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Quindici volte in carcere e una condanna a morte: Lluís Companys.

Tra le biografie di Lluís Companys, merita soffermarsi su quella scritta dal pittore Manuel Viusà, militante antifranchista, pubblicata dall’editore La Magrana nel 1977. All’epoca l’autore si trovava ancora a Parigi, dove aveva trovato riparo nel 1952 e dove viveva in una casa trasformata in un vero e proprio “consolato” catalano aperto ai concittadini esiliati e agli oppositori del regime. La corrispondenza con l’editore era complicata dalla condizione di rifugiato politico di Viusà che firmava le proprie lettere con uno pseudonimo e le spediva da Andorra. Il libro non ebbe ampia diffusione (raggiunse solo 2000 copie), né poté portare all’attenzione del grande pubblico la vita di Companys, come si proponeva Viusà. Nelle condizioni dell’epoca, l’edizione di La Magrana era però un risultato indubbiamente positivo. La Biografia popular de Lluís Companys si basava infatti su un testo precedente, scritto a Parigi nel 1965, che aveva avuto vita ancora più difficile: per introdurlo in Spagna i militanti del Front Nacional de Catalunya avevano dovuto fingersi escursionisti e fare numerosi viaggi, riuscendo a portare clandestinamente oltre i Pirenei un migliaio di copie nascoste negli zaini.

Le difficoltà dovute alla persecuzione politica accompagnano Viusà per tutta la vita: volontario repubblicano destinato al fronte d’Aragó, viene fatto prigioniero da una delle divisioni italiane inviate da Mussolini in aiuto del fascismo spagnolo e internato in un campo di prigionia. Una volta liberato si unisce al Front Nacional de Catalunya e partecipa a numerose attività clandestine, in particolare falsificando i documenti necessari all’espatrio degli sconfitti della guerra civile e stampando materiale di propaganda. Nel 1979 viene accusato dalla polizia spagnola di aver fatto parte di un’organizzazione terrorista ma i tribunali francesi negano la sua estradizione. Stabilitosi ad Andorra, dove si dedica alla pittura, muore in esilio a Parigi nel 1998.

Seguendo il percorso di Companys, Viusà ripercorre contemporaneamente un’epopea popolare che segna fortemente la prima metà del novecento iberico. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale catalana, Companys rinuncia al “de” aristocratico, completa gli studi universitari, fonda un’associazione di studenti repubblicani e  dopo aver scartato la possibilità di lavorare nel ben avviato studio dello zio, specialista in diritto amministrativo, comincia la propria carriera di avvocato dei lavoratori e dei militanti operai. La sua scelta di campo è già  avvenuta. Dopo la chiusura del Cucut e la repressione militare si impegna nella campagna elettorale del 1907 a sostegno di Solidaritat Catalana. Due anni più tardi prende parte al movimento che si oppone alla guerra coloniale in Marocco: l’agitazione culmina nello sciopero generale del 26 luglio in seguito alla quale Companys ingressa per la prima volta alla prigione. In un primo periodo sotto la monarchia e in seguito in regime repubblicano, varca quindici volte la soglia del carcere.

Nel 1910 entra nella Unió Federal Nacionalista Republicana, passa al Partit Republicà Reformista e nel 1917 approda infine al Partit Republicà Català, per il quale redige il giornale La Lucha (scritto in castigliano ma con articoli in català). Nel 1918 l’attività catalanista e repubblicana, che svolge come eletto all’Ajuntament di Barcelona, gli vale un mese di detenzione che trascorre tra la Model e la nave prigione Alvaro de Bazán. Quando esce dal carcere la situazione sociale è esplosiva: accanto ai consueti metodi repressivi, i padroni hanno cominciato ad assoldare sicari di professione che attentano alla vita dei principali capi sindacali e militanti operai. È il periodo del pistolerismo. Companys si dedica alla difesa dei sindacalisti, mentre i lavoratori si organizzano a loro volta in gruppi armati. Di nuovo arrestato, apprende in cella la notizia dell’assassinio dell’amico e leader della sinistra catalana Francesc Layret, compiuto dai sicari padronali. Alle elezioni del 1920 il Partit Republicà Català lo presenta nel collegio che era stato di Layret: eletto deputato, Companys esce dalla prigione e inizia una campagna di denuncia delle responsabilità della polizia e del governo nei fatti del pistolerismo.

Negli anni successivi si dedica a organizzare i lavoratori rurali: nel 1922 contribuisce a fondare l’Unó de Rebassaire, nata dalla fusione di diverse cooperative e associazioni contadine e ne dirige il giornale La Terra. L’anno seguente è segnato dall’uccisione di Salvador Seguí (leader della CNT) ad opera della manovalanza armata padronale e dal colpo di stato del generale Primo de Rivera che, con la benedizione della monarchia, prende tutti i poteri. La manovra risponde a due obbiettivi: da un lato la repressione aperta del movimento operaio, dall’altro la lotta contro le rivendicazioni nazionali dei popoli periferici. Cinque giorni dopo il colpo di stato, viene pubblicato il decreto con il quale si proibisce la senyera (la storica bandiera catalana), si marginalizza la lingua, si chiudono le scuole, si destituiscono i professori e i consigli comunali. Qualche settimana più tardi, il regime abolisce anche la Mancomunitat de Catalunya, che aveva rappresentato un embrione di autogoverno catalano. All’inizio del 1925, in seguito all’attentato contro Rogelio Pérez, il boia di Barcelona, Companys viene di nuovo incarcerato. Negli anni seguenti si susseguono i complotti contro la dittatura, il più noto dei quali è quello di Prats de Molló organizzato nel 1926 da Francesc Macià, fondatore di Estat Català; o quello del 1928 al quale partecipa anche Companys e che si basa sulla collaborazone con alcuni ufficiali dell’esercito, ma che fallisce.

Il 29 gennaio 1930 Primo de Rivera restituisce i pieni poteri al re, Alfonso XIII, che si rivolge ancora ai militari finché l’anno successivo si decide a convocare nuove elezioni. Venticinque giorni prima della consulta popolare, alcuni gruppi della sinistra catalana tra cui Estat Català e il Partit Republicà Català, si uniscono per dar vita a Esquerra Republicana de Catalunya. Il 12 aprile 1931 il nuovo partito ottiene un’affermazione elettorale insperata, mentre il voto anti monarchico si afferma in tutto lo stato. La mattina del 14 aprile Companys, forte della vittoria delle sinistre, prende possesso dell’Ajuntament di Barcelona e dal balcone che da sulla piazza Sant Jaume rompe gli indugi e proclama la Repubblica. Qui viene raggiunto poco dopo da Francesc Macià che si affaccia a sua volta al balcone e grida: “In nome del popolo di Catalunya proclamo lo stato catalano, che ci preoccuperemo di integrare, con la massima cordialità, nella Federazione delle Repubbliche Iberiche. Da questo momento entra in vigore il governo della Repubblica Catalana che si riunirà al palazzo della Generalitat”.

Ma senza una organizzazione militare e minacciati dall’esercito, fedele al governo centrale, i leader catalani si vedono costretti a rinunciare allo stato proprio e arrivano a un nuovo patto col governo repubblicano di Madrid, che prevede la restaurazione delle istituzioni storiche e del governo catalano nella cornice di una nuova autonomia. Viusà sottolinea l’importanza della proclamazione della Repubblica da parte di Companys: senza questo gesto politico immediato e in parte istintivo i fatti sarebbero andati diversamente e Catalunya non solo non avrebbe ottenuto il proprio stato ma neppure la restaurazione della Generalitat. In mezzo a una forte campagna anticatalanista, impegnata in particolare nel rifiuto dell’insegnamento in català, una commissione eletta dai Comuni redige un nuovo Statuto d’Autonomia per Catalunya. Sostenuto da tutti i partiti catalani, il testo viene sottoposto ad un referendum nel quale ottiene il 94% dei consensi. Companys definisce lo Statuto un elaborato “misurato, discreto e prudente” e ne difende i contenuti a Madrid. Proprio il rifiuto dello Statuto è uno degli obbiettivi perseguiti dal tentativo di sollevazione militare del generale Sanjurjo, che però fallisce miseramente producendo un effetto di smobilitazione nel fronte anticatalano: lo Statuto viene approvato e Companys e Macià lo portano trionfalmente a Barcelona.

Dopo le elezioni del Parlamento catalano del 1932, vinte da Esquerra, Companys viene eletto Presidente della nuova camera. Le manovre della destra per rovesciare la Repubblica sono in pieno svolgimento e non si esclude un nuovo tentativo militare come quello di Sanjurjo. Companys ne parla apertamente e torna ad impiegare il concetto di Repubblica Catalana:”Se altrove la Repubblica dovesse cadere, troverebbe a Catalunya il suo baluardo più forte. Qui si formerebbe il sentimento della riconquista rivoluzionaria. La Repubblica Catalana sarebbe il fortino da dove ricominciare per tutta la penisola iberica”.

