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Uno stato a favore del català.

Plataforma per la Llengua, l’ONG dedicata alla promozione del català, inaugura la propria campagna a favore del SI al referendum dell’1ottobre, convinta che solo una nuova Repubblica possa sanare l’attuale disparità linguistica che ancora soffre il català.

Nel contesto europeo lo stato spagnolo costituisce infatti una vera e propria anomalia in materia: è l’unico a non aver riconosciuto una lingua della portata del català come lingua ufficiale in tutto il territorio. La costituzione spagnola stabilisce all’art.3 che il castigliano è la lingua ufficiale dello stato e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla. Questo dovere non è esteso alle altre lingue, neppure nei territori in cui sono nate e si sono sviluppate. Di più: il basco, il català e il gallec non vengono neppure nominati nel testo costituzionale. L’art.3 le definisce genericamente come “altre lingue spagnole” e si limita a decretarne l’ufficialità nelle rispettive comunità autonome, in accordo con i rispettivi statuti.

Secondo Plataforma per la llengua si tratta di un dettato costituzionale che non pone allo stesso livello le differenti lingue e che non tutela sufficientemente il català. Non essendo lingua ufficiale dello stato infatti, il català non beneficia dei riconoscimenti che l’Unione Europea attribuisce a questa categoria di lingue. È l’unico idioma di dimensioni simili che rimane escluso dalla tutela comunitaria. E lo stato spagnolo si è finora rifiutato di modificare questa situazione. Non solo il dettato costituzionale ma anche la giurisprudenza si caratterizza per interpretare in senso restrittivo i diritti dei catalanoparlanti: basti pensare al divieto di parlare in català al Congresso dei Deputati di Madrid.

In altri casi caratterizzati dalla presenza di più lingue in un unico territorio statale si sono storicamente sviluppati due scenari differenti: nel primo si è prodotta una rottura territoriale ed è sorto un nuovo stato che ha riconosciuto a pieno la lingua precedentemente discriminata; nel secondo una modifica costituzionale ha equiparato la lingua tradizionalmente penalizzata all’altra, come è accaduto in Belgio, Svizzera, Canada o in Finlandia. Secondo l’ONG del català però, nessuna delle principali forze politiche spagnole ha intenzione di sanare la disparità linguistica di cui beneficia il castigliano. Anche per questo Plataforma per la llengua ritiene l’indipendenza di Catalunya come un passo fondamentale, sia per il riconoscimento internazionale del català che per garantirne la presenza e la tutela in tutti gli ambiti pubblici. In molti settori (giustizia, amministrazione e commercio in particolare) il català è penalizzato dalla normativa dello stato spagnolo: dal 2014, anno in cui ha cominciato il monitoraggio, Plataforma per la llengua ha registrato 250 leggi che impongono il castigliano, o escludono l’uso del català, e che ne perseguono di fatto la marginalizzazione.

Secondo Òscar Escuder, il presidente dell’entità linguistica, tutto ciò rivela “la visione dello stato, delle istituzioni e del governo spagnolo. Credono che il castigliano sia la vera lingua e che tutte le altre siano lingue folkloriche”. Una visione che secondo Escuder concepisce di fatto “uno stato con una sola lingua”. Per questo l’ONG invita a votare SI al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e a costruire finalmente uno stato che si schieri a favore del català.

 

Per maggiori informazioni: https://www.plataforma-llengua.cat/

 

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Otegi: la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano.

Lo scorso fine settimana Arnaldo Otegi, il lider di Euskal Herria Bildu, ha animato la conferenza organizzata dal centro culturale Euskal Etxea di Barcelona e ha rilasciato un’intervista a TV3, la televisione nazionale catalana, proponendo un’interessante analisi sia su Catalunya che sullo stato di salute delle sinistre europee.

Alla domanda sulla situazione attuale a Catalunya, Otegi ha risposto con una riflessione che prende le mosse dal referendum greco: “all’epoca vedevamo con un certo stupore come le sinistre in Europa guardavano a quella battaglia come se fosse lontana, una battaglia dei greci contro la troika. E dicevamo: quello che sta succedendo in Grecia si ripercuoterà sui diritti sociali del lavoratori europei, ma la sinistra sta a guardare come se fosse una battaglia che non la riguarda. Abbiamo l’impressione che quello che accade a Catalunya sia qualcosa di simile sul terreno delle libertà nazionali. E credo che questa battaglia non riguardi solo Catalunya bensì metta in discussione tutto il regime del ’78 e il modello territoriale dello stato”.

Qui entra in gioco il comportamento della sinistra: “è molto triste osservare il ruolo di certe sinistre dello stato spagnolo. Non capire che il processo catalano è una mozione di censura al regime del ’78 significa non capire niente”. Alludendo evidentemente a Podemos, Otegi prosegue: “questa nuova sinistra aveva detto che riconosceva il diritto a decidere però, ora che è arrivato il momento, se ne disinteressano. Quando la Guardia Civil perquisisce le tipografie, quando Mariano Rajoy e il Fiscal General minacciano il paese e tutta la baracca mediatica pubblica spropositi, quando la segreteria e il Presidente del Parlamento possono essere condannati alla prigione o interdetti dai pubblici uffici, dubitare se consentire o no il ricorso alle urne significa non sapere dove siamo o non volerlo dire. Qui la maggioranza vuole votare e lo stato non lo permette. Qui c’è una rivoluzione democratica nazionale che ha già una data, l’1 ottobre. Davanti a tutto ciò, devono scegliere. Chi si definisce marxista e repubblicano non può avere dubbi. Non si può tenere il piede su due staffe. E dopo che hai scelto, se il Partido Popular e Ciutadans ti applaudono vai verso il suicidio. Il dramma di questa sinistra è che sostiene i processi d’autodeterminazione in funzione della loro distanza da Madrid”.

