fabbrica di munizioni di Toledo, di cui la Generalitat aveva chiesto il trasferimento in Catalunya, negato da Prieto e Negrín e che subito dopo era caduta in mano dei franchisti. Diffidenza denunciata da Companys in una lettera a Prieto integralmente riportata nella biografia di Viusà e destinata a una lunga polemica: lo storico Ricard Vinyes ha scritto in “Visca la República” che le lamentele del governo catalano, espresse ad esempio da Comorera o da Pi i Sunyer, “avevano il loro fondamento. Però il rimprovero mosso dai dirigenti catalani non aveva un tono vittimista. Chiedevano conto più che altro delle cause politiche a monte. Cioè perché non si era permesso che la Generalitat partecipasse alla formazione delle grandi decisioni sulla guerra e sullo stato, al di là dei formalismi di alcune lettere ministeriali. Questa era la recriminazione: maggiore partecipazione politica negli affari di stato”.

Seguendo l’azione svolta da Companys alla testa della Generalitat, Viusà fa emergere il punto di vista catalano sulla guerra civile spagnola e mostra una prospettiva poco rappresentata nella narrazione italiana degli eventi, facendo della sua Biografia popular  una testimonianza ancora più significativa e interessante, fino alla ricostruzione del tragico epilogo. Companys lascia Barcelona il 26 gennaio 1939, tre giorni prima dell’entrata dei franchisti, che al grido di arriba España occupano la città. Il Presidente si dirige ad Agullana, vicino alla frontiera francese, dove tascorre alcuni giorni in una colonica: è qui che il 4 febbraio si svolge la riunione con Negrín nella quale viene deciso che Azaña (Presidente della Repubblica) il governo basco e quello catalano lasceranno il paese il giorno dopo. La mattina del 5 febbraio però, al luogo dell’appuntamento  gli spagnoli non si fanno vedere: hanno anticipato la partenza di due ore. Alla dogana i gendarmi francesi non sanno niente del convoglio catalano e lasciano passare solo il Presidente e i Consiglieri trattenendo tutti gli altri, un centinaio di persone che finiscono al campo di concentramento di Argelers.

Companys si stabilisce in un piccolo paese, Le Baule. Convinto di non poter lasciare soli gli esuli catalani in Francia, viene arrestato dai militari tedeschi, che compiono una vera e propria irruzione nell’appartamento del Presidente, ritenuto un pericoloso sovversivo. Quando Carme Ballester chiede che ne sarà del marito, i nazisti le dicono: “se vuole spiegazioni, può andare a cercarle al consolato spagnolo”, lasciando intendere che agiscono per conto di Franco. Nel segreto più assoluto, Companys viene portato alla sezione tedesca della Santé, a Parigi, e in seguito a Madrid dove viene vessato e torturato. Successivamente viene trasferito a Barcelona a chiuso al Montjuïc, dove viene fucilato la mattina del 15 ottobre 1940. Secondo le testimonianze di un ufficiale tedesco e di un militare franchista, Companys si presenta sereno al plotone d’esecuzione davanti al quale rifiuta la benda e grida “Visca Catalunya”! Prima però, come ricorda la sorella Ramona Companys, si toglie le scarpe per calcare fino all’ultimo momento la propria terra.

Nella lettera dal carcere, in parte riportata nel libro di Viusà e indirizzata alla moglie scrive: “Mi sento tranquillo e sereno. Ringrazio Dio … perché mi ha riservato una fine così fertile per Catalunya e per i miei ideali, che rivaluta la mia umile persona. Dunque non accettare né condoglianze né pianti. Tieni la testa ben alta. Affronterò la morte … serenamente. L’ultimo pensiero sarà per te, per i miei figli e per il grande amore per Catalunya”. È l’unico presidente di un governo democraticamente eletto ad essere fucilato nel corso della seconda guerra mondiale, destino che condivide con molti antifascisti e partigiani di tutta Europa.

 

 

La frittata sovversiva del consigliere comunale Joan Coma.

Il consigliere comunale di Vic Joan Coma, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione della sinistra radicale catalana, è stato arrestato il 27 dicembre e trasferito a Madrid davanti al tribunale dell’Audiència Nacional. È accusato di “incitamento alla sedizione”: nel corso di una seduta del consiglio comunale di Vic, riferendosi all’indipendenza di Catalunya e invitando alla disobbedienza civile ha detto “per fare la frittata, prima bisogna rompere le uova”. Il pubblico ministero ha ravvisato nell’allusione gli estremi del reato e avviato il procedimento che ha portato alla detenzione.

Il giudice dell’Audiència Nacional che ha disposto l’arresto è un ex ispettore della polizia franchista, Ismael Moreno, divenuto in seguito magistrato, testimonianza vivente della continuità degli apparati di potere statali. Fedele al suo ruolo, ha imputato al consigliere comunale un reato che non veniva contestato a un rappresentante democraticamente eletto dai cittadini dai tempi della dittatura. Nel corso della comparizione, il giudice ha domandato a Coma cosa  intendeva dire con uova, con frittata e con rompere, inscenando un momento degno del miglior surrealismo se non del più inquietante processo kafkiano. Il giorno seguente alla comparizione in tribunale, il consigliere di Vic è stato rilasciato in regime di libertà provvisoria (con la misura cautelare del ritiro del passaporto). Rischia fino ad 8 anni di prigione. L’avvocato del militante indipendentista, Benet Salellas, sottolinea che il giudice si sta avvalendo di “concetti giuridici franchisti, già strumenti della dittatura”, in particolare quando ravvisa un delitto contro la forma di governo, un reato incluso nel codice penale spagnolo del 1973.

La portavoce di Izquierda Unida al Parlamento Europeo, Marina Albiol, ha portato il caso davanti alla Commissione Europea, alla quale ha domandato se la detenzione del consigliere comunale, così come le misure giudiziarie contro diversi militanti dell’indipendentismo catalano (il sindaco di Berga, il Presidente Carme Forcadell e i cinque militanti recentemente accusati di aver bruciato la foto del re) rispettano la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In particolare Albiol domanda se gli arresti e le misure giudiziarie dei tribunali spagnoli violano l’art. 11 della Carta, dedicato alla libertà d’espressione.

