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Mese

febbraio 2016

Mezzo secolo al bando: Els darrers dies de la Catalunya republicana, un libro proibito.

Un llibre català que es publica a l’estranger mentre els llibres catalans són perseguits i destruïts a la nostra pàtria, significa que la guerra no s’ha acabat, que la guerra continua, que la guerra no pararà fins que Catalunya no recobri tota la seva llibertat nacional: la del règim polític, la de la llengua i la de l’esperit.

Un libro in catalano che si pubblica all’estero mentre i libri scritti nella nostra lingua sono perseguitati e distrutti in Catalunya, significa che la guerra non è finita, che la guerra continua, che non terminerà finché Catalunya non raggiunga la piena libertà nazionale: libertà del regime politico, della lingua e dello spirito.

Antoni Rovira i Virgili, Els darrers dies de la Catalunya republicana, 1939.

 

 

Costretto dall’avanzata dei franchisti a lasciare la capitale catalana, Antoni Rovira i Virgili scrive la cronaca degli utlimi giorni della Catalunya repubblicana mentre s’incammina verso l’esilio francese, tra il gennaio e il febbraio del 1939.

In quei giorni la disfatta si delinea sempre più chiaramente, azzerando le speranze degli antifascisti. Tra l’espatrio precipitoso e la fuga deludente di alcuni colleghi, Rovira i Virgili è uno degli ultimi deputati del Parlamento catalano a lasciare Barcelona, da mesi sotto l’attacco aereo dei bombardieri inviati da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo. Els darrers dies de la Catalunya republicana raccoglie le note scritte in quei momenti.

Il punto di vista dell’autore non è semplicemente quello di uno sconfitto che, come migliaia di concittadini, cerca riparo all’estero, bensì quello di un autorevole protagonista delle vicende del catalanismo dei primi decenni del ‘900. Eletto deputato nel 1932 nelle fila di Esquerra Republicana de Catalunya, Rovira i Virgili vanta una lunga carriera come animatore di numerose riviste e giornali (tra cui La Campana de GràciaL’Esquella de la Torratxa, la Revista de Catalunya, La Nació, La Nau, La Veu de Catalunya, La Publicitat, La Humanitat) e come autore di altrettanti saggi storici (tra cui la Història dels moviments nacionalistes, Defensa de la democràcia, Resum d’història del catalanisme). Il suo sguardo sulla guerra civile spagnola è quello di un intellettuale che, dopo aver subito la repressione anticatalanista e antipopolare della dittatura di Primo de Rivera, vede interrompersi bruscamente la breve stagione di rinascita democratica avviata dall’avvento della Repubblica. Le note sugli ultimi giorni della Catalunya repubblicana costituiscono non solo un racconto di eventi vissuti in prima persona quanto una riflessione sulle vicende della guerra civile e sul destino del paese.

Nel libro troviamo il popolo di Barcelona e la marea di catalani e di profughi provenienti da tutta la Spagna che, tra la minaccia dei bombardamenti, le difficili condizioni della marcia forzata verso l’esilio e la fame vera e propria, si riversano in pochi giorni alla frontiera francese per sfuggire alla vendetta fascista. Il cammino della carovana dei fuggitivi, che si caricano sulla schiena o su un carro le poche cose che riescono a portare con sé, è condiviso dal gruppo di Rovira i Virgili, formato da alcuni parlamentari e intellettuali catalani accompagnati dalle loro famiglie. È un viaggio intrapreso nella confusione e nell’incertezza che si conclude in Francia, dove il gruppo sfugge all’arresto dei gendarmi e Rovira i Virgili trova riparo presso alcuni amici, a Tolosa de Llenguadoc.

La cronaca quotidiana si alterna alla amara riflessione sul duro colpo subito da Catalunya: la sollevazione militare di Franco vuole annichilire una volta per tutte il progetto di repubblica catalana (dichiarata senza successo per ben due volte tra il 1931 e il 1934) imponendo il nazionalismo spagnolo su tutta la penisola iberica. Non è un caso che lo slogan dei franchisti, diffuso nelle città occupate, reciti Arriba España.

