Sulle orme del celebre libretto rosso che evoca già dal titolo, El llibre roig dels Països Catalans è pensato apertamente come uno strumento di lotta, volto alla costruzione di un tessuto connettivo della sinistra anticapitalista e indipendentista che si estenda per tutto il territorio nazionale. La cornice dei Països Catalans è infatti l’ambito privilegiato di una serie di case editrici fortemente impegnate sul terreno della critica da sinistra (Tigre de Paper, El Jonc, Pol·len, Edicions del 79, Lo Diable Gros e Espai Fàbrica). Il risultato della collaborazione tra queste entità sono i Llibres per l’unitat popular, opere dedicate alla costruzione di un paese plurale, che riesca finalmente a conseguire sia l’esercizio della sovranità nazionale che una maggiore giustizia sociale. Uscito nella nuova collana nel 2014 al prezzo simbolico di 5 euro, El llibre roig dels Països Catalans non è firmato ed è sottoposto ad una licenza creative commons che ne rende possibile la copia e ne sottolinea l’impronta militante a discapito delle finalità commerciali.

“La nostra patria è la nostra lingua” è la citazione di Joan Fuster che apre il libro e che fa della difesa del català, un idioma più volte discriminato nel corso della storia, un elemento imprescindibile della coscienza nazionale. Segue la sintesi di un progetto del tutto alieno dalla volontà di potenza: “La difesa dei Països Catalans passa principalmente e in maniera ineludibile per la difesa dei diritti delle persone che vi vivono, indipendentemente dal luogo dove sono nate, dal loro colore della pelle o dalla loro lingua materna”. Si tratta di una visione plurale e accogliente della nazione, la cui difesa “non implica solo il fatto di disegnare una frontiera, parlare una lingua o sventolare una bandiera”, bensì la necessità di costruire un progetto di società differente da quello del capitalismo neoliberale. È una battaglia per i diritti sociali in piena Europa, caratterizzata però per il fatto di svolgersi nell’ambito peculiare dei Països Catalans, una nazione ancora senza stato alla quale si riferiscono gran parte dei dati socioeconomici riportati nel libro.

L’analisi svolta nell’opuscolo prende le mosse dalla ristrutturazione economica degli ultimi decenni: il capitalismo esce dalla crisi della fine degli anni ’60 applicando il teorema neoliberista secondo il quale il mercato è un meccanismo efficiente, in grado di autoregolarsi e produrre la migliore allocazione possibile delle risorse. Conseguentemente il sistema si caratterizza per la progressiva liberalizzazione dei capitali e per la divisione internazionale del lavoro, riorganizzandosi con la cosiddetta globalizzazione economica. In questo contesto la riduzione dei controlli sul capitale finanziario acquista sempre maggiore importanza nella dinamica dell’espansione capitalista. Veri e propri alfieri del processo neoliberale, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea impongono le privatizzazioni, i tagli sociali, la crescente flessibilità del lavoro e le misure fiscali regressive, disegnando un pianeta dove la ricchezza è ripartita in modo sempre più diseguale.

Per quel che riguarda la Spagna e i Països Catalans, i momenti salienti di questo processo sono rappresentati da una serie di riforme che hanno reso sempre più flessibile e precario il lavoro, ritagliandone diritti e potere. I Patti della Moncloa del 1977, firmati dai dirigenti politici impegnati nell’operazione transizione spagnola, segnano da un lato la rinuncia definitiva a un’uscita radicale dal franchismo e dall’altro l’accettazione di un modello economico neoliberale considerato adeguato alla nuova democrazia capitalista: il PCE e il PSOE abbandonano “sia l’idea di fare giustizia con gli assassini e i responsabili della repressione del regime, che quella di avanzare verso un modello di società non capitalista”. La scelta dei dirigenti spagnoli dell’eurocomunismo e di quelli socialisti facilita una transizione che si svolge all’insegna della continuità, senza che il franchismo paghi alcun serio costo politico.

Contemporaneamente, sostiene El Llibre roig dels Països Catalans, “si soffocava qualsiasi possibilità di avanzare verso il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei differenti popoli, ora imprigionati nella struttura legale e costituzionale dello stato spagnolo che si veniva delineando”. Le politiche economiche basate sulla moderazione salariale e la ristrutturazione del mercato del lavoro non vengono messe in discussione neppure dopo la vittoria del PSOE alle elezioni del 1982: al contrario i socialisti, guidati da Felipe Gonzàlez, si dedicano ad accentuare la flessibilità del lavoro e ad agevolare il capitale privato internazionale, situandosi a pieno titolo “nel quadro dell’ortodossia neoliberale che si impone a tamburo battente”. È significativa una frase del ministro dell’economia del governo socialista dell’epoca, secondo il quale “la miglior politica industriale è quella che non esiste”, un principio cardine del dogma neoliberale e un vero e proprio testimone ideologico che popolari e socialisti si scambiano nella staffetta che li avvicenda al governo. PSOE e PP condividono anche l’obbiettivo dell’integrazione del mercato spagnolo in quello europeo, così come l’adesione all’Unione nel 1986. È invece il Partido Popular guidato da Aznar a garantire il rispetto delle condizioni imposte dal trattato di Maastricht e il passaggio all’euro. Il più recente patto di stabilità completa un insieme di misure che caratterizzano tutta la politica economica del regime sorto dopo la morte di Franco, e che lo collocano saldamente sulla via maestra del liberismo. Per i redattori dell’opuscolo le conseguenze sono nefaste: “se analizziamo i fatti dal punto di vista delle classi popolari dobbiamo concludere che il costo di tutto il processo di modernizzazione dell’economia e della società ha gravato sulle spalle dell’insieme della classe lavoratrice”.