Il giorno stesso dell’arresto del consigliere di Vic, la Candidatura d’Unitat Popular ha diffuso il  seguente manifesto:

“Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo: non un passo indietro.

Manifesto unitario di sostegno a Joan Coma.

In questo momento Libertà, Solidarietà e Democrazia non sono parole vuote né espressioni retoriche. A difesa della convivenza politica, Libertà, Solidarietà e Democrazia sono concetti pieni di vitalità, forza e unità: denunciano l’autoritarismo di uno stato che, condannando la libertà d’epressione politica dei consiglieri comunali in sede consiliare, pretende annullare la rappresentanza dei cittadini.

Joan Coma è libero di scegliere il cammino che ritiene più adeguato per difendere le proprie convinzioni, obbedendo alla propria coscienza e nel rispetto dell’impegno assunto democraticamente e per il quale è stato eletto. Per difendere la libertà e la democrazia altri possono scegliere strade diverse; troveranno ugualmente il nostro rispetto e la nostra solidarietà. La nostra solidarietà a tutti e a tutte porterà a una complicità ogni giorno più forte nella difesa delle libertà e della democrazia. Potranno attaccare i singoli ma, se avremo la capacità di continuare a costruirla, non potranno rompere questa complicità.

Ci auguriamo che chiunque si mobiliti a difesa della libertà d’espressione – e di tutte le libertà minacciate – possa sentirsi rappresentato da questo manifesto, indipendentemente dal suo pensiero político e dalla sua affiliazione a un partito. Vogliamo invece che questo manifesto risulti scomodo per quegli antidemocratici che vogliono inviare ai tribunali i rappresentanti dei cittadini e che negano si possa costruire il futuro di una Catalunya giusta secondo la volontà della sua popolazione.

Non cercate i nemici delle libertà e della democrazia nelle fila dei democratici, tra i quali non dobbiamo accusare nessuno. I contrari alle libertà e alla democrazia sono coloro che avvalendosi di tribunali trasformati in attori politici e di potere, non di giustizia, vogliono schiacciare  i nostri diritti e la rappresentanza del nostro popolo.

In questo momento vogliamo ricordare le parole di Joan Coma: “qualunque cosa accada, manteniamo la calma, pratichiamo la non violenza che abbiamo appreso dalla dsobbedienza civile pacifica e resistente e sorridiamo perché se sono capaci di comportarsi così, rispolverando tic inquisitori e misure eccezionali è perché sanno che democraticamente hanno già perso”.

Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo bensì tutti e tutte noi. Siamo al tuo fianco Joan, non ti lasceremo solo, solidarietà.

Solidarietà a tutte e a tutti quelli che  la giustizia trasforma in questo momento in perseguitati politici. Siamo con voi, non camminerete soli. E solidarietà anche per noi che difendiamo le libertà e la democrazia. Camminando a fianco non ci troveremo mai soli.

Joan libero! Ti vogliamo a casa e al Comune di Vic a rappresentare chi ti ha scelto democraticamente.

Visca le libertà, Catalunya e i Països Catalans.”

Vic, 27 dicembre 2016”

Un Parlamento disobbediente.

Il 16 dicembre la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha dovuo presentarsi davanti al giudici del Tribunal Suprem de Justicia de Catalunya per aver consentito un dibattito sull’indipendenza in aula e permesso la votazione del documento conclusivo della commissione parlamentare sul processo costituente malgrado il divieto espresso dal Tribunale Costituzionale spagnolo. L’accusa è disobbedienza.

Per questo rischia di essere rimossa dal proprio incarico istituzionale. Ma la solidarietà delle istituzioni e del popolo catalano alla propria presidente sembra più che mai incondizionata. Centinaia di sindaci hanno sottoscritto un documento in sostegno a Forcadell dandone lettura nelle piazze: a Barcelona (che non ha ancora aderito all’associazione dei municipi per l’indipendenza) il documento unitario è stato letto da Ada Colau.

Accompagnata da circa 500 sindaci e da centinaia di cittadini, Forcadell ha percorso in corteo la distanza che separa il Parlamento dal Tribunale, davanti al quale i manifestanti si sono fermati dietro una grande scritta che recitava semplicemente democrazia.

La presidente non ha risposto alle domande del giudice bensì solo a quelle del proprio avvocato. Davanti ai giornalisti ha sostenuto più tardi che ciò che è in gioco non è il proprio futuro politico ma la democrazia e la libertà d’espressione. Constatata la volontà indipendentista emersa dal Parlamento catalano, Forcadell ha rifiutato di autocensurarsi: “non possiamo aprire la porta alla censura perché non potremmo più chiuderla” ed ha affermato che “nessun tribunale può impedire che il Parlamento dibatta sull’indipendenza”. In relazione alla votazione per la quale è indagata ha anche affermato che “si trattava di una procedura legale rispetto alla quale agire diversamente avrebbe significato violare il regolamento parlamentare”.

Per Forcadell la propria comparizione davanti al tribunale palesa la strategia dello stato spagnolo volta a utilizzare il potere giudiziario per sopprimere il diritto a dibattere liberamente nel Parlamento regionale e ad evitare un confronto politico sul tema della Repubblica catalana. Secondo Mireia Boya, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la sinistra radicale catalana, la vicenda dimostra che “il processo costituente è cominciato e che la costituzione spagnola è già carta straccia”.

Invece di accordare un referendum sull’indipendenza, i partiti che governano la Spagna (PP  sostenuto del Psoe, a braccetto come nell’eurocamera) sembrano aver scelto la via della repressione giudiziaria, affidando ai tribunali la facoltà di decidere quale discussione ammettere e quale rifiutare nel Parlamento catalano, nell’intento di deciderne di fatto l’ordine del giorno.

