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La sinistra indipendentista parla: un comunicato di Poble Lliure.

L’ampio schieramento della sinistra indipendentista e anticapitalista di Catalunya non è finora sufficientemente conosciuto fuori dai Països Catalans. Eppure si tratta di un settore politico che, riunito nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP), vanta un considerevole peso specifico nella società, oltre a una notevole rappresentanza nel Parlamento catalano: 10 deputati, frutto dell’8% raggiunto alle elezioni del settembre 2015. Una delle ragioni di questa scarsa notorietà in Europa è probabilmente da ricercare nella scelta della CUP di non presentarsi alle elezioni per l’eurocamera, decisione basata sulla critica all’attuale progetto europeo guidato dal capitalismo finanziario.

Per tutto ciò vale la pena sentire direttamente la voce di questo settore politico, particolarmente significativa in queste ore, saltando le mediazioni, o peggio le censure, degli opinionisti e dei mezzi di comunicazione schierati a difesa dello status quo. Il seguente comunicato è appena stato pubblicato da Poble Lliure, organizzazione di radice marxista integrata nella CUP e impegnata nella lotta per il socialismo, l’indipendenza, i Països Catalans e il superamento del patriarcato.

Comunicato di Poble Lliure davanti allo stato d’assedio a Catalunya.

 

  1. I fatti di queste ultime ore presuppongono un salto qualitativo nella spirale repressiva dello stato spagnolo contro il popolo catalano. Il regime erede del franchismo non è mai stato una democrazia, e ora non si sforza neppure di sembrare tale.
  2. Con la persecuzione dei nostri rappresentanti politici e dei nostri lavoratori del settore pubblico, con l’assalto alle nostre istituzioni e la violazione dei diritti fondamentali quali la libertà d’espressione, di riunione e d’associazione, lo stato spagnolo non ha più nessun tipo di legittimità a Catalunya e l’unico atteggiamento possibile davanti alla sua deriva autoritaria è la mobilitazione e la disobbedienza.
  3. Come Poble Lliure facciamo appello all’insieme della società catalana alla mobilitazione permanente a difesa e sostegno dei nostri rappresentanti politici e delle nostre istituzioni. Il nemico non è altri che lo stato spagnolo erede del franchismo, i suoi amministratori e il suo apparato repressivo.
  4. Invitiamo l’insieme delle organizzazioni sociali ad articolare in maniera coordinata una ferma risposta che si traduca in una mobilitazione di massa, forte e pacifica, che vada dall’occupazione degli spazi pubblici fino allo sciopero generale.
  5. Constatiamo una volta di più che la progressiva fascistizzazione dello stato spagnolo ci lascia solo il cammino della unilateralità.

Perciò:

– invitiamo il popolo catalano a mantenere e intensificare la campagna per il referendum e a votare il prossimo 1 ottobre, tanto il Si come il NO;

– esigiamo ai nostri rappresentanti politici il rispetto della legge del Referendum e di quella di Transitorietà giuridica, e che pertanto dichiarino la Repubblica Catalana Indipendente, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso che la repressione impedisca fisicamente di esercitare pienamente il diritto democratico all’autodeterminazione.

Viviamo momenti storici, la Repubblica è a portata di mano.

Ricordiamo le parole del Presidente Companys, oggi più attuali che mai:

“Ciascuno al suo posto e Catalunya e la Repubblica nel cuore di tutti!”

No passaran! Sorridete che vinceremo!

Barcelona, Països Catalans, 20 settembre 2017.

Il testo originale del comunicato si trova alla pagina Poble Lliure.

 

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La repressione non ferma il movimento per l’autodeterminazione di Catalunya.

Ieri mattina la Guardia Civil è entrata nelle sedi del governo della Generalitat a Barcelona, nel tentativo di assestare un colpo mortale al referendum dell’1 ottobre. Una dozzina di alti funzionari del governo catalano sono stati arrestati mentre, secondo quanto dichiarato dalla polizia, sono stati contemporaneamente sequestrati alcuni milioni di esemplari di schede elettorali.

Ma il governo del Partido Popular, guidato da Mariano Rajoy, non ha fatto i conti con la reazione del popolo catalano: migliaia di persone si sono riunite a Barcelona, davanti alla consiglieria d’economia, dove la Guardia Civil stava effettuando una perquisizione e non l’hanno abbandonata fino a notte inoltrata, quando il presidente di Òmnium, una storica associazione culturale catalana, ha dato appuntamento a tutti per questa mattina a mezzogiorno, davanti alla sede del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalunya.

La Guardia Civil si è presentata anche davanti alla sede della Candidatura d’Unitat Popular a Barcelona, accerchiandola con più di una ventina di automezzi e cercando evidentemente una provocazione che la sinistra indipendentista e anticapitalista non ha raccolto. Le forze repressive dello stato spagnolo si sono presentate inoltre senza mandato di perquisizione e i militanti della CUP hanno impedito che entrassero all’interno della loro sede. La Guardia Civil non ha voluto spiegare il motivo dell’assedio, durato da mezzogiorno alle otto di sera passate, quando dopo aver sparato alcuna pallottola di gomma e assestato qualche manganellata ha dovuto andarsene senza risultati concreti.

Manifestazioni di sostegno al referendum si sono svolte a Girona, Tarragona, València, Alacant, Palma, Perpignan, e in altri centri dei Països Catalans, così come a Bilbao, Vitoria, San Sebastian,  Saragossa, Malaga e Madrid. Alle dieci di sera diverse zone di Barcelona (Joanic, Les Corts, Sants…) sono state animate da rumorose cassolade.

Il Presidente della Generalitat ha ribadito che l’1 ottobre il popolo di Catalunya è chiamato al referendum d’autodeterminazione e ha denunciato sia lo stato d’eccezione instaurato dal Governo del PP che la sospensione di fatto dell’autogoverno catalano. La volontà di persistere sulla strada del referendum, nonostante il colpo logistico subito, è stata chiaramente espressa anche dalla CUP, che ha invitato a fare tutto il necessario per votare l’1ottobre. Il vicepresidente del governo catalano, Oriol Junqueras (Esquerra Republicana de Catalunya) ha denunciato l’avvento di un vero e proprio stato di polizia ma si è detto sicuro di poter far sentire la voce dei cittadini il 1 ottobre.Nel corso dell’operazione di polizia alla sede della CUP inoltre, i deputati di Podem Albano Dante Fachin e Juan Giner hanno offerto la propria sede ai militanti della sinistra anticapitalista. Se il governo del PP cercava la resa dello schieramento indipendentista, con la propria azione repressiva sembra averne rafforzato invece l’unità e la determinazione.

 

 

A 25 anni dall'”operació Garzón” contro l’indipendentismo catalano.