Alludendo alla perquisizione che qualche giorno fa la polizia spagnola ha svolto in una tipografia, sospettata di stampare le schede elettorali del referendum, Otegi ha affermato che “cercano di spaventare la gente. E sanno come fare. Due secoli fa la chiesa perseguiva le tipografie perché mettevano in discussione il monopolio della verità e ora, nel 2017, la Guardia Civil si incarica di controllarle di nuovo”. L’ex prigioniero politico basco prosegue: “sabato ho visto i cittadini cantare e ballare davanti alla Guardia Civil che perquisiva una tipografia. State sicuri che se il popolo risponde, lo stato ha perduto. Questa è l’unica strategia. Le istituzioni hanno fatto un passo avanti, hanno approvato la legge del Referendum e quella di Transizione, ora è il momento della gente”.

E secondo Otegi, la gente si è ormai disconnessa emotivamente e politicamente dallo stato spagnolo. Per più di un secolo Catalunya ha cercato di riformare lo stato spagnolo per potersi sentire riconosciuta al suo interno, assieme alle altre nazioni della penisola. Ma questo progetto di riforma non ha avuto successo e dopo diversi naufragi è oggi completamente archiviato. A partire da una riflessione più ampia, il lider basco spiega perché il processo che porta all’autodeterminazione ha raccolto sempre maggiori consensi nella società catalana: “il capitalismo dei nostri giorni è un sistema che si basa sulla paura. In particolare le nuove generazioni, alle quali avevano detto che studiare significava avere un buon impiego, ora si trovano davanti a uno scenario del tutto differente. La crisi finanziaria ha aumentato la paura di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di studiare… e il capitalismo ha imposto il suo potere con la paura e l’incertezza. Il progetto di costruzione della Repubblica catalana ha invece dato una certa sicurezza e per molta gente ha significato che la realtà può essere diversa, che le cose si possono fare in una maniera differente. Anche perciò la nuova Repubblica ha attratto così tanta gente”.

 

L’intervista integrale di Otegi a TV3 si può vedere alla pagina web http://www.ccma.cat/tv3/alacarta/preguntes-frequents/preguntes-frequents/video/5687373/ mentre una sintesi della conferenza al CCCB si può leggere alla pagina https://www.racocatala.cat/noticia/42475/otegi-si-poble-respon-lestat-espanyol-ho-te-perdut e a https://www.vilaweb.cat/noticies/1-o-otegi-lesquerra-no-es-pot-posar-de-perfil-davant-registres-policials/

 

 

 

 

 

 

 

 

La società catalana si oppone al tentativo di repressione dello stato spagnolo.

Dopo la grande manifestazione della Diada, nel corso della quale un milione di persone sono scese in piazza a Barcelona evidenziando una volta di più il carattere popolare e plurale del movimento per il referendum e per l’autodeterminazione di Catalunya, il governo spagnolo getta la maschera e reagisce attivando la macchina repressiva dello stato.

Dopo aver disposto la sospensione della legge sul referendum e di quella che regola la transizione alla nuova Repubblica (che entrerà in vigore in caso di vittoria del SI) il Tribunale Costituzionale e la Fiscalia (il pubblico ministero spagnolo) si occupano ora anche dei mezzi di comunicazione pubblici e privati: secondo i giudici la televisione e la radio pubblica catalana non possono fare informazione sul referendum dell’1 ottobre, in quanto si tratterebbe di un tema illegale. Molti giornali e media digitali catalani hanno però ignorato l’avvertimento, denunciando contemporaneamente l’attacco alla libertà d’espressione. Allo stesso modo lo schieramento indipendentista considera ancora pienamente vigente la legge sul referendum, appellandosi al diritto all’autodeterminazione dei popoli e di fatto riconoscendo così la nuova legalità catalana.

Nel contesto di dualismo di poteri che comincia a delinearsi, il primo atto della campagna elettorale della Candidatura d’Unitat Popular a Valencia è stato interrotto ieri dalla polizia, che ha identificato le due deputate della sinistra anticapitalista e indipendentista Anna Gabriel e Mireia Vehí. A Madrid, in seguito a una richiesta del Partido Popular, un giudice ha vietato un atto a sostegno del referendum (promosso da un collettivo madrileno) che il sindaco della città Manuela Carmena aveva accettato di ospitare in una sala municipale.

Ieri mattina la Guardia Civil ha inoltre chiuso la pagina web Referendum.cat. Nel giro di mezz’ora però, la Generalitat ne ha aperta una nuova dove si possono trovare tutte le informazioni sulla consulta elettorale dell’1 ottobre. Il governo catalano è impegnato a garantire le condizioni per lo svolgimento del referendum che, come ha ribadito il presidente Carles Puigdemont, è un meccanismo ormai già in moto, predisposto per funzionare anche nel caso dell’interdizione dai pubblici uffici delle più alte cariche istituzionali catalane.