Di seguito il documento unitario redatto dall’Assemblea dei Municipi per l’Indipendenza (associazione che raggruppa più di 700 municipi, sul totale dei 947 di tutta Catalunya):

 

Siamo tutti il Parlamento

“Scendiamo di nuovo in piazza per esprimere la nostra ferma volontà e l’impegno irremovibile per la difesa  delle istituzioni democratiche e dei principi che le sostengono.  Agiamo nella convinzione della validità del punto fondamentale accolto nella Dichiarazione sulla sovranità e il diritto a decidere del popolo di Catalunya, approvato dal Parlamento il 23 gennaio del 2013, che proclama che “il popolo di Catalunya possiede, in virtù del principio di legittimità democratica, il carattere di soggetto politico e sovrano”. Denunciamo la incapacità e la mancanza di volontà del Governo spagnolo per risolvere democraticamente un problema politico. La via giudiziaria alla politica ha impoverito e manomesso irrimediabilmente alcuni dei fondamenti del sistema democratico.

Esprimiamo il nostro sostegno a tutti i rappresentanti eletti e alle cariche istituzionali che sono minacciate dalla Fiscalia General e dall’Advocacia de l’Estat, in più di 400 procedimenti giudiziari, per aver legittimamente esercitato le funzioni di rappresentanza popolare conferitegli dalle urne. Utilizzare i tribunali per impedire il dibattito politico in Parlamento e criminalizzare i rappresentanti del popolo che, esercitando il mandato ricevuto dalle urne, promuovono questo dibattito, è improprio di un sistema democratico, attenta contro il pluralismo politico e diviene di conseguenza inaccettabile per ogni democratico.

Chi non ha ottenuto dalle urne il sostegno della maggioranza non può imporre il silenzio alle nostre istituzioni, minacciando di inabilitare i rappresentanti eletti e le cariche istituzionali. Le pressioni volte a limitare l’azione dei nostri rappresentanti sono il tentativo di silenziare tutto un popolo. Per questo consideriamo che se la Presidente Carme Forcadell finirà per essere processata, un intero popolo sarà processato con lei. Come democratici esigiamo ai governanti dello stato spagnolo che smettano di utilizzare i tribunali per un compito che in democrazia gli è improprio. Gli invitiamo ad abbandonare una volta per tutte la via giudiziaria alla politica. Gli invitiamo a rispettare e a partecipare al dibattito che nasce dalla volontà del popolo di Catalunya, espressa in numerose occasioni, in maniera legittima e democratica, in piazza e nelle urne.

Siamo convinti che il referendum è la soluzione che riscuote il  maggior consenso nei sistemi democratici avanzati per prendere le grandi decisioni riguardi al futuro. Il dialogo è stato sempre la nostra bandiera e non l’abbandoneremo adesso. Di fronte a chi parla di dialogo ma mantiene la via giudiziaria come unica modalità della propria azione politica, come democratici riaffermiamo la volontà di dialogo, nel rispetto delle maggioranze nate dalle urne, che formano, danno significato e legittimità al Parlamento e ai consigli comunali. Ci impegnamo a difendere con coraggio la democrazia, le nostre istituzioni e i nostri rappresentanti. E in questa difesa saremo irremovibili. No alla via giudiziaria per la politica! Si alla difesa della democrazia, delle istituzioni e dei legittimi rappresentanti del popolo! Tutti con Carme Forcadell, Presidente del Parlamento di Catalunya!”

Assemblea Nacional Catalana, Òmnium, Associació Catalana de Municipis, Associació de Municipis per la Independència

Bandiere.

26 novembre 2016, Gràcia, Barcelona: accanto a l’estelada, la bandiera rossa a lutto per Fidel Castro.

Un longevo opuscolo di Rovira i Virgili.

Nel 1916 il giovane tarragonino Antoni Rovira i Virgili pubblica Il Nazionalismo, opera con la quale comincia una riflessione sul tema destinata a protrarsi e approfondirsi nel corso di tutto il suo percorso politico e culturale. All’epoca collaboratore del servizio stampa della  Mancomunitat de Catalunya, l’autore definisce nell’opuscolo il proprio concetto di nazione e reclama l’attenzione sopra il suo popolo, dando alle stampe un libro che, pur esaurito in poche settimane a causa della ridotta edizione curata da La Revista e perciò scarsamente diffuso, risulta contenere opinioni e osservazioni destinate a vivere a lungo.

Il tema nazionale è all’ordine del giorno: la guerra scatenata dalle potenze imperialiste è in pieno svolgimento mentre in Catalunya la Mancomunitat, embrionale organo di autogoverno da poco istituito, sperimenta un importante compito di politica culturale e di intervento pubblico. Ma nel 1923 la Mancomunitat viene abolita dal generale Primo de Rivera, alla testa di una dittatura che oltre alla repressione sociale e al rinnovato impegno coloniale si caratterizza per un forte anticatalanismo. Rovira i Virgili non si perde d’animo e si imbarca nell’impresa della Revista de Catalunya ma è solo più tardi, con il nuovo scenario aperto dalla seconda repubblica (1931), che si presenta l’occasione di ripubblicare il lavoro del 1916. La nuova edizione esce al principio del 1932 per la casa editrice Barcino di Barcelona, con alcune revisioni ma soprattutto con un titolo diferente: “ho sostituito il titolo Il Nazionalismo con Il principio delle nazionalità perché da tempo la parola nazionalismo si è fortemente caratterizzata nell’accezione di sciovinismo, imperialismo ed egoísmo nazionale”.

L’autore si mostra ben consapevole delle due facce che può assumere il concetto di nazione, a seconda del contesto storico strumento di emancipazione dal dominio degli imperi o al contrario arma per l’asservimento dei popoli. In questo senso sottolinea che la nascita del concetto di nazionalismo, nel corso del XIX secolo, avviene sotto il segno rivendicativo dei popoli oppressi (è il caso dei cechi, degli irlandesi, dei greci opposti ai vecchi imperi). Oggi però secondo Rovira i Virgili: “ovunque ci si riferisce al nazionalismo francese, tedesco, italiano, polacco o serbo per indicare sentimenti e principi che non solo sono differenti bensì diametralmente opposti a quelli che proclamano il diritto dei popoli alla libertà”.

