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Mese

luglio 2016

Una storia degli anni ’70.

Tra la biografia e il saggio storico, Memòries d’un rebel di Frederic Bentanachs costituisce una testimonianza che, sebbene talvolta non riesca a passare dalla rievocazione personale alla riflessione più ampia, ha però il merito di catapultare il lettore negli anni turbolenti del tramonto del franchismo e della cosiddetta transizione alla democrazia, ricostruendoli secondo un punto di vista critico che ne smentisce la idillica versione ufficiale.

Nato nel 1956 in un piccolo paese della Catalunya centrale, Bentanachs rievoca l’atmosfera repressiva del regime degli anni ’60, che segna la crescita personale, ancora prima che politica, dell’autore: «il castigliano era obbligatorio per tutti e il catalano semplicemente proibito». Il controllo del regime si estende in quel momento a tutti gli ambiti della vita sociale: «Per dimostrare di aver assistito alla messa della domenica, dovevo portare a scuola ogni lunedi il foglio parrocchiale». Il franchismo è agli sgoccioli ma non per questo attenua i suoi tratti repressivi (basti pensare che l’ultima condanna a morte, quella del militante anarchico Salvador Puig Antich, viene eseguita nel 1974).

Figlio di un ex-combattente repubblicano, cresciuto sotto l’influenza della forte personalità della nonna (membro di Estat Català) nella cui casa di Barcelona matura una precoce consapevolezza politica, l’autore respira nell’ambiente familiare un sentimento di sconfitta e una curiosità per il maggio ‘68 che agiscono come una miccia. Già da giovanissimo si rende consapevole della doppia oppressione, nazionale e di classe, che soffre il popolo catalano e contro la quale impronta tutto il suo percorso politico. Tra il 1975 e il 1979 milita nell’organizzazione giovanile del Partit Socialista d’Alliberament Nacional-Provisional (PSAN-p) e nel sindacato rivoluzionario, nel quale vive le prime esperienze politiche, fino a partecipare alle attività del nucleo embrionale di Terra Lliure, organizzazione  armata per il socialismo e l’indipendenza dei Països Catalans.

Bentanachs ricorda che tre anni dopo la morte del dittatore «la Spagna non aveva approvato una costituzione borghese, piú o meno democratica; e ancora vigevano le leggi delle Corts franchiste». L’undici settembre del 1978 la manifestazione che si svolge a Barcelona per celebrare la festa nazionale di Catalunya si rivela drammatica. Nel corso degli scontri la polizia spara e uccide un manifestante sotto gli occhi dell’autore: «…mentre Gustau Muñoz cercava di dileguarsi, da un gruppo della brigata político-sociale gli spararono alla schiena. Barcollando e sanguinante cercò di arrivare fino al carrer Ferran, dove tentammo di aiutarlo portandolo al riparo dentro un portone».

Il processo di transizione alla democrazia non significa la fine del franchismo, che sopravvive nei settori chiave dell’apparato statale. Sconfiggere il fascismo, costruire uno stato indipendente e socialista, diventa l’obbiettivo di Bentanachs e di una parte minoritaria, ma dal rilevante peso specifico, della sua generazione. Assieme ad altri cinque giovani, Bentanachs parte alla volta del paese basco per ricevere un addestramento militare che la vicinanza ideologica e la solidarietà tra il nazionalismo basco e quello catalano rendevano possibile. In Euskadi i cinque incrociano la strada di ETA e toccano con mano per la prima volta l’esperienza drammatica della clandestinità. “Txomin”, responsabile politico e militare di ETA, gli avverte: «Avete un anno di vita; può accadere che in un arco di tempo di due o tre mesi qualcuno di voi muoia o che finisca in carcere».

Di ritorno a Barcelona il gruppo programma l’assalto a un furgone blindato in modo da procurarsi il denaro necessario a finanziare la lotta ma l’azione si rivela un fallimento e si conclude con la morte di uno dei membri del nucleo: Martí Marcó. La riflessione dell’autore è amara: «Il film della favola dei ragazzi che volevano giocare alla rivoluzione finisce in una sola notte. Improvvisamente ci trovammo con un compagno in clandestinità, un morto, armi, un appartamento vuoto, un covo e un debito con ETA. L’utopia era finita».