Sono infatti 712 i sindaci che si sono dichiarati pronti ad ospitare nei propri locali le operazioni elettorali (sul totale dei 948 comuni catalani) collaborando così alla riuscita della consulta referendaria. La Fiscalia dello stato spagnolo ha ordinato alla polizia catalana di investigare ognuno di questi sindaci e di chiamarlo a dichiarare. Nel caso di un rifiuto, ha inoltre disposto di procedere al loro arresto. L’associazione dei comuni catalani e quella dei comuni per l’indipendenza hanno indetto un atto di protesta, che si terrà sabato a Barcelona, mentre i sindaci della CUP hanno già annunciato che nel caso vengano convocati non si recheranno a dichiarare.

Il tentativo dello stato spagnolo di impedire lo svolgimento del referendum non stupisce
: da anni il PP e il PSOE oppongono un netto rifiuto alla domanda dellla società civile e politica catalana, alla quale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione. Ciò che stupisce è l’atteggiamento di sindaci quali Ada Colau che, nonostante abbia dichiarato di voler fare tutto il possibile perché i cittadini che chiedono di votare l’1 ottobre possano farlo, non si è unita alla lista dei sindaci disposti a collaborare con l’organizzazione del referendum. Ciononostante la Generalitat afferma che il referendum si svolgerà, a Barcelona come nel resto di Catalunya, con o senza la collaborazione dei municipi.

Convocato il referendum d’autodeterminazione di Catalunya.

Dopo una seduta durata quasi 12 ore, il Parlamento catalano ha approvato ieri la legge che fornisce copertura giuridica al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre, data già anticipata da alcune settimane dal governo della Generalitat. Questo cruciale passaggio parlamentare è stato possibile grazie a un lungo processo di mobilitazione della società civile catalana (che ha portato alla formalizzazione di una maggioranza parlamentare indipendentista alle elezioni del 2015) e che ora più che mai sembra necessario per  garantire la celebrazione effettiva del referendum e rendere così possibile la costituzione della nuova Repubblica.

Al momento della votazione i deputati del PP, del PSC e di Ciutadans hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Il referendum d’autodeterminazione di Catalunya è stato così approvato con i voti favorevoli della coalizione Junts pel Sí (formata dal PDeCAT e Esquerra Republicana de Catalunya) e della Candidatura d’Unitat Popular, l’astensione del gruppo parlamentare Catalunya Sí Que es Pot (formato da Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa e Podem) e nessun voto contrario.

Nel corso del dibattito, la deputata della sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP Anna Gabriel, ha sottolineato che coloro i quali negano il diritto all’autodeterminazione sono gli stessi che si oppongono a qualsiasi cambiamento sul terreno dei diritti sociali, consapevoli che il primo aprirebbe la porta agli altri. La deputata ha inoltre ricordato al capogruppo dei compagni di CSQP che il diritto all’autodeterminazione non può essere trattato come una questione meramente formale: così come il diritto di sciopero si conquista esercitandolo, anche quello all’autodeterminazione si consegue mettendolo in pratica, indipendentemente dalle maggioranze che si formano a Madrid o dalle minacce e gli avvertimenti legali dei Tribunali.

Ciononostante CSPQ si è astenuta, una scelta volta ad evitare la formalizzazione della rottura del gruppo, diviso tra i sostenitori del no e quelli più vicini al si. La divergenza di opinioni però è andata in scena ugualmente quando il capogruppo di CSQP (appartenente a IC e schierato per il no) ha rifiutato di dividere il tempo dell’intervento finale con i propri compagni (appartenenti a Podem e Esquerra Unida i Alternativa, tutti favorevoli al referendum sia pur con alcune sfumature) che si sono lamentati gridando: “deciderà la gente, ci vediamo il 1 ottobre!”.

 

 

 

 

 

Ex militanti del PSUC a favore del referendum e dell’indipendenza.

Con il manifesto intitolato significativamente “Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo”, un gruppo di ex appartenenti al PSUC riconosce i limiti della cosiddetta transizione spagnola, esplicita il proprio sostegno al referendum del 1 ottobre e invita a votare a favore dell’indipendenza di Catalunya.

Tra i firmatari ci sono ex sindaci, consiglieri comunali, deputati o semplici militanti del PSUC, lo storico partito nato nel 1936 (inscritto all’Internazionale Comunista), impegnato prima nella guerra civile e in seguito nella lotta clandestina contro il fascismo spagnolo, dalla metà degli anni ’90 di fatto inattivo e frazionato in differenti gruppi.

A poco meno di un mese dal referendum, gli ex militanti del PSUC rappresentano una nuova e significativa voce che si somma allo schieramento a favore del SI, arricchendolo con il proprio contributo, tradotto qui di seguito. Contemporaneamente anche un altro gruppo della zona del Baix Llobregat, composto da una settantina di militanti di Iniciativa per Catalunya Verds (coalizione natta sotto l’egida del PSUC) e del Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), quest’ultimi in aperto disaccordo con i vertici del proprio partito, federato al PSOE, si sono espressi a favore del referendum dell’1 ottobre.

A scanso di equivoci, vale la pena precisare che l’idea della “Catalunya di un solo popolo”, così come viene riportata nel manifesto, si riferisce ad un paese in cui gli immigrati siano accolti, sia che provengano dal sud della penisola come da paesi più lontani e trattati senza discriminazioni come parte a tutti gli effetti del popolo catalano.

 

 

Nel ’78 non fu possibile. Ora possiamo.