Il giovane intellettuale sottolinea chiaramente la duplicità del concetto di nazionalismo, mostrandone da un lato la faccia autoritaria, antidemocratica fino al razzismo, dall’altro il volto che invita all’emancipazione, al rispetto e alla pace tra i popoli. È la rivoluzione francese che secondo l’autore, proclamando i principi di libertà, favorisce inizialmente lo sviluppo della rivendicazione nazionale. Nonostante il centralismo giacobino “tutti o quasi tutti i popoli oppressi trovarono nelle idee rivoluzionarie lo strumento per combattere i tiranni”. Di più, secondo Rovira i Virgili il segno político della rivoluzione e persino dell’impero napoleonico, “il principio che la rivoluzione portava nelle proprie viscere era essenzialmente favorevole al principio delle nazionalità”. Perché “gli uomini della rivoluzione credevano che la dominazione dei popoli si equivaleva alla schiavitù degli uomini”.

Il contributo del giovane tarragonino al catalanismo di quegli anni si connota fin dall’inizio come democratico e radicalmente antiassolutista, presentando già i germi del movimento di liberazione nazionale, per l’indipendenza del proprio paese dall’impero. Come nel caso di Cuba, del Marocco, delle Filippine, di buona parte del centro e sud america, a lungo colonie spagnole.

In particolare in Il principio delle nazionalità troviamo una interessante riflessione sugli elementi costitutivi della nazione: “tra tutti gli elementi che formano la nazionalità è la lingua il più potente, il più influente, il più decisivo”. Siamo evidentemente lontani dal principio di nazionalità basata sul sangue e la terra: “è ben noto e assodato che non esistono razze pure, che tutti i popoli sono formati dalla miscela e incrocio di razze e che in un popolo si possono distinguere una moltitudine di tipi antropologici”. Se la diversità e la convivenza non preoccupano minimamente l’autore, al contrario “la perdita della lingua propria è un pericolo gravissimo per la sopravvivenza della nazionalità”. Altrettanto significativo è l’elemento della coscienza politica, rispetto al quale Rovira i Virgili si mostra categorico: “senza la coscienza nazionale il territorio è un paesaggio, la storia un fantasma, il diritto una routine e la lingua una varietà fonetica”.

Nel pensiero político dell’autore il dato della realtà nazionale di un popolo prevale sulla legge, sullo status quo e sull’ordinamento internazionale: costituisce una nazionalità ogni “popolo con carattere nazionale. Tanto se si è organizzato in uno stato proprio come se non lo ha fatto. Indipendentemente dal fatto che la propria personalità sia riconosciuta o no”. La vera condizione discriminante non è il riconoscimento esterno o la costruzione di istituzioni proprie quanto la coscienza di essere un soggetto politico.

Detto ciò l’autore è consapevole della varietà dei casi storici concreti, dai popoli che hanno perso quasi completamente l’uso della loro lingua ma non la combattività politica e la coscienza di sé (è il caso degli irlandesi) a quelli privi di unità linguistica (i finlandesi). Dai popoli il cui carattere nazionale è incerto o in formazione alle nazioni decadute. “La Slovacchia è una nazione o una regione della Boemia? La Slovenia è una nazione o una regione serbo-croata? L’Ucraina è una nazione o semplicemente una regione della Russia?” Davanti a queste contraddizioni lo studioso risponde con il pragmatismo: “La vita sociale è troppo complessa perché possa entrare tutta dentro degli stampi generali. I principi politici, e specialmente il principio di cui stiamo parlando è diciamo così una figura geometrica regolare, dalle linee simmetriche e gli angoli uguali. E i fatti reali presentano invece una irregolarità ricchissima e variegata”.

Ma la formula politica che propone per le nazionalità è ben definita. “Ogni nazione ha diritto a costituire uno stato indipendente o autonomo” intendendo nel secondo caso una piena autonomia. Lo stato nazionale può formare con un altro stato un organismo federale e conservare allo stesso tempo la propria sovranità. Il rischio più grande è però un regime federale di carattere regionalista nel quale la nazionalità sia inibita. “Un popolo che ha perduto la propria anima, che vive con l’anima di un altro popolo senza essersi fuso con quest’ultimo, costituisce un tragico caso di decadenza”. In definitiva è lo stato proprio lo strumento di maggiore garanzia per l’emancipazione nazionale e per lo sviluppo di un popolo.

Nonostante Il principio delle nazionalità non escluda a priori soluzioni organizzative sovranazionali e federali, sempre che siano espressione della volontà dei popoli, alcuni degli aspetti più significativi dell’opuscolo sembrano essersi sedimentati nel catalanismo odierno, che riconosce nazionalismi di segno differente e che si declina come movimento per l’indipendenza; che attribuisce grande importanza alla difesa della lingua e chiede di poter esprimere la propria volontà attraverso un referendum finora mai concesso dai governi spagnoli. Senza perdere di vista lo scenario internazionale e senza dimenticare la conclusione dell’autore secondo il quale “il vero internazionalismo è sovranazionale, non anti nazionale”.

Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans.

I Països Catalans non sono riportati dagli atlanti geografici né compresi nella lista degli stati riconosciuti dall’ONU però rappresentano una realtà storico-culturale e allo stesso tempo un progetto político ben radicato nei territori di lingua catalana. Tanto che Joan-Lluís Lluís ne ha composto un dizionario di luoghi immaginari: città, villaggi, isole, monasteri, montagne e località sperdute che esistono solo nell’invenzione letteraria ma che allo stesso tempo fanno inequivocabilmente parte dei Països Catalans.

