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La vittoria popolare del SI all’autodeterminazione.

Risultato del referendum d’autodeterminazione di Catalunya dell’1 ottobre (95% dei voti scrutinati):

  • SÍ 2.020.144 corrispondenti al 90,09%
  • NO 176.565 corrispondenti al 7,87%
  • schede bianche 45.586 corrispondenti allo 2,03%
  • schede nulle 20.129 corrispondenti allo 0,89%

Totale voti contabilizzati 2.262.424

Una chiarissima vittoria elettorale del SI che evidenzia una volta di più il grande consenso popolare attorno al progetto di costruzione della nuova Repubblica catalana, i cui numeri sarebbero stati ancora più consistenti se la Guardia Civil e la Policia Nacional non fossero intervenute in ben 400 sedi elettorali, impedendone l’apertura o requisendo le urne, privando così 770.000 cittadini del diritto di voto. Numeri che avrebbero consentito di registrare una partecipazione ben superiore al 55% degli aventi diritto; un dato non determinante perché non era prevista una soglia minima di votanti. La partecipazione, ancora non definitiva, si attesta al 49,46% degli aventi diritto (all’incirca cinque milioni e mzzo di elettori) che hanno votato in condizioni eccezionali, nel mezzo di un’operazione di polizia volta a impedire l’esercizio del diritto di voto, così come hanno segnalato gli osservatori internazionali presenti.

Secondo il gruppo Limited Observation Mission guidato dall’ex ambasciatore olandese Daan Everts, il referendum dell’1 ottobre non ha potuto rispettare tutti i requisiti internazionali proprio a causa dell’azione della polizia. Nella loro relazione conclusiva, gli osservatori affermano che “l’uso della forza impiegato dalla polizia spagnola non è proprio di una democrazia consolidata”. E concludono che nonostante l’impossibilità di garantire i requisiti internazionali, l’azione della polizia rafforza i risultati della consulta elettorale. Presenti in Catalunya già dal settembre, gli osservatori hanno anche sottolineato come il governo spagnolo abbia “minacciato con conseguenze legali gli alti funzionari, i sindaci, i membri delle commissioni elettorali, i mezzi di comunicazione, le organizzazioni non governative e molti altri” al fine di impedire il referendum.

Il 1 ottobre la Guardia Civil e la Policia Nacional hanno fatto servire pallottole di gomma (proibite in Catalunya) e gas lacrimogeni, provocando circa 900 feriti che hanno dovuto ricorrere a cure mediche. Un bilancio che potrebbe essere stato ancora più grave, dato che in alcuni casi le forze repressive dello stato spagnolo hanno sparato alcuni colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio. Il numero degli effettivi inviati a Catalunya non è stato rivelato dal ministero dell’interno spagnolo: presumibilmente si tratta di circa 8.000 agenti che si sommano ai 6.000 già presenti sul territorio. Nonostante il dispiegamento di forze però, il referendum si è celebrato ugualmente grazie alla partecipazione diretta e massiccia del popolo catalano, che ne ha garantito non solo lo svolgimento nella giornata di domenica, difendendo le urne e i collegi elettorali dalle incursioni poliziesche, ma soprattutto garantendone l’organizzazione nelle settimane e nei giorni precedenti la consulta. La partecipazione della popolazione all’organizzazione del referendum ha così trasformato un normale istituto democratico in un istituto di democrazia diretta e autenticamente popolare.

La fiscalia spagnola, un organo giudiziario alle dipendenze del governo, ha già sentenziato che l’azione della polizia non ha alterato la normale convivenza civile, negandosi inoltre ad aprire un’inchiesta sui fatti.

Il Presidente della Generalitat ha sottolineato che l’1 ottobre il popolo catalano ha conquistato il diritto a costruire uno stato indipendente in forma di Repubblica, rinviando al Parlamento catalano, sede della sovranità nazionale, il compito di trarre le conclusioni conseguenti, così come previsto dalla legge di Transizione e da quella del Referendum.

Alla pagina del diario digitale catalano Vilaweb si può vedere una significativa raccolta di video che mostrano l’azione violenta delle forze dell’ordine spagnole: https://www.vilaweb.cat/noticies/el-videos-mes-impactants-de-la-repressio-espanyola-contra-el-referendum/

 

 

 

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Si al referendum a Catalunya: “vivere vuol dire prendere partito”.

A poche ore dal referendum dell’1 ottobre, vale la pena soffermarsi sullo scenario politico che si è via via definito con maggiore chiarezza nelle ultime settimane a Catalunya.

Arroccato nel rifiuto del referendum e nella negazione della dignità nazionale al popolo catalano, il governo del Partido Popular è ricorso alle armi tipiche della propria tradizione politica: la persecuzione giudiziaria per motivi politici, la censura e la sospensione dei diritti civili, culminata nell’ordine di impedire la consulta popolare mediante la creazione di una vera e propria zona rossa, estesa per 100 metri attorno ai seggi elettorali, un repertorio degno degli eredi del fascismo spagnolo.