Le elezioni spagnole del 1933 sono segnate dalla vittoria della destra in tutto lo stato. La pressione dei proprietari terrieri, sostenuti dai partiti conservatori, provoca l’annullamento da parte del tribunale costituzionale di una legge promossa dalla Generalitat che facilitava l’accesso alla proprietà per i contadini. Viusà sottolinea l’istinto di classe dei proprietari terrieri catalani che, tra la difesa dei propri interessi economici e la fedeltà all’ideale nazionale, non esitano a scegliere i primi ed a rivolgersi alle destre e al governo centrale. Companys, nel frattempo eletto Presidente della Generalitat, porta nuovamente la legge appena annullata al Parlamento catalano, che la approva un’altra volta, nella convinzione dell’urgenza di una riforma per le campagne.

Si va delineando così uno scenario di scontro aperto, con il governo della Generalitat sostenuto dalle sinistre e orientato all’emancipazione nazionale e il governo centrale sempre più conservatore. Dopo che la CEDA (una coalizione di gruppi di destra) entra nel governo di Madrid con tre ministri, socialisti e repubblicani temono un colpo di mano come quello portato a termine de Hitler l’anno precedente in Germania e dichiarano lo sciopero generale in tutto lo stato. Secondo Companys la Generalitat e il programma della Repubblica corrono un pericolo imminente. Per questo sceglie di non aspettare la prevedibile azione ricentralizzatrice e restauratrice delle destre e decide di giocare d’anticipo: il 6 ottobre 1934, dal palazzo della Generalitat proclama lo stato catalano, nella cornice della Repubblica Federale Spagnola e chiama alla resistenza contro l’attacco delle forze monarchiche e fasciste. Di fronte all’involuzione democratica del governo di Madrid, Companys ribadisce la volontà di voler “rafforzare la relazione con i dirigenti della protesta generale contro il fascismo” invitandoli a “portare a Catalunya il governo provvisorio della Repubblica, che troverà nel popolo catalano il più generoso sentimento di fratellanza, nel comune anelito alla costruzione di una Repubblica Federale libera…”.

Il governo di Madrid, presieduto dal radicale Lerroux, dichiara lo stato di guerra e ordina ai militari la repressione. Nonostante alcuni episodi di resistenza dei volontari civili, come quello di Jaume Compte (militante d’Estat Català e fondatore del Partit Català Proletari) morto su una barricata a Barcelona, la Generalitat si trova isolata: la CNT non aderisce allo sciopero e i nuclei armati di Estat Català non sono sufficienti a fronteggiare l’esercito, che ha gioco facile nel ristabilire l’ordine. Dopo il cannoneggiamento del palazzo della Generalitat, Companys constata il fallimento dell’insurrezione ma si rifiuta di fuggire e aspetta l’arrivo dei militari, che lo arrestano e lo portano a bordo della nave Uruguay, convertita in prigione. Un anno più tardi il tribunale costituzionale lo condanna a trent’anni per il delitto di ribellione militare, assieme a Joan Comorera (comunista), Joan Lluhí (della cerchia di Esquerra), Martí Esteve (uno dei redattori dello Statuto), Martí Barrera (Esquerra), Ventura Gassol (intellettuale d’Esquerra) i Pere Mestres (anch’egli delle fila di Esquerra) accusati di averlo sostenuto il 6 ottobre. L’autonomia è sospesa, il Parlamento catalano chiuso e la legge sulle campagne annullata.

Ma la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1936 porta alla scarcerazione di Companys che torna a Barcelona, dove è accolto trionfalmente. Una moltitudine di gente segue il proprio Presidente lungo la Diagonal, il Passeig de Gràcia, la ronda di Sant Pere, il Parlamento e infine il Palazzo della Generalitat, dove Companys torna a parlare al proprio popolo: “Catalani! Capite che devo fare uno sforzo per superare l’emozione di questi momenti e rivolgervi la parola. È il mio popolo, il nostro popolo; è questa piazza e questo balcone. Torniamo a svolgere il nostro compito dopo ore dolorose e amare… Nessuna vendetta, però si uno spirito di giustizia e di riparazione. Mettiamo a frutto la lezione dell’esperienza. Torneremo a soffrire, torneremo a lottare, torneremo a vincere!”.

Solo quattro mesi e mezzo separano il ritorno di Companys dalla sollevazione militare del 19 luglio 1936. Sia a Barcelona che in Catalunya il tentativo fascista fallisce, respinto dalle milizie e dalla mobilitazione popolare. Ciononostante Viusà sottolinea le difficili condizioni in cui fin da subito si viene a trovare la Generalitat, che non dispone di una propria struttura organizzata militarmente, a suo avviso un grave errore delle forze catalane. L’autore osserva: “ora Companys verifica che il potere che non può contare su una propria forza è un potere illusorio, che governa soltanto fin dove lo lasciano governare”. Il Presidente della Generalitat dialoga con le sinistre e con gli anarchici, nell’intento di frenare gli atti fuori da ogni controllo (come le ditruzioni delle opere d’arte) e coordinare l’azione delle forze popolari. In questa prospettiva da un lato viene creato il comitato delle milizie antifasciste, al quale partecipano Esquerra, Acció Catalana, il PSUC, il POUM, la CNT, la FAI e la UGT; dall’altro la Generalitat vara il decreto di collettivizzazione delle industrie sostenendo e articolando le occupazioni delle fabbriche che erano sorte spontaneamente. Viusà fa notare che il passaggio dall’iniziale egemonia anarchica a quella comunista, considerata maggiormente rispettosa della rivendicazione nazionale, non dispiace a molti catalanisti. Del resto Comorera aveva condiviso il carcere con Companys e aveva contribuito in maniera determinante all’unificazione dei gruppi marxisti catalani (tra cui il Partit Català Proletari) nel PSUC, che nasceva come un partito catalano.

Nella narrazione delle controverse vicende della guerra civile l’autore sottolinea gli episodi di diffidenza del governo di Madrid nei confronti delle autorità catalane, come nel caso della fabbrica di munizioni di Toledo, di cui la Generalitat aveva chiesto il trasferimento in Catalunya, negato da Prieto e Negrín e che subito dopo era caduta in mano dei franchisti. Diffidenza denunciata da Companys in una lettera a Prieto integralmente riportata nella biografia di Viusà e destinata a una lunga polemica: lo storico Ricard Vinyes ha scritto in “Visca la República” che le lamentele del governo catalano, espresse ad esempio da Comorera o da Pi i Sunyer, “avevano il loro fondamento. Però il rimprovero mosso dai dirigenti catalani non aveva un tono vittimista. Chiedevano conto più che altro delle cause politiche a monte. Cioè perché non si era permesso che la Generalitat partecipasse alla formazione delle grandi decisioni sulla guerra e sullo stato, al di là dei formalismi di alcune lettere ministeriali. Questa era la recriminazione: maggiore partecipazione politica negli affari di stato”.

Seguendo l’azione svolta da Companys alla testa della Generalitat, Viusà fa emergere il punto di vista catalano sulla guerra civile spagnola e mostra una prospettiva poco rappresentata nella narrazione italiana degli eventi, facendo della sua Biografia popular  una testimonianza ancora più significativa e interessante, fino alla ricostruzione del tragico epilogo. Companys lascia Barcelona il 26 gennaio 1939, tre giorni prima dell’entrata dei franchisti, che al grido di arriba España occupano la città. Il Presidente si dirige ad Agullana, vicino alla frontiera francese, dove tascorre alcuni giorni in una colonica: è qui che il 4 febbraio si svolge la riunione con Negrín nella quale viene deciso che Azaña (Presidente della Repubblica) il governo basco e quello catalano lasceranno il paese il giorno dopo. La mattina del 5 febbraio però, al luogo dell’appuntamento  gli spagnoli non si fanno vedere: hanno anticipato la partenza di due ore. Alla dogana i gendarmi francesi non sanno niente del convoglio catalano e lasciano passare solo il Presidente e i Consiglieri trattenendo tutti gli altri, un centinaio di persone che finiscono al campo di concentramento di Argelers.

Companys si stabilisce in un piccolo paese, Le Baule. Convinto di non poter lasciare soli gli esuli catalani in Francia, viene arrestato dai militari tedeschi, che compiono una vera e propria irruzione nell’appartamento del Presidente, ritenuto un pericoloso sovversivo. Quando Carme Ballester chiede che ne sarà del marito, i nazisti le dicono: “se vuole spiegazioni, può andare a cercarle al consolato spagnolo”, lasciando intendere che agiscono per conto di Franco. Nel segreto più assoluto, Companys viene portato alla sezione tedesca della Santé, a Parigi, e in seguito a Madrid dove viene vessato e torturato. Successivamente viene trasferito a Barcelona a chiuso al Montjuïc, dove viene fucilato la mattina del 15 ottobre 1940. Secondo le testimonianze di un ufficiale tedesco e di un militare franchista, Companys si presenta sereno al plotone d’esecuzione davanti al quale rifiuta la benda e grida “Visca Catalunya”! Prima però, come ricorda la sorella Ramona Companys, si toglie le scarpe per calcare fino all’ultimo momento la propria terra.

Nella lettera dal carcere, in parte riportata nel libro di Viusà e indirizzata alla moglie scrive: “Mi sento tranquillo e sereno. Ringrazio Dio … perché mi ha riservato una fine così fertile per Catalunya e per i miei ideali, che rivaluta la mia umile persona. Dunque non accettare né condoglianze né pianti. Tieni la testa ben alta. Affronterò la morte … serenamente. L’ultimo pensiero sarà per te, per i miei figli e per il grande amore per Catalunya”. È l’unico presidente di un governo democraticamente eletto ad essere fucilato nel corso della seconda guerra mondiale, destino che condivide con molti antifascisti e partigiani di tutta Europa.