Il 29 giugno 1992, alla vigilia dei giochi olimpici di Barcelona, il giudice Baltazar Garzón ordina l’arresto di alcuni militanti della sinistra indipendentista catalana. È solo l’inizio della cosiddetta “Operació Garzón”, con la quale gli apparati repressivi statali intendono colpire l’indipendentismo catalano e bonificare il territorio per neutralizzare qualsiasi tentativo di contestazione alla grande kermesse sportiva delle Olimpiadi di Barcelona, intese come un’occasione irripetibile per la promozione dell’immagine della nuova Spagna a guida socialista.

Come sostiene l’avvocato Josep M. Loperena, il giudice Garzón ordina gli arresti seguendo la vecchia prassi franchista: così, come prima di ogni visita del caudillo a Barcelona il governatore civile della città faceva incarcerare gli oppositori, allo stesso modo prima dell’arrivo del re per l’inaugurazione delle olimpiadi dell’estate del 1992, Garzón ordina decine di detenzioni a scopo preventivo. Con la differenza che in questo caso l’operazione si svolge in un regime che si proclama democratico e che è governato dal PSOE.

L’operazione di polizia prende di mira non a caso la sinistra indipendentista e anticapitalista: si tratta infatti del settore politico che, a partire dalla denuncia della transizione come processo che preserva le quote di potere del franchismo e dal NO alla costituzione spagnola del ’78, per tutto il decennio seguente si mantiene su posizioni radicali; l’unico che alla vigilia delle olimpiadi minaccia la pace sociale tanto necessaria al business olimpico.

Se alcuni detenuti appartengono a Terra Lliure, l’organizzazione clandestina che dalla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo porta a termine decine di atti di sabotaggio e di attentati dinamitardi contro l’esercito, le imprese e le istituzioni spagnole, molti altri sono militanti estranei al gruppo armato. Con il susseguirsi degli arresti infatti, la polizia sembra procedere in modo quasi indiscriminato tra gli attivisti della sinistra indipendentista e anticapitalista (Moviment de Defensa de la Terra, Comitès de Solidarietat amb els Patriotes Catalans, Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Comunista de Catalunya, Alternativa Verda), arrivando a perquisire senza alcun mandato la sede del giornale El Temps a València e finendo per generare un’ampia reazione di sdegno e protesta.

L’indignazione però scoppia con i primi resoconti che filtrano dalle caserme e dalle prigioni così come dalle testimonianze dei detenuti rilasciati che rivelano le torture alle quali sono stati sottoposti, secondo modalità che ricordano il passato franchista. La testimonianza di Pep Musté, militante di Terra Lliure, detenuto il 29 giugno sulla strada che porta a Olot, è riprodotta integralmente dall’Associació memòria contra la tortura: “Durante il percorso fino al comando di Barcelona mi fecero cambiare d’auto tre volte, trascinandomi per terra, perché ero già ammanettato e non mi lasciarono alzare. Mentre mi interrogavano mi mettevano il capo in un sacchetto di plastica fin quasi ad asfissiarmi. Arrivati al comando cominciarono a colpirmi per tutto il corpo, specialmente ai testicoli, ai reni e alla testa, con le mani, i piedi e con dei libri molto pesanti. Mentre mi facevano le domande mi mettevano il sacchetto di plastica al capo fino quasi all’asfissia, minacciando me e soprattutto la mia compagna. Mi fecero credere che avevano arrestato anche lei, mi dissero che l’avrebbero violentata e che ci avrebbero gettati in un dirupo, così da far sembrare tutto un incidente. Mi legarono a delle sbarre, almeno così mi sembrò perché mi avevano bendato, mi tolsero la camicia, mi bagnarono il torace e le braccia e mi applicarono delle scariche elettriche al gomito. Rimasi come stordito e mi fecero sedere in una sedia mentre mi facevano le stesse domande. Dato che mi rifiutavo di rispondere mi bagnarono, mi legarono di nuovo e tornarono ad applicarmi le scariche elettriche”.

Anche David Martínez viene arrestato il 29 giugno, a Manresa. La sua testimonianza conferma il trattamento subito da Pep Musté: “Mi fanno molte domande contemporaneamente, gridando tanto che non potevo rispondere, di colpo uno di loro mi fa voltare e un altro mi dice perché ti giri e mi colpisce con il ginocchio ai testicoli. Cado a terra piegato dal dolore e mi dicono di alzarmi. Dato che non posso farlo, mi alzano loro, mi tolgono la camicia dicendomi ora si che parlerai, assassino di bambini! e mi applicano gli elettrodi alla schiena. La prima scarica è relativamente leggera rispetto alla seconda che mi fa cadere a terra mezzo tramortito; mi bagnano il viso e la testa con l’acqua e mi fanno sedere in un angolo con la faccia alla parete…”.

Vicent Conca viene arrestato il 1 luglio a Barcelona: “Mi fecero diverse volte il metodo della borsa di plastica per provocarmi l’asfissia. Le borse erano del tipo di quelle usate per la spazzatura, mi tappavano il capo e la parte superiore del corpo… Questo sistema di tortura si accompagnava con colpi al collo, al capo e, anche se in minor misura, allo stomaco. Per tre volte mi immersero il capo in acqua per affogarmi. Non vidi dove perché tenevo gli occhi bendati. Chiamavano questo metodo la vasca da bagno. Mi misero diverse volte un revolver al capo e alla bocca minacciandomi di uccidermi se noin rispondevo quello che volevano loro. Mi minacciarono anche di portarmi in montagna e ammazzarmi. Mi assicuravano che era successo molte volte e nessuno se ne accorgeva. Mi fecero anche altre minacce: quella di torturare e aggredire sessualmente la mia compagna, che mi dicevano che avevano arrestato, quella di torturare ancora di più i miei compagni detenuti e quella di farmi ingerire acqua con un tubo fino ad affogarmi”.

Il giudice Garzon non da peso alle testimonianze dei detenuti che denunciano le torture subite, così che gli episodi accaduti nelle varie caserme non vengono investigati. Nonostane l’ampia mobilitazione a cui da vita la società civile e politica catalana, l’operato della Guardia Civil, a Barcelona e a Madrid, non viene questionato in sede giudiziaria, né vengono individuati i protagonisti delle torture denunciate. Dopo la tortura, molti dei militanti arrestati subiscono anche la pena carceraria.

La caparbia iniziativa degli ex detenuti del ’92 riesce però a riaprire la questione nel 2004, davanti al Tribunale europeo per i Diritti Umani. I giudici di Strasburgo condannano lo stato spagnolo per aver violato l’art.2 della Convenzione contro la tortura: per essersi cioè rifiutato di investigare gli episodi denunciati.

Le testimonianze delle torture, così come una vasta documentazione sul tema e sull’operació Garzón in particolare, sono state raccolte dall’Associació memòria contra la tortura, fondata da alcuni ex detenuti del ’92.

Otegi: la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano.