I popolari definiscono illegale il referendum d’autodeterminazione perché modifica la cornice costituzionale: nel 2011 però, quando le autorità europee imposero l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella costituzione spagnola, così da applicare l’austerità neoliberista, il PP e il PSOE cambiarono la carta magna dello stato in una sola notte, in piena estate e senza alcun dibattito popolare, allineandosi immediatamente alla troika. Allora come oggi, popolari e socialisti non consentono che il popolo esprima le propria volontà politica e si trovano schierati fianco a fianco al servizio dei poteri forti. Al servizio di un’oligarchia finanziaria che governa lo stato spagnolo dalla vittoria di Franco e che ha conservato i suoi privilegi anche grazie alle amnesie e alle connivenze di PP e PSOE. Perciò la Fondazione Francisco Franco prospera ancora indisturbata, i monumenti franchisti resistono in molte città e le grandi famiglie arricchitesi sostenendo il fascismo conservano intatto il loro potere.

Davanti al blocco radicalmente contrario al referendum dell’1 ottobre, all’interno del quale va annoverato anche Ciudadanos (un partito nato sull’onda della protesta contro la corruzione ma di fatto stampella del PP e alfiere della spagnolizzazione di Catalunya), la sinistra di Podemos ha assunto una posizione quantomeno ambigua.

Podemos e la galassia delle proprie organizzazioni federate, nello stato spagnolo e a Catalunya, a parole si dichiarano favorevoli al diritto all’autodeterminazione ma nei fatti sono contrari. Ada Colau ha detto che il referendum dell’1 ottobre è una mobilitazione come molte altre, quando si tratta invece di uno sforzo organizzativo nel quale è impegnato tutto un popolo (dai lavoratori agli studenti, dagli agricoltori ai vigili del fuoco, dai tipografi per la democrazia ai giovani che hanno replicato le pagine web censurate, dagli avvocati contro la repressione alla comunità educativa, dai partiti maggioritari nel Parlamento catalano al governo della Generalitat). Uno sforzo organizzativo genuinamente popolare a coronamento di un lungo percorso di lotta per l’autodeterminazione di Catalunya, che vanta una storia a favore della repubblica e inequivocamente antifascista. Pablo Iglesias ha sostenuto che se fosse catalano non andrebbe a votare (legittimando un atteggiamento d’indifferenza sul tema) e ha sostenuto che se Podemos fosse al governo i catalani non vorrebbero l’indipendenza. Questo invito a non votare, finora mai smentito, colloca di fatto Iglesias su una posizione parallela a quella del PP. Non senza dissensi interni, Podemos assume come inamovibile la cornice istituzionale spagnola (monarchica) e ne condivide in ultima analisi il nazionalismo. Altrimenti coglierebbe l’occasione rappresentata dal referendum dell’1 ottobre per far saltare in aria il blocco di potere rappresentato dal PP e per dichiarare la Repubblica a Catalunya come primo passo per l’apertura di una stagione di cambiamento in tutto lo stato spagnolo, a cominciare da Euskal Herria. Al contrario, Podemos subordina la possibilità di cambiamento a una propria vittoria elettorale, mostrando poco realismo, poca capacità di costruire alleanze e soprattutto esibendo un internazionalismo variabile in funzione della distanza da Madrid.

Nel Parlamento catalano e nei quartieri però, la sinistra anticapitalista e indipendentista è organizzata nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP) che rappresenta l’anima popolare del movimento per l’autodeterminazione di Catalunya, del quale raccoglie la storica eredità. La CUP è radicalmente impegnata nella costruzione del referendum e nella sua difesa  dall’azione repressiva dello stato spagnolo, così come nella difesa del valore storico e del carattere vincolante, a Catalunya come sullo scenario internazionale, della consulta elettorale dell’1 ottobre: è impegnata cioè, nel caso in cui il SI risulti maggioritario, a garantire la proclamazione della Repubblica, così come previsto dalla legge di Transizione approvata dal Parlamento catalano. Oltre a uno scenario più favorevole per le forze della trasformazione a Catalunya e in Spagna, la nuova Repubblica rappresenterebbe anche una straordinaria opportunità per riaprire il dibattito sulla natura dell’Unione Europea e per la costruzione di uno spazio politico continentale finalmente irriducibile alle esigenze del capitale finanziario e imperialista. Uno spazio politico basato sulla solidarietà tra i popoli, che metta in discussione il dogma neoliberista e l’attuale strapotere del capitale, di cui da tempo è evidente la grande necessità.

La CUP, schierata con il referendum, ha decisamente preso partito anche per un Europa dei popoli. Lo slogan della propria campagna per il SI, viure vol dir prendre partit, dovrebbe suonare familiare alla sinistra italiana: riecheggia infatti le celebri parole di Gramsci credo che vivere voglia dire essere partigiani. Davanti al referendum dell’1 ottobre la sinistra non può che essere partigiana, lontana dall’indifferenza, e prendere partito per il SI all’autodeterminazione e all’indipendenza di Catalunya.