 

 

La frittata sovversiva del consigliere comunale Joan Coma.

Il consigliere comunale di Vic Joan Coma, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la coalizione della sinistra radicale catalana, è stato arrestato il 27 dicembre e trasferito a Madrid davanti al tribunale dell’Audiència Nacional. È accusato di “incitamento alla sedizione”: nel corso di una seduta del consiglio comunale di Vic, riferendosi all’indipendenza di Catalunya e invitando alla disobbedienza civile ha detto “per fare la frittata, prima bisogna rompere le uova”. Il pubblico ministero ha ravvisato nell’allusione gli estremi del reato e avviato il procedimento che ha portato alla detenzione.

Il giudice dell’Audiència Nacional che ha disposto l’arresto è un ex ispettore della polizia franchista, Ismael Moreno, divenuto in seguito magistrato, testimonianza vivente della continuità degli apparati di potere statali. Fedele al suo ruolo, ha imputato al consigliere comunale un reato che non veniva contestato a un rappresentante democraticamente eletto dai cittadini dai tempi della dittatura. Nel corso della comparizione, il giudice ha domandato a Coma cosa  intendeva dire con uova, con frittata e con rompere, inscenando un momento degno del miglior surrealismo se non del più inquietante processo kafkiano. Il giorno seguente alla comparizione in tribunale, il consigliere di Vic è stato rilasciato in regime di libertà provvisoria (con la misura cautelare del ritiro del passaporto). Rischia fino ad 8 anni di prigione. L’avvocato del militante indipendentista, Benet Salellas, sottolinea che il giudice si sta avvalendo di “concetti giuridici franchisti, già strumenti della dittatura”, in particolare quando ravvisa un delitto contro la forma di governo, un reato incluso nel codice penale spagnolo del 1973.

La portavoce di Izquierda Unida al Parlamento Europeo, Marina Albiol, ha portato il caso davanti alla Commissione Europea, alla quale ha domandato se la detenzione del consigliere comunale, così come le misure giudiziarie contro diversi militanti dell’indipendentismo catalano (il sindaco di Berga, il Presidente Carme Forcadell e i cinque militanti recentemente accusati di aver bruciato la foto del re) rispettano la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In particolare Albiol domanda se gli arresti e le misure giudiziarie dei tribunali spagnoli violano l’art. 11 della Carta, dedicato alla libertà d’espressione.

Il giorno stesso dell’arresto del consigliere di Vic, la Candidatura d’Unitat Popular ha diffuso il  seguente manifesto:

“Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo: non un passo indietro.

Manifesto unitario di sostegno a Joan Coma.

In questo momento Libertà, Solidarietà e Democrazia non sono parole vuote né espressioni retoriche. A difesa della convivenza politica, Libertà, Solidarietà e Democrazia sono concetti pieni di vitalità, forza e unità: denunciano l’autoritarismo di uno stato che, condannando la libertà d’epressione politica dei consiglieri comunali in sede consiliare, pretende annullare la rappresentanza dei cittadini.

Joan Coma è libero di scegliere il cammino che ritiene più adeguato per difendere le proprie convinzioni, obbedendo alla propria coscienza e nel rispetto dell’impegno assunto democraticamente e per il quale è stato eletto. Per difendere la libertà e la democrazia altri possono scegliere strade diverse; troveranno ugualmente il nostro rispetto e la nostra solidarietà. La nostra solidarietà a tutti e a tutte porterà a una complicità ogni giorno più forte nella difesa delle libertà e della democrazia. Potranno attaccare i singoli ma, se avremo la capacità di continuare a costruirla, non potranno rompere questa complicità.

Ci auguriamo che chiunque si mobiliti a difesa della libertà d’espressione – e di tutte le libertà minacciate – possa sentirsi rappresentato da questo manifesto, indipendentemente dal suo pensiero político e dalla sua affiliazione a un partito. Vogliamo invece che questo manifesto risulti scomodo per quegli antidemocratici che vogliono inviare ai tribunali i rappresentanti dei cittadini e che negano si possa costruire il futuro di una Catalunya giusta secondo la volontà della sua popolazione.

Non cercate i nemici delle libertà e della democrazia nelle fila dei democratici, tra i quali non dobbiamo accusare nessuno. I contrari alle libertà e alla democrazia sono coloro che avvalendosi di tribunali trasformati in attori politici e di potere, non di giustizia, vogliono schiacciare  i nostri diritti e la rappresentanza del nostro popolo.

In questo momento vogliamo ricordare le parole di Joan Coma: “qualunque cosa accada, manteniamo la calma, pratichiamo la non violenza che abbiamo appreso dalla dsobbedienza civile pacifica e resistente e sorridiamo perché se sono capaci di comportarsi così, rispolverando tic inquisitori e misure eccezionali è perché sanno che democraticamente hanno già perso”.

Nessun tribunale deciderà il futuro del nostro popolo bensì tutti e tutte noi. Siamo al tuo fianco Joan, non ti lasceremo solo, solidarietà.

Solidarietà a tutte e a tutti quelli che  la giustizia trasforma in questo momento in perseguitati politici. Siamo con voi, non camminerete soli. E solidarietà anche per noi che difendiamo le libertà e la democrazia. Camminando a fianco non ci troveremo mai soli.

Joan libero! Ti vogliamo a casa e al Comune di Vic a rappresentare chi ti ha scelto democraticamente.

Visca le libertà, Catalunya e i Països Catalans.”

Vic, 27 dicembre 2016”

Un Parlamento disobbediente.

Il 16 dicembre la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha dovuo presentarsi davanti al giudici del Tribunal Suprem de Justicia de Catalunya per aver consentito un dibattito sull’indipendenza in aula e permesso la votazione del documento conclusivo della commissione parlamentare sul processo costituente malgrado il divieto espresso dal Tribunale Costituzionale spagnolo. L’accusa è disobbedienza.

Per questo rischia di essere rimossa dal proprio incarico istituzionale. Ma la solidarietà delle istituzioni e del popolo catalano alla propria presidente sembra più che mai incondizionata. Centinaia di sindaci hanno sottoscritto un documento in sostegno a Forcadell dandone lettura nelle piazze: a Barcelona (che non ha ancora aderito all’associazione dei municipi per l’indipendenza) il documento unitario è stato letto da Ada Colau.

Accompagnata da circa 500 sindaci e da centinaia di cittadini, Forcadell ha percorso in corteo la distanza che separa il Parlamento dal Tribunale, davanti al quale i manifestanti si sono fermati dietro una grande scritta che recitava semplicemente democrazia.

La presidente non ha risposto alle domande del giudice bensì solo a quelle del proprio avvocato. Davanti ai giornalisti ha sostenuto più tardi che ciò che è in gioco non è il proprio futuro politico ma la democrazia e la libertà d’espressione. Constatata la volontà indipendentista emersa dal Parlamento catalano, Forcadell ha rifiutato di autocensurarsi: “non possiamo aprire la porta alla censura perché non potremmo più chiuderla” ed ha affermato che “nessun tribunale può impedire che il Parlamento dibatta sull’indipendenza”. In relazione alla votazione per la quale è indagata ha anche affermato che “si trattava di una procedura legale rispetto alla quale agire diversamente avrebbe significato violare il regolamento parlamentare”.

Per Forcadell la propria comparizione davanti al tribunale palesa la strategia dello stato spagnolo volta a utilizzare il potere giudiziario per sopprimere il diritto a dibattere liberamente nel Parlamento regionale e ad evitare un confronto politico sul tema della Repubblica catalana. Secondo Mireia Boya, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), la sinistra radicale catalana, la vicenda dimostra che “il processo costituente è cominciato e che la costituzione spagnola è già carta straccia”.

Invece di accordare un referendum sull’indipendenza, i partiti che governano la Spagna (PP  sostenuto del Psoe, a braccetto come nell’eurocamera) sembrano aver scelto la via della repressione giudiziaria, affidando ai tribunali la facoltà di decidere quale discussione ammettere e quale rifiutare nel Parlamento catalano, nell’intento di deciderne di fatto l’ordine del giorno.

Di seguito il documento unitario redatto dall’Assemblea dei Municipi per l’Indipendenza (associazione che raggruppa più di 700 municipi, sul totale dei 947 di tutta Catalunya):

 

Siamo tutti il Parlamento

“Scendiamo di nuovo in piazza per esprimere la nostra ferma volontà e l’impegno irremovibile per la difesa  delle istituzioni democratiche e dei principi che le sostengono.  Agiamo nella convinzione della validità del punto fondamentale accolto nella Dichiarazione sulla sovranità e il diritto a decidere del popolo di Catalunya, approvato dal Parlamento il 23 gennaio del 2013, che proclama che “il popolo di Catalunya possiede, in virtù del principio di legittimità democratica, il carattere di soggetto politico e sovrano”. Denunciamo la incapacità e la mancanza di volontà del Governo spagnolo per risolvere democraticamente un problema politico. La via giudiziaria alla politica ha impoverito e manomesso irrimediabilmente alcuni dei fondamenti del sistema democratico.