La testimonianza di Rovira i Virgili non tralascia la denuncia degli atteggiamenti meschini che di tanto in tanto si affacciano nel campo repubblicano, così come gli errori e le mancanze che portano all’epilogo sfavorevole della guerra. Senza indulgere nella retorica, l’intellettuale tarragonino da voce a un popolo sconfitto, narrandone le sfumature, tenendosi ben lontano tanto dalle visioni mitiche quanto dalle affermazioni propagandistiche.

Alla stazione di Perpinyà, mentre lascia la Catalunya francese riflette: «in un Europa nuova, in un Occidente rinnovato, in un mondo libero, l’unità catalana potrebbe essere ricostruita all’interno di un insieme più ampio. Così l’avvenire della Catalunya nazione non è un problema di secessione o di frammentazione bensì un alto e vasto problema di ricostruzione di popoli nella pace, nella libertà, nella relazione feconda tra le molte e differenti culture». È il pensiero di un catalanista degli anni ’30, che intende il concetto di nazione (definita dalla lingua, la coscienza, la storia e il territorio) come strumento di emancipazione di un popolo, nell’accezione liberaldemocratica nata nell’’800, quando la nazione si affermava contro i grandi imperi. Niente a che vedere con la versione aggressiva portata alla ribalta dai movimenti fascisti e dalle forze reazionarie e razziste.

La storia del libro è romanzesca: arrivato fortunosamente in Argentina, viene pubblicato nel 1940 a Buenos Aires dalle edizioni della rivista Catalunya, mentre è inmediatamente messo al bando in Spagna. Dopo la morte del generalissimo, Els darrers dies de la Catalunya republicana viene dato alle stampe nel 1976 dalle edizioni Curial di Barcelona, ma il Tribunal de Orden Público spagnolo ne ordina l’inmediato sequestro. Nonostante il processo di transizione alla democrazia, l’opera viene relegata ancora nella clandestinità: praticamente introvabile, è tenuta ben lontana dal grande pubblico che, pur conoscendone l’esistenza, non la può leggere. È solo nel 1989 che il quotidiano Avui la pubblica per la prima volta senza inconvenienti. Sono passati cinquant’anni dalla messa al bando del libro, quaranta dalla morte in esilio dell’autore: nonostante mezzo secolo di censura Els darrers dies de la Catalunya republicana è sopravvissuto ed è finalmente a disposizione dei lettori. Nel 1999 viene riproposto dall’editore Proa e nel 2014 da Acontravent, che ne stampa un’accurata edizione.

A dimostrazione dello scarso interesse per le vicende catalane e della disattenzione colpevole dell’editoria, propensa a rivolgere uno sguardo spagnolo sulle vicende descritte nel libro, per il momento non ci sono traduzioni e l’opera è disponibile solo in lingua catalana.

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¡En Cristiano!: quando parlare català può costare una denuncia.

Gli episodi di discriminazione per l’uso del català, se non sono sistematici, affiorano ancora  periodicamente per i Països Catalans. L’ultima denuncia risale al settembre scorso: secondo numerosi quotidiani, tra i quali l’Ara, El Punt, e Vilaweb, una guida di montagna di 31 anni che si recava al lavoro è stata fermata dalla Policia Nacional alla frontiera con la Francia e denunciata per resistenza a pubblico ufficiale per aver parlato in català. «Qui siamo in Spagna e si parla il castigliano» avrebbe detto il poliziotto. «In Catalunya si parla anche il catalano», sarebbe stata la rispota in seguito alla quale l’agente ha iniziato una rude perquisizione e stilato una denuncia.