Catalunya: un invito a una lettura di classe.

Dopo la revoca di fatto dell’autonomia, gli arresti, le perquisizioni nelle tipografie e il sequestro delle schede elettorali, il ministro dell’interno spagnolo ha inviato a Catalunya sostanziosi contingenti di rinforzo della Guardia Civil e della Policia Nacional provenienti da altre regioni della penisola, come si trattasse di un esercito straniero. Tanto preoccupa il referendum che tre navi, una delle quali camuffata con disegni di cartoni animati, sono state inviate dal governo di Madrid davanti alla costa catalana per alloggiare i rinforzi della polizia. Gli scaricatori del porto di Barcelona ne hanno denunciato la presenza e hanno subito comunicato che non gli presteranno i loro servizi abituali, lasciandole senza assistenza. La repressione del governo del PP ha riportato alla luce una dimensione “primitiva” della politica, nella quale il potere statale rivela le basi sulle quali riposa: le relazioni di forza e il monopolio legittimo della violenza. In barba agli apologi del secolo breve, l’attenzione torna sugli apparati repressivi dello stato e l’organizzazione popolare.

Continuiamo l’analisi: proviamo a fare una lettura di classe della situazione attuale a Catalunya. La più potente associazione imprenditoriale catalana, Foment del Treball, l’equivalente della Confindustria, è schierata contro l’ipotesi dell’indipendenza e contro il referendum. Il grande capitale catalano vede nell’alleanza con il capitale spagnolo la miglior via per tutelare i propri interessi, sia a livello nazionale che europeo. Questo settore forma con il grande capitale dello stato spagnolo un blocco radicalmente conservatore, sia sul terreno economico che su quello politico-istituzionale, ostile alla repubblica e ancora più avverso alla repubblica catalana. Si tratta infatti dell’oligarchia economica che governa ininterrottamente dal 1939, che ha sostenuto il fascismo ed è passata pressoché indenne attraverso il processo di transizione alla democrazia.

Una lettura di classe dicevamo. Davanti alla celebrazione del referendum d’autodeterminazione, che minaccia di far saltare in aria le basi di questo blocco sociale conservatore, come si posizionano la sinistra e i comunisti in particolare? Alcuni invocano ancora il dialogo, condannano la supposta unilateralità del referendum (che non condividono) e lanciano così un’insperata ciambella di salvataggio agli eredi del franchismo, consentendo loro la permanenza e il consolidamento nelle basi del potere, come già avvenuto nel corso della transizione. È la posizione, legittima, assunta dal PCE e da una parte di Podemos, di fatto appiattita su un riformismo assimilabile a quello della socialdemocrazia.

Altri prendono parte all’organizzazione popolare per rendere possibile il referendum, all’interno del movimento per l’autodeterminazione e fanno leva sulla questione nazionale per dinamitare una volta per tutte l’elite politico economica erede del franchismo e raggiungere equilibri politici, sociali e istituzionali più avanzati, maggiormente favorevoli ai lavoratori e alle classi popolari, innescando così un processo di trasformazione che può allargarsi, a partire dal paese basco, a tutta la penisola. È la posizione della sinistra indipendentista e anticapitalista della CUP, delle organizzazioni e dei firmatari del manifesto Comunistes pel SÍ, così come di un significativo gruppo di ex militanti del PSUC.

Alla luce di questa lettura è evidente l’incongruenza della sinistra che non riconosce il referendum d’autodeterminazione come tale (ritenendolo una mera mobilitazione come molte altre) e subordina un cambiamento sociale e politico a Catalunya a un precedente cambiamento in Spagna. La trasformazione sociale, il cambiamento e la Repubblica oggi si chiamano referendum dell’1 ottobre. Sono la mobilitazione e il voto popolare che posssono seppellire il regime del ’78 e aprire la porta, per chi voglia e ne sappia approfittare, anche a un processo di cambiamento in Spagna. Tutto il resto, tra cui la cosiddetta “terza via” del referendum accordato con lo stato spagnolo, sono ipotesi da tempo fuori gioco che rischiano di trasformarsi in insperate stampelle per il vecchio regime.

La sinistra indipendentista parla: un comunicato di Poble Lliure.

L’ampio schieramento della sinistra indipendentista e anticapitalista di Catalunya non è finora sufficientemente conosciuto fuori dai Països Catalans. Eppure si tratta di un settore politico che, riunito nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP), vanta un considerevole peso specifico nella società, oltre a una notevole rappresentanza nel Parlamento catalano: 10 deputati, frutto dell’8% raggiunto alle elezioni del settembre 2015. Una delle ragioni di questa scarsa notorietà in Europa è probabilmente da ricercare nella scelta della CUP di non presentarsi alle elezioni per l’eurocamera, decisione basata sulla critica all’attuale progetto europeo guidato dal capitalismo finanziario.

