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luglio 2017

L’impronta di Gramsci nei Països Catalans.

La lenta diffusione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans, ricostruita nell’opera collettiva El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster (El Jonc editore) rappresenta una tappa suggestiva della parabola internazionale compiuta dal nemico pubblico numero uno del regime fascista. “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni” aveva concluso il pubblico ministero davanti al Tribunale Speciale. Così la pubblicazione della potente e originale versione del marxismo di Gramsci si rende possibile solo nel dopoguerra. Al di là dei Pirenei però, la censura si prolunga negli anni.

Lo scritto di Giaime Pala Gramsci a Catalunya, contenuto nel volume in questione, si sviluppa a partire da una constatazione preliminare e indispensabile per mettere a fuoco correttamente il tema: “l’impossibilità di pubblicare o accedere a testi marxisti durante una buona parte della dittatura del generale Francisco Franco”. Dedito allo studio del movimento comunista e antifranchista a Catalunya e in Spagna, Pala afferma che dopo la guerra civile i militanti antifascisti si vedono costretti a studiare il marxismo sui testi dei detrattori del pensatore di Treviri, la cui diffusione è invece largamente agevolata dal regime. Ancora negli anni ’50 l’unica possibilità di entrare direttamente a contatto con gli autori marxisti è rappresentata dalla conoscenza di una lingua straniera nella quale leggere le traduzioni dei classici.

Nonostante il pensiero gramsciano fosse conosciuto nelle cellule del PSUC, dove era oggetto di dibattito da anni, è solo nel 1967 che la rivista del partito Nou Horitzons (numero 11 e 12) ospita due saggi dedicati a Gramsci: quello di Josep Fontana e quello di Manuel Sacristán, che a giudizio di Pala rappresenta la prima rigorosa ricostruzione filosofica del pensiero dell’intellettuale sardo apparsa nello stato spagnolo. Fino a quel momento i lettori potevano contare soltanto su una antologia dei Quaderni dal carcere curata e tradotta da Jordi Solé Tura e apparsa nel 1966 con il titolo Cultura i literatura. Non bisogna dimenticare però, sottolinea Pala, l’opera della celebre ispanista Giulia Adinolfi, proveniente dalle fila del PCI e arrivata a Barcelona a metà degli anni ’50. È lei che avvicina Sacristán a Gramsci: in seguito a questa influenza infatti, Sacristán scrive una prima traccia biografica dell’ex leader dei comunisti italiani, inserita nel supplemento del 1957/’58 dell’Enciclopedia Espasa e uscita però nell’indifferenza generale solo nel 1961.

Nel fatidico 1968 Solé Tura edita una versione in català delle Noterelle sulla politica del Machiavelli, seguite due anni dopo da un’antologia dei Quaderni di stampo più filosofico. Secondo la ricostruzione di Pala però il punto di svolta nella diffusione del pensiero di Gramsci è rappresentato dalla robusta Antología curata da Sacristán e pubblicata in castigliano in Messico, per le edizioni Siglo XXI, nel 1970. A partire da questo momento secondo Pala, le pubblicazioni e le traduzioni dell’intellettuale imprigionato dal fascismo si fanno sempre più frequenti, addirittura disordinate e caotiche, anche a causa dell’incapacità dell’Istituto Gramsci “di articolare una politica editoriale intelligente per la Spagna”, come denuncia la ricercatrice Fiamma Lussana.

L’altro canale fondamentale per la ricezione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans è rappresentato daIl’opera di Joan Fuster, l’intellettuale del dopoguerra più importante del País Valencià. Nel capitolo Gramsci en Fuster, Jaume Lloret i Carlos Noguera scrivono che è attraverso la corrispondenza con i catalani in esilio, i libri riportati dagli amici che viaggiano all’estero e soprattutto grazie alll’amicizia con il cantautore Raimon (la cui compagna Annalisa Corti milita nel PCI) che Fuster entra in contatto con Gramsci. Lloret e Noguera sottolineano l’importanza del pensatore sardo per la riflessione fusteriana: da un lato evidenziandone le numerose tracce contenute in Nosaltres, els valencians (1962), dall’altro collegando l’attitudine più generale di Fuster, sintetizzata dalla frase “Non ho altro merito che quello di essermi appassionato fino all’ossessione alla vita e al destino del mio popolo”, alla impossibilità gramsciana di fare storia politica senza passione e senza un legame tra intellettuale e popolo.