Così l’integrazione del regno di Spagna nel progetto dell’Europa dei capitali genera una struttura economica fortemente disequilibrata nella quale il peso del settore delle costruzioni edili, affiancato e sostenuto dalla finanza speculativa, diviene sempre più rilevante, fino a raggiungere una percentuale molto alta del PIL. Nel 2007 la bolla immobiliaria scoppia con particolare violenza in Spagna, i nodi del sistema finanziario vengono al pettine e il modello collassa. Ma il capitalismo è un sistema sociale in perenne trasformazione, capace di usare la crisi per rinnovarsi e garantire la propria sopravvivenza: gli stati europei salvano le banche (e gli speculatori) e destinano a questo scopo milioni di euro, indebitandosi fortemente. La ricetta dell’austerità economica, del pareggio del bilancio e del contenimento della spesa pubblica rivela chiaramente la direzione presa dal sistema: una redistribuzione della ricchezza sempre più diseguale e una prospettiva di impoverimento di lunga durata per le classi popolari.

El Llibre roig dels Països Catalans prosegue fornendo una serie di dati che suffragano l’analisi svolta fin qui e che disegnano un vero e proprio atlante socioeconomico del paese. I dati sui prestiti concessi per l’acquisto della casa sono particolarmente significativi. Negli anni del credito facile, in molti stipulano un mutuo; in seguito alla crisi economica però non possono più pagare la rata. In questi casi la proprietà dell’immobile torna alla banca, che lascia famiglie intere senza casa e con il mutuo da pagare. Dai 10.000 casi del 2007 si è passati ai quasi 40.000 del 2012. Ma c’è di più: secondo i dati riportati nel libro, la banca privata che ha beneficiato più di tutte le altre dell’aiuto dello stato (Bankia) è allo stesso tempo quella che ha provocato il maggior numero di sgomberi e che è tornata in possesso del maggior numero di immobili.

Tra il 2000 e il 2007, nel periodo del credito facile e della speculazione immobiliaria, il prezzo della casa nello stato spagnolo ha visto un’impennata che non ha eguali se paragonato all’andamento analogo registrato in Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti. Quando in seguito alla crisi i contraenti non hanno più potuto pagare il mutuo sulla casa, si è smesso di costruire lasciando sul territorio numerosissimi appartamenti nuovi che sono rimasti vuoti: 448.356 in Catalunya, 505.029 nel País Valencià e 71.255 alle Balears. Una somma che rappresenta il 13,5% degli appartamenti sfitti dello stato spagnolo. Oltre al danno subito dai cittadini che hanno perso la casa, la speculazione immobiliaria dei primi anni del nuovo secolo ha generato anche un considerevole danno ambientale: l’indice di urbanizzazione della costa è cresciuto notevolmente, spesso compromettendo il paesaggio e la natura.

“I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” è il titolo del capitolo che El llibre roig dels Països Catalans dedica alla distribuzione della ricchezza. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza sociale, consegna un dato sul quale riflettere. I Països Catalans registrano la disuguaglianza più alta di tutta l’area europea: peggio di Gran Bretagna, Italia, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia… ma anche di Portogallo e Grecia. Il 20% più ricco della popolazione ha un reddito quasi 7 volte superiore al 20% più povero.

Questo gigantesco processo di trasferimento della ricchezza dai più poveri a beneficio dei più ricchi è stato possibile anche grazie a una serie di riforme del mercato del lavoro che, sia quando sono state varate dal PP che dal PSOE, hanno immancabilmente seguito la direzione della riduzione dei diritti dei lavoratori e del peggioramento delle loro condizioni contrattuali e di lavoro. Una vera e propria offensiva bipartisan contro le classi lavoratrici dei Països Catalans che ha imposto licenziamenti più facili, deroghe al contratto, maggiore precarietà e che si riflette nell’andamento del tasso di disoccupazione: dal 10% circa del 2005 al 27% del 2012. Altrettanto allarmanti sono i dati sulla popolazione a rischio di esclusione sociale: 23% in Catalunya, 30% al País Valencià e 28% alle Balears. L’insieme dei Paísos Catalans fa registrare un considerevole 26% di popolazione a rischio.

Oltre a fornire una gran quantità di dati, messi a disposizione di ogni collettivo, casale indipendentista o associazione che intenda lottare per le classi lavoratrici e per il riconoscimento nazionale, gli autori del libro offrono la propria sintesi: la situazione di sovraproduzione, bassa crescita economica, basso consumo dovuto ai bassi salari, fa prevedere un impoverimento persistente delle classi popolari, in balia di un capitalismo sempre più aggressivo e ormai indisponibile a qualsiasi patto sociale. In questa prospettiva l’indipendenza dei Països Catalans significa non solo la nascita di una nuova Repubblica ma anche un progetto politico per restituire potere ai lavoratori, un’ipotesi rivoluzionaria per trasformare la struttura sociale, una rottura con il liberismo. Un’aperta rivendicazione di cambiamento: come si legge nelle conclusioni del libro rosso dei Països Catalans, indipendenza “per cambiare tutto”.