Il PSUC nacque come un partito naturalmente predisposto alla trasformazione, come un partito di massa, il partito di massa a Catalunya. Il partito dei comunisti di Catalunya. La sua volontà: trasformare Catalunya in chiave socialista e creare una società giusta per tutti. E nacque come partito nazionale catalano, difensore del catalanismo popolare e caratterizzato dall’idea della Catalunya di “un solo popolo”. Un partito che pretendeva portare la giustizia e il benessere nella parte di mondo in cui gli era toccato vivere. Un partito che sapeva che il miglior contributo all’internazionalismo era la liberazione delle classi popolari di questo lembo del pianeta. Un partito che perciò sapeva che il miglior contributo che poteva dare era conquistare la libertà e l’eguaglianza là dove sapeva come fare: a Catalunya, nella propria nazione. Un partito radicato nei quartieri, nei paesi e nelle fabbriche. Un partito che respirava ciò che respirava la maggioranza della società catalana, perché solo così si può sapere cosa è necessario fare e come farlo.

Fondato nel 1936 e inteso come il modo più adeguato di far fronte al fascismo, il PSUC è stato uno dei partiti che più hanno dato per la disfatta del fascismo franchista. Di fatto, è stato il partito che ha guidato la lotta antifranchista. Quello che più energie, più organizzazione e più persone vi ha dedicato. E pensiamo di esserci riusciti, anche se con importanti mancanze che, ora bisogna riconoscerlo, erano più grandi di quello che molti di noi militanti pensavamo in quel momento. Ciononostante, la maggioranza di noi aveva ben chiaro che il patto della transizione era un’amputazione ai nostri diritti e alle nostre libertà, sociali e nazionali.

Quarant’anni dopo sono evidenti le gravi carenze di quell’accordo. Ed è evidente che lo stato spagnolo non è pronto per una vera democratizzazione senza una terapia di choc che rimuova le strutture del potere politico ed economico. Oggi questa terapia si chiama Repubblica, si chiama Referendum. Come marxisti, leggiamo la realtà ogni momento cercando di capire cosa accade, perché accade e cosa si può fare. E della lettura del momento presente nel nostro paese, abbiamo ben chiare le conclusioni: in queste ore è a Catalunya che si danno le condizioni per fare un salto in avanti, finora sconosciuto, sul terreno delle libertà e dei diritti sociali e nazionali. E ne dobbiamo approfittare. E siamo sicuri che il PSUC, sostenitore dell’unità delle forze politiche a Catalunya così come dell’Assemblea de Catalunya, ora sarebbe un sostenitore del referendum e starebbe alla testa della lotta contro le politiche ingiuste e anticatalane di questo stato autoritario e ricentralizzatore.

Così ci siamo uniti, tutti quanti come vecchi militanti del PSUC: deputati, consiglieri comunali, sindaci, sindacalisti, membri di associazioni di vicinato, etc. Tutti noi, ex militanti del PSUC proclamiamo la necessità di sostenere, senza ambiguità e senza ondeggiamenti, la convocazione del referendum fissata dal governo catalano per il prossimo 1 ottobre. Questo referendum e la nostra anelata Repubblica, aprono la possibilità al cambiamento e alla rottura (così tanto necessari) con il cadente regime spagnolo del ’78.

Ex membri del PSUC primi firmatari:

*Alfredo Amestoy Saenz (ex deputato, Badalona)
* Frederic Prieto Caballé (ex sindaco, Cornellà)
* Eudald Carbonell Roura (ex responsabile del PSUC a Girona, Ribes de Freser)
* Magda Ballester Sirvent (ex consigliere comunale ed assessore, Lleida)
* Ramon Majó Lluch (ex assessore, Manresa)
* Emili Muñoz Martínez (ex sindaco, Tiana)
* Jaume Oliveras Costa (ex consigliere comunale, Badalona)
* Jaume Solà Campmany (ex consigliere comunale, Badalona)
* Àlex de Sárraga Gómez (avvocato, Lleida)
* M. Isabel (Mariona) Vidal (Cornellà)
* Jose Estrada (Tarragona)
* Àngel Pagès (Premià de Mar)
* Joan Romagosa (Cornellà)
* Jaume Botey Vallès (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Maria Pilar Massana Llorens (ex consigliere comunale, L’Hospitalet)
* Carles Prieto Caballé (ex presidente FAVB Barcelona)

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina web http://www.republicadesdebaix.cat

Catalunya reagisce al terrorismo e rifiuta il mantra dell’unità.

I governi occidentali hanno fatto nei decenni scorsi un uso ben preciso degli attentati terroristici: spaventare e ricondurre all’ordine la popolazione, rafforzare lo status quo e ridurre al silenzio le opposizioni. Che si tratti della strategia della tensione o degli attentati di Al-Qaeda e Daesh la conseguenza è la riduzione degli spazi della politica, della democrazia e del conflitto. In questo senso gli attentati di Barcelona e Cambrils non sembrano fare eccezione.

Le voci più autorevoli dei poteri forti spagnoli (a cominciare da El País) hanno subito approfittato dell’attentato per reclamare ai cittadini catalani, al movimento indipendentista e al governo della Generalitat di smettere di inseguire la “chimera” dell’emancipazione nazionale e tornare alla normalità. Voci più becere (El Mundo) hanno sostenuto una relazione diretta tra la storica tradizione di accoglienza di Catalunya e gli attentati di Daesh, invocando il controllo delle frontiere. E soprattutto la monarchia borbonica ha cercato di approfittare dell’occasione per assestare un duro colpo all’indipendentismo e ricondurre il popolo catalano sotto le proprie insegne: alla vigilia del referendum per l’autodeterminazione di Catalunya dell’1 ottobre, il re Felipe VI si è così presentato alla manifestazione di Barcelona in cerca di una foto che lo ritraesse alla testa del movimento popolare di rifiuto al terrorismo e di solidarietà con le vittime. Ma non l’ha trovata.