Secondo Bentanachs il debito si sostanziava in un paio di azioni che i militanti baschi avevano chiesto fossero rivendicate a loro nome e dirette contro gli interessi francesi in Spagna. Per questo il gruppo progetta gli attentati contro una concessionaria Renault e un centro commerciale Carrefour a Barcelona. Felix Goñi e Quim Pelegrí si incaricano di piazzare una bomba alla concessionaria mentre Griselda Pineda e Bentanachs fanno da gruppo di appoggio. All’una di notte, trasportando un ordigno esplosivo alla concessionaria, Felix Goñi salta in aria e muore.

Tre giorni dopo la polizia arresta Bentanachs e lo porta al commissariato della Via Laietana di Barcelona dove per una settimana viene tenuto in isolamento e torturato: «cercarono di soffocarmi con una borsa di plastica, mi colpirono con una coperta bagnata e con un casco in testa mi picchiarono con una spranga di ferro […]. Non mi lasciarono dormire per ore e mi appesero a quella che chiamavano sbarra democratica. Spogliato e ammanettato ti appendevano e ti picchiavano i piedi». Con il sostegno della famiglia e degli amici di Sanaüja, il paese di origine, inizia il soggiorno nelle carceri spagnole, prima alla Model di Barcelona, entrando a far parte di un popolo di prigionieri politici che il carcere intenta rendere invisibili e spogliare della propria dignità.

Dopo aver partecipato a una rivolta viene trasferito a Carabanchel, dove si integra nel collettivo di ETA-m: «i milis ci trattavano come se fossimo dei loro, eravamo riconosciuti nelle assemblee come militanti a pieno titolo, con diritto di parola e di voto». Con i prigionieri di ETA-m condivide la vita quotidiana, le lotte interne al carcere e lo sciopero della fame. Contemporaneamente Terra Lliure mette a segno le azioni piú importanti contro lo stato spagnolo in Catalunya. La condanna a quattordici anni chiesta dal pubblico ministero è una vera e propria doccia fredda. È accusato di rapina, intimidazione, strage premeditata, possesso d’armi da guerra, possesso d’esplosivo e rinviato a giudizio il 20 febbraio 1981. La sentenza di condanna è inaspettatamente piú favorevole delle previsioni: quattro anni. È la pena per aver preso parte, come scrivono i giudici, a «una organizzazione armata strutturata gerarchicamente, che attraverso il ricorso alla violenza pretendeva raggiungere l’indipendenza della Catalunya in un regime socialista».

Uscito dal carcere nel 1982, l’autore partecipa alle vicende del Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e dell’indipendentismo catalano degli anni’80 e ’90 dalla seconda linea. Anche per questo il libro tratta questi anni superficialmente, peraltro senza approfondire né l’analisi della composizione sociale del movimento né la storia di Terra Lliure.

Ciò che invece viene messo a fuoco in maniera più convincente è il passaggio dal franchismo al regime democratico: per Bentanachs l’avvento della democrazia è poco meno di un inganno, dal momento che il fascismo spagnolo non viene sconfitto sul campo di battaglia ma semplicemente accetta di venire a patti in seguito alla morte di Franco. Si tratta di uno sguardo  differente sulla transizione spagnola, un processo spesso indicato dalla vulgata dominante dei politologi come esemplare, in grado di portare in modo indolore dal fascismo alla democrazia. Ma davvero è stato cosi? E un regime nel quale la polizia puó impunemente torturare nelle proprie caserme, come testimonia l’autore, puó definirsi democratico? Non fosse che per il fatto di sollevare questi interrogativi, il libro vale la pena.

Così come vale la pena la riflessione sul significato della propria esperienza di lotta e sul senso di alcune parole come ad esempio terrorista. Bentanachs non vuole sfuggire alle proprie responsabilità bensí inserirle nel giusto contesto storico: «Sono ben cosciente che per tutto quello che ho spiegato nel libro, daccordo con la terminología di moda oggi sono stato un terrorista e che inoltre questa parola provoca orrore e rigetto […]. Peró a parte queste considerazioni, senza dubbio generalizzazioni prodotte dal pensiero unico […] qualsiasi embrione di lotta per la libertà e la giustizia sociale deve scontrarsi con il sistema…». Terrorista è un epiteto che i vincitori, coloro che si mantengono al potere, lanciano contro gli sconfitti ma che si potrebbe rivolgere anche a molti stati, «o è che le bombe della NATO non uccidono esseri umani innocenti? O è che le multinazionali non fanno terrorismo ecologico per espandere le proprie attività inquinanti; o è che i consigli d’amministrazione di banche e grandi industrie non fanno terrorismo, facendo firmare alla classe operaia impoverita contratti da fame…».