Per tutto ciò vale la pena sentire direttamente la voce di questo settore politico, particolarmente significativa in queste ore, saltando le mediazioni, o peggio le censure, degli opinionisti e dei mezzi di comunicazione schierati a difesa dello status quo. Il seguente comunicato è appena stato pubblicato da Poble Lliure, organizzazione di radice marxista integrata nella CUP e impegnata nella lotta per il socialismo, l’indipendenza, i Països Catalans e il superamento del patriarcato.

Comunicato di Poble Lliure davanti allo stato d’assedio a Catalunya.

 

  1. I fatti di queste ultime ore presuppongono un salto qualitativo nella spirale repressiva dello stato spagnolo contro il popolo catalano. Il regime erede del franchismo non è mai stato una democrazia, e ora non si sforza neppure di sembrare tale.
  2. Con la persecuzione dei nostri rappresentanti politici e dei nostri lavoratori del settore pubblico, con l’assalto alle nostre istituzioni e la violazione dei diritti fondamentali quali la libertà d’espressione, di riunione e d’associazione, lo stato spagnolo non ha più nessun tipo di legittimità a Catalunya e l’unico atteggiamento possibile davanti alla sua deriva autoritaria è la mobilitazione e la disobbedienza.
  3. Come Poble Lliure facciamo appello all’insieme della società catalana alla mobilitazione permanente a difesa e sostegno dei nostri rappresentanti politici e delle nostre istituzioni. Il nemico non è altri che lo stato spagnolo erede del franchismo, i suoi amministratori e il suo apparato repressivo.
  4. Invitiamo l’insieme delle organizzazioni sociali ad articolare in maniera coordinata una ferma risposta che si traduca in una mobilitazione di massa, forte e pacifica, che vada dall’occupazione degli spazi pubblici fino allo sciopero generale.
  5. Constatiamo una volta di più che la progressiva fascistizzazione dello stato spagnolo ci lascia solo il cammino della unilateralità.

Perciò:

– invitiamo il popolo catalano a mantenere e intensificare la campagna per il referendum e a votare il prossimo 1 ottobre, tanto il Si come il NO;

– esigiamo ai nostri rappresentanti politici il rispetto della legge del Referendum e di quella di Transitorietà giuridica, e che pertanto dichiarino la Repubblica Catalana Indipendente, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso che la repressione impedisca fisicamente di esercitare pienamente il diritto democratico all’autodeterminazione.

Viviamo momenti storici, la Repubblica è a portata di mano.

Ricordiamo le parole del Presidente Companys, oggi più attuali che mai:

“Ciascuno al suo posto e Catalunya e la Repubblica nel cuore di tutti!”

No passaran! Sorridete che vinceremo!

Barcelona, Països Catalans, 20 settembre 2017.

Il testo originale del comunicato si trova alla pagina Poble Lliure.

 

La repressione non ferma il movimento per l’autodeterminazione di Catalunya.

Ieri mattina la Guardia Civil è entrata nelle sedi del governo della Generalitat a Barcelona, nel tentativo di assestare un colpo mortale al referendum dell’1 ottobre. Una dozzina di alti funzionari del governo catalano sono stati arrestati mentre, secondo quanto dichiarato dalla polizia, sono stati contemporaneamente sequestrati alcuni milioni di esemplari di schede elettorali.

Ma il governo del Partido Popular, guidato da Mariano Rajoy, non ha fatto i conti con la reazione del popolo catalano: migliaia di persone si sono riunite a Barcelona, davanti alla consiglieria d’economia, dove la Guardia Civil stava effettuando una perquisizione e non l’hanno abbandonata fino a notte inoltrata, quando il presidente di Òmnium, una storica associazione culturale catalana, ha dato appuntamento a tutti per questa mattina a mezzogiorno, davanti alla sede del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalunya.

La Guardia Civil si è presentata anche davanti alla sede della Candidatura d’Unitat Popular a Barcelona, accerchiandola con più di una ventina di automezzi e cercando evidentemente una provocazione che la sinistra indipendentista e anticapitalista non ha raccolto. Le forze repressive dello stato spagnolo si sono presentate inoltre senza mandato di perquisizione e i militanti della CUP hanno impedito che entrassero all’interno della loro sede. La Guardia Civil non ha voluto spiegare il motivo dell’assedio, durato da mezzogiorno alle otto di sera passate, quando dopo aver sparato alcuna pallottola di gomma e assestato qualche manganellata ha dovuto andarsene senza risultati concreti.

Manifestazioni di sostegno al referendum si sono svolte a Girona, Tarragona, València, Alacant, Palma, Perpignan, e in altri centri dei Països Catalans, così come a Bilbao, Vitoria, San Sebastian,  Saragossa, Malaga e Madrid. Alle dieci di sera diverse zone di Barcelona (Joanic, Les Corts, Sants…) sono state animate da rumorose cassolade.