Un dizionario di luoghi immaginari per un paese che non esiste come entità statale ma in grado di disegnare una mappa sorprendente: 627 luoghi descritti da 380 scrittori (non solo catalani bensì spagnoli, francesi, inglesi e tedeschi) formano una geografia catalana virtuale ma non per questo meno interessante. Nel presentarli in scrupoloso ordine alfabetico l’autore ne fornisce soltanto le informazioni che si possono ricavare dalla lettura dei testi corrispondenti, senza aggiungere altri dati, anche e soprattutto nei casi in cui sono evidenti le somiglianze con una città o una località reale che può essere individuata più o meno facilmente. Indovinare se il luogo in questione è davvero immaginario o al contrario nasconde un paesaggio conosciuto è un divertente e implicito esercizio offerto al lettore. Ma oltre allo svago il dizionario consente una vera e propria immersione nella cultura del paese, rivelandone tic caratteristici accanto ad altri poco noti, ripassando la tradizione popolare e lasciando emergere la capacità di mettersi in scena e di raccontarsi di un popolo ancora senza stato.

Nato a Perpinyà nel 1963, Joan-Lluís Lluís è autore di diversi racconti tra cui El dia de l’ós, Aiguafang, Les cròniques del déu coix che gli hanno valso il costante riconoscimento della critica e ne hanno fatto un esponente tra i più in vista nella cerchia degli autori nati in Francia ma che scrivono in català. Nell’introduzione a Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans, edito nel 2006 da La Magrana, l’autore ne riassume la genesi: quando nel 1998 si trasferisce a Terrats, un villaggio del Rosselló, viene a conoscenza di un proverbio locale che ricorda Mirmanda, una città leggendaria, già ricca e fiorente ben prima della fondazione di Barcelona, che sarebbe sorta nei dintorni. Incuriosito dalla credenza diffusa tra i vignaioli e gli abitanti del villaggio, Joan-Lluís Lluís si mette alla ricerca di notizie finché trova la buona pista: Mirmanda compare nientemeno che in Canigó, il poema scritto da Jacint Verdaguer nel 1886 e assunto a uno dei simboli della cultura catalana e del rinascimento letterario del paese. Nell’opera la città, costruita da alcuni giganti e arricchita da un colossale palazzo reale, è abitata da streghe e fate governate da una Regina. Visibile solo repentinamente quando il viandante si trova già alle sue porte, Mirmanda custodisce un tesoro: uno specchio che ha il potere di far innamorare chiunque vi getti lo sguardo. La curiosità per la città mitica, assieme all’esame dei testi letterari su Perpinyà svolto in quel periodo, portano l’autore ad allargare la propria ricerca fino a proporsi la stesura di un dizionario.

Da Acrollam, la prima voce della raccolta, alla Zona Extralimitada, ultimo luogo preso in rassegna, ci si imbatte in una caleidoscopica successione di angoli geografici e letterari. Al centro dell’urbanizzazione Konsum si trova l’Hotel Confort, una struttura alberghiera dove si persegue la robotizzazione del personale, invitato a mettere da parte la propria coscienza ed agire come una macchina calcolatrice, rispettando il silenzio (primo articolo del regolamento) e obbedendo ciecamente agli ordini (articolo numero due). La inflessibile disciplina dell’hotel, descritta da Joana Raspall in Konsum S.A. (1978), fa acqua perché una rivolta dei lavoratori ne mette in pericolo la stessa esistenza.

Tappa imprescindibile nello straniante viaggio attraverso i Països Catalans letterari è l’Isola di Giuda, descritta nel 1950 da Joan Amades in Rondallística (Folklore de Catalunya vol.I). Dalle ridotte dimensioni, l’isola va e viene secondo un moto interno indecifrabile, navigando ininterrottamente e apparendo all’improvviso in questo o quell’angolo del mare aperto. La sua funzione consiste nel lasciare a Giuda la possibilità di uscire dall’inferno per 24 ore, respirando aria pura e rigenerante. L’isola compare il sabato a mezzanotte in punto, accompagnata sempre dal bel tempo. Si riconosce facilmente perché Giuda vi si aggira solo, alto come un gigante, tutto nudo e ricoperto interamente di pelo. I marinai che vi si imbattono hanno la fortuna di poter ascoltare direttamente dalla sua voce le cattive azioni del discepolo traditore, che non si fa pregare per dispiegare la propria capacità affabulatoria.

La stessa qualità non manca agli abitanti della Torre de Verbàlia, un’alta struttura circondata da scale disegnate da Escher, che ospita un ascensore in perenne movimento. All’interno dell’angusta cabina vivono sette personaggi, ciascuno dei quali è contemporaneamente uomo e donna ma che si distinguono per la loro specialità: si tratta di un o una artista, un o una enigmista, uno scrittore o una scrittrice, un giocatore o una giocatrice, un mistico o una mistica, un pedagogo o una pedagogga, un o una giornalista. Secondo quanto scrive Màrius Serra nel suo Verbàlia (2000), nel corso del loro andirivieni verticale i sette si dedicano a modellare, stravolgere, rovesciare e fondere il linguaggio allo scopo di farne un gioco, la ludolinguistica, trasformandolo contemporaneamente nel loro alimento primario.

Non tutti i luoghi descritti nel dizionario sono modelli di collaborazione pacifica: a Clotdecuc il governo ha deciso di espropriare gli abitanti e sommergere il paese per costruire un enorme bacino. In Hora foscant a la ribera (1991) Josep Espunyes narra che i cittadini sembrano rassegnati a lasciare le loro case e alla sparizione del paese e dei luoghi che gli hanno accompagnati per tutta la vita ma appena cominciano i lavori per la realizzazione del progetto si verificano degli attentati dinamitardi che palesano la presenza di alcuni ribelli. I caffè del paese si trasformano in altrettante agorà dove si dibattono le ragioni degli uni e degli altri finché il movimento di protesta cresce tanto da riuscire a bloccare la realizzazione dei lavori e, nonostante l’intervento della polizia, salvare il paese dall’inondazione. Impossibile non pensare ad un gemellaggio, certamente immaginario, tra Clotdecuc e la Val di Susa difesa dai NO TAV e dal sabotatore Erri De Luca.

La popolazione discute con fervore anche a Binialutx, un piccolo paese di un’isola non identificata dove prima della guerra civile ogni partito politico aveva il proprio caffè. La portata della tradizione repubblicana locale non sfugge ai governanti del nuovo regime che dopo il 1939 vi inviano un reparto di guardie e di falangisti, senza immaginare le difficoltà che vi avrebbero incontrato, almeno secondo il racconto di Antoni-Lluc Ferrer Adéu, turons, adéu (1982).