Se nel modo di raccontare la propria storia, dichiaratamente di parte, non troviamo la pretesa dell’obbiettività e la profondità dell’analisi (tipiche del saggio storico) dal racconto di Bentanachs emerge invece in maniera evidente un’altra qualità: lautenticità del personaggio e della propria versione dei fatti.

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Badia i Margarit e il posto del català tra le lingue romanze.

Edito nel 1964, Llengua i cultura als Països Catalans di A.M. Badia i Margarit propone una serie di interventi pronunciati in conferenze o apparsi in riviste e volumi dei primi anni’60, quando all’Università di Barcelona non è permesso insegnare in català e ancora non esiste la cattedra di Lingua e letteratura catalana. Dopo l’assemblea del Paranimf (1957) i giovani universitari arrivano a costituire un’organizzazione studentesca autonoma  del tutto svincolata dal sindacato del regime (1965). Negli stessi anni l’autore insegna Grammatica storica della lingua spagnola, cattedra dalla quale si adopra per introdurre il català nell’università, cominciando a riunirsi con gli studenti. In pieno processo di transizione alla democrazia, nel 1978 Badia i Margarit viene eletto Rettore dell’Università di Barcelona, carica che interpreta all’insegna della democratizzazione dell’istituzione e della diffusione del català in tutti gli ambiti della vita collettiva.

Nel corso del suo lungo percorso di studi si dedica in particolare alla geografia linguistica e alla linguistica storica, soprattutto catalana, scrivendo numerosi saggi. In questa prospettiva si inseriscono gli studi di Llengua i cultura als Països Catalans, la cui lettura mostra da una parte il posto occupato dal català nella storia della formazione delle lingue romanze, dall’altra rappresenta un efficace antidoto contro le semplificazioni interessate e gli atteggiamenti di pretesa superiorità che talvolta emergono nel dibattito sulle lingue della penisola iberica.

Secondo l’autore il català si forma, come nel caso delle altre lingue romanze,  a partire dalla disgregazione dell’impero di Roma e dalla trasformazione del latino, che nelle diverse regioni europee segue linee evolutive differenti. La riflessione di Badia i Margarit si sviluppa dall’assunto secondo il quale il latino dell’epoca (nella versione parlata già distinto dalla lingua del foro romano) muta in modo diverso a seconda della maggiore o minore influenza di alcuni fattori di diversa natura: fattori storici, storico-linguistici e culturali.

Tra i fattori storici, l’intensità della penetrazione della lingua e della cultura latina è di primaria importanza. L’influenza di Roma nella penisola iberica non si dispiega ovunque allo stesso modo: in Catalunya sorge Tarraco, la città romana da cui prende il nome la Tarraconense, regione strettamente legata alla Narbonense (quest’ultima tanto fortemente segnata dalla presenza romana da essere indicata come la provincia per antonomasia, ossia Provenza, conservandone il nome fino ai nostri giorni); al contrario in Euskadi, o nella regione cantabrica, il dominio di Roma è continuamente minacciato dalle ribellioni delle popolazioni locali e non può tradursi in una forte e duratura impronta culturale; nella regione della Renania, delle Fiandre e dei Paesi Bassi è invece determinante la colonizzazione germanica. È evidente che l’eredità di Roma, sostiene Badia i Margarit, matura in modo differente nei differenti contesti.

Altrettanto rilevante per la formazione delle lingue romanze è il fattore più strettamente linguistico, rappresentato dalle tendenze evolutive spontanee del latino. Il latino parlato si modifica nel suo uso quotidiano secondo abitudini che si consolidano poco a poco e che sono oggetto di studio della grammatica storica. In un territorio tanto vasto tali abitudini non possono coincidere e approdano a esiti differenti: ad esempio se il català, il castigliano e il francese collocano l’articolo davanti al nome (come nel caso di el llop, el lobo, le loup) il rumeno lo pospone (lupu-lu).

Altro fattore da considerare è il substrato linguistico (ciò che esisteva prima dell’impiego del latino) che si riaffaccia con la propria impronta nella nuova lingua. L’intellettuale barceloní ricorda ad esempio che le popolazioni celtiche pronunciavano ü tutte le u, così che quando il latino si diffonde a nord della Gallia gli abitanti della regione pronunciano alla loro maniera le parole latine: nel caso di luna dicono lüna, suono che è rimasto uguale nella pronuncia francese di lune, mûr e nei vocaboli simili.