Esprimiamo il nostro sostegno a tutti i rappresentanti eletti e alle cariche istituzionali che sono minacciate dalla Fiscalia General e dall’Advocacia de l’Estat, in più di 400 procedimenti giudiziari, per aver legittimamente esercitato le funzioni di rappresentanza popolare conferitegli dalle urne. Utilizzare i tribunali per impedire il dibattito politico in Parlamento e criminalizzare i rappresentanti del popolo che, esercitando il mandato ricevuto dalle urne, promuovono questo dibattito, è improprio di un sistema democratico, attenta contro il pluralismo politico e diviene di conseguenza inaccettabile per ogni democratico.

Chi non ha ottenuto dalle urne il sostegno della maggioranza non può imporre il silenzio alle nostre istituzioni, minacciando di inabilitare i rappresentanti eletti e le cariche istituzionali. Le pressioni volte a limitare l’azione dei nostri rappresentanti sono il tentativo di silenziare tutto un popolo. Per questo consideriamo che se la Presidente Carme Forcadell finirà per essere processata, un intero popolo sarà processato con lei. Come democratici esigiamo ai governanti dello stato spagnolo che smettano di utilizzare i tribunali per un compito che in democrazia gli è improprio. Gli invitiamo ad abbandonare una volta per tutte la via giudiziaria alla politica. Gli invitiamo a rispettare e a partecipare al dibattito che nasce dalla volontà del popolo di Catalunya, espressa in numerose occasioni, in maniera legittima e democratica, in piazza e nelle urne.

Siamo convinti che il referendum è la soluzione che riscuote il  maggior consenso nei sistemi democratici avanzati per prendere le grandi decisioni riguardi al futuro. Il dialogo è stato sempre la nostra bandiera e non l’abbandoneremo adesso. Di fronte a chi parla di dialogo ma mantiene la via giudiziaria come unica modalità della propria azione politica, come democratici riaffermiamo la volontà di dialogo, nel rispetto delle maggioranze nate dalle urne, che formano, danno significato e legittimità al Parlamento e ai consigli comunali. Ci impegnamo a difendere con coraggio la democrazia, le nostre istituzioni e i nostri rappresentanti. E in questa difesa saremo irremovibili. No alla via giudiziaria per la politica! Si alla difesa della democrazia, delle istituzioni e dei legittimi rappresentanti del popolo! Tutti con Carme Forcadell, Presidente del Parlamento di Catalunya!”

Assemblea Nacional Catalana, Òmnium, Associació Catalana de Municipis, Associació de Municipis per la Independència

L’”operazione dialogo”.

Qualche settimana fa il delegato del Governo spagnolo in Catalunya, Enric Millo, ha annunciato una inedita strategia di dialogo volta a caratterizzare il nuovo corso dell’esecutivo del Partito Popolare (sostenuto dall’astensione del Partito Socialista) nelle relazioni con Catalunya.

Millo ha dichiarato di voler “parlare con tutti per comprendere la radice del problema e affrontare la situazione prima che si renda necessario ricorrere alla via giudiziaria”. La Vicepresidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría però ha dato la priorità al dialogo con i partiti unionisti, riunendosi la settimana scorsa con Psc e Ciutadans, entrambi all’opposizione nella camera catalana, rígidamente ostili non solo alla indipendenza ma anche alla possibilità di risolvere la questione tramite un referendum (sul modello di quello scozzese del 2014).

Se ampliamo lo sguardo però le tracce del dialogo si fanno più difficili da seguire e dall’esame del contesto politico sembra emergere ben altro: alla richiesta di svolgere un referendum sull’indipendenza, da anni ampiamente invocato dalla società catalana, lo stato spagnolo oppone una risposta repressiva a base di incriminazioni e condanne.

Accusata di non aver ritirato un’estelada dalla facciata del palazzo comunale, il sindaco di Berga, Montse Venturós della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), dopo essere stata arrestata e successivamente rilasciata nel novembre scorso, è ancora minacciata da una condanna penale. Davanti al giudice ha rivendicato “l’impegno a mantenere e rispettare la decisione presa nel consiglio comunale del 2012 di non ritirare l’estelada fino al momento dell’indipendenza”. Come Montse Venturós decine di sindaci e di consiglieri comunali sono attualmente indagati dai tribunali spagnoli (Audiència Nacional) per aver votato in sede consiliare una dichiarazione di supporto alla dichiarazione indipendentista del Parlamento catalano del 9 novembre 2015.

Anche l’ex-Presidente della Generalitat, Artur Mas, è attualmente sotto processo per aver organizzato, il 9 novembre 2014, una consulta non vincolante volta a conoscere l’opinione dei catalani sull’indipendenza. Il reato contestato è disobbedienza. Per lo stesso capo d’imputazione il Congresso spagnolo ha votato l’autorizzazione a procedere contro il parlamentare catalano Francesc Homs, ora in attesa di essere giudicato dal Tribunale Supremo. Inoltre la ex-vicepresidente della Generalitat, Joana Ortega, e una ex-consigliera, Irene Rigau, sono anch’esse indagate per lo stesso motivo. Nonostante i minacciosi avvertimenti del Governo spagnolo, alla consulta del 2014 hanno partecipato più di 2.300.000 persone. Si sono espresse su due quesiti. Al primo, “vuoi che Catalunya divenga uno stato?” hanno risposto: SI  92%, NO 5%. Al secondo, “in caso affermativo vuoi che questo stato sia indipendente?” hanno risposto: SI 88%, NO 11%.

Nel febbraio 2015 il giudice Santi Vidal, è sottoposto a un’azione disciplinare e sospeso dalla magistratura per tre anni, colpevole di aver studiato e presentato alla cittadinanza un progetto di costituzione per la Repubblica catalana.

Il Tribunale Costituzionale ha inoltre impugnato la decisione con la quale il Presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha autorizzato il 27 luglio di quest’anno la discussione in aula delle conclusioni di una commissione parlamentare sul processo costituente e la disconnessione dallo stato spagnolo. Per questo Forcadell si trova ora sottoposta a un procedimento penale che potrebbe culminare in una sentenza di inabilitazione (di fatto equivalente alla sospensione dello Statuto d’Autonomia di Catalunya).

Dopo aver bruciato alcune foto dell’attuale re di Spagna (Felip VI) nel corso delle manifestazioni dell’11 settembre 2016, cinque membri della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), tre dei quali consiglieri comunali, sono stati anch’essi arrestati e, seppure successivamente rilasciati, rinviati a giudizio. Accusati di oltraggio alla corona, i cinque non hanno riconosciuto l’autorità del tribunale perché “non rispetta la sovranità del popolo catalano” e hanno sostenuto di trovarsi di fronte a “un giudizio politico che sopprime la libertà d’espressione”. Hanno anche sottolineato di “non riconoscere le istituzioni di uno stato che attua con modalità fasciste”.

Infine due giorni fa il Tribunale Costituzionale ha diffidato il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, e il Presidente del Parlamento, Carme Forcadell, a svolgere qualsiasi attività diretta a realizzare un referendum sull’indipendenza. Si tratta del referendum che, con o senza l’autorizzazione dello stato, sta organizzando la maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Grazie alla riforma recentemente proposta dal PP, il Tribunale Costituzionale non solo può imporre una multa ma ha anche il potere di inabilitare direttamente le cariche elettive ree di disobbedire alle proprie sentenze, senza che il Parlamento abbia da concedere alcuna autorizzazione a procedere.

Perdute le tracce del dialogo, due temi sui quali riflettere: 1)i tribunali spagnoli, in particolare il Tribunale Costituzionale nominato direttamente dal governo, decidono cosa si può (e cosa non si può) dibattere in un Parlamento democraticamente eletto; 2)la libertà d’espressione può essere di fatto sospesa quando si rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, sia che si esibisca una bandiera indipendentista, si bruci la foto del re o si rediga un progetto di costituzione per la Repubblica catalana. Sappiamo però che la democrazia non si può sospendere senza incorrere in esiti funesti, come ci ricordano le giornate del luglio 2001 a Genova.

Contraddizioni dellla democrazia borbonica, tratti ereditati dal franchismo o semplicemente, come sostiene il nuovo delegato del governo in Catalunya, lo stato spagnolo ha avviato l’”operazione dialogo”?

Antidoto alla favola della fraternità, la ricostruzione storica di «Volem les nostres estàtues».

Il concetto di fraternità intesa come ideale politico riemerge con singolare frequenza nel dibattito sulla repubblica catalana: nel corso della campagna per le elezioni del 26 giugno 2016, Xavi Domènech (della cerchia di Podemos) interpellato in merito alla possibilità di organizzare un referendum sull’indipendenza accordato con lo stato spagnolo (finora contrario a sottoporre la questione all’elettorato) si è detto convinto di poterlo realizzare grazie a “una parola magnifica, meravigliosa, che ci ha portato fin qui: si chiama fraternità”; recentemente il segretario del Partit Socialista catalano, Miquel Iceta, ha dichiarato che riconoscere Catalunya come una nazione vera e propria non mette in pericolo né l’unità della Spagna né la fraternità tra gli spagnoli; infine pochi giorni fa il monarca Felip VI, nel discorso di apertura della XII legislatura ha sostenuto che il dialogo tra le comunità autonome e lo stato deve essere rafforzato “dallo spirito di fraternità tra tutti gli spagnoli”.