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Così come El País e El Mundo, si è scontrato con un dato di fatto difficile da smentire: la società catalana è oggi più che mai maggioritariamente indipendentista, sia nelle piazze che nel Parlamento catalano, dove il Partido Popular e il Psoe, gli alfieri dell’austerità a Madrid e in Europa, si trovano in minoranza. E nella manifestazione di Barcelona, Felipe VI è stato sonoramente fischiato, non solo dalla sinistra anticapitalista e indipendentista guidata dalla Candidatura d’Unitat Popular (CUP) bensì da larghissimi settori dell’enorme corteo. Il rifiuto della presenza del re, con lo slogan fora el borbó, è riecheggiato a lungo nel Passeig de Gràcia. In questo popolo di tradizione repubblicana e sociologicamente antifascista, la sinistra anticapitalista e indipendentista ha svolto oggi (26/08/2017) un ruolo decisivo dando appuntamento a tutti due ore prima del corteo ufficiale (nel quale poi è confluita) per marcare le differenze e sottolineare il proprio disaccordo con la presenza di Felipe VI, il monarca che nel gennaio di quest’anno si è recato in Arabia Saudita per rafforzare i legami tra i borboni e la monarchia saudita (approfittando tra l’altro del viaggio per vendere agli emiri alcune fregate da guerra).

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La contestazione al re si è accompagnata, con differenti sfumature, alla denuncia delle guerre degli stati Uniti e dell’Unione Europea, in Irak, in Siria, in Libia…, come una causa dei cosiddetti disastri umanitari e della crescita dell’integralismo e del terrorismo, in particolare di Daesh. Senza dimenticare la natura intrinsecamente fascista di quest’ultimo.

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Con la propria presenza la sinistra anticapitalista e indipendentista oggi ha garantito lo spazio per la critica, rispedendo al mittente l’operazione dei poteri forti spagnoli volta a imbavagliare un intero popolo e ad inviare le forze di polizia ad occupare non solo le piazze bensì soprattutto lo spazio della politica. Una volta di più è da sottolineare il ruolo svolto dalla sinistra, decisiva nel movimento indipendentista, un movimento che dopo la straordinaria manifestazione di Barcelona, sembra più che mai inarrestabile.

 

 

 

Un manifesto per la Repubblica Catalana che interroga le sinistre europee.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ prende decisamente posizione a favore dell’autodeterminazione di Catalunya, della celebrazione del referendum previsto per il 1 ottobre e per la proclamazione della Repubblica Catalana, riunendo attorno alla propria proposta sia organizzazioni catalane (Poble Lliure, Xarxa Roja, Assemblees de Joves per la Unitat Popular…) che organizzazioni spagnole (Comunistes de Castilla, Frente Popular Galega, Xeira…) e raccogliendo l’adesione individuale di molti militanti di base.

I firmatari sottolineano lo stato di crisi della monarchia spagnola e si inseriscono nella storica contraddizione aperta a Catalunya dal movimento indipendentista rivendicando un ruolo attivo per i comunisti. Secondo Comunistes pel SÍ l’autodeterminazione del popolo catalano apre la strada non solo alla liberazione nazionale e sociale di Catalunya ma anche a quella degli altri popoli della penisola e assesta un duro colpo al cosiddetto regime del ’78, il regime nato dalla transizione spagnola alla democrazia, un processo svoltosi all’insegna della continuità con il franchismo nel corso del quale il fascismo spagnolo non solo non ha pagato per i propri crimini ma ha conservato intatte importanti posizioni di potere politico ed economico.

Per Comunistes pel SÍ la Repubblica Catalana rappresenta un’opportunità sia per rompere i legami col vecchio regime che per avviare politiche di segno opposto al dogma liberista. In questo senso il manifesto chiama in causa implicitamente le sinistre europee e i comunisti in particolare, affermando che il miglior contributo internazionalista è il sostegno al referendum del 1 ottobre, all’autodeterminazione di Catalunya e alla nascita di una Repubblica al servizio delle classi popolari.

Il manifesto rappresenta inoltre un invito ad approfondire l’analisi dello scenario internazionale e svilupparne una visione non eclettica, così da definire da sinistra un altro modello di Europa. La riflessione su Catalunya implica cioè una riflessione sull’Unione europea, sulla natura antipopolare delle politiche della Troika e sul carattere imperialista del polo europeo che non può essere elusa, pena l’abbandono delle classi lavoratrici e degli strati popolari ai diktat di turno ordinati da Bruxelles o da Francoforte. Perciò vale la pena leggere integralmente il Manifesto, tradotto qui di seguito.

Il manifesto di Comunistes pel SÍ.

“La rivoluzione socialista può scoppiare non solo in seguito a un grande sciopero, una manifestazione di piazza, una rivolta di affamati, un’insurrezione militare o una sollevazione coloniale bensì anche in conseguenza di una semplice crisi politica, come per esempio il caso Dreyfus e l’incidente di Saverne, o di un referendum per la separazione di una nazione oppressa…”

V.I. Lenin – La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione.