Anche i fattori storici successivi alla disgregazione dell’impero di Roma hanno una grande inluenza: il passaggio dei popoli germanici lascia tracce molto più profonde nella regione a nord della Loira e nella lingua francese che nel català; il dominio arabo lascia un’eredità culturale ricchissima soprattutto in Andalusia e nel castigliano, oltre che un vocabolario scientifico internazionale (alcohol, algebra, logaritmo, cifra, zenit…) ma si dispiega in maniera meno incisiva in Catalunya. La diversa combinazione di questi fattori nelle differenti aree geografiche fa si che non vi sia una sola lingua romanza che continua il latino parlato, bensì molte.

Definito il quadro interpretativo generale, Badia i Margarit esamina ciò che accade in Catalunya e al català mostrandone il posto peculiare all’interno del nutrito gruppo delle lingue romanze in formazione tra il VI e il IX secolo. Catalunya è una terra di passaggio, cammino obbligato da e verso Roma per legionari, coloni, mercanti e già a partire dal VI secolo si caratterizza per il suo orientamento transpirenaico, testimoniato ad esempio dall’impiego di espressioni comuni all’area centrale dell’impero (il catalano parlar, il francese parler, l’italiano parlare contrapposti al castigliano hablar ed al portoghese falar).

Paradossalmente l’orientamento verso il mezzogiorno francese si rafforza in seguito all’invasione araba: i franchi riconquistano presto la Septimània (Llenguadoc-Rosselló e Catalunya), avanzano verso il sud e conquistano Girona (785) e Barcelona (801). Si forma così il nucleo iniziale di Catalunya, con i comtats catalans che guardano all’impero carolingio, al quale sono legati fin dalla nascita da vincoli giuridici, feudali, amministrativi e ecclesiastici. Il linguista barceloní ricorda che i secoli nei quali si svolgono questi avvenimenti sono fondamentali per la formazione e il consolidamento dei tratti linguistici specifici di ciascuna delle lingue romanze. Gli eventi storici si riflettono nella formazione della lingua catalana che consolida la propria struttura interna a stretto contatto e sotto l’influenza della lingua impiegata nel mezzogiorno francese. Per questo català e provenzale sono tanto affini.

Lo storico catalano Ferran Soldevila sintetizza così questo legame: a causa della riconquista franca “Catalunya si sentì fin dalla propria origine poco unita al resto della penisola iberica. La lotta contro i saraceni, i primi secoli della riconquista, non la separarono bensì la legarono ancora più strettamente alle terre della Gallia meridionale; non la isolarono bensì la posarono in contatto più diretto con l’Europa; non fecero crescere bensì diminuire la solidarietà con il resto della Spagna; fino al punto che per gli altri popoli penisulari le persone del nostro paese saranno per molto tempo i franchi”.

Nato tra la Narbonense e la Tarraconense, dove la forte impronta della cultura e della lingua romana impediscono un’emersione significativa del substrato linguistico precedente, il català non viene segnato dal contributo dei popoli germanici (come accade al francese) né subisce una forte influenza araba. Lo stretto contatto con una lingua affine come il provenzale non fa che riaffermarne i caratteri originari. E quando più avanti i catalani si interessano alle vicende dei popoli vicini di ponente è già troppo tardi perché l’influenza del castigliano possa cambiare le caratteristiche più profonde della lingua.

Badia i Margarit conclude che “il català è […] una lingua tipica tra quelle sorte ad ovest dell’antico impero romano”, che con il provenzale, il francese, il castigliano e il portoghese forma un unico gruppo. Come ogni lingua che si trova in mezzo a vicini differenti si caratterizza come lingua ponte, anche se l’analisi storico-linguistica permette di affermare che “la maggior parte del materiale con cui è stato costruito questo ponte è di fattura gallo-romanza”, proviene cioè dal contatto con il versante provenzale.

Llengua i cultura als Països Catalans tratta anche le norme ortografiche stabilite da Pompeu Fabra, il bilinguismo e i principali aspetti problematici legati al català nel contesto della società degli anni ’60, ma il motivo di principale interesse del volume sembra il percorso seguito dalla lingua nei secoli della propria formazione. Approfondirne la  vicenda storica significa contribuire alla conoscenza e alla difesa del català (oltre che della varietà culturale e del pluralismo) davanti alle  discriminazioni e agli attacchi veri e propri che subisce ancora oggi nel paese della monarchia borbonica e del Partito Popolare al governo.

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