I riferimenti all’ideale reso celebre dalla rivoluzione francese appaiono quantomeno curiosi. Un breve riepilogo storico dovrebbe mostrare che le relazioni tra Catalunya e il Regno di Spagna non sono improntate esattamente alla fraternità. Ne troviamo una testimonianza nel semiclandestino Volem les nostres estàtues, pubblicato in Svizzera nel 1963 e uscito anonimo, nel quale lo storico Ferran Soldevila ricostruisce la biografia di tre rappresentanti del catalanismo ripercorrendo contemporaneamente alcuni dei momenti più significativi della storia catalana moderna. L’opera esprime fin dal titolo una consegna tanto semplice quanto efficace. Vogliamo i nostri monumenti: è il grido con cui si rivendicano i simboli popolari e la loro storia. In particolare si allude alle statue di Pau Claris, Rafael de Casanova e Bartomeu Robert, rimosse dalle piazze di Barcelona per volere di Franco dopo il 1939.

Presidente della Generalitat tra il 1638 e il 1641, Pau Claris si trova a fronteggiare i piani del conte-duca d’Olivares volti ad assoggettare tutta la penisola al Regno di Castiglia. Il conte suggerisce a Felip IV di provocare ad arte degli incidenti ed intervenire in seguito con l’esercito per uniformare Catalunya all’ordinamento giuridico di Castiglia. L’occasione propizia si verifica nel corso della guerra dei trent’anni, dopo la vittoria spagnola di Salses ottenuta con il contributo decisivo catalano: sconfitte le truppe francesi, Catalunya chiede che l’esercito del re, composto da castigliani e da mercenari irlandesi, valloni e italiani, lasci finalmente la regione, alleviando la popolazione che per anni ne ha sostenuto il mantenimento e sopportato gli abusi. Al contrario l’esercito castigliano si riversa sul terreno come avrebbe potuto fare un invasore provocando così la rivolta della popolazione, già esasperata: inizia la guerra dei segadors (la popolazione contadina catalana).

L’insurrezione scoppia a Santa Coloma de Farners il 1 maggio 1640 e si propaga rapidamente culminando nel cosiddeto corpus de sang del 7 giugno, quando gli abitanti delle campagne accorsi a Barcelona, coalizzati con il ceto urbano, cacciano i funzionari del re e l’aristocrazia castigliana. Secondo Soldevila, Pau Claris non esclude la possibilità di arrivare a un accordo con la monarchia spagnola se non quando constata che un esercito formato appositamente per reprimere la sollevazione è già pronto al confine con l’Aragó. È allora che avvia i contatti con la Francia al fine di ottenerne protezione, nel rispetto delle istituzioni catalane e acconsentendo contemporaneamente alla richiesta francese di dichiarare la repubblica. Soldevila affronta la questione relativa all’effettiva proclamazione della repubblica catalana: se è vero che negli atti del Consell de Cent non ce n’è traccia, è altrettanto vero che l’accettazione dell’aiuto francese comportava implicitamente la nuova forma istituzionale.

Sta di fatto che l’esercito spagnolo avanza senza difficoltà e in breve raggiunge Barcelona. Qui però, il 26 gennaio 1641, le truppe catalane e francesi vincono la battaglia di Montjuïc, costringendo l’esercito di Castiglia ad una disastrosa ritirata. Dopo aver salvato la Generalitat dai piani di Olivares, nel febbraio del 1641 Pau Claris muore, tra il cordoglio delle autorità e della popolazione catalana.

Breve frammento nella vasta opera di Soldevila, Volem les nostres estàtues contribuisce a preservare ed a rivendicare la memoria del popolo catalano, mantenendo viva la coscienza di un processo storico conflittuale. Come afferma l’editore Quim Torra nell’articolo Ferran Soldevila, la història d’una nació (El Punt-Avui, 3 aprile 2011), “non solo non sapevamo cosa eravamo, bensì non sapevamo neppure cosa eravamo stati”. La ricostruzione storica, soprattutto per la generazione che attraversa gli anni del franchismo, si rivela condizione necessaria per recuperare la propria identità politica e culturale. E dall’esame del passato non sembra emergere l’impronta della fraternità tra i popoli della penisola.

Volem les nostres estàtues prosegue con la biografia di Rafael de Casanova, il simbolo della resistenza di Barcelona all’assedio del 1714 quando, abbandonata dagli alleati (Inghilterra, Austria e Olanda) Catalunya si trova sola a fronteggiare gli eserciti di Francia e Castiglia, fino alla sconfitta dell’11 settembre. Casanova è a capo della Coronela, la milizia popolare formata dagli artigiani delle arti e mestieri della città, un’istituzione civile che, come riconosce il generale borbonico duca di Berwick in una lettera a Luigi XIV, si difende meglio di un esercito regolare. Nel breve saggio Soldevila ricorda che il 3 settembre, di fronte alla difficile situazione, Casanova propone davanti ai deputati della Generalitat, al braccio nobiliare e al consiglio municipale, di accettare la sospensione dei combattimenti e le trattative offerte dal generale nemico. La proposta viene drasticamente rifiutata: 26 voti contrari contro solo 4 favorevoli. Casanova accetta la decisione e continua alla testa della difesa della città.

Ma la resistenza popolare non riesce a scongiurare la sconfitta e la repressione si abbatte su Catalunya: la Generalitat e il Consell de Cent vengono soppressi, così come tutte le istituzioni di autogoverno. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario vengono affidati ad un militare, il capitano generale (rappresentante del re sul territorio) e alla Reial Audiència, organo meramente consultivo. Inoltre con il Decreto di Nova Planta si dà inizio al progetto di uniformazione linguistica e culturale cancellando il catalano dagli atti giudiziari, dalla stampa e dalla scuola e sopprimendo le università catalane, nell’intento di imporre leggi, usi e costumi del Regno di Castiglia.

Nel libro d’entrata dell’ospedale della Santa Creu, l’11 settembre 1714 risulta l’ingresso di Casanova, già morto; in realtà, spiega Soldevila, si tratta di una notizia falsa volta a proteggere il comandante della Coronela dalla sicura rappresaglia. Ferito e inizialmente nascosto in città, Casanova riesce ad uscirne clandestinamente, rimanendo nascosto per alcuni anni.

La nuova amministrazione decide inoltre di costruire a Barcelona una fortezza militare, la Ciutadella, al quartiere della Ribera e rade al suolo perciò 896 case, all’epoca una quinta parte della città. Una distruzione che si somma ai considerevoli danni dei cannoneggiamenti dovuti all’assedio. Concepita come baluardo contro eventuali sollevazioni popolari, per gli abitanti di Barcelona la Ciutadella rappresenta fino al suo successivo abbattimento (tra il 1869 e il 1878) il simbolo più odiato dell’occupazione militare. Come sottolinea Albert Balcells nel suo ben documentato Llocs de memòria dels catalans è “chiaro che al contrario di un processo evolutivo, la costruzione del moderno stato spagnolo non fu né pacifica né naturale, come ancora continuano a sostenere i manuali di storia spagnoli”.

Perciò evocare la fraternità nel dibattito sull’indipendenza sembra nella migliore delle ipotesi un’ingenuità, se non una consapevole reinterpretazione delle vicende storiche della penisola condotta a proprio uso e consumo. Difficile trovarne nel secolo breve spagnolo, segnato dalla guerra civile, così come nei secoli precedenti, le benché minime tracce.

Un longevo opuscolo di Rovira i Virgili.

Nel 1916 il giovane tarragonino Antoni Rovira i Virgili pubblica Il Nazionalismo, opera con la quale comincia una riflessione sul tema destinata a protrarsi e approfondirsi nel corso di tutto il suo percorso politico e culturale. All’epoca collaboratore del servizio stampa della  Mancomunitat de Catalunya, l’autore definisce nell’opuscolo il proprio concetto di nazione e reclama l’attenzione sopra il suo popolo, dando alle stampe un libro che, pur esaurito in poche settimane a causa della ridotta edizione curata da La Revista e perciò scarsamente diffuso, risulta contenere opinioni e osservazioni destinate a vivere a lungo.

Il tema nazionale è all’ordine del giorno: la guerra scatenata dalle potenze imperialiste è in pieno svolgimento mentre in Catalunya la Mancomunitat, embrionale organo di autogoverno da poco istituito, sperimenta un importante compito di politica culturale e di intervento pubblico. Ma nel 1923 la Mancomunitat viene abolita dal generale Primo de Rivera, alla testa di una dittatura che oltre alla repressione sociale e al rinnovato impegno coloniale si caratterizza per un forte anticatalanismo. Rovira i Virgili non si perde d’animo e si imbarca nell’impresa della Revista de Catalunya ma è solo più tardi, con il nuovo scenario aperto dalla seconda repubblica (1931), che si presenta l’occasione di ripubblicare il lavoro del 1916. La nuova edizione esce al principio del 1932 per la casa editrice Barcino di Barcelona, con alcune revisioni ma soprattutto con un titolo diferente: “ho sostituito il titolo Il Nazionalismo con Il principio delle nazionalità perché da tempo la parola nazionalismo si è fortemente caratterizzata nell’accezione di sciovinismo, imperialismo ed egoísmo nazionale”.