La sensazione che il paese, sia pure fantastico, non sia facile da governare, viene rafforzata dalla lettura di Gori di J. N. Santaeulàlia (1990): a Vilauba, nella Catalunya pre-pirenaica, cominciano a concentrarsi alcuni giovani che rifiutano radicalmente il modello di vita basato sul consumo e sul lavoro. I cosiddetti cavernicoli si accampano in montagna nei dintorni della Grotta dell’Orso e cominciano ad esercitare una forte attrazione sui coetanei, espandendosi tanto da indurre il governo a dichiarare lo stato d’assedio in tutta la regione. Ma una parte dei giovani riesce ad installarsi dall’altro lato dei Pirenei e diffondere a poco a poco il proprio messaggio in tutta Europa.

Un eremita solitario stabilitosi in una casa di legno, sulla cima delle montagne attorno al villaggio di Rialda, è invece il protagonista di Només el miratge (1956) di Fèlix Cucurull. Se si eccettua la vicenda di alcuni repubblicani che avevano dovuto esiliarsi attraversando la vicina frontiera con la Francia, secondo l’autore il paese aveva trascorso gli anni del dopoguerra nella più monotona tranquillità. Finché compare un eremita avvolto dal mistero a incuriosire gli abitanti.

Benaura è un paese raso al suolo da un attacco extraterrestre nel corso del quale sopravvivono solo Dídac, un bambino di origine africana e Alba, una ragazza di qualche anno più grande. La vicenda è narrata da Manuel De Pedrolo in Mecanoscrit del segon origen (1974) del quale esiste la traduzione italiana di Patrizio Rigobon (Seconda origene, Atmosphere, 2011). Dopo aver constatato la dimensione apocalittica della distruzione, che non ha risparmiato le città vicine e dopo aver verificato l’assenza di superstiti, i due giovani cominciano a costruire un rifugio che assomigli a una casa e a guardare al loro futuro in una prospettiva diversa. Soli sulla faccia della Terra, si accorgono che le attività più banali così come come studiare la storia, apprendere alcuni rudimenti di medicina, cucinare o divertirsi, si rivelano allo stesso tempo più complicate e più autentiche.

Qualsiasi rassegna parziale dei luoghi immaginari sembra un’approssimazione tutt’altro che esaustiva al lavoro di Joan-Lluís Lluís, perché il dizionario è un’autentica e pressoché inesauribile miniera di curiosità letterarie, notizie, scoperte e spunti di ricerca, oltre che una straordinaria testimonianza della passione dell’autore per la letteratura e per i Països Catalans. Ed è soprattutto, come dichiara esplicitamente lo scrittore “un modo perché questo paese, il mio, sia giustamente un po’ più reale”.

Badia i Margarit e il posto del català tra le lingue romanze.

Edito nel 1964, Llengua i cultura als Països Catalans di A.M. Badia i Margarit propone una serie di interventi pronunciati in conferenze o apparsi in riviste e volumi dei primi anni’60, quando all’Università di Barcelona non è permesso insegnare in català e ancora non esiste la cattedra di Lingua e letteratura catalana. Dopo l’assemblea del Paranimf (1957) i giovani universitari arrivano a costituire un’organizzazione studentesca autonoma  del tutto svincolata dal sindacato del regime (1965). Negli stessi anni l’autore insegna Grammatica storica della lingua spagnola, cattedra dalla quale si adopra per introdurre il català nell’università, cominciando a riunirsi con gli studenti. In pieno processo di transizione alla democrazia, nel 1978 Badia i Margarit viene eletto Rettore dell’Università di Barcelona, carica che interpreta all’insegna della democratizzazione dell’istituzione e della diffusione del català in tutti gli ambiti della vita collettiva.

Nel corso del suo lungo percorso di studi si dedica in particolare alla geografia linguistica e alla linguistica storica, soprattutto catalana, scrivendo numerosi saggi. In questa prospettiva si inseriscono gli studi di Llengua i cultura als Països Catalans, la cui lettura mostra da una parte il posto occupato dal català nella storia della formazione delle lingue romanze, dall’altra rappresenta un efficace antidoto contro le semplificazioni interessate e gli atteggiamenti di pretesa superiorità che talvolta emergono nel dibattito sulle lingue della penisola iberica.

Secondo l’autore il català si forma, come nel caso delle altre lingue romanze,  a partire dalla disgregazione dell’impero di Roma e dalla trasformazione del latino, che nelle diverse regioni europee segue linee evolutive differenti. La riflessione di Badia i Margarit si sviluppa dall’assunto secondo il quale il latino dell’epoca (nella versione parlata già distinto dalla lingua del foro romano) muta in modo diverso a seconda della maggiore o minore influenza di alcuni fattori di diversa natura: fattori storici, storico-linguistici e culturali.

Tra i fattori storici, l’intensità della penetrazione della lingua e della cultura latina è di primaria importanza. L’influenza di Roma nella penisola iberica non si dispiega ovunque allo stesso modo: in Catalunya sorge Tarraco, la città romana da cui prende il nome la Tarraconense, regione strettamente legata alla Narbonense (quest’ultima tanto fortemente segnata dalla presenza romana da essere indicata come la provincia per antonomasia, ossia Provenza, conservandone il nome fino ai nostri giorni); al contrario in Euskadi, o nella regione cantabrica, il dominio di Roma è continuamente minacciato dalle ribellioni delle popolazioni locali e non può tradursi in una forte e duratura impronta culturale; nella regione della Renania, delle Fiandre e dei Paesi Bassi è invece determinante la colonizzazione germanica. È evidente che l’eredità di Roma, sostiene Badia i Margarit, matura in modo differente nei differenti contesti.