Lo scorso fine settimana Arnaldo Otegi, il lider di Euskal Herria Bildu, ha animato la conferenza organizzata dal centro culturale Euskal Etxea di Barcelona e ha rilasciato un’intervista a TV3, la televisione nazionale catalana, proponendo un’interessante analisi sia su Catalunya che sullo stato di salute delle sinistre europee.

Alla domanda sulla situazione attuale a Catalunya, Otegi ha risposto con una riflessione che prende le mosse dal referendum greco: “all’epoca vedevamo con un certo stupore come le sinistre in Europa guardavano a quella battaglia come se fosse lontana, una battaglia dei greci contro la troika. E dicevamo: quello che sta succedendo in Grecia si ripercuoterà sui diritti sociali del lavoratori europei, ma la sinistra sta a guardare come se fosse una battaglia che non la riguarda. Abbiamo l’impressione che quello che accade a Catalunya sia qualcosa di simile sul terreno delle libertà nazionali. E credo che questa battaglia non riguardi solo Catalunya bensì metta in discussione tutto il regime del ’78 e il modello territoriale dello stato”.

Qui entra in gioco il comportamento della sinistra: “è molto triste osservare il ruolo di certe sinistre dello stato spagnolo. Non capire che il processo catalano è una mozione di censura al regime del ’78 significa non capire niente”. Alludendo evidentemente a Podemos, Otegi prosegue: “questa nuova sinistra aveva detto che riconosceva il diritto a decidere però, ora che è arrivato il momento, se ne disinteressano. Quando la Guardia Civil perquisisce le tipografie, quando Mariano Rajoy e il Fiscal General minacciano il paese e tutta la baracca mediatica pubblica spropositi, quando la segreteria e il Presidente del Parlamento possono essere condannati alla prigione o interdetti dai pubblici uffici, dubitare se consentire o no il ricorso alle urne significa non sapere dove siamo o non volerlo dire. Qui la maggioranza vuole votare e lo stato non lo permette. Qui c’è una rivoluzione democratica nazionale che ha già una data, l’1 ottobre. Davanti a tutto ciò, devono scegliere. Chi si definisce marxista e repubblicano non può avere dubbi. Non si può tenere il piede su due staffe. E dopo che hai scelto, se il Partido Popular e Ciutadans ti applaudono vai verso il suicidio. Il dramma di questa sinistra è che sostiene i processi d’autodeterminazione in funzione della loro distanza da Madrid”.

Alludendo alla perquisizione che qualche giorno fa la polizia spagnola ha svolto in una tipografia, sospettata di stampare le schede elettorali del referendum, Otegi ha affermato che “cercano di spaventare la gente. E sanno come fare. Due secoli fa la chiesa perseguiva le tipografie perché mettevano in discussione il monopolio della verità e ora, nel 2017, la Guardia Civil si incarica di controllarle di nuovo”. L’ex prigioniero politico basco prosegue: “sabato ho visto i cittadini cantare e ballare davanti alla Guardia Civil che perquisiva una tipografia. State sicuri che se il popolo risponde, lo stato ha perduto. Questa è l’unica strategia. Le istituzioni hanno fatto un passo avanti, hanno approvato la legge del Referendum e quella di Transizione, ora è il momento della gente”.

E secondo Otegi, la gente si è ormai disconnessa emotivamente e politicamente dallo stato spagnolo. Per più di un secolo Catalunya ha cercato di riformare lo stato spagnolo per potersi sentire riconosciuta al suo interno, assieme alle altre nazioni della penisola. Ma questo progetto di riforma non ha avuto successo e dopo diversi naufragi è oggi completamente archiviato. A partire da una riflessione più ampia, il lider basco spiega perché il processo che porta all’autodeterminazione ha raccolto sempre maggiori consensi nella società catalana: “il capitalismo dei nostri giorni è un sistema che si basa sulla paura. In particolare le nuove generazioni, alle quali avevano detto che studiare significava avere un buon impiego, ora si trovano davanti a uno scenario del tutto differente. La crisi finanziaria ha aumentato la paura di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di studiare… e il capitalismo ha imposto il suo potere con la paura e l’incertezza. Il progetto di costruzione della Repubblica catalana ha invece dato una certa sicurezza e per molta gente ha significato che la realtà può essere diversa, che le cose si possono fare in una maniera differente. Anche perciò la nuova Repubblica ha attratto così tanta gente”.

 

L’intervista integrale di Otegi a TV3 si può vedere alla pagina web http://www.ccma.cat/tv3/alacarta/preguntes-frequents/preguntes-frequents/video/5687373/ mentre una sintesi della conferenza al CCCB si può leggere alla pagina https://www.racocatala.cat/noticia/42475/otegi-si-poble-respon-lestat-espanyol-ho-te-perdut e a https://www.vilaweb.cat/noticies/1-o-otegi-lesquerra-no-es-pot-posar-de-perfil-davant-registres-policials/

 

 

 

 

 

 

 

 

La società catalana si oppone al tentativo di repressione dello stato spagnolo.

Dopo la grande manifestazione della Diada, nel corso della quale un milione di persone sono scese in piazza a Barcelona evidenziando una volta di più il carattere popolare e plurale del movimento per il referendum e per l’autodeterminazione di Catalunya, il governo spagnolo getta la maschera e reagisce attivando la macchina repressiva dello stato.

Dopo aver disposto la sospensione della legge sul referendum e di quella che regola la transizione alla nuova Repubblica (che entrerà in vigore in caso di vittoria del SI) il Tribunale Costituzionale e la Fiscalia (il pubblico ministero spagnolo) si occupano ora anche dei mezzi di comunicazione pubblici e privati: secondo i giudici la televisione e la radio pubblica catalana non possono fare informazione sul referendum dell’1 ottobre, in quanto si tratterebbe di un tema illegale. Molti giornali e media digitali catalani hanno però ignorato l’avvertimento, denunciando contemporaneamente l’attacco alla libertà d’espressione. Allo stesso modo lo schieramento indipendentista considera ancora pienamente vigente la legge sul referendum, appellandosi al diritto all’autodeterminazione dei popoli e di fatto riconoscendo così la nuova legalità catalana.

Nel contesto di dualismo di poteri che comincia a delinearsi, il primo atto della campagna elettorale della Candidatura d’Unitat Popular a Valencia è stato interrotto ieri dalla polizia, che ha identificato le due deputate della sinistra anticapitalista e indipendentista Anna Gabriel e Mireia Vehí. A Madrid, in seguito a una richiesta del Partido Popular, un giudice ha vietato un atto a sostegno del referendum (promosso da un collettivo madrileno) che il sindaco della città Manuela Carmena aveva accettato di ospitare in una sala municipale.

Ieri mattina la Guardia Civil ha inoltre chiuso la pagina web Referendum.cat. Nel giro di mezz’ora però, la Generalitat ne ha aperta una nuova dove si possono trovare tutte le informazioni sulla consulta elettorale dell’1 ottobre. Il governo catalano è impegnato a garantire le condizioni per lo svolgimento del referendum che, come ha ribadito il presidente Carles Puigdemont, è un meccanismo ormai già in moto, predisposto per funzionare anche nel caso dell’interdizione dai pubblici uffici delle più alte cariche istituzionali catalane.