Il prossimo 1 ottobre è prevista la celebrazione dell’atteso e a lungo rivendicato Referendum d’Autodeterminazione a Catalunya, punto culminante di tutto un movimento nazional-popolare dalle grandi aspirazioni democratiche e di sovranità popolare, in marcia da più di dieci anni in seguito alle proteste e alle polemiche attorno allo Statuto, alle continue sentenze del Tribunale Costituzionale, alla dinamica ricentralizzatrice e repressiva dello Stato spagnolo e alla negazione sistematica del diritto all’autodeterminazione del popolo di Catalunya.

Siamo così arrivati ad un punto di non ritorno che senza dubbio definirà in un modo o nell’altro, a seconda dello sviluppo degli eventi, il futuro del nostro paese. Davanti a questa situazione storica e eccezionale a casa nostra, i comunisti e le comuniste non possono rimanere con i bracci incrociati.

 

Per i nostri diritti nazionali e sociali.

Consideriamo che in questo momento la difesa attiva del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e dei suoi diritti nazionali passa inequivocabilmente per il sostegno e l’appoggio alla convocazione del Referendum, una rivendicazione democratica negata dallo Stato (come in altri casi), che perciò si caratterizzerà come disobbediente e unilaterale, in uno scenario finora inedito, segnato più che mai da una componente rivoluzionaria e di rottura democratica che i comunisti e le comuniste devono approfittare per aumentare il livello di coscienza e di resistenza del popolo di Catalunya. Inoltre questa situazione ha comportato il maggior grado di debolezza dai tempi della transizione del tradizionale braccio politico della destra catalana: si è passati dall’egemonia di CIU alla debolezza del PDECat.

Per garantire la celebrazione del Referendum sarà necessario impegnarsi con fermezza, esigendone la messa in moto e l’applicazione del risultato senza dilazioni, mobilitando il più ampio schieramento di forze per difendere questo diritto e affrontare la campagna repressiva e antidemocratica dello Stato, che non si fermerà, così come le tentazioni del Governo della Generalitat di tirarsi indietro all’ultimo momento.

Il nostro ruolo deve inoltre servire per garantire l’indipendenza di classe e evitare la strumentalizzazione del movimento nazionale da parte di forze e interessi estranei alla classe lavoratrice e agli strati popolari, possibile a causa della transversalità e pluralità di questo referendum. Deve servire inoltre per legare strettamente le rivendicazioni nazionali e sociali, facendole confluire in una forza inarrestabile di cambiamento reale. Parliamo tra l’altro delle lotte sindacali, per un lavoro degno, con salari e pensioni che superino la barriera dei mille euro e che s’incrementino secondo l’inflazione, per eliminare la precarietà del lavoro e le pratiche padronali autoritarie e antidemocratiche dentro l’impresa, per la riduzione dell’orario di lavoro, per la lotta contro le disuguaglianze economiche e sociali generate dall’accumulazione del capitale, per un alloggio degno, per il femminismo, per i servizi pubblici a gestione democratica e pubblica, per le rimunicipalizzazioni, per la difesa del territorio e dell’ambiente, contro la guerra imperialista e per l’accoglienza dei rifugiati.

 

Per la rottura del regime del ’78.

L’attuale crisi del regime spagnolo rivela che è a Catalunya che oggi si trova l’anello più debole della monarchia e che pertanto è lì che dobbiamo colpire più forte per romperla, aprendo uno spazio di opportunità anche per gli altri popoli dello Stato, per la loro liberazione nazionale e sociale. È questo il miglior contributo internazionalista che possono dare le classi lavoratrici e che stringe inoltre legami di solidarietà tra i popoli.

Ciononostante non ci sarà vera liberazione nazionale se non usciamo anche dalle strutture imperialiste dell’Unione Europea, l’euro e la NATO, che ci condannano al debito, alla precarietà e alla guerra. La lotta contro le politiche fondomonetariste e contro le misure della Troika è una condizione indispensabile per la nostra emancipazione nazionale e sociale. La Repubblica Catalana può aprire la porta alla rottura con queste strutture sovrastatali ed è per questo che l’oligarchia catalana e quella spagnola fanno di tutto perché non si realizzino le aspirazioni di libertà del nostro popolo.

 

Per la Repubblica Catalana e il Processo Costituente, per il socialismo.

Quanto più alta sarà la partecipazione, maggiore sarà il riconoscimento internazionale e la legittimità del risultato del Referendum d’Autodeterminazione. Il dibattito attorno alle basi della futura Repubblica Catalana non potrà rinviarsi ulteriormente. Dobbiamo evitare una transizione vuota di contenuti sociali, con uno schema ripreso meccanicamente dallo Stato spagnolo (come nel caso più volte denunciato delle cosiddette strutture di Stato) e limitato a un semplice ricambio delle elites.

Il nostro obbiettivo sarà un Processo Costituente popolare, transparente e inclusivo, con la partecipazione delle entità e dei collettivi sociali, dell’ampia rete dell’associazionismo catalano, in modo da creare un nuovo paese all’altezza della situazione, una Repubblica al servizio della classe lavoratrice. Un Processo Costituente capace allo stesso tempo d’incorporare idee innovatrici quali per esempio l’elezione, mediante un sorteggio che rispetti i criteri di diversità, di alcune migliaia di cittadini che partecipino alla redazione della Costituzione che determinerà il tipo di paese che vogliamo.

Riteniamo infine che il SI dev’essere sia il voto degli indipendentisti che di coloro che sostengono una federazione o confederazione di repubbliche libere. È possibile federare o confederare gli stati solo se precedentemente questi hanno raggiunto la propria libertà; l’esito con-federale può essere accettato solo se la federazione o la confederazione costituita riconosce la libera autodeterminazione come diritto fondamentale di ognuna delle repubbliche che la integrano.