Di casi simili la Plataforma per la Llengua ne conosce decine. E Ignasi Bea Seguí, politologo e militante della CUP, ne ha raccolti una dozzina nel libro ¡En Cristiano! Policia i guàrdia civil contra la llengua catalana, uscito nel 2014 per le edizioni Cossetania. Gli episodi sono di una sconcertante banalità: i protagonosti involontari sono cittadini normali, persone non impegnate da un punto di vista politico, che usano il català in un aeroporto, un commissariato o ad un controllo stradale. In ognuno di questi casi il rappresentante di turno delle forze dell’ordine intima che gli si parli come un cristiano, considerando evidentemente il català alla stregua di un linguaggio inferiore e procede il più delle volte a denunciare i malcapitati. In alcuni casi i tribunali non hanno riconosciuto la discriminazione e gli agenti sono stati assolti, in altri i cittadini che hanno osato denunciare i fatti sono stati addirittura condannati. Solo uno di questi casi si conclude con la condanna di un agente. Come è possibile che i cittadini non possano usare la propria lingua, nel proprio paese, nei rapporti con le forze di sicurezza spagnole? Come è possibile che tutto ciò accada oggi (i casi riportati nel libro sono accaduti tra il 1996 e il 2012, lontano dall’epoca franchista), come si spiega?

L’autore di ¡En Cristiano! fornisce una risposta articolata: da un lato esamina la storia recente, dall’altro ripercorre la vicenda secolare della persecuzione patita in epoche differenti dal català. Per quel che riguarda la cronaca degli ultimi anni, Bea Seguí ricorda che la costituzione del 1978 riconosce, per la prima volta, l’esistenza di differenti lingue nello stato spagnolo. Allo stesso tempo però, queste lingue non sono neppure citate con il loro nome. Inoltre la loro ufficialità viene relegata alle rispettive comunità autonome. La realtà è che la monarchia spagnola non sembra interessata a tutelare la ricchezza e il patrimonio culturale rappresentato dalla varietà linguistica.

Ma ciò che impressiona e colloca nella giusta prospettiva storica i casi esaminati nel libro, è la panoramica sui tre secoli abbondanti di persecuzione del català, per mano della Spagna borbonica come della Francia dell’ancien régime e della repubblica, della dittatura di Primo de Rivera come del fascismo di Franco, che vi si dedica con speciale scrupolo. Per ciascuna epoca ¡En cristiano! ricorda le misure repressive adottate: dal divieto di insegnare il català nelle scuole alla messa al bando di canzoni popolari come Els segadors (che oggi è l’inno catalano) o La Santa Espina. Un capitolo a parte merita la repressione franchista che va dal divieto di etichettare le merci in català alla sostituzione dei nomi delle piazze e delle insegne dei negozi (la plaça Catalunya di Barcelona diviene la plaza del Ejército Nacional); dalla soppressione della stampa in català alla eliminazione dell’insegnamento della filologia catalana e perfino della storia dell’arte medievale, considerata un’allusione esplicita alla cultura di Catalunya; dall’annullamento di certificati di nascita, morte e matrimonio redatti in català ai cartelli nelle fabbriche che ricordavano il divieto di parlare la lingua degli sconfitti della guerra civile.

Un corpo di leggi impressionante che smentisce le opinioni dedite a negare o minimizzare la repressione subita dalla lingua. Tra queste quella espressa da Juan Carlos I nel 2001, secondo la quale «la nostra non fu mai una lingua d’imposizione bensì d’incontro; nessuno è mai stato obbligato a parlare in castigliano. Furono i popoli più diversi che fecero propria, secondo la loro libera volontà, la lingua di Cervantes». Un’opinione smentita, oltre che dalla storia, anche dalla relazione presentata nel 2009 dalla Plataforma per la Llengua e intitolata 500 lleis que imposen el castellà, una dettagliata raccolta di leggi, all’epoca ancora vigenti, che favorivano il castigliano in ogni tipo di documenti (patenti, licenze, insegne, titoli ufficiali), nella relazione con l’amministrazione pubblica, nell’insegnamento e al momento di scegliere un lavoro.