Altrettanto rilevante per la formazione delle lingue romanze è il fattore più strettamente linguistico, rappresentato dalle tendenze evolutive spontanee del latino. Il latino parlato si modifica nel suo uso quotidiano secondo abitudini che si consolidano poco a poco e che sono oggetto di studio della grammatica storica. In un territorio tanto vasto tali abitudini non possono coincidere e approdano a esiti differenti: ad esempio se il català, il castigliano e il francese collocano l’articolo davanti al nome (come nel caso di el llop, el lobo, le loup) il rumeno lo pospone (lupu-lu).

Altro fattore da considerare è il substrato linguistico (ciò che esisteva prima dell’impiego del latino) che si riaffaccia con la propria impronta nella nuova lingua. L’intellettuale barceloní ricorda ad esempio che le popolazioni celtiche pronunciavano ü tutte le u, così che quando il latino si diffonde a nord della Gallia gli abitanti della regione pronunciano alla loro maniera le parole latine: nel caso di luna dicono lüna, suono che è rimasto uguale nella pronuncia francese di lune, mûr e nei vocaboli simili.

Anche i fattori storici successivi alla disgregazione dell’impero di Roma hanno una grande inluenza: il passaggio dei popoli germanici lascia tracce molto più profonde nella regione a nord della Loira e nella lingua francese che nel català; il dominio arabo lascia un’eredità culturale ricchissima soprattutto in Andalusia e nel castigliano, oltre che un vocabolario scientifico internazionale (alcohol, algebra, logaritmo, cifra, zenit…) ma si dispiega in maniera meno incisiva in Catalunya. La diversa combinazione di questi fattori nelle differenti aree geografiche fa si che non vi sia una sola lingua romanza che continua il latino parlato, bensì molte.

Definito il quadro interpretativo generale, Badia i Margarit esamina ciò che accade in Catalunya e al català mostrandone il posto peculiare all’interno del nutrito gruppo delle lingue romanze in formazione tra il VI e il IX secolo. Catalunya è una terra di passaggio, cammino obbligato da e verso Roma per legionari, coloni, mercanti e già a partire dal VI secolo si caratterizza per il suo orientamento transpirenaico, testimoniato ad esempio dall’impiego di espressioni comuni all’area centrale dell’impero (il catalano parlar, il francese parler, l’italiano parlare contrapposti al castigliano hablar ed al portoghese falar).

Paradossalmente l’orientamento verso il mezzogiorno francese si rafforza in seguito all’invasione araba: i franchi riconquistano presto la Septimània (Llenguadoc-Rosselló e Catalunya), avanzano verso il sud e conquistano Girona (785) e Barcelona (801). Si forma così il nucleo iniziale di Catalunya, con i comtats catalans che guardano all’impero carolingio, al quale sono legati fin dalla nascita da vincoli giuridici, feudali, amministrativi e ecclesiastici. Il linguista barceloní ricorda che i secoli nei quali si svolgono questi avvenimenti sono fondamentali per la formazione e il consolidamento dei tratti linguistici specifici di ciascuna delle lingue romanze. Gli eventi storici si riflettono nella formazione della lingua catalana che consolida la propria struttura interna a stretto contatto e sotto l’influenza della lingua impiegata nel mezzogiorno francese. Per questo català e provenzale sono tanto affini.

Lo storico catalano Ferran Soldevila sintetizza così questo legame: a causa della riconquista franca “Catalunya si sentì fin dalla propria origine poco unita al resto della penisola iberica. La lotta contro i saraceni, i primi secoli della riconquista, non la separarono bensì la legarono ancora più strettamente alle terre della Gallia meridionale; non la isolarono bensì la posarono in contatto più diretto con l’Europa; non fecero crescere bensì diminuire la solidarietà con il resto della Spagna; fino al punto che per gli altri popoli penisulari le persone del nostro paese saranno per molto tempo i franchi”.

Nato tra la Narbonense e la Tarraconense, dove la forte impronta della cultura e della lingua romana impediscono un’emersione significativa del substrato linguistico precedente, il català non viene segnato dal contributo dei popoli germanici (come accade al francese) né subisce una forte influenza araba. Lo stretto contatto con una lingua affine come il provenzale non fa che riaffermarne i caratteri originari. E quando più avanti i catalani si interessano alle vicende dei popoli vicini di ponente è già troppo tardi perché l’influenza del castigliano possa cambiare le caratteristiche più profonde della lingua.

Badia i Margarit conclude che “il català è […] una lingua tipica tra quelle sorte ad ovest dell’antico impero romano”, che con il provenzale, il francese, il castigliano e il portoghese forma un unico gruppo. Come ogni lingua che si trova in mezzo a vicini differenti si caratterizza come lingua ponte, anche se l’analisi storico-linguistica permette di affermare che “la maggior parte del materiale con cui è stato costruito questo ponte è di fattura gallo-romanza”, proviene cioè dal contatto con il versante provenzale.

Llengua i cultura als Països Catalans tratta anche le norme ortografiche stabilite da Pompeu Fabra, il bilinguismo e i principali aspetti problematici legati al català nel contesto della società degli anni ’60, ma il motivo di principale interesse del volume sembra il percorso seguito dalla lingua nei secoli della propria formazione. Approfondirne la  vicenda storica significa contribuire alla conoscenza e alla difesa del català (oltre che della varietà culturale e del pluralismo) davanti alle  discriminazioni e agli attacchi veri e propri che subisce ancora oggi nel paese della monarchia borbonica e del Partito Popolare al governo.

Mezzo secolo al bando: Els darrers dies de la Catalunya republicana, un libro proibito.

Un llibre català que es publica a l’estranger mentre els llibres catalans són perseguits i destruïts a la nostra pàtria, significa que la guerra no s’ha acabat, que la guerra continua, que la guerra no pararà fins que Catalunya no recobri tota la seva llibertat nacional: la del règim polític, la de la llengua i la de l’esperit.

Un libro in catalano che si pubblica all’estero mentre i libri scritti nella nostra lingua sono perseguitati e distrutti in Catalunya, significa che la guerra non è finita, che la guerra continua, che non terminerà finché Catalunya non raggiunga la piena libertà nazionale: libertà del regime politico, della lingua e dello spirito.