Sono infatti 712 i sindaci che si sono dichiarati pronti ad ospitare nei propri locali le operazioni elettorali (sul totale dei 948 comuni catalani) collaborando così alla riuscita della consulta referendaria. La Fiscalia dello stato spagnolo ha ordinato alla polizia catalana di investigare ognuno di questi sindaci e di chiamarlo a dichiarare. Nel caso di un rifiuto, ha inoltre disposto di procedere al loro arresto. L’associazione dei comuni catalani e quella dei comuni per l’indipendenza hanno indetto un atto di protesta, che si terrà sabato a Barcelona, mentre i sindaci della CUP hanno già annunciato che nel caso vengano convocati non si recheranno a dichiarare.

Il tentativo dello stato spagnolo di impedire lo svolgimento del referendum non stupisce
: da anni il PP e il PSOE oppongono un netto rifiuto alla domanda dellla società civile e politica catalana, alla quale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione. Ciò che stupisce è l’atteggiamento di sindaci quali Ada Colau che, nonostante abbia dichiarato di voler fare tutto il possibile perché i cittadini che chiedono di votare l’1 ottobre possano farlo, non si è unita alla lista dei sindaci disposti a collaborare con l’organizzazione del referendum. Ciononostante la Generalitat afferma che il referendum si svolgerà, a Barcelona come nel resto di Catalunya, con o senza la collaborazione dei municipi.

Convocato il referendum d’autodeterminazione di Catalunya.

Dopo una seduta durata quasi 12 ore, il Parlamento catalano ha approvato ieri la legge che fornisce copertura giuridica al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre, data già anticipata da alcune settimane dal governo della Generalitat. Questo cruciale passaggio parlamentare è stato possibile grazie a un lungo processo di mobilitazione della società civile catalana (che ha portato alla formalizzazione di una maggioranza parlamentare indipendentista alle elezioni del 2015) e che ora più che mai sembra necessario per  garantire la celebrazione effettiva del referendum e rendere così possibile la costituzione della nuova Repubblica.

Al momento della votazione i deputati del PP, del PSC e di Ciutadans hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Il referendum d’autodeterminazione di Catalunya è stato così approvato con i voti favorevoli della coalizione Junts pel Sí (formata dal PDeCAT e Esquerra Republicana de Catalunya) e della Candidatura d’Unitat Popular, l’astensione del gruppo parlamentare Catalunya Sí Que es Pot (formato da Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa e Podem) e nessun voto contrario.

Nel corso del dibattito, la deputata della sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP Anna Gabriel, ha sottolineato che coloro i quali negano il diritto all’autodeterminazione sono gli stessi che si oppongono a qualsiasi cambiamento sul terreno dei diritti sociali, consapevoli che il primo aprirebbe la porta agli altri. La deputata ha inoltre ricordato al capogruppo dei compagni di CSQP che il diritto all’autodeterminazione non può essere trattato come una questione meramente formale: così come il diritto di sciopero si conquista esercitandolo, anche quello all’autodeterminazione si consegue mettendolo in pratica, indipendentemente dalle maggioranze che si formano a Madrid o dalle minacce e gli avvertimenti legali dei Tribunali.

Ciononostante CSPQ si è astenuta, una scelta volta ad evitare la formalizzazione della rottura del gruppo, diviso tra i sostenitori del no e quelli più vicini al si. La divergenza di opinioni però è andata in scena ugualmente quando il capogruppo di CSQP (appartenente a IC e schierato per il no) ha rifiutato di dividere il tempo dell’intervento finale con i propri compagni (appartenenti a Podem e Esquerra Unida i Alternativa, tutti favorevoli al referendum sia pur con alcune sfumature) che si sono lamentati gridando: “deciderà la gente, ci vediamo il 1 ottobre!”.

 

 

 

 

 

Quindici volte in carcere e una condanna a morte: Lluís Companys.

Tra le biografie di Lluís Companys, merita soffermarsi su quella scritta dal pittore Manuel Viusà, militante antifranchista, pubblicata dall’editore La Magrana nel 1977. All’epoca l’autore si trovava ancora a Parigi, dove aveva trovato riparo nel 1952 e dove viveva in una casa trasformata in un vero e proprio “consolato” catalano aperto ai concittadini esiliati e agli oppositori del regime. La corrispondenza con l’editore era complicata dalla condizione di rifugiato politico di Viusà che firmava le proprie lettere con uno pseudonimo e le spediva da Andorra. Il libro non ebbe ampia diffusione (raggiunse solo 2000 copie), né poté portare all’attenzione del grande pubblico la vita di Companys, come si proponeva Viusà. Nelle condizioni dell’epoca, l’edizione di La Magrana era però un risultato indubbiamente positivo. La Biografia popular de Lluís Companys si basava infatti su un testo precedente, scritto a Parigi nel 1965, che aveva avuto vita ancora più difficile: per introdurlo in Spagna i militanti del Front Nacional de Catalunya avevano dovuto fingersi escursionisti e fare numerosi viaggi, riuscendo a portare clandestinamente oltre i Pirenei un migliaio di copie nascoste negli zaini.

Le difficoltà dovute alla persecuzione politica accompagnano Viusà per tutta la vita: volontario repubblicano destinato al fronte d’Aragó, viene fatto prigioniero da una delle divisioni italiane inviate da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo e internato in un campo di prigionia. Una volta liberato si unisce al Front Nacional de Catalunya e partecipa a numerose attività clandestine, in particolare falsificando i documenti necessari all’espatrio degli sconfitti della guerra civile e stampando materiale di propaganda. Nel 1979 viene accusato dalla polizia spagnola di aver fatto parte di un’organizzazione terrorista ma i tribunali francesi negano la sua estradizione. Stabilitosi ad Andorra, dove si dedica alla pittura, muore in esilio a Parigi nel 1998.

Seguendo il percorso di Companys, Viusà ripercorre contemporaneamente un’epopea popolare che segna fortemente la prima metà del novecento iberico. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale catalana, Companys rinuncia al “de” aristocratico, completa gli studi universitari, fonda un’associazione di studenti repubblicani e  dopo aver scartato la possibilità di lavorare nel ben avviato studio dello zio, specialista in diritto amministrativo, comincia la propria carriera di avvocato dei lavoratori e dei militanti operai. La sua scelta di campo è già  avvenuta. Dopo la chiusura del Cucut e la repressione militare si impegna nella campagna elettorale del 1907 a sostegno di Solidaritat Catalana. Due anni più tardi prende parte al movimento che si oppone alla guerra coloniale in Marocco: l’agitazione culmina nello sciopero generale del 26 luglio in seguito alla quale Companys ingressa per la prima volta alla prigione. In un primo periodo sotto la monarchia e in seguito in regime repubblicano, varca quindici volte la soglia del carcere.