Il Presidente della Generalitat ha ribadito che l’1 ottobre il popolo di Catalunya è chiamato al referendum d’autodeterminazione e ha denunciato sia lo stato d’eccezione instaurato dal Governo del PP che la sospensione di fatto dell’autogoverno catalano. La volontà di persistere sulla strada del referendum, nonostante il colpo logistico subito, è stata chiaramente espressa anche dalla CUP, che ha invitato a fare tutto il necessario per votare l’1ottobre. Il vicepresidente del governo catalano, Oriol Junqueras (Esquerra Republicana de Catalunya) ha denunciato l’avvento di un vero e proprio stato di polizia ma si è detto sicuro di poter far sentire la voce dei cittadini il 1 ottobre.Nel corso dell’operazione di polizia alla sede della CUP inoltre, i deputati di Podem Albano Dante Fachin e Juan Giner hanno offerto la propria sede ai militanti della sinistra anticapitalista. Se il governo del PP cercava la resa dello schieramento indipendentista, con la propria azione repressiva sembra averne rafforzato invece l’unità e la determinazione.

 

 

A 25 anni dall'”operació Garzón” contro l’indipendentismo catalano.

Il 29 giugno 1992, alla vigilia dei giochi olimpici di Barcelona, il giudice Baltazar Garzón ordina l’arresto di alcuni militanti della sinistra indipendentista catalana. È solo l’inizio della cosiddetta “Operació Garzón”, con la quale gli apparati repressivi statali intendono colpire l’indipendentismo catalano e bonificare il territorio per neutralizzare qualsiasi tentativo di contestazione alla grande kermesse sportiva delle Olimpiadi di Barcelona, intese come un’occasione irripetibile per la promozione dell’immagine della nuova Spagna a guida socialista.

Come sostiene l’avvocato Josep M. Loperena, il giudice Garzón ordina gli arresti seguendo la vecchia prassi franchista: così, come prima di ogni visita del caudillo a Barcelona il governatore civile della città faceva incarcerare gli oppositori, allo stesso modo prima dell’arrivo del re per l’inaugurazione delle olimpiadi dell’estate del 1992, Garzón ordina decine di detenzioni a scopo preventivo. Con la differenza che in questo caso l’operazione si svolge in un regime che si proclama democratico e che è governato dal PSOE.

L’operazione di polizia prende di mira non a caso la sinistra indipendentista e anticapitalista: si tratta infatti del settore politico che, a partire dalla denuncia della transizione come processo che preserva le quote di potere del franchismo e dal NO alla costituzione spagnola del ’78, per tutto il decennio seguente si mantiene su posizioni radicali; l’unico che alla vigilia delle olimpiadi minaccia la pace sociale tanto necessaria al business olimpico.

Se alcuni detenuti appartengono a Terra Lliure, l’organizzazione clandestina che dalla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo porta a termine decine di atti di sabotaggio e di attentati dinamitardi contro l’esercito, le imprese e le istituzioni spagnole, molti altri sono militanti estranei al gruppo armato. Con il susseguirsi degli arresti infatti, la polizia sembra procedere in modo quasi indiscriminato tra gli attivisti della sinistra indipendentista e anticapitalista (Moviment de Defensa de la Terra, Comitès de Solidarietat amb els Patriotes Catalans, Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Comunista de Catalunya, Alternativa Verda), arrivando a perquisire senza alcun mandato la sede del giornale El Temps a València e finendo per generare un’ampia reazione di sdegno e protesta.

L’indignazione però scoppia con i primi resoconti che filtrano dalle caserme e dalle prigioni così come dalle testimonianze dei detenuti rilasciati che rivelano le torture alle quali sono stati sottoposti, secondo modalità che ricordano il passato franchista. La testimonianza di Pep Musté, militante di Terra Lliure, detenuto il 29 giugno sulla strada che porta a Olot, è riprodotta integralmente dall’Associació memòria contra la tortura: “Durante il percorso fino al comando di Barcelona mi fecero cambiare d’auto tre volte, trascinandomi per terra, perché ero già ammanettato e non mi lasciarono alzare. Mentre mi interrogavano mi mettevano il capo in un sacchetto di plastica fin quasi ad asfissiarmi. Arrivati al comando cominciarono a colpirmi per tutto il corpo, specialmente ai testicoli, ai reni e alla testa, con le mani, i piedi e con dei libri molto pesanti. Mentre mi facevano le domande mi mettevano il sacchetto di plastica al capo fino quasi all’asfissia, minacciando me e soprattutto la mia compagna. Mi fecero credere che avevano arrestato anche lei, mi dissero che l’avrebbero violentata e che ci avrebbero gettati in un dirupo, così da far sembrare tutto un incidente. Mi legarono a delle sbarre, almeno così mi sembrò perché mi avevano bendato, mi tolsero la camicia, mi bagnarono il torace e le braccia e mi applicarono delle scariche elettriche al gomito. Rimasi come stordito e mi fecero sedere in una sedia mentre mi facevano le stesse domande. Dato che mi rifiutavo di rispondere mi bagnarono, mi legarono di nuovo e tornarono ad applicarmi le scariche elettriche”.