 

Conclusione.

Sulla base di queste considerazioni e di questi obbiettivi mettiamo in moto la piattaforma di Comunistes per el SÍ, complementaria ad altri spazi unitari come Esquerres per la independència o i Comitès de Defensa de la República, con l’intenzione di affrontare in modo unitario questa nuova sfida, appoggiando il Referendum e chiedendo il voto affermativo per farla finita con il regime del ’78, proclamare la Repubblica Catalana, organizzare le classi lavoratrici della città e della campagna, per lottare per il Socialismo a partire dalla volontà internazionalista e solidale con tutti i popoli dello Stato, del Mediterraneo e del mondo. Votiamo SÍ dal versante dell’opzione europea per un raggruppamento libero di stati che rispetti la sovranità, garantisca il benessere comune, approfondisca la democrazia, lavori per la pace e si opponga al potere finanziario e monopolista.

Il testo originale del manifesto si trova alla pagina: https://comunistespelsi.com/manifest/

 

 

 

 

 

 

L’impronta di Gramsci nei Països Catalans.

La lenta diffusione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans, ricostruita nell’opera collettiva El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster (El Jonc editore) rappresenta una tappa suggestiva della parabola internazionale compiuta dal nemico pubblico numero uno del regime fascista. “Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni” aveva concluso il pubblico ministero davanti al Tribunale Speciale. Così la pubblicazione della potente e originale versione del marxismo di Gramsci si rende possibile solo nel dopoguerra. Al di là dei Pirenei però, la censura si prolunga negli anni.

Lo scritto di Giaime Pala Gramsci a Catalunya, contenuto nel volume in questione, si sviluppa a partire da una constatazione preliminare e indispensabile per mettere a fuoco correttamente il tema: “l’impossibilità di pubblicare o accedere a testi marxisti durante una buona parte della dittatura del generale Francisco Franco”. Dedito allo studio del movimento comunista e antifranchista a Catalunya e in Spagna, Pala afferma che dopo la guerra civile i militanti antifascisti si vedono costretti a studiare il marxismo sui testi dei detrattori del pensatore di Treviri, la cui diffusione è invece largamente agevolata dal regime. Ancora negli anni ’50 l’unica possibilità di entrare direttamente a contatto con gli autori marxisti è rappresentata dalla conoscenza di una lingua straniera nella quale leggere le traduzioni dei classici.

Nonostante il pensiero gramsciano fosse conosciuto nelle cellule del PSUC, dove era oggetto di dibattito da anni, è solo nel 1967 che la rivista del partito Nou Horitzons (numero 11 e 12) ospita due saggi dedicati a Gramsci: quello di Josep Fontana e quello di Manuel Sacristán, che a giudizio di Pala rappresenta la prima rigorosa ricostruzione filosofica del pensiero dell’intellettuale sardo apparsa nello stato spagnolo. Fino a quel momento i lettori potevano contare soltanto su una antologia dei Quaderni dal carcere curata e tradotta da Jordi Solé Tura e apparsa nel 1966 con il titolo Cultura i literatura. Non bisogna dimenticare però, sottolinea Pala, l’opera della celebre ispanista Giulia Adinolfi, proveniente dalle fila del PCI e arrivata a Barcelona a metà degli anni ’50. È lei che avvicina Sacristán a Gramsci: in seguito a questa influenza infatti, Sacristán scrive una prima traccia biografica dell’ex leader dei comunisti italiani, inserita nel supplemento del 1957/’58 dell’Enciclopedia Espasa e uscita però nell’indifferenza generale solo nel 1961.

Nel fatidico 1968 Solé Tura edita una versione in català delle Noterelle sulla politica del Machiavelli, seguite due anni dopo da un’antologia dei Quaderni di stampo più filosofico. Secondo la ricostruzione di Pala però il punto di svolta nella diffusione del pensiero di Gramsci è rappresentato dalla robusta Antología curata da Sacristán e pubblicata in castigliano in Messico, per le edizioni Siglo XXI, nel 1970. A partire da questo momento secondo Pala, le pubblicazioni e le traduzioni dell’intellettuale imprigionato dal fascismo si fanno sempre più frequenti, addirittura disordinate e caotiche, anche a causa dell’incapacità dell’Istituto Gramsci “di articolare una politica editoriale intelligente per la Spagna”, come denuncia la ricercatrice Fiamma Lussana.

L’altro canale fondamentale per la ricezione del pensiero di Gramsci nei Països Catalans è rappresentato daIl’opera di Joan Fuster, l’intellettuale del dopoguerra più importante del País Valencià. Nel capitolo Gramsci en Fuster, Jaume Lloret i Carlos Noguera scrivono che è attraverso la corrispondenza con i catalani in esilio, i libri riportati dagli amici che viaggiano all’estero e soprattutto grazie alll’amicizia con il cantautore Raimon (la cui compagna Annalisa Corti milita nel PCI) che Fuster entra in contatto con Gramsci. Lloret e Noguera sottolineano l’importanza del pensatore sardo per la riflessione fusteriana: da un lato evidenziandone le numerose tracce contenute in Nosaltres, els valencians (1962), dall’altro collegando l’attitudine più generale di Fuster, sintetizzata dalla frase “Non ho altro merito che quello di essermi appassionato fino all’ossessione alla vita e al destino del mio popolo”, alla impossibilità gramsciana di fare storia politica senza passione e senza un legame tra intellettuale e popolo.