L’autore si mostra ben consapevole delle due facce che può assumere il concetto di nazione, a seconda del contesto storico strumento di emancipazione dal dominio degli imperi o al contrario arma per l’asservimento dei popoli. In questo senso sottolinea che la nascita del concetto di nazionalismo, nel corso del XIX secolo, avviene sotto il segno rivendicativo dei popoli oppressi (è il caso dei cechi, degli irlandesi, dei greci opposti ai vecchi imperi). Oggi però secondo Rovira i Virgili: “ovunque ci si riferisce al nazionalismo francese, tedesco, italiano, polacco o serbo per indicare sentimenti e principi che non solo sono differenti bensì diametralmente opposti a quelli che proclamano il diritto dei popoli alla libertà”.

Il giovane intellettuale sottolinea chiaramente la duplicità del concetto di nazionalismo, mostrandone da un lato la faccia autoritaria, antidemocratica fino al razzismo, dall’altro il volto che invita all’emancipazione, al rispetto e alla pace tra i popoli. È la rivoluzione francese che secondo l’autore, proclamando i principi di libertà, favorisce inizialmente lo sviluppo della rivendicazione nazionale. Nonostante il centralismo giacobino “tutti o quasi tutti i popoli oppressi trovarono nelle idee rivoluzionarie lo strumento per combattere i tiranni”. Di più, secondo Rovira i Virgili il segno político della rivoluzione e persino dell’impero napoleonico, “il principio che la rivoluzione portava nelle proprie viscere era essenzialmente favorevole al principio delle nazionalità”. Perché “gli uomini della rivoluzione credevano che la dominazione dei popoli si equivaleva alla schiavitù degli uomini”.

Il contributo del giovane tarragonino al catalanismo di quegli anni si connota fin dall’inizio come democratico e radicalmente antiassolutista, presentando già i germi del movimento di liberazione nazionale, per l’indipendenza del proprio paese dall’impero. Come nel caso di Cuba, del Marocco, delle Filippine, di buona parte del centro e sud america, a lungo colonie spagnole.

In particolare in Il principio delle nazionalità troviamo una interessante riflessione sugli elementi costitutivi della nazione: “tra tutti gli elementi che formano la nazionalità è la lingua il più potente, il più influente, il più decisivo”. Siamo evidentemente lontani dal principio di nazionalità basata sul sangue e la terra: “è ben noto e assodato che non esistono razze pure, che tutti i popoli sono formati dalla miscela e incrocio di razze e che in un popolo si possono distinguere una moltitudine di tipi antropologici”. Se la diversità e la convivenza non preoccupano minimamente l’autore, al contrario “la perdita della lingua propria è un pericolo gravissimo per la sopravvivenza della nazionalità”. Altrettanto significativo è l’elemento della coscienza politica, rispetto al quale Rovira i Virgili si mostra categorico: “senza la coscienza nazionale il territorio è un paesaggio, la storia un fantasma, il diritto una routine e la lingua una varietà fonetica”.

Nel pensiero político dell’autore il dato della realtà nazionale di un popolo prevale sulla legge, sullo status quo e sull’ordinamento internazionale: costituisce una nazionalità ogni “popolo con carattere nazionale. Tanto se si è organizzato in uno stato proprio come se non lo ha fatto. Indipendentemente dal fatto che la propria personalità sia riconosciuta o no”. La vera condizione discriminante non è il riconoscimento esterno o la costruzione di istituzioni proprie quanto la coscienza di essere un soggetto politico.

Detto ciò l’autore è consapevole della varietà dei casi storici concreti, dai popoli che hanno perso quasi completamente l’uso della loro lingua ma non la combattività politica e la coscienza di sé (è il caso degli irlandesi) a quelli privi di unità linguistica (i finlandesi). Dai popoli il cui carattere nazionale è incerto o in formazione alle nazioni decadute. “La Slovacchia è una nazione o una regione della Boemia? La Slovenia è una nazione o una regione serbo-croata? L’Ucraina è una nazione o semplicemente una regione della Russia?” Davanti a queste contraddizioni lo studioso risponde con il pragmatismo: “La vita sociale è troppo complessa perché possa entrare tutta dentro degli stampi generali. I principi politici, e specialmente il principio di cui stiamo parlando è diciamo così una figura geometrica regolare, dalle linee simmetriche e gli angoli uguali. E i fatti reali presentano invece una irregolarità ricchissima e variegata”.

Ma la formula politica che propone per le nazionalità è ben definita. “Ogni nazione ha diritto a costituire uno stato indipendente o autonomo” intendendo nel secondo caso una piena autonomia. Lo stato nazionale può formare con un altro stato un organismo federale e conservare allo stesso tempo la propria sovranità. Il rischio più grande è però un regime federale di carattere regionalista nel quale la nazionalità sia inibita. “Un popolo che ha perduto la propria anima, che vive con l’anima di un altro popolo senza essersi fuso con quest’ultimo, costituisce un tragico caso di decadenza”. In definitiva è lo stato proprio lo strumento di maggiore garanzia per l’emancipazione nazionale e per lo sviluppo di un popolo.

Nonostante Il principio delle nazionalità non escluda a priori soluzioni organizzative sovranazionali e federali, sempre che siano espressione della volontà dei popoli, alcuni degli aspetti più significativi dell’opuscolo sembrano essersi sedimentati nel catalanismo odierno, che riconosce nazionalismi di segno differente e che si declina come movimento per l’indipendenza; che attribuisce grande importanza alla difesa della lingua e chiede di poter esprimere la propria volontà attraverso un referendum finora mai concesso dai governi spagnoli. Senza perdere di vista lo scenario internazionale e senza dimenticare la conclusione dell’autore secondo il quale “il vero internazionalismo è sovranazionale, non anti nazionale”.

Essere Països Catalans, secondo Joan Fuster.

L’invito più convincente a impiegare la definizione di Països Catalans si trova forse in Questió de noms, di Joan Fuster, uscito per le Edicions d’Aportació Catalana nel 1962, risultato dell’attenta riflessione che l’autore, dedito alla letteratura e alla critica, svolge allo stesso tempo attorno alla cultura del proprio paese. Nato a Sueca, un piccolo centro a sud di València, lo scrittore si forma nei difficili anni che seguono la guerra civile, quando “trovare un libro, non solo in català ma addirittura in castigliano, che non fosse mediocre era difficile” come sostiene nell’intervista rilasciata a Montserrat Roig nel 1977. Sebbene Questió de noms, opera già matura, non si inoltri sul terreno della politica bensì rimanga in quello storico e culturale, si tratta di un pamphlet denso di implicazioni scomode per il regime franchista.

La questione, spiega Fuster, nasce all’epoca della conquista delle Balears (1229) e del País Valencià (1245), quando il sovrano del Principato catalano Jaume I struttura le regioni appena strappate agli arabi in due regni separati. Dopo secoli di dominazione saracena si tratta di portarvi l’habitus culturale e il tessuto sociale caratteristico del Principato e dei regni cristiani della penisola. L’obbiettivo viene perseguito e raggiunto ripopolando le isole e il País Valencià con immigrati provenienti in gran parte da Catalunya. La persistente immigrazione, la permeabilità delle frontiere e soprattutto la lingua comune fanno si che valenziani e mallorquini si considerino catalani esattamente come gli abitanti del Principato. Lo scrittore Ramon Muntaner, contemporaneo di Dante e autore di un’importante cronaca delle vicende della corona e dell’espansione catalana, definisce gli abitanti del sud confinanti con Murcia, “catalani autentici” in grado di parlare un ricco e pregevole català.

Queste popolazioni sono ritenute catalane anche dall’estero, sia nel medio evo che nel rinascimento, senza alcuna distinzione regionale. Originari di Xàtiva (País Valencià), i Borgia sono conosciuti ovunque come catalani: Fuster ricorda che quando la famiglia arriva al soglio papale gli italiani esclamano: “O Dio, la Chiesa Romana in mano ai catalani”. E Alfonso Borgia, ossia Papa Callisto III, si definisce “Papa catalanus”. Ma gli esempi illustri, secondo l’autore, riposano su un dato di fatto fondamentale: la lingua comune, che fa si che gli abitanti delle Balears, del País Valencià e del Principato si sentano un solo popolo.

Malgrado risponda a un’esigenza giuridico-amministrativa, la creazione e il consolidamento dei regni separati apre la strada all’uso di denominazioni locali: soprattutto riguardo agli affari interni alla corona si comincia a fare riferimento a valenziani e mallorquini. Ciò significa che la unità catalana si articola in rami diversi. Favorito dalle strutture statali e amministrative, comincia a svilupparsi un certo orgoglio regionale (non solo al País Valencià e alle Balears ma anche a Catalunya) e quello che era un solo popolo inizia a differenziarsi. Il dato strutturale dell’unità della lingua non cambia: quello che cambia è la consapevolezza di tale unità, che perde terreno a beneficio di una progressiva regionalizzazione.