Per il pensatore originario di Sueca, impegnato nello studio dell’identità del País Valencià e nella ricostruzione dell’unità storica, culturale e politica dei Països Catalans, Gramsci esercita uno speciale interesse: temi quali la storica frammentazione degli stati italiani, il ruolo svolto dagli intellettuali nel risorgimento, il processo unitario, evocano agli occhi di Fuster un parallelismo con le vicende del País Valencià, il cui futuro “è nelle mani del popolo e legato ai settori subalterni e strumentali che sono precisamente i più alienati dal fascismo. Perciò il socialismo valenciano non sarà sempre marxista, o marxiano, bensì istintivamente popolare, come sperava Gramsci”. Fuster, che non si definisce marxista, fa servire i concetti gramsciani per la propria analisi e ammette apertamente “la simpatia che ci ispirava il signor Gramsci. Un uomo che veniva da un mondo somigliante a quello valenciano, che aveva constatato che la gente delle campagne non entrava nello schema di Marx e che aveva cercato di non scartare le masse contadine”. “Essere marxista non è per niente facile” afferma Fuster, invitando contemporaneamente alla lettura di Gramsci: le “nostre disgrazie, prevalentemente rurali, erano curate da preti e frati da un lato e da improbabili anarchici dall’altro. Gramsci, che ha vissuto in un mondo simile al nostro, insinua formule teoriche più adeguate. E non solamente teoriche. Leggete Gramsci. È un consiglio”.

Lloret e Noguera ricordano inoltre che il primo testo di Gramsci apparso nello stato spagnolo è un articolo in castigliano pubblicato nel 1922 da La Batalla (num.2), una rivista comunista di Barcelona e si mostrano inclini a stemperare l’importanza dell’antologia pubblicata da Solé Tura nel 1966, ricordando anche le considerazioni di Ricard Vinyes secondo il quale la “identificazione meccanica, così abituale, tra traduzione e introduzione è precipitata e vuota”.

Come accade spesso ai classici, anche Gramsci viene riletto in funzione delle necessità politiche del momento: Giaime Pala osserva che nel corso degli anni ’70 il PCE, attratto dalla politica di Berlinguer, si avvicina sempre più alle tesi del PCI fino alla condivisione del progetto dell’eurocomunismo, cercando una legittimazione teorica anche nella reinterpretazione degli scritti di Gramsci. Pala cita molte opere che si inseriscono in questo filone, ben rappresentato dal dossier realizzato nel 1977 dalla rivista Taula de Canvi che, traducendo un dibattito apparso su Mondoperaio e Rinascita attorno alle opzioni teoriche di comunisti e socialisti italiani, fa servire la rilettura di Gramsci per sostenere l’abbandono del leninismo e il definitivo approdo liberaldemocratico del PCE. Nello stesso anno la rivista Materiales, sorta attorno all’opera di Sacristán e animata da giovani usciti dal PSUC, o critici con la dirigenza del partito, denuncia l’uso strumentale di Gramsci che si va diffondendo in Europa sottolinando che “tra le più recenti pubblicazioni su Gramsci non mancano quelle di chi, credendo di parlare di Gramsci, parla in realtà della politica attuale del PCI”. La lettura decontestualizzata del classico Gramsci però, non si circoscrive agli anni ’70 ma ricorre ancora oggi: secondo Pala il concetto di egemonia è “lontano dall’essere una battaglia per l’articolazione della narrazione egemonica (come propone Iñigo Errejon, secondo una visione di Gramsci filtrata per il postmarxista Ernesto Laclau)”. A dispetto delle finalità più o meno contingenti, le letture odierne testimoniano una volta di più la vitalità dell’universo concettuale gramsciano.

Il volume El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster disegna un’accurata mappa catalana del pensiero di Gramsci, un autore consacrato come un classico che, nelle parole di Sacristán (ricordate a guisa di conclusione da Pala) “ha diritto a non essere mai alla moda e ad essere letto sempre”. E interessante risulta anche la riflessione attorno al peso specifico dei concetti gramsciani (subalternità, egemonia, nazional-popolare…) nell’elaborazione di Fuster e nella sua proposta culturale e soprattutto politica dei Països Catalans, per la quale l’influenza di Gramsci, sebbene indiretta, sembra meritevole di essere ancora studiata e ulteriormente approfondita.