Anche David Martínez viene arrestato il 29 giugno, a Manresa. La sua testimonianza conferma il trattamento subito da Pep Musté: “Mi fanno molte domande contemporaneamente, gridando tanto che non potevo rispondere, di colpo uno di loro mi fa voltare e un altro mi dice perché ti giri e mi colpisce con il ginocchio ai testicoli. Cado a terra piegato dal dolore e mi dicono di alzarmi. Dato che non posso farlo, mi alzano loro, mi tolgono la camicia dicendomi ora si che parlerai, assassino di bambini! e mi applicano gli elettrodi alla schiena. La prima scarica è relativamente leggera rispetto alla seconda che mi fa cadere a terra mezzo tramortito; mi bagnano il viso e la testa con l’acqua e mi fanno sedere in un angolo con la faccia alla parete…”.

Vicent Conca viene arrestato il 1 luglio a Barcelona: “Mi fecero diverse volte il metodo della borsa di plastica per provocarmi l’asfissia. Le borse erano del tipo di quelle usate per la spazzatura, mi tappavano il capo e la parte superiore del corpo… Questo sistema di tortura si accompagnava con colpi al collo, al capo e, anche se in minor misura, allo stomaco. Per tre volte mi immersero il capo in acqua per affogarmi. Non vidi dove perché tenevo gli occhi bendati. Chiamavano questo metodo la vasca da bagno. Mi misero diverse volte un revolver al capo e alla bocca minacciandomi di uccidermi se noin rispondevo quello che volevano loro. Mi minacciarono anche di portarmi in montagna e ammazzarmi. Mi assicuravano che era successo molte volte e nessuno se ne accorgeva. Mi fecero anche altre minacce: quella di torturare e aggredire sessualmente la mia compagna, che mi dicevano che avevano arrestato, quella di torturare ancora di più i miei compagni detenuti e quella di farmi ingerire acqua con un tubo fino ad affogarmi”.

Il giudice Garzon non da peso alle testimonianze dei detenuti che denunciano le torture subite, così che gli episodi accaduti nelle varie caserme non vengono investigati. Nonostane l’ampia mobilitazione a cui da vita la società civile e politica catalana, l’operato della Guardia Civil, a Barcelona e a Madrid, non viene questionato in sede giudiziaria, né vengono individuati i protagonisti delle torture denunciate. Dopo la tortura, molti dei militanti arrestati subiscono anche la pena carceraria.

La caparbia iniziativa degli ex detenuti del ’92 riesce però a riaprire la questione nel 2004, davanti al Tribunale europeo per i Diritti Umani. I giudici di Strasburgo condannano lo stato spagnolo per aver violato l’art.2 della Convenzione contro la tortura: per essersi cioè rifiutato di investigare gli episodi denunciati.

Le testimonianze delle torture, così come una vasta documentazione sul tema e sull’operació Garzón in particolare, sono state raccolte dall’Associació memòria contra la tortura, fondata da alcuni ex detenuti del ’92.

Uno stato a favore del català.

Plataforma per la Llengua, l’ONG dedicata alla promozione del català, inaugura la propria campagna a favore del SI al referendum dell’1ottobre, convinta che solo una nuova Repubblica possa sanare l’attuale disparità linguistica che ancora soffre il català.

Nel contesto europeo lo stato spagnolo costituisce infatti una vera e propria anomalia in materia: è l’unico a non aver riconosciuto una lingua della portata del català come lingua ufficiale in tutto il territorio. La costituzione spagnola stabilisce all’art.3 che il castigliano è la lingua ufficiale dello stato e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla. Questo dovere non è esteso alle altre lingue, neppure nei territori in cui sono nate e si sono sviluppate. Di più: il basco, il català e il gallec non vengono neppure nominati nel testo costituzionale. L’art.3 le definisce genericamente come “altre lingue spagnole” e si limita a decretarne l’ufficialità nelle rispettive comunità autonome, in accordo con i rispettivi statuti.

Secondo Plataforma per la llengua si tratta di un dettato costituzionale che non pone allo stesso livello le differenti lingue e che non tutela sufficientemente il català. Non essendo lingua ufficiale dello stato infatti, il català non beneficia dei riconoscimenti che l’Unione Europea attribuisce a questa categoria di lingue. È l’unico idioma di dimensioni simili che rimane escluso dalla tutela comunitaria. E lo stato spagnolo si è finora rifiutato di modificare questa situazione. Non solo il dettato costituzionale ma anche la giurisprudenza si caratterizza per interpretare in senso restrittivo i diritti dei catalanoparlanti: basti pensare al divieto di parlare in català al Congresso dei Deputati di Madrid.