Secondo Bea Seguí la repressione secolare, rafforzata dalla sottile discriminazione dei nostri giorni, manda un chiaro messaggio alla popolazione: al primo posto c’è una lingua ufficiale, imprescindibile, utile in ogni ambito e di tutto rispetto; dopo vengono le altre, che non si nominano e delle quali si può tranquillamente fare a meno. È per questo forse che molti catalani sono abituati a passare automaticamente al castigliano quando qualcuno gli si rivolge in questa lingua o quando parlano con uno straniero. Ma non è solo questo il lascito di secoli di storia: accanto alla svalutazione mascherata e all’aperto disprezzo dello stato, c’è la volontà di un popolo che si ostina a parlare la propria lingua nonostante la repressione protrattasi per più di trecento anni. E la consapevolezza politica, che negli ultimi anni si è allargata notevolmente nella società, della necessità di dotarsi di strumenti adeguati per rafforzare il català e garantire un effettivo pluralismo, obbiettivi che sembrano all’ordine del giorno nella costruzione della Repubblica indipendente.

L’estelada, una bandiera di lotta.

In origine ispirata dalla battaglia contro il colonialismo spagnolo, vietata dal generale Primo de Rivera negli anni ’20, messa al bando da Franco dopo il 1939, l’estelada si è sempre connotata come una bandiera di lotta, sopravvivendo alle dittature e affermandosi attraverso i decenni come il simbolo dell’indipendenza di Catalunya.

Lontano dal vecchio continente, la bandiera nasce nel mondo coloniale: le sue origini vanno cercate a Cuba all’inizio del XX secolo. Qui gli emigrati catalani sostengono le rivendicazioni dei nativi per la liberazione dal dominio spagnolo, che si era caratterizzato per i brutali metodi repressivi. In seguito a lunghe mobilitazioni, nel 1898 l’intervento militare degli Stati Uniti mette fine al ruolo di potenza regionale svolto fino a quel momento dalla monarchia borbonica, conducendo all’indipendenza di Cuba. Dopo averne ammirato la lotta, gli emigrati catalani si ispirano alla nuova bandiera dell’isola nell’elaborazione di un proprio simbolo: nel 1906 il Centro Catalanista di Santiago espone una bandiera che consiste in una tradizionale senyera catalana (quattro barre rosse su fondo giallo) con l’aggiunta di una stella bianca al centro. Nello stesso anno Fora Grillons!, la rivista degli esiliati catalani nell’isola che rivendica l’indipendenza di Catalunya, inserisce una bandiera analoga nella propria testata. Nel 1908 Vicenç Ballester, politico e militante catalanista, che per qualche tempo risiede a Cuba, completa il disegno definitivo della bandiera, con le quattro barre rosse sopra il fondo giallo, il triangolo blu e la stella bianca a cinque punte: l’estelada.

La fine della prima guerra mondiale segna il crollo dei vecchi imperi e una esplosione di rivendicazioni nazionali. In questo contesto Ballester, presidente del semiclandestino Comitè Pro-Catalunya, cerca di portare alla ribalta il caso catalano, diffondendo l’immagine della nuova bandiera, che nel 1918 appare in una foto pubblicata dalla rivista L’intransigent. In questa immagine indipendentisti catalani e giovani nordamericani mostrano le rispettive bandiere: una allusione al diritto all’autodeterminazione dei popoli, riconosciuto in quell’anno dal presidente americano Wilson. Nello stesso periodo si diffonde un francobollo senza valore, da indirizzare alla futura Società delle Nazioni, con la riproduzione dell’estelada.

Successivamente la bandiera appare in un documento del Comitè Pro-Catalunya, redatto in catalano e in arabo, che saluta la ribellione marocchina contro il dominio coloniale spagnolo (1919); nella rivista La Nova Catalunya, che si pubblica a Cuba (1919); nell’ultimo numero, prima dell’avvento della dittatura di Primo de Rivera, del settimanale indipendentista di Barcelona La Tralla (1923).