Nel 1910 entra nella Unió Federal Nacionalista Republicana, passa al Partit Republicà Reformista e nel 1917 approda infine al Partit Republicà Català, per il quale redige il giornale La Lucha (scritto in castigliano ma con articoli in català). Nel 1918 l’attività catalanista e repubblicana, che svolge come eletto all’Ajuntament di Barcelona, gli vale un mese di detenzione che trascorre tra la Model e la nave prigione Alvaro de Bazán. Quando esce dal carcere la situazione sociale è esplosiva: accanto ai consueti metodi repressivi, i padroni hanno cominciato ad assoldare sicari di professione che attentano alla vita dei principali capi sindacali e militanti operai. È il periodo del pistolerismo. Companys si dedica alla difesa dei sindacalisti, mentre i lavoratori si organizzano a loro volta in gruppi armati. Di nuovo arrestato, apprende in cella la notizia dell’assassinio dell’amico e leader della sinistra catalana Francesc Layret, compiuto dai sicari padronali. Alle elezioni del 1920 il Partit Republicà Català lo presenta nel collegio che era stato di Layret: eletto deputato, Companys esce dalla prigione e inizia una campagna di denuncia delle responsabilità della polizia e del governo nei fatti del pistolerismo.

Negli anni successivi si dedica a organizzare i lavoratori rurali: nel 1922 contribuisce a fondare l’Unó de Rebassaire, nata dalla fusione di diverse cooperative e associazioni contadine e ne dirige il giornale La Terra. L’anno seguente è segnato dall’uccisione di Salvador Seguí (leader della CNT) ad opera della manovalanza armata padronale e dal colpo di stato del generale Primo de Rivera che, con la benedizione della monarchia, prende tutti i poteri. La manovra risponde a due obbiettivi: da un lato la repressione aperta del movimento operaio, dall’altro la lotta contro le rivendicazioni nazionali dei popoli periferici. Cinque giorni dopo il colpo di stato, viene pubblicato il decreto con il quale si proibisce la senyera (la storica bandiera catalana), si marginalizza la lingua, si chiudono le scuole, si destituiscono i professori e i consigli comunali. Qualche settimana più tardi, il regime abolisce anche la Mancomunitat de Catalunya, che aveva rappresentato un embrione di autogoverno catalano. All’inizio del 1925, in seguito all’attentato contro Rogelio Pérez, il boia di Barcelona, Companys viene di nuovo incarcerato. Negli anni seguenti si susseguono i complotti contro la dittatura, il più noto dei quali è quello di Prats de Molló organizzato nel 1926 da Francesc Macià, fondatore di Estat Català; o quello del 1928 al quale partecipa anche Companys e che si basa sulla collaborazone con alcuni ufficiali dell’esercito, ma che fallisce.

Il 29 gennaio 1930 Primo de Rivera restituisce i pieni poteri al re, Alfonso XIII, che si rivolge ancora ai militari finché l’anno successivo si decide a convocare nuove elezioni. Venticinque giorni prima della consulta popolare, alcuni gruppi della sinistra catalana tra cui Estat Català e il Partit Republicà Català, si uniscono per dar vita a Esquerra Republicana de Catalunya. Il 12 aprile 1931 il nuovo partito ottiene un’affermazione elettorale insperata, mentre il voto anti monarchico si afferma in tutto lo stato. La mattina del 14 aprile Companys, forte della vittoria delle sinistre, prende possesso dell’Ajuntament di Barcelona e dal balcone che da sulla piazza Sant Jaume rompe gli indugi e proclama la Repubblica. Qui viene raggiunto poco dopo da Francesc Macià che si affaccia a sua volta al balcone e grida: “In nome del popolo di Catalunya proclamo lo stato catalano, che ci preoccuperemo di integrare, con la massima cordialità, nella Federazione delle Repubbliche Iberiche. Da questo momento entra in vigore il governo della Repubblica Catalana che si riunirà al palazzo della Generalitat”.

Ma senza una organizzazione militare e minacciati dall’esercito, fedele al governo centrale, i leader catalani si vedono costretti a rinunciare allo stato proprio e arrivano a un nuovo patto col governo repubblicano di Madrid, che prevede la restaurazione delle istituzioni storiche e del governo catalano nella cornice di una nuova autonomia. Viusà sottolinea l’importanza della proclamazione della Repubblica da parte di Companys: senza questo gesto politico immediato e in parte istintivo i fatti sarebbero andati diversamente e Catalunya non solo non avrebbe ottenuto il proprio stato ma neppure la restaurazione della Generalitat. In mezzo a una forte campagna anticatalanista, impegnata in particolare nel rifiuto dell’insegnamento in català, una commissione eletta dai Comuni redige un nuovo Statuto d’Autonomia per Catalunya. Sostenuto da tutti i partiti catalani, il testo viene sottoposto ad un referendum nel quale ottiene il 94% dei consensi. Companys definisce lo Statuto un elaborato “misurato, discreto e prudente” e ne difende i contenuti a Madrid. Proprio il rifiuto dello Statuto è uno degli obbiettivi perseguiti dal tentativo di sollevazione militare del generale Sanjurjo, che però fallisce miseramente producendo un effetto di smobilitazione nel fronte anticatalano: lo Statuto viene approvato e Companys e Macià lo portano trionfalmente a Barcelona.

Dopo le elezioni del Parlamento catalano del 1932, vinte da Esquerra, Companys viene eletto Presidente della nuova camera. Le manovre della destra per rovesciare la Repubblica sono in pieno svolgimento e non si esclude un nuovo tentativo militare come quello di Sanjurjo. Companys ne parla apertamente e torna ad impiegare il concetto di Repubblica Catalana:”Se altrove la Repubblica dovesse cadere, troverebbe a Catalunya il suo baluardo più forte. Qui si formerebbe il sentimento della riconquista rivoluzionaria. La Repubblica Catalana sarebbe il fortino da dove ricominciare per tutta la penisola iberica”.

Le elezioni spagnole del 1933 sono segnate dalla vittoria della destra in tutto lo stato. La pressione dei proprietari terrieri, sostenuti dai partiti conservatori, provoca l’annullamento da parte del tribunale costituzionale di una legge promossa dalla Generalitat che facilitava l’accesso alla proprietà per i contadini. Viusà sottolinea l’istinto di classe dei proprietari terrieri catalani che, tra la difesa dei propri interessi economici e la fedeltà all’ideale nazionale, non esitano a scegliere i primi ed a rivolgersi alle destre e al governo centrale. Companys, nel frattempo eletto Presidente della Generalitat, porta nuovamente la legge appena annullata al Parlamento catalano, che la approva un’altra volta, nella convinzione dell’urgenza di una riforma per le campagne.