Per informazioni sul volume: http://www.eljonc.com/home_cataleg.htm

 

 

 

 

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La sinistra indipendentista catalana si affaccia in Italia.

Finalmente sembra arrivare anche in Italia l’eco della battaglia condotta dalla sinistra anticapitalista catalana per l’indipendenza del proprio paese (e per il socialismo). La sospetta disattenzione con la quale i mezzi di comunicazione del belpaese hanno trattato il tema è stata rimpiazzata dalla riflessione sviluppata da alcuni collettivi comunisti e realtà di movimento, caratterizzati dalla costante attenzione per la prospettiva internazionale.

Il centro sociale Corto Circuito, la Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, i collettivi Genova City Strike, Militant, CUMA,  e Zenti Arrubia hanno ospitato una delegazione della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC) che hanno potuto far sentire la propria voce senza filtri giornalistici o politici più o meno interessati. Alla pagina web della rivista Contropiano  (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/30/catalogna-indipendente-ora-intervista-iranzo-vehi-093460) si trova un’intervista della redazione di Radio Città Aperta a Mireia Vehí (deputata della CUP al Parlamento catalano) mentre alla pagina di Genova City Strike (http://www.citystrike.org/2017/06/20/il-processo-indipendentista-in-catalunya/) si può leggere l’intervento di Icar Aranzo (rappresentante degli studenti) realizzato il 20 giugno a Genova.

I due contributi offrono da un lato una riflessione critica riguardo alla transizione dal fascismo di Franco alla nuova democrazia spagnola, un processo di cambiamento del quale sottolineano l’aspetto conservatore, privo di un momento di rottura col vecchio regime; dall’altro permettono di inserire nel giusto contesto storico la rivendicazione indipendentista. Un punto di vista fondamentale per l’analisi della situazione attuale in Catalunya che finora non aveva trovato né l’attenzione né la solidarietà della sinistra italiana.

Altrettanto interessante risulta il punto di vista delle realtà italiane che hanno ospitato i rappresentanti della CUP e del SEPC: il referendum per l’indipendenza viene giudicato come “uno strumento di rottura popolare nei confronti dei diktat delle classi dominanti statali ed europee”. Il manifesto comune Catalunya ara! sottolinea che “negli utlimi anni tutti i referendum popolari in Europa si sono trasformati in un voto contro le classi dominanti” e si sono caratterizzati per la “determinazione delle classi popolari e dei settori giovanili, i soggetti più colpiti dall’austerità imposta dall’Unione Europea”.

Così le caratteristiche del movimento e il peso specifico della sinistra anticapitalista al suo interno, consentono di vedere nell’indipendenza di Catalunya una possibilità per la messa in discussione del modello di governabilità europeo, che si trova improvvisamente davanti ad un ingranaggio che minaccia di incepparsi e non rispondere ai comandi. Nel contesto catalano (ed europeo) il referendum rappresenta una possibilità per restituire la parola al popolo, ai cittadini ed ai lavoratori, espropriati della propria sovranità non solo dai rispettivi governi ma anche dalle decisioni delle istituzioni europee, che negli ultimi anni hanno più volte ricattato e scavalcato i parlamenti nazionali. La frattura tra gli organismi di potere europei e i popoli del continente è emersa più volte nell’incapacità dei primi di ascoltare e raccogliere la volontà dei secondi: viene alla mente il chiaro pronunciamento del popolo greco (rimasto disatteso) che ha rifiutato il diktat europeo; il rifiuto dell’elettorato italiano al referendum voluto da Renzi; e persino il brexit che in parte è frutto dell’insofferenza di larghi strati impoveriti e sempre più diffidenti nei confronti della prospettiva europea. Il rifiuto del governo spagnolo alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione ricorda l’incapacità dei settori dominanti europei di ascoltare la volontà popolare, con l’aggravante che i ministri del PP, appoggiati dal PSOE, minacciano di non consentirne neppure l’espressione, vietando direttamente l’organizzazione della consulta.

Per tutto ciò è più che mai necessario ed opportuno ascoltare e sostenere la sinistra anticapitalista catalana e l’insieme del movimento per l’indipendenza impegnati in una lotta che prima di tutto rivendica il principio democratico nell’europa dell’austerità liberale e del capitale sempre più impermeabile alle rivendicazioni popolari.

 

 

 

 

 

 

 

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