La popolarità della nuova bandiera cresce quando Francesc Macià, leader della storica formazione Estat Català, l’adotta come simbolo del partito, portandola a Prats de Molló nel fallito tentativo insurrezionale del 1926. Due anni più tardi l’Assemblea Costituente del movimento separatista, riunitasi a Cuba, scrive all’articolo 3 della Costituzione provvisoria elaborata in quell’occasione: “La bandiera ufficiale della Repubblica Catalana è quella storica dalle quattro barre rosse su fondo giallo, con l’aggiunta, nella parte superiore, di un triangolo blu con al centro una stella bianca a cinque punte”. È la codificazione giuridica dell’estelada.

Negli anni ‘30 Esquerra Republicana de Catalunya l’adotta come simbolo del partito, così come altre formazioni quali il Partit Nacionalista Català, Nosaltres Sols! e Estat Català – Partit Català Proletari, che ne esibisce una nuova versione nella testata del settimanale L’Insurgent, dove la stella si tinge di rosso. Nel 1931 Macià la inalbera in occasione della proclamazione della Repubblica catalana, destinata a convertirsi in poche ore nel ristabilimento della Generalitat. Nel 1934, in occasione dei fatti dell’ottobre, quando si torna a proclamare senza successo lo stato catalano, l’estelada costituisce uno dei simboli degli insorti. Dopo il colpo di stato militare di Franco, la bandiera viene adottata dalla colonna Macià-Companys dell’esercito repubblicano, che la porta in combattimento. Un manifesto del fronte popolare, stampato a Barcelona presumibilmente nel 1936, riproduce l’estelada mentre sventola assieme a una bandiera republicana spagnola, una senyera, una bandiera rossa con la falce e il martello e una bandiera anarchica, alle spalle di un militante col pugno alzato.

Durante il periodo franchista, il Front Nacional de Catalunya, un’organizzazione antifascista che non accetta la vittoria dei franchisti e si propone di continuare la resistenza nelle difficili condizioni dettate dalla clandestinità, la utilizza assieme alla senyera. È così che l’estelada sopravvive agli anni della dittatura e ricompare nel 1968 con la nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN), che per sottolineare la propria ispirazione marxista ne adotta la versione con la stella rossa dentro al triangolo giallo. A partire da questo momento l’estelada, nella versione originale e in quella con la stella rossa, accompagna tutte le formazioni indipendentiste, in particolare della sinistra, che attraversano gli anni ’70 e ’80: PSAN-p, Independentistes dels Països Catalans, Comitè de Solidaritat amb els Patriotes Catalans, Terra Lliure e Moviment de Defensa de la Terra. Sono i gruppi che si mantengono fermi tanto nella denuncia dell’autonomia, nel momento di maggiore auge di questa proposta, quanto nella critica al processo di transizione alla democrazia. In quegli anni, nonostante la fine del regime, il clima repressivo è ancora pesante: nel marzo del 1982 l’attuale ministro dell’interno del governo spagnolo, Jorge Fernández Díaz, all’epoca governatore civile di Barcelona, dispone l’arresto di sei militanti indipendentisti semplicemente per aver aperto una manifestazione con uno striscione nel quale campeggia un’estelada  e la parola d’ordine «indipendenza». Attualmente tra i partiti rappresentati nel Parlamento catalano, solo la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione di collettivi e organizzazioni della sinistra radicale e marxista, che esercita un’influenza significativa nel movimento independentista, include nel proprio simbolo l’estelada.

A dispetto della grande diffusione dell’emblema tra la popolazione, gli istinti repressivi non sono scomparsi: in occasione della finale di Champions League dell’anno scorso, l’UEFA ha multato il Barça con 30.000 euro per l’esibizione di migliaia di estelades (portate allo stadio di Berlino dai tifosi blaugrana), dimostrando di non conoscere la bandiera e valutandola alla stregua di un simbolo inneggiante all’odio razziale o alla discriminazione politca.

Il significato dell’estelada è però ben chiaro per il popolo catalano, che oggi la espone alle finestre, terrazze e facciate di migliaia di case e di edifici pubblici di Catalunya. La bandiera è inoltre il simbolo più popolare nelle manifestazioni indipendentiste, così come nelle ultime celebrazioni della diada, la festa nazionale catalana che recentemente ha assunto un esplicito carattere rivendicativo.

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