Si va delineando così uno scenario di scontro aperto, con il governo della Generalitat sostenuto dalle sinistre e orientato all’emancipazione nazionale e il governo centrale sempre più conservatore. Dopo che la CEDA (una coalizione di gruppi di destra) entra nel governo di Madrid con tre ministri, socialisti e repubblicani temono un colpo di mano come quello portato a termine de Hitler l’anno precedente in Germania e dichiarano lo sciopero generale in tutto lo stato. Secondo Companys la Generalitat e il programma della Repubblica corrono un pericolo imminente. Per questo sceglie di non aspettare la prevedibile azione ricentralizzatrice e restauratrice delle destre e decide di giocare d’anticipo: il 6 ottobre 1934, dal palazzo della Generalitat proclama lo stato catalano, nella cornice della Repubblica Federale Spagnola e chiama alla resistenza contro l’attacco delle forze monarchiche e fasciste. Di fronte all’involuzione democratica del governo di Madrid, Companys ribadisce la volontà di voler “rafforzare la relazione con i dirigenti della protesta generale contro il fascismo” invitandoli a “portare a Catalunya il governo provvisorio della Repubblica, che troverà nel popolo catalano il più generoso sentimento di fratellanza, nel comune anelito alla costruzione di una Repubblica Federale libera…”.

Il governo di Madrid, presieduto dal radicale Lerroux, dichiara lo stato di guerra e ordina ai militari la repressione. Nonostante alcuni episodi di resistenza dei volontari civili, come quello di Jaume Compte (militante d’Estat Català e fondatore del Partit Català Proletari) morto su una barricata a Barcelona, la Generalitat si trova isolata: la CNT non aderisce allo sciopero e i nuclei armati di Estat Català non sono sufficienti a fronteggiare l’esercito, che ha gioco facile nel ristabilire l’ordine. Dopo il cannoneggiamento del palazzo della Generalitat, Companys constata il fallimento dell’insurrezione ma si rifiuta di fuggire e aspetta l’arrivo dei militari, che lo arrestano e lo portano a bordo della nave Uruguay, convertita in prigione. Un anno più tardi il tribunale costituzionale lo condanna a trent’anni per il delitto di ribellione militare, assieme a Joan Comorera (comunista), Joan Lluhí (della cerchia di Esquerra), Martí Esteve (uno dei redattori dello Statuto), Martí Barrera (Esquerra), Ventura Gassol (intellettuale d’Esquerra) i Pere Mestres (anch’egli delle fila di Esquerra) accusati di averlo sostenuto il 6 ottobre. L’autonomia è sospesa, il Parlamento catalano chiuso e la legge sulle campagne annullata.

Ma la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1936 porta alla scarcerazione di Companys che torna a Barcelona, dove è accolto trionfalmente. Una moltitudine di gente segue il proprio Presidente lungo la Diagonal, il Passeig de Gràcia, la ronda di Sant Pere, il Parlamento e infine il Palazzo della Generalitat, dove Companys torna a parlare al proprio popolo: “Catalani! Capite che devo fare uno sforzo per superare l’emozione di questi momenti e rivolgervi la parola. È il mio popolo, il nostro popolo; è questa piazza e questo balcone. Torniamo a svolgere il nostro compito dopo ore dolorose e amare… Nessuna vendetta, però si uno spirito di giustizia e di riparazione. Mettiamo a frutto la lezione dell’esperienza. Torneremo a soffrire, torneremo a lottare, torneremo a vincere!”.

Solo quattro mesi e mezzo separano il ritorno di Companys dalla sollevazione militare del 19 luglio 1936. Sia a Barcelona che in Catalunya il tentativo fascista fallisce, respinto dalle milizie e dalla mobilitazione popolare. Ciononostante Viusà sottolinea le difficili condizioni in cui fin da subito si viene a trovare la Generalitat, che non dispone di una propria struttura organizzata militarmente, a suo avviso un grave errore delle forze catalane. L’autore osserva: “ora Companys verifica che il potere che non può contare su una propria forza è un potere illusorio, che governa soltanto fin dove lo lasciano governare”. Il Presidente della Generalitat dialoga con le sinistre e con gli anarchici, nell’intento di frenare gli atti fuori da ogni controllo (come le ditruzioni delle opere d’arte) e coordinare l’azione delle forze popolari. In questa prospettiva da un lato viene creato il comitato delle milizie antifasciste, al quale partecipano Esquerra, Acció Catalana, il PSUC, il POUM, la CNT, la FAI e la UGT; dall’altro la Generalitat vara il decreto di collettivizzazione delle industrie sostenendo e articolando le occupazioni delle fabbriche che erano sorte spontaneamente. Viusà fa notare che il passaggio dall’iniziale egemonia anarchica a quella comunista, considerata maggiormente rispettosa della rivendicazione nazionale, non dispiace a molti catalanisti. Del resto Comorera aveva condiviso il carcere con Companys e aveva contribuito in maniera determinante all’unificazione dei gruppi marxisti catalani (tra cui il Partit Català Proletari) nel PSUC, che nasceva come un partito catalano.

Nella narrazione delle controverse vicende della guerra civile l’autore sottolinea gli episodi di diffidenza del governo di Madrid nei confronti delle autorità catalane, come nel caso della fabbrica di munizioni di Toledo, di cui la Generalitat aveva chiesto il trasferimento in Catalunya, negato da Prieto e Negrín e che subito dopo era caduta in mano dei franchisti. Diffidenza denunciata da Companys in una lettera a Prieto integralmente riportata nella biografia di Viusà e destinata a una lunga polemica: lo storico Ricard Vinyes ha scritto in “Visca la República” che le lamentele del governo catalano, espresse ad esempio da Comorera o da Pi i Sunyer, “avevano il loro fondamento. Però il rimprovero mosso dai dirigenti catalani non aveva un tono vittimista. Chiedevano conto più che altro delle cause politiche a monte. Cioè perché non si era permesso che la Generalitat partecipasse alla formazione delle grandi decisioni sulla guerra e sullo stato, al di là dei formalismi di alcune lettere ministeriali. Questa era la recriminazione: maggiore partecipazione politica negli affari di stato”.

Seguendo l’azione svolta da Companys alla testa della Generalitat, Viusà fa emergere il punto di vista catalano sulla guerra civile spagnola e mostra una prospettiva poco rappresentata nella narrazione italiana degli eventi, facendo della sua Biografia popular  una testimonianza ancora più significativa e interessante, fino alla ricostruzione del tragico epilogo. Companys lascia Barcelona il 26 gennaio 1939, tre giorni prima dell’entrata dei franchisti, che al grido di arriba España occupano la città. Il Presidente si dirige ad Agullana, vicino alla frontiera francese, dove tascorre alcuni giorni in una colonica: è qui che il 4 febbraio si svolge la riunione con Negrín nella quale viene deciso che Azaña (Presidente della Repubblica) il governo basco e quello catalano lasceranno il paese il giorno dopo. La mattina del 5 febbraio però, al luogo dell’appuntamento  gli spagnoli non si fanno vedere: hanno anticipato la partenza di due ore. Alla dogana i gendarmi francesi non sanno niente del convoglio catalano e lasciano passare solo il Presidente e i Consiglieri trattenendo tutti gli altri, un centinaio di persone che finiscono al campo di concentramento di Argelers.