In altri casi caratterizzati dalla presenza di più lingue in un unico territorio statale si sono storicamente sviluppati due scenari differenti: nel primo si è prodotta una rottura territoriale ed è sorto un nuovo stato che ha riconosciuto a pieno la lingua precedentemente discriminata; nel secondo una modifica costituzionale ha equiparato la lingua tradizionalmente penalizzata all’altra, come è accaduto in Belgio, Svizzera, Canada o in Finlandia. Secondo l’ONG del català però, nessuna delle principali forze politiche spagnole ha intenzione di sanare la disparità linguistica di cui beneficia il castigliano. Anche per questo Plataforma per la llengua ritiene l’indipendenza di Catalunya come un passo fondamentale, sia per il riconoscimento internazionale del català che per garantirne la presenza e la tutela in tutti gli ambiti pubblici. In molti settori (giustizia, amministrazione e commercio in particolare) il català è penalizzato dalla normativa dello stato spagnolo: dal 2014, anno in cui ha cominciato il monitoraggio, Plataforma per la llengua ha registrato 250 leggi che impongono il castigliano, o escludono l’uso del català, e che ne perseguono di fatto la marginalizzazione.

Secondo Òscar Escuder, il presidente dell’entità linguistica, tutto ciò rivela “la visione dello stato, delle istituzioni e del governo spagnolo. Credono che il castigliano sia la vera lingua e che tutte le altre siano lingue folkloriche”. Una visione che secondo Escuder concepisce di fatto “uno stato con una sola lingua”. Per questo l’ONG invita a votare SI al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e a costruire finalmente uno stato che si schieri a favore del català.

 

Per maggiori informazioni: https://www.plataforma-llengua.cat/

 

Otegi: la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano.

Lo scorso fine settimana Arnaldo Otegi, il lider di Euskal Herria Bildu, ha animato la conferenza organizzata dal centro culturale Euskal Etxea di Barcelona e ha rilasciato un’intervista a TV3, la televisione nazionale catalana, proponendo un’interessante analisi sia su Catalunya che sullo stato di salute delle sinistre europee.

Alla domanda sulla situazione attuale a Catalunya, Otegi ha risposto con una riflessione che prende le mosse dal referendum greco: “all’epoca vedevamo con un certo stupore come le sinistre in Europa guardavano a quella battaglia come se fosse lontana, una battaglia dei greci contro la troika. E dicevamo: quello che sta succedendo in Grecia si ripercuoterà sui diritti sociali del lavoratori europei, ma la sinistra sta a guardare come se fosse una battaglia che non la riguarda. Abbiamo l’impressione che quello che accade a Catalunya sia qualcosa di simile sul terreno delle libertà nazionali. E credo che questa battaglia non riguardi solo Catalunya bensì metta in discussione tutto il regime del ’78 e il modello territoriale dello stato”.

Qui entra in gioco il comportamento della sinistra: “è molto triste osservare il ruolo di certe sinistre dello stato spagnolo. Non capire che il processo catalano è una mozione di censura al regime del ’78 significa non capire niente”. Alludendo evidentemente a Podemos, Otegi prosegue: “questa nuova sinistra aveva detto che riconosceva il diritto a decidere però, ora che è arrivato il momento, se ne disinteressano. Quando la Guardia Civil perquisisce le tipografie, quando Mariano Rajoy e il Fiscal General minacciano il paese e tutta la baracca mediatica pubblica spropositi, quando la segreteria e il Presidente del Parlamento possono essere condannati alla prigione o interdetti dai pubblici uffici, dubitare se consentire o no il ricorso alle urne significa non sapere dove siamo o non volerlo dire. Qui la maggioranza vuole votare e lo stato non lo permette. Qui c’è una rivoluzione democratica nazionale che ha già una data, l’1 ottobre. Davanti a tutto ciò, devono scegliere. Chi si definisce marxista e repubblicano non può avere dubbi. Non si può tenere il piede su due staffe. E dopo che hai scelto, se il Partido Popular e Ciutadans ti applaudono vai verso il suicidio. Il dramma di questa sinistra è che sostiene i processi d’autodeterminazione in funzione della loro distanza da Madrid”.

Alludendo alla perquisizione che qualche giorno fa la polizia spagnola ha svolto in una tipografia, sospettata di stampare le schede elettorali del referendum, Otegi ha affermato che “cercano di spaventare la gente. E sanno come fare. Due secoli fa la chiesa perseguiva le tipografie perché mettevano in discussione il monopolio della verità e ora, nel 2017, la Guardia Civil si incarica di controllarle di nuovo”. L’ex prigioniero politico basco prosegue: “sabato ho visto i cittadini cantare e ballare davanti alla Guardia Civil che perquisiva una tipografia. State sicuri che se il popolo risponde, lo stato ha perduto. Questa è l’unica strategia. Le istituzioni hanno fatto un passo avanti, hanno approvato la legge del Referendum e quella di Transizione, ora è il momento della gente”.