Secondo Fuster catalani diviene una parola ambigua: in primo luogo perché ci sono catalani più catalani degli altri (gli abitanti del Principato, cioè della Catalunya in senso stretto, che non perdono il proprio appellativo); in secondo luogo perché il termine allude contemporaneamente sia a una parte che all’insieme della popolazione. Solo l’impiego di un nome in grado di abbracciare contemporaneamente le isole, il País Valencià e il Principato potrebbe contrastare la diffusione delle denominazioni regionali. Ma all’epoca un nome simile non esiste.

E le testimonianze della sopravvivenza dell’antico uso della parola catalani sono ancora numerose: Anselm Turmeda afferma nella sua Disputa de l’ase (1417) di “essere di nazionalità catalana e nato a Mallorca”. È solo attorno all’inizio del XVII secolo che, come attestano varie voci tra cui quella del cronista Gaspar Escolano, mallorquini, valenziani e abitanti del Principato si allontanano tanto da portare alla nascita di forme dialettali inedite, in grado di intaccare l’unità della lingua e accentuare le differenze. La memoria dell’unità non si cancella ma la coscienza di essere un solo popolo si incrina.

Tra il XVI e il XIX secolo il particolarismo si rafforza: a differenza del passato gli eruditi dell’epoca rivendicano l’esistenza di lingue regionali differenti l’una dall’altra.  L’abbaglio che porta a  scambiare il català originario per il provenzale non facilita la chiarezza e si arriva a coniare definizioni fantasiose come quella di bacavès per indicare la lingua delle Baleari, Catalunya e  País Valencià. A questo proposito il celebre scrittore Salvador Espriu propone ironicamente il rosalbacavès, in modo da includere nella definizione anche gli abitanti del Rosselló e di Alghero (dove il català conserva una comunità di parlanti). La creazione eclettica di etichette più o meno fantasiose, priva di serie basi culturali, si rivela presto impraticabile ed effimera.

Mostrando ai catalani il loro passato comune, gli uomini della renaixença tornano a fare del català una lingua letteraria. Se da un lato affermano lo studio erudito del vernacolo, dall’altro riportano in auge l’idea dell’unità della lingua e conseguentemente dei caratteri storici catalani. È all’inizio del XX secolo, afferma l’autore, che al Principato così come alle Balears e al País Valencià sorgono gruppi che si dicono pancatalanisti e che aspirano apertamente a ricostituire la precedente unità. A partire da questo momento il localismo perde terreno, le pubblicazioni in català aumentano e la popolazione considera sempre più normale riferirsi alla lingua catalana come al proprio idioma materno. Parallelamente si impiega la definizione di grande Catalunya per indicare tutti i territori di lingua catalana e semplicemente Catalunya per indicare il Principato.

Ma per Fuster la definizione migliore dell’insieme dei luoghi in cui si parla il català  è quella di Països Catalans. Da un lato perché si è largamente affermata negli ultimi decenni; dall’altro perché si tratta di un nome plurale, che accoglie e salva i particolarismi e le differenze, che ci sono, senza negarle. Si tratta, sostiene l’intellettuale di Sueca, di impiegare sistematicamente la nuova definizione, sostituendo alla terminología affermatasi nel periodo della disgregazione della coscienza nazionale catalana un lessico adeguato a ricostruirla. Nella convinzione che sia  necessario un profondo e lungo processo di trasformazione sociale parallelo e coerente con l’impiego del nuovo vocabolario. Nel frattempo però Països Catalans è il termine più opportuno di cui servirsi, perché riflette l’unità nella differenza e nella pluralità che caratterizza il popolo catalano.

Secondo il musicista e deputato indipendentista Lluís Llach, “Fuster ci ha insegnato un’altra maniera di essere catalani […] ci ha aperto le porte per una catalanità molto più complessa, ampia, plurale e molto meno egoista”, come dichiara nel documentario Ser Joan Fuster (ovvero Essere Joan Fuster) realizzato nel 2008 dall’Univeristà di València.

Se da un lato il contributo dell’intellettuale di Sueca alla crescita della coscienza nazionale del proprio paese gli assicura il riconoscimento e l’ammirazione diffusa soprattutto tra i giovani, dall’altro gli vale l’odio dei nostalgici del fascismo spagnolo, l’attentato esplosivo del novembre del 1978 e quello dell’11 settembre del 1981, quando due bombe piazzate da ignoti danneggiano la sua abitazione senza ferirlo. Ciononostante l’influenza di Joan Fuster nella società e nella cultura civile e politica catalana si è enormemente diffusa, così come l’uso del termine Països Catalans, forse il suo lascito più significativo.

11 settembre 2016.

L’undici settembre si celebra la diada, il giorno in cui Catalunya perde le proprie itituzioni e viene sconfitta e sottomessa al Borbone (1714), data che inaugura un lungo percorso di repressione e anticatalanismo che caratterizzerà i governi del Regno di Spagna.

Oltre alla tradizionale celebrazione, quest’anno la festa nazionale ha assunto un significato particolare: da un lato si trattava del primo 11 settembre segnato dalla presenza di una maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano; dall’altro si ricordavano i 40 anni dalla prima diada successiva alla morte di Franco, organizzata dalle forze democratiche, della sinistra e repubblicane a Sant Boi a causa del divieto di manifestare a Barcelona, svoltasi in un clima ancora caratterizzato dalla repressione e ricordata per lo slogan che la prudenza non ci faccia traditori.

Quest’anno la festa si articolava in cinque manifestazioni organizzate a Barcelona, Berga, Lleida, Salt e Tarragona, all’insegna di un percorso pensato per portare il popolo di Catalunya a dichiarare la Repubblica e l’indipendenza. I mezzi di comunicazione spagnoli hanno già sentenziato che i manifestanti sono stati meno degli anni precedenti, in ogni caso non sotto le 800.000 persone, ma la misura della partecipazione popolare risulta più chiara se svolgiamo una semplice proporzione. Se si considera che Catalunya conta sette milioni e mezzo di abitanti risulta che oltre il 1o% della popolazione è sceso in piazza a manifestare. Per raggiungere una partecipazione simile in Spagna (46 milioni di abitanti) dovrebbero svolgersi concentrazioni di circa cinque milioni di persone, cosa che non è accaduta mai. L’obbiettività di molti giornali spagnoli in merito al tema Catalunya è come minimo messa in dubbio da valutazioni simili.

Nonostante il successo della diada del 2016, il processo verso l’indipendenza sembra svolgersi lungo un percorso ancora insidioso. Il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha ribadito dai microfoni di Catalunya Ràdio la bontà del referendum, finora sempre negato dallo stato spagnolo, inteso come lo strumento più adatto perché i catalani possano finalmente esprimersi sull’indipendenza. Se lo stato seguirà nel divieto, l’attuale Governo della Generalitat, sostiene Puigdemont, porterà comunque a termine il mandato ricevuto dalle urne: ciò vuol dire che convocherà un referendum, “lo faremo se è fattibile, non solo se à accordato con lo stato” o indirà elezioni di natura costituente, entro il settembre del prossimo anno.

Malgrado le differenze che gli impediscono di formare un governo in Spagna (le elezioni del dicembre 2015 e del giugno 2016 non sono state sufficienti per formare una maggioranza) Partido Popular, Psoe e Ciutadans, sembrano un blocco monolitico nel rifiuto del referendum a Catalunya. E la volontà di non lasciare esprimere democraticamente i catalani è certamente una delle cause del blocco in cui si trova il sistema politico spagnolo: se il Psoe si sommasse ai partiti favorevoli al referendum si avrebbe già una maggioranza di governo.

Tanta ostinazione non si comprende anche perché il risultato di una consulta popolare non sarebbe così scontato: gli elettori di Podemos per esempio si ripartirebbero tra i favorevoli e i contrari all’indipendenza in una proporzione che non conosciamo. La formazione di Pablo Iglesias mantiene una posizione quantomeno ambigua in merito, sostenendo contemporaneamente il diritto a decidere dei catalani e il rifiuto di dichiarazioni o scelte unilaterali che portino all’indipendenza. Stupisce tanta prudenza riguardo al principio di autodeterminazione dei popoli e alla repubblica, temi che dovrebbero far parte del patrimonio politico di qualsiasi partito di sinistra, tanto più se di ispirazione marxista. Mentre accusa più o meno apertamente la sinistra catalana di nazionalismo, di fatto è Podemos a essere schierato con i partiti nazionalisti spagnoli più conservatori.

Altra difficoltà sulla strada della costruzione della Repubblica sembra la causa che il Tribunale Costituzionale ha istruito contro Carme Forcadell, Presidente del Parlamento catalano, rea di aver autorizzato il dibattito in aula sul processo costituente e sulla disconnessione dallo stato spagnolo. A questo proposito, Puigdemont ha sostenuto nella stessa intervista che, a dispetto di una eventuale inabilitazione decisa dal Tribunale, Carme Forcadell continuerebbe in ogni caso a rivestire la carica di Presidente del Parlamento, essendo la camera elettiva la sola istituzione che può deciderne la destituzione. Interrogato sulla portata politica di un atto di disobbedienza quale il non riconoscimento della condanna del Tribunale, Puigdemont ha affermato che il primo a disobbedire al popolo di Catalunya è lo stato spagnolo: è quest’ultimo che non rispetta il risultato delle elezioni del 27 settembre 2015, dalle quali è scaturito il mandato a portare a termine il lungo cammino verso l’indipendenza e la proclamazione della Repubblica.