Companys si stabilisce in un piccolo paese, Le Baule. Convinto di non poter lasciare soli gli esuli catalani in Francia, viene arrestato dai militari tedeschi, che compiono una vera e propria irruzione nell’appartamento del Presidente, ritenuto un pericoloso sovversivo. Quando Carme Ballester chiede che ne sarà del marito, i nazisti le dicono: “se vuole spiegazioni, può andare a cercarle al consolato spagnolo”, lasciando intendere che agiscono per conto di Franco. Nel segreto più assoluto, Companys viene portato alla sezione tedesca della Santé, a Parigi, e in seguito a Madrid dove viene vessato e torturato. Successivamente viene trasferito a Barcelona a chiuso al Montjuïc, dove viene fucilato la mattina del 15 ottobre 1940. Secondo le testimonianze di un ufficiale tedesco e di un militare franchista, Companys si presenta sereno al plotone d’esecuzione davanti al quale rifiuta la benda e grida “Visca Catalunya”! Prima però, come ricorda la sorella Ramona Companys, si toglie le scarpe per calcare fino all’ultimo momento la propria terra.

Nella lettera dal carcere, in parte riportata nel libro di Viusà e indirizzata alla moglie scrive: “Mi sento tranquillo e sereno. Ringrazio Dio … perché mi ha riservato una fine così fertile per Catalunya e per i miei ideali, che rivaluta la mia umile persona. Dunque non accettare né condoglianze né pianti. Tieni la testa ben alta. Affronterò la morte … serenamente. L’ultimo pensiero sarà per te, per i miei figli e per il grande amore per Catalunya”. È l’unico presidente di un governo democraticamente eletto ad essere fucilato nel corso della seconda guerra mondiale, destino che condivide con molti antifascisti e partigiani di tutta Europa.

 

 

La frittata sovversiva del consigliere comunale Joan Coma.

Il consigliere comunale di Vic Joan Coma, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione della sinistra radicale catalana, è stato arrestato il 27 dicembre e trasferito a Madrid davanti al tribunale dell’Audiència Nacional. È accusato di “incitamento alla sedizione”: nel corso di una seduta del consiglio comunale di Vic, riferendosi all’indipendenza di Catalunya e invitando alla disobbedienza civile ha detto “per fare la frittata, prima bisogna rompere le uova”. Il pubblico ministero ha ravvisato nell’allusione gli estremi del reato e avviato il procedimento che ha portato alla detenzione.

Il giudice dell’Audiència Nacional che ha disposto l’arresto è un ex ispettore della polizia franchista, Ismael Moreno, divenuto in seguito magistrato, testimonianza vivente della continuità degli apparati di potere statali. Fedele al suo ruolo, ha imputato al consigliere comunale un reato che non veniva contestato a un rappresentante democraticamente eletto dai cittadini dai tempi della dittatura. Nel corso della comparizione, il giudice ha domandato a Coma cosa  intendeva dire con uova, con frittata e con rompere, inscenando un momento degno del miglior surrealismo se non del più inquietante processo kafkiano. Il giorno seguente alla comparizione in tribunale, il consigliere di Vic è stato rilasciato in regime di libertà provvisoria (con la misura cautelare del ritiro del passaporto). Rischia fino ad 8 anni di prigione. L’avvocato del militante indipendentista, Benet Salellas, sottolinea che il giudice si sta avvalendo di “concetti giuridici franchisti, già strumenti della dittatura”, in particolare quando ravvisa un delitto contro la forma di governo, un reato incluso nel codice penale spagnolo del 1973.

La portavoce di Izquierda Unida al Parlamento Europeo, Marina Albiol, ha portato il caso davanti alla Commissione Europea, alla quale ha domandato se la detenzione del consigliere comunale, così come le misure giudiziarie contro diversi militanti dell’indipendentismo catalano (il sindaco di Berga, il Presidente Carme Forcadell e i cinque militanti recentemente accusati di aver bruciato la foto del re) rispettano la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In particolare Albiol domanda se gli arresti e le misure giudiziarie dei tribunali spagnoli violano l’art. 11 della Carta, dedicato alla libertà d’espressione.

Il giorno stesso dell’arresto del consigliere di Vic, la Candidatura d’Unitat Popular ha diffuso il  seguente manifesto:

“Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo: non un passo indietro.

Manifesto unitario di sostegno a Joan Coma.

In questo momento Libertà, Solidarietà e Democrazia non sono parole vuote né espressioni retoriche. A difesa della convivenza politica, Libertà, Solidarietà e Democrazia sono concetti pieni di vitalità, forza e unità: denunciano l’autoritarismo di uno stato che, condannando la libertà d’epressione politica dei consiglieri comunali in sede consiliare, pretende annullare la rappresentanza dei cittadini.

Joan Coma è libero di scegliere il cammino che ritiene più adeguato per difendere le proprie convinzioni, obbedendo alla propria coscienza e nel rispetto dell’impegno assunto democraticamente e per il quale è stato eletto. Per difendere la libertà e la democrazia altri possono scegliere strade diverse; troveranno ugualmente il nostro rispetto e la nostra solidarietà. La nostra solidarietà a tutti e a tutte porterà a una complicità ogni giorno più forte nella difesa delle libertà e della democrazia. Potranno attaccare i singoli ma, se avremo la capacità di continuare a costruirla, non potranno rompere questa complicità.

Ci auguriamo che chiunque si mobiliti a difesa della libertà d’espressione – e di tutte le libertà minacciate – possa sentirsi rappresentato da questo manifesto, indipendentemente dal suo pensiero político e dalla sua affiliazione a un partito. Vogliamo invece che questo manifesto risulti scomodo per quegli antidemocratici che vogliono inviare ai tribunali i rappresentanti dei cittadini e che negano si possa costruire il futuro di una Catalunya giusta secondo la volontà della sua popolazione.

Non cercate i nemici delle libertà e della democrazia nelle fila dei democratici, tra i quali non dobbiamo accusare nessuno. I contrari alle libertà e alla democrazia sono coloro che avvalendosi di tribunali trasformati in attori politici e di potere, non di giustizia, vogliono schiacciare  i nostri diritti e la rappresentanza del nostro popolo.

In questo momento vogliamo ricordare le parole di Joan Coma: “qualunque cosa accada, manteniamo la calma, pratichiamo la non violenza che abbiamo appreso dalla dsobbedienza civile pacifica e resistente e sorridiamo perché se sono capaci di comportarsi così, rispolverando tic inquisitori e misure eccezionali è perché sanno che democraticamente hanno già perso”.

Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo bensì tutti e tutte noi. Siamo al tuo fianco Joan, non ti lasceremo solo, solidarietà.

Solidarietà a tutte e a tutti quelli che  la giustizia trasforma in questo momento in perseguitati politici. Siamo con voi, non camminerete soli. E solidarietà anche per noi che difendiamo le libertà e la democrazia. Camminando a fianco non ci troveremo mai soli.

Joan libero! Ti vogliamo a casa e al Comune di Vic a rappresentare chi ti ha scelto democraticamente.

Visca le libertà, Catalunya e i Països Catalans.”

Vic, 27 dicembre 2016”

Un Parlamento disobbediente.

Il 16 dicembre la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha dovuo presentarsi davanti al giudici del Tribunal Suprem de Justicia de Catalunya per aver consentito un dibattito sull’indipendenza in aula e permesso la votazione del documento conclusivo della commissione parlamentare sul processo costituente malgrado il divieto espresso dal Tribunale Costituzionale spagnolo. L’accusa è disobbedienza.

Per questo rischia di essere rimossa dal proprio incarico istituzionale. Ma la solidarietà delle istituzioni e del popolo catalano alla propria presidente sembra più che mai incondizionata. Centinaia di sindaci hanno sottoscritto un documento in sostegno a Forcadell dandone lettura nelle piazze: a Barcelona (che non ha ancora aderito all’associazione dei municipi per l’indipendenza) il documento unitario è stato letto da Ada Colau.

Accompagnata da circa 500 sindaci e da centinaia di cittadini, Forcadell ha percorso in corteo la distanza che separa il Parlamento dal Tribunale, davanti al quale i manifestanti si sono fermati dietro una grande scritta che recitava semplicemente democrazia.

La presidente non ha risposto alle domande del giudice bensì solo a quelle del proprio avvocato. Davanti ai giornalisti ha sostenuto più tardi che ciò che è in gioco non è il proprio futuro politico ma la democrazia e la libertà d’espressione. Constatata la volontà indipendentista emersa dal Parlamento catalano, Forcadell ha rifiutato di autocensurarsi: “non possiamo aprire la porta alla censura perché non potremmo più chiuderla” ed ha affermato che “nessun tribunale può impedire che il Parlamento dibatta sull’indipendenza”. In relazione alla votazione per la quale è indagata ha anche affermato che “si trattava di una procedura legale rispetto alla quale agire diversamente avrebbe significato violare il regolamento parlamentare”.

Per Forcadell la propria comparizione davanti al tribunale palesa la strategia dello stato spagnolo volta a utilizzare il potere giudiziario per sopprimere il diritto a dibattere liberamente nel Parlamento regionale e ad evitare un confronto politico sul tema della Repubblica catalana. Secondo Mireia Boya, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la sinistra radicale catalana, la vicenda dimostra che “il processo costituente è cominciato e che la costituzione spagnola è già carta straccia”.

Invece di accordare un referendum sull’indipendenza, i partiti che governano la Spagna (PP  sostenuto del Psoe, a braccetto come nell’eurocamera) sembrano aver scelto la via della repressione giudiziaria, affidando ai tribunali la facoltà di decidere quale discussione ammettere e quale rifiutare nel Parlamento catalano, nell’intento di deciderne di fatto l’ordine del giorno.

Di seguito il documento unitario redatto dall’Assemblea dei Municipi per l’Indipendenza (associazione che raggruppa più di 700 municipi, sul totale dei 947 di tutta Catalunya):

 

Siamo tutti il Parlamento

“Scendiamo di nuovo in piazza per esprimere la nostra ferma volontà e l’impegno irremovibile per la difesa  delle istituzioni democratiche e dei principi che le sostengono.  Agiamo nella convinzione della validità del punto fondamentale accolto nella Dichiarazione sulla sovranità e il diritto a decidere del popolo di Catalunya, approvato dal Parlamento il 23 gennaio del 2013, che proclama che “il popolo di Catalunya possiede, in virtù del principio di legittimità democratica, il carattere di soggetto politico e sovrano”. Denunciamo la incapacità e la mancanza di volontà del Governo spagnolo per risolvere democraticamente un problema politico. La via giudiziaria alla politica ha impoverito e manomesso irrimediabilmente alcuni dei fondamenti del sistema democratico.

Esprimiamo il nostro sostegno a tutti i rappresentanti eletti e alle cariche istituzionali che sono minacciate dalla Fiscalia General e dall’Advocacia de l’Estat, in più di 400 procedimenti giudiziari, per aver legittimamente esercitato le funzioni di rappresentanza popolare conferitegli dalle urne. Utilizzare i tribunali per impedire il dibattito politico in Parlamento e criminalizzare i rappresentanti del popolo che, esercitando il mandato ricevuto dalle urne, promuovono questo dibattito, è improprio di un sistema democratico, attenta contro il pluralismo politico e diviene di conseguenza inaccettabile per ogni democratico.

Chi non ha ottenuto dalle urne il sostegno della maggioranza non può imporre il silenzio alle nostre istituzioni, minacciando di inabilitare i rappresentanti eletti e le cariche istituzionali. Le pressioni volte a limitare l’azione dei nostri rappresentanti sono il tentativo di silenziare tutto un popolo. Per questo consideriamo che se la Presidente Carme Forcadell finirà per essere processata, un intero popolo sarà processato con lei. Come democratici esigiamo ai governanti dello stato spagnolo che smettano di utilizzare i tribunali per un compito che in democrazia gli è improprio. Gli invitiamo ad abbandonare una volta per tutte la via giudiziaria alla politica. Gli invitiamo a rispettare e a partecipare al dibattito che nasce dalla volontà del popolo di Catalunya, espressa in numerose occasioni, in maniera legittima e democratica, in piazza e nelle urne.

Siamo convinti che il referendum è la soluzione che riscuote il  maggior consenso nei sistemi democratici avanzati per prendere le grandi decisioni riguardi al futuro. Il dialogo è stato sempre la nostra bandiera e non l’abbandoneremo adesso. Di fronte a chi parla di dialogo ma mantiene la via giudiziaria come unica modalità della propria azione politica, come democratici riaffermiamo la volontà di dialogo, nel rispetto delle maggioranze nate dalle urne, che formano, danno significato e legittimità al Parlamento e ai consigli comunali. Ci impegnamo a difendere con coraggio la democrazia, le nostre istituzioni e i nostri rappresentanti. E in questa difesa saremo irremovibili. No alla via giudiziaria per la politica! Si alla difesa della democrazia, delle istituzioni e dei legittimi rappresentanti del popolo! Tutti con Carme Forcadell, Presidente del Parlamento di Catalunya!”

Assemblea Nacional Catalana, Òmnium, Associació Catalana de Municipis, Associació de Municipis per la Independència

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