Uno dei temi centrali nel processo di costruzione della repubblica catalana avviato dopo le elezioni del 27 settembre 2015 è quello della lingua: una questione aperta che contrappone i differenti soggetti politici e che suscita numerose prese di posizione all’interno del mondo della cultura. Tra queste, risale a pochi giorni fa la pubblicazione del manifesto  Per un veritable procés de normalització lingüística a la Catalunya independent firmato da numerosi intellettuali, accademici e personalità storiche del mondo indipendentista riunitesi nel Grup Koiné.

L’analisi proposta nel manifesto si sviluppa a partire dallo status di lingua nazionale del català, nel senso di lingua che si è formata sul territorio di Catalunya, dove ha intrapreso un processo storico di evoluzione che l’ha portata ad estendersi anche al País Valencià e alle Balears.

Nonostante sia la lingua che storicamente la popolazione catalana ha sempre parlato, il català non si trova nella situazione di normalità che vivono le lingue nazionali sul proprio territorio. Il manifesto ricorda che a causa dell’annessione del Principat de Catalunya al Regno di Castella imposta con la forza nel 1714, il castigliano, come lingua di dominio politico, contende al català lo status di lingua territoriale, cercando di sostituirlo in tutto il paese (così come ha fatto il francese a partire dal 1659, dopo l’annessione dei territori della Catalunya Nord alla monarchia di Luigi XIV).

Il tentativo di sostituzione del català si è avvalso di mezzi coercitivi e repressivi dittatoriali, che hanno imposto lentamente alla popolazione catalana il castigliano. Il manifesto del Grup Koiné sottolinea che fino al 1939, soprattutto nei settori popolari, il processo di sostituzione del català era ancora abbastanza precario e che il castigliano ha finito per imporsi solo grazie all’opera del generale Franco. Per mezzo della repressione politico-giuridica del català, dell’imposizione del castigliano nel mondo della scuola, dell’università e dei mezzi di comunicazione, dell’utilizzazione dell’immigrazione di lingua castigliana come involontario strumento di colonizzazione linguistica, il franchismo ha portato a termine in quarant’anni un processo che, reprimendo e marginalizzando il catalano, ha condotto ad una situazione di bilinguismo forzoso.

La caduta del fascismo spagnolo, alla morte di Franco, e il regime democratico sorto nel 1978 non hanno messo fine all’imposizione politica e giuridica del castigliano in Catalunya: nell’amministrazione pubblica il català è ancora frequentemente discriminato, il suo status nella scuola è costantemente messo in discussione dalle proposte del parlamento spagnolo,  nel mondo del lavoro si rivela spesso più utile il castigliano. Secondo i firmatari del manifesto, tra le conseguenze di questa discriminazione troviamo il costume di parte della popolazione catalana (forse dettata dall’abitudine a considerare la propria lingua come secondaria) di rivolgersi in castigliano agli sconosciuti, o il rischio di degrado qualitativo del català.

Il manifesto del Grup Koiné prosegue descrivendo l’esito paradossale del processo di sostituzione linguistica: il català si trova sempre più marginalizzato sul proprio territorio a beneficio della lingua dell’immigrazione, si badi bene però, solo dell’immigrazione di lingua  castigliana: tutte le altre lingue della popolazione immigrata (amazic, arabo, cinese…) non godono della stesso trattamento di favore. Secondo i firmatari del manifesto è evidente la natura ideologica del bilinguismo che, più che fenomeno egualitario che arricchisce la popolazione, si rivela la maschera presentabile della repressione e della marginalizzazione del català a beneficio del castigliano. L’ideologia del bilinguismo nasconde così la costante sostituzione di una lingua con l’altra, legittimandola e consacrandola alla normalità democratica.

Nel momento attuale però, nel quale Catalunya attraversa un processo di natura costituente volto alla costruzione di una repubblica indipendente dal Regno di Spagna, la questione della lingua non può essere nascosta dietro la maschera del bilinguismo: l’opinione dei firmatari del manifesto è che la discriminazione del català non possa proseguire come un normale dato di fatto nella nuova repubblica e che sia necessario cominciare da subito una campagna per rafforzare la coscienza linguistica in tutto il paese e portare ad una adeguata tutela costituzionale del català. Per questo si propongono tre obbiettivi fondamentali: 1) il pieno ed effettivo status di lingua nazionale del català, di lingua del territorio di Catalunya, allo stesso modo che per l’occità alla Vall d’Aran; 2) la fine della subordinazione sistematica e generalizzata del català (e dell’occità) al castigliano; 3) il progressivo rafforzamento del català.

Il processo costituente si arricchisce così della questione della lingua, che nell’intenzione del Grup Koiné deve trasformarsi in uno degli assi principali d’integrazione della cittadinanza, nella prospettiva di una società multilingue dove ognuno, indipendentemente dal paese e dal continente di provenienza, possa sentirsi accolto. Ma dove la lingua nazionale cessi finalmente di essere discriminata.

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