Una storia degli anni ’70.

Tra la biografia e il saggio storico, Memòries d’un rebel di Frederic Bentanachs costituisce una testimonianza che, sebbene talvolta non riesca a passare dalla rievocazione personale alla riflessione più ampia, ha però il merito di catapultare il lettore negli anni turbolenti del tramonto del franchismo e della cosiddetta transizione alla democrazia, ricostruendoli secondo un punto di vista critico che ne smentisce la idillica versione ufficiale.

Nato nel 1956 in un piccolo paese della Catalunya centrale, Bentanachs rievoca l’atmosfera repressiva del regime degli anni ’60, che segna la crescita personale, ancora prima che politica, dell’autore: «il castigliano era obbligatorio per tutti e il catalano semplicemente proibito». Il controllo del regime si estende in quel momento a tutti gli ambiti della vita sociale: «Per dimostrare di aver assistito alla messa della domenica, dovevo portare a scuola ogni lunedi il foglio parrocchiale». Il franchismo è agli sgoccioli ma non per questo attenua i suoi tratti repressivi (basti pensare che l’ultima condanna a morte, quella del militante anarchico Salvador Puig Antich, viene eseguita nel 1974).

Figlio di un ex-combattente repubblicano, cresciuto sotto l’influenza della forte personalità della nonna (membro di Estat Català) nella cui casa di Barcelona matura una precoce consapevolezza politica, l’autore respira nell’ambiente familiare un sentimento di sconfitta e una curiosità per il maggio ‘68 che agiscono come una miccia. Già da giovanissimo si rende consapevole della doppia oppressione, nazionale e di classe, che soffre il popolo catalano e contro la quale impronta tutto il suo percorso politico. Tra il 1975 e il 1979 milita nell’organizzazione giovanile del Partit Socialista d’Alliberament Nacional-Provisional (PSAN-p) e nel sindacato rivoluzionario, nel quale vive le prime esperienze politiche, fino a partecipare alle attività del nucleo embrionale di Terra Lliure, organizzazione  armata per il socialismo e l’indipendenza dei Països Catalans.

Bentanachs ricorda che tre anni dopo la morte del dittatore «la Spagna non aveva approvato una costituzione borghese, piú o meno democratica; e ancora vigevano le leggi delle Corts franchiste». L’undici settembre del 1978 la manifestazione che si svolge a Barcelona per celebrare la festa nazionale di Catalunya si rivela drammatica. Nel corso degli scontri la polizia spara e uccide un manifestante sotto gli occhi dell’autore: «…mentre Gustau Muñoz cercava di dileguarsi, da un gruppo della brigata político-sociale gli spararono alla schiena. Barcollando e sanguinante cercò di arrivare fino al carrer Ferran, dove tentammo di aiutarlo portandolo al riparo dentro un portone».

Il processo di transizione alla democrazia non significa la fine del franchismo, che sopravvive nei settori chiave dell’apparato statale. Sconfiggere il fascismo, costruire uno stato indipendente e socialista, diventa l’obbiettivo di Bentanachs e di una parte minoritaria, ma dal rilevante peso specifico, della sua generazione. Assieme ad altri cinque giovani, Bentanachs parte alla volta del paese basco per ricevere un addestramento militare che la vicinanza ideologica e la solidarietà tra il nazionalismo basco e quello catalano rendevano possibile. In Euskadi i cinque incrociano la strada di ETA e toccano con mano per la prima volta l’esperienza drammatica della clandestinità. “Txomin”, responsabile politico e militare di ETA, gli avverte: «Avete un anno di vita; può accadere che in un arco di tempo di due o tre mesi qualcuno di voi muoia o che finisca in carcere».

Di ritorno a Barcelona il gruppo programma l’assalto a un furgone blindato in modo da procurarsi il denaro necessario a finanziare la lotta ma l’azione si rivela un fallimento e si conclude con la morte di uno dei membri del nucleo: Martí Marcó. La riflessione dell’autore è amara: «Il film della favola dei ragazzi che volevano giocare alla rivoluzione finisce in una sola notte. Improvvisamente ci trovammo con un compagno in clandestinità, un morto, armi, un appartamento vuoto, un covo e un debito con ETA. L’utopia era finita».

Secondo Bentanachs il debito si sostanziava in un paio di azioni che i militanti baschi avevano chiesto fossero rivendicate a loro nome e dirette contro gli interessi francesi in Spagna. Per questo il gruppo progetta gli attentati contro una concessionaria Renault e un centro commerciale Carrefour a Barcelona. Felix Goñi e Quim Pelegrí si incaricano di piazzare una bomba alla concessionaria mentre Griselda Pineda e Bentanachs fanno da gruppo di appoggio. All’una di notte, trasportando un ordigno esplosivo alla concessionaria, Felix Goñi salta in aria e muore.

Tre giorni dopo la polizia arresta Bentanachs e lo porta al commissariato della Via Laietana di Barcelona dove per una settimana viene tenuto in isolamento e torturato: «cercarono di soffocarmi con una borsa di plastica, mi colpirono con una coperta bagnata e con un casco in testa mi picchiarono con una spranga di ferro […]. Non mi lasciarono dormire per ore e mi appesero a quella che chiamavano sbarra democratica. Spogliato e ammanettato ti appendevano e ti picchiavano i piedi». Con il sostegno della famiglia e degli amici di Sanaüja, il paese di origine, inizia il soggiorno nelle carceri spagnole, prima alla Model di Barcelona, entrando a far parte di un popolo di prigionieri politici che il carcere intenta rendere invisibili e spogliare della propria dignità.

Dopo aver partecipato a una rivolta viene trasferito a Carabanchel, dove si integra nel collettivo di ETA-m: «i milis ci trattavano come se fossimo dei loro, eravamo riconosciuti nelle assemblee come militanti a pieno titolo, con diritto di parola e di voto». Con i prigionieri di ETA-m condivide la vita quotidiana, le lotte interne al carcere e lo sciopero della fame. Contemporaneamente Terra Lliure mette a segno le azioni piú importanti contro lo stato spagnolo in Catalunya. La condanna a quattordici anni chiesta dal pubblico ministero è una vera e propria doccia fredda. È accusato di rapina, intimidazione, strage premeditata, possesso d’armi da guerra, possesso d’esplosivo e rinviato a giudizio il 20 febbraio 1981. La sentenza di condanna è inaspettatamente piú favorevole delle previsioni: quattro anni. È la pena per aver preso parte, come scrivono i giudici, a «una organizzazione armata strutturata gerarchicamente, che attraverso il ricorso alla violenza pretendeva raggiungere l’indipendenza della Catalunya in un regime socialista».

Uscito dal carcere nel 1982, l’autore partecipa alle vicende del Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e dell’indipendentismo catalano degli anni’80 e ’90 dalla seconda linea. Anche per questo il libro tratta questi anni superficialmente, peraltro senza approfondire né l’analisi della composizione sociale del movimento né la storia di Terra Lliure.

Ciò che invece viene messo a fuoco in maniera più convincente è il passaggio dal franchismo al regime democratico: per Bentanachs l’avvento della democrazia è poco meno di un inganno, dal momento che il fascismo spagnolo non viene sconfitto sul campo di battaglia ma semplicemente accetta di venire a patti in seguito alla morte di Franco. Si tratta di uno sguardo  differente sulla transizione spagnola, un processo spesso indicato dalla vulgata dominante dei politologi come esemplare, in grado di portare in modo indolore dal fascismo alla democrazia. Ma davvero è stato cosi? E un regime nel quale la polizia puó impunemente torturare nelle proprie caserme, come testimonia l’autore, puó definirsi democratico? Non fosse che per il fatto di sollevare questi interrogativi, il libro vale la pena.

Così come vale la pena la riflessione sul significato della propria esperienza di lotta e sul senso di alcune parole come ad esempio terrorista. Bentanachs non vuole sfuggire alle proprie responsabilità bensí inserirle nel giusto contesto storico: «Sono ben cosciente che per tutto quello che ho spiegato nel libro, daccordo con la terminología di moda oggi sono stato un terrorista e che inoltre questa parola provoca orrore e rigetto […]. Peró a parte queste considerazioni, senza dubbio generalizzazioni prodotte dal pensiero unico […] qualsiasi embrione di lotta per la libertà e la giustizia sociale deve scontrarsi con il sistema…». Terrorista è un epiteto che i vincitori, coloro che si mantengono al potere, lanciano contro gli sconfitti ma che si potrebbe rivolgere anche a molti stati, «o è che le bombe della NATO non uccidono esseri umani innocenti? O è che le multinazionali non fanno terrorismo ecologico per espandere le proprie attività inquinanti; o è che i consigli d’amministrazione di banche e grandi industrie non fanno terrorismo, facendo firmare alla classe operaia impoverita contratti da fame…».

Se nel modo di raccontare la propria storia, dichiaratamente di parte, non troviamo la pretesa dell’obbiettività e la profondità dell’analisi (tipiche del saggio storico) dal racconto di Bentanachs emerge invece in maniera evidente un’altra qualità: lautenticità del personaggio e della propria versione dei fatti.

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