E secondo Otegi, la gente si è ormai disconnessa emotivamente e politicamente dallo stato spagnolo. Per più di un secolo Catalunya ha cercato di riformare lo stato spagnolo per potersi sentire riconosciuta al suo interno, assieme alle altre nazioni della penisola. Ma questo progetto di riforma non ha avuto successo e dopo diversi naufragi è oggi completamente archiviato. A partire da una riflessione più ampia, il lider basco spiega perché il processo che porta all’autodeterminazione ha raccolto sempre maggiori consensi nella società catalana: “il capitalismo dei nostri giorni è un sistema che si basa sulla paura. In particolare le nuove generazioni, alle quali avevano detto che studiare significava avere un buon impiego, ora si trovano davanti a uno scenario del tutto differente. La crisi finanziaria ha aumentato la paura di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di studiare… e il capitalismo ha imposto il suo potere con la paura e l’incertezza. Il progetto di costruzione della Repubblica catalana ha invece dato una certa sicurezza e per molta gente ha significato che la realtà può essere diversa, che le cose si possono fare in una maniera differente. Anche perciò la nuova Repubblica ha attratto così tanta gente”.

 

L’intervista integrale di Otegi a TV3 si può vedere alla pagina web http://www.ccma.cat/tv3/alacarta/preguntes-frequents/preguntes-frequents/video/5687373/ mentre una sintesi della conferenza al CCCB si può leggere alla pagina https://www.racocatala.cat/noticia/42475/otegi-si-poble-respon-lestat-espanyol-ho-te-perdut e a https://www.vilaweb.cat/noticies/1-o-otegi-lesquerra-no-es-pot-posar-de-perfil-davant-registres-policials/

 

 

 

 

 

 

 

 

La società catalana si oppone al tentativo di repressione dello stato spagnolo.

Dopo la grande manifestazione della Diada, nel corso della quale un milione di persone sono scese in piazza a Barcelona evidenziando una volta di più il carattere popolare e plurale del movimento per il referendum e per l’autodeterminazione di Catalunya, il governo spagnolo getta la maschera e reagisce attivando la macchina repressiva dello stato.

Dopo aver disposto la sospensione della legge sul referendum e di quella che regola la transizione alla nuova Repubblica (che entrerà in vigore in caso di vittoria del SI) il Tribunale Costituzionale e la Fiscalia (il pubblico ministero spagnolo) si occupano ora anche dei mezzi di comunicazione pubblici e privati: secondo i giudici la televisione e la radio pubblica catalana non possono fare informazione sul referendum dell’1 ottobre, in quanto si tratterebbe di un tema illegale. Molti giornali e media digitali catalani hanno però ignorato l’avvertimento, denunciando contemporaneamente l’attacco alla libertà d’espressione. Allo stesso modo lo schieramento indipendentista considera ancora pienamente vigente la legge sul referendum, appellandosi al diritto all’autodeterminazione dei popoli e di fatto riconoscendo così la nuova legalità catalana.

Nel contesto di dualismo di poteri che comincia a delinearsi, il primo atto della campagna elettorale della Candidatura d’Unitat Popular a Valencia è stato interrotto ieri dalla polizia, che ha identificato le due deputate della sinistra anticapitalista e indipendentista Anna Gabriel e Mireia Vehí. A Madrid, in seguito a una richiesta del Partido Popular, un giudice ha vietato un atto a sostegno del referendum (promosso da un collettivo madrileno) che il sindaco della città Manuela Carmena aveva accettato di ospitare in una sala municipale.

Ieri mattina la Guardia Civil ha inoltre chiuso la pagina web Referendum.cat. Nel giro di mezz’ora però, la Generalitat ne ha aperta una nuova dove si possono trovare tutte le informazioni sulla consulta elettorale dell’1 ottobre. Il governo catalano è impegnato a garantire le condizioni per lo svolgimento del referendum che, come ha ribadito il presidente Carles Puigdemont, è un meccanismo ormai già in moto, predisposto per funzionare anche nel caso dell’interdizione dai pubblici uffici delle più alte cariche istituzionali catalane.

Sono infatti 712 i sindaci che si sono dichiarati pronti ad ospitare nei propri locali le operazioni elettorali (sul totale dei 948 comuni catalani) collaborando così alla riuscita della consulta referendaria. La Fiscalia dello stato spagnolo ha ordinato alla polizia catalana di investigare ognuno di questi sindaci e di chiamarlo a dichiarare. Nel caso di un rifiuto, ha inoltre disposto di procedere al loro arresto. L’associazione dei comuni catalani e quella dei comuni per l’indipendenza hanno indetto un atto di protesta, che si terrà sabato a Barcelona, mentre i sindaci della CUP hanno già annunciato che nel caso vengano convocati non si recheranno a dichiarare.

Il tentativo dello stato spagnolo di impedire lo svolgimento del referendum non stupisce
: da anni il PP e il PSOE oppongono un netto rifiuto alla domanda dellla società civile e politica catalana, alla quale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione. Ciò che stupisce è l’atteggiamento di sindaci quali Ada Colau che, nonostante abbia dichiarato di voler fare tutto il possibile perché i cittadini che chiedono di votare l’1 ottobre possano farlo, non si è unita alla lista dei sindaci disposti a collaborare con l’organizzazione del referendum. Ciononostante la Generalitat afferma che il referendum si svolgerà, a Barcelona come nel resto di Catalunya, con o senza la collaborazione dei municipi.

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