Antoni Rovira i Virgili, Els darrers dies de la Catalunya republicana, 1939.

 

 

Costretto dall’avanzata dei franchisti a lasciare la capitale catalana, Antoni Rovira i Virgili scrive la cronaca degli utlimi giorni della Catalunya repubblicana mentre s’incammina verso l’esilio francese, tra il gennaio e il febbraio del 1939.

In quei giorni la disfatta si delinea sempre più chiaramente, azzerando le speranze degli antifascisti. Tra l’espatrio precipitoso e la fuga deludente di alcuni colleghi, Rovira i Virgili è uno degli ultimi deputati del Parlamento catalano a lasciare Barcelona, da mesi sotto l’attacco aereo dei bombardieri inviati da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo. Els darrers dies de la Catalunya republicana raccoglie le note scritte in quei momenti.

Il punto di vista dell’autore non è semplicemente quello di uno sconfitto che, come migliaia di concittadini, cerca riparo all’estero, bensì quello di un autorevole protagonista delle vicende del catalanismo dei primi decenni del ‘900. Eletto deputato nel 1932 nelle fila di Esquerra Republicana de Catalunya, Rovira i Virgili vanta una lunga carriera come animatore di numerose riviste e giornali (tra cui La Campana de GràciaL’Esquella de la Torratxa, la Revista de Catalunya, La Nació, La Nau, La Veu de Catalunya, La Publicitat, La Humanitat) e come autore di altrettanti saggi storici (tra cui la Història dels moviments nacionalistes, Defensa de la democràcia, Resum d’història del catalanisme). Il suo sguardo sulla guerra civile spagnola è quello di un intellettuale che, dopo aver subito la repressione anticatalanista e antipopolare della dittatura di Primo de Rivera, vede interrompersi bruscamente la breve stagione di rinascita democratica avviata dall’avvento della Repubblica. Le note sugli ultimi giorni della Catalunya repubblicana costituiscono non solo un racconto di eventi vissuti in prima persona quanto una riflessione sulle vicende della guerra civile e sul destino del paese.

Nel libro troviamo il popolo di Barcelona e la marea di catalani e di profughi provenienti da tutta la Spagna che, tra la minaccia dei bombardamenti, le difficili condizioni della marcia forzata verso l’esilio e la fame vera e propria, si riversano in pochi giorni alla frontiera francese per sfuggire alla vendetta fascista. Il cammino della carovana dei fuggitivi, che si caricano sulla schiena o su un carro le poche cose che riescono a portare con sé, è condiviso dal gruppo di Rovira i Virgili, formato da alcuni parlamentari e intellettuali catalani accompagnati dalle loro famiglie. È un viaggio intrapreso nella confusione e nell’incertezza che si conclude in Francia, dove il gruppo sfugge all’arresto dei gendarmi e Rovira i Virgili trova riparo presso alcuni amici, a Tolosa de Llenguadoc.

La cronaca quotidiana si alterna alla amara riflessione sul duro colpo subito da Catalunya: la sollevazione militare di Franco vuole annichilire una volta per tutte il progetto di repubblica catalana (dichiarata senza successo per ben due volte tra il 1931 e il 1934) imponendo il nazionalismo spagnolo su tutta la penisola iberica. Non è un caso che lo slogan dei franchisti, diffuso nelle città occupate, reciti Arriba España.

La testimonianza di Rovira i Virgili non tralascia la denuncia degli atteggiamenti meschini che di tanto in tanto si affacciano nel campo repubblicano, così come gli errori e le mancanze che portano all’epilogo sfavorevole della guerra. Senza indulgere nella retorica, l’intellettuale tarragonino da voce a un popolo sconfitto, narrandone le sfumature, tenendosi ben lontano tanto dalle visioni mitiche quanto dalle affermazioni propagandistiche.

Alla stazione di Perpinyà, mentre lascia la Catalunya francese riflette: «in un Europa nuova, in un Occidente rinnovato, in un mondo libero, l’unità catalana potrebbe essere ricostruita all’interno di un insieme più ampio. Così l’avvenire della Catalunya nazione non è un problema di secessione o di frammentazione bensì un alto e vasto problema di ricostruzione di popoli nella pace, nella libertà, nella relazione feconda tra le molte e differenti culture». È il pensiero di un catalanista degli anni ’30, che intende il concetto di nazione (definita dalla lingua, la coscienza, la storia e il territorio) come strumento di emancipazione di un popolo, nell’accezione liberaldemocratica nata nell’’800, quando la nazione si affermava contro i grandi imperi. Niente a che vedere con la versione aggressiva portata alla ribalta dai movimenti fascisti e dalle forze reazionarie e razziste.

La storia del libro è romanzesca: arrivato fortunosamente in Argentina, viene pubblicato nel 1940 a Buenos Aires dalle edizioni della rivista Catalunya, mentre è inmediatamente messo al bando in Spagna. Dopo la morte del generalissimo, Els darrers dies de la Catalunya republicana viene dato alle stampe nel 1976 dalle edizioni Curial di Barcelona, ma il Tribunal de Orden Público spagnolo ne ordina l’inmediato sequestro. Nonostante il processo di transizione alla democrazia, l’opera viene relegata ancora nella clandestinità: praticamente introvabile, è tenuta ben lontana dal grande pubblico che, pur conoscendone l’esistenza, non la può leggere. È solo nel 1989 che il quotidiano Avui la pubblica per la prima volta senza inconvenienti. Sono passati cinquant’anni dalla messa al bando del libro, quaranta dalla morte in esilio dell’autore: nonostante mezzo secolo di censura Els darrers dies de la Catalunya republicana è sopravvissuto ed è finalmente a disposizione dei lettori. Nel 1999 viene riproposto dall’editore Proa e nel 2014 da Acontravent, che ne stampa un’accurata edizione.

A dimostrazione dello scarso interesse per le vicende catalane e della disattenzione colpevole dell’editoria, propensa a rivolgere uno sguardo spagnolo sulle vicende descritte nel libro, per il momento non ci sono traduzioni e l’opera è disponibile solo in lingua catalana.

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