Per il pensatore originario di Sueca, impegnato nello studio dell’identità del País Valencià e nella ricostruzione dell’unità storica, culturale e politica dei Països Catalans, Gramsci esercita uno speciale interesse: temi quali la storica frammentazione degli stati italiani, il ruolo svolto dagli intellettuali nel risorgimento, il processo unitario, evocano agli occhi di Fuster un parallelismo con le vicende del País Valencià, il cui futuro “è nelle mani del popolo e legato ai settori subalterni e strumentali che sono precisamente i più alienati dal fascismo. Perciò il socialismo valenciano non sarà sempre marxista, o marxiano, bensì istintivamente popolare, come sperava Gramsci”. Fuster, che non si definisce marxista, fa servire i concetti gramsciani per la propria analisi e ammette apertamente “la simpatia che ci ispirava il signor Gramsci. Un uomo che veniva da un mondo somigliante a quello valenciano, che aveva constatato che la gente delle campagne non entrava nello schema di Marx e che aveva cercato di non scartare le masse contadine”. “Essere marxista non è per niente facile” afferma Fuster, invitando contemporaneamente alla lettura di Gramsci: le “nostre disgrazie, prevalentemente rurali, erano curate da preti e frati da un lato e da improbabili anarchici dall’altro. Gramsci, che ha vissuto in un mondo simile al nostro, insinua formule teoriche più adeguate. E non solamente teoriche. Leggete Gramsci. È un consiglio”.

Lloret e Noguera ricordano inoltre che il primo testo di Gramsci apparso nello stato spagnolo è un articolo in castigliano pubblicato nel 1922 da La Batalla (num.2), una rivista comunista di Barcelona e si mostrano inclini a stemperare l’importanza dell’antologia pubblicata da Solé Tura nel 1966, ricordando anche le considerazioni di Ricard Vinyes secondo il quale la “identificazione meccanica, così abituale, tra traduzione e introduzione è precipitata e vuota”.

Come accade spesso ai classici, anche Gramsci viene riletto in funzione delle necessità politiche del momento: Giaime Pala osserva che nel corso degli anni ’70 il PCE, attratto dalla politica di Berlinguer, si avvicina sempre più alle tesi del PCI fino alla condivisione del progetto dell’eurocomunismo, cercando una legittimazione teorica anche nella reinterpretazione degli scritti di Gramsci. Pala cita molte opere che si inseriscono in questo filone, ben rappresentato dal dossier realizzato nel 1977 dalla rivista Taula de Canvi che, traducendo un dibattito apparso su Mondoperaio e Rinascita attorno alle opzioni teoriche di comunisti e socialisti italiani, fa servire la rilettura di Gramsci per sostenere l’abbandono del leninismo e il definitivo approdo liberaldemocratico del PCE. Nello stesso anno la rivista Materiales, sorta attorno all’opera di Sacristán e animata da giovani usciti dal PSUC, o critici con la dirigenza del partito, denuncia l’uso strumentale di Gramsci che si va diffondendo in Europa sottolinando che “tra le più recenti pubblicazioni su Gramsci non mancano quelle di chi, credendo di parlare di Gramsci, parla in realtà della politica attuale del PCI”. La lettura decontestualizzata del classico Gramsci però, non si circoscrive agli anni ’70 ma ricorre ancora oggi: secondo Pala il concetto di egemonia è “lontano dall’essere una battaglia per l’articolazione della narrazione egemonica (come propone Iñigo Errejon, secondo una visione di Gramsci filtrata per il postmarxista Ernesto Laclau)”. A dispetto delle finalità più o meno contingenti, le letture odierne testimoniano una volta di più la vitalità dell’universo concettuale gramsciano.

Il volume El pensament i l’acció. De Marx a Gramsci en Joan Fuster disegna un’accurata mappa catalana del pensiero di Gramsci, un autore consacrato come un classico che, nelle parole di Sacristán (ricordate a guisa di conclusione da Pala) “ha diritto a non essere mai alla moda e ad essere letto sempre”. E interessante risulta anche la riflessione attorno al peso specifico dei concetti gramsciani (subalternità, egemonia, nazional-popolare…) nell’elaborazione di Fuster e nella sua proposta culturale e soprattutto politica dei Països Catalans, per la quale l’influenza di Gramsci, sebbene indiretta, sembra meritevole di essere ancora studiata e ulteriormente approfondita.

Per informazioni sul volume: http://www.eljonc.com/home_cataleg.htm

 

 

 

 

La sinistra indipendentista catalana si affaccia in Italia.

Finalmente sembra arrivare anche in Italia l’eco della battaglia condotta dalla sinistra anticapitalista catalana per l’indipendenza del proprio paese (e per il socialismo). La sospetta disattenzione con la quale i mezzi di comunicazione del belpaese hanno trattato il tema è stata rimpiazzata dalla riflessione sviluppata da alcuni collettivi comunisti e realtà di movimento, caratterizzati dalla costante attenzione per la prospettiva internazionale.

Il centro sociale Corto Circuito, la Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, i collettivi Genova City Strike, Militant, CUMA,  e Zenti Arrubia hanno ospitato una delegazione della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) e del Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans (SEPC) che hanno potuto far sentire la propria voce senza filtri giornalistici o politici più o meno interessati. Alla pagina web della rivista Contropiano  (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/30/catalogna-indipendente-ora-intervista-iranzo-vehi-093460) si trova un’intervista della redazione di Radio Città Aperta a Mireia Vehí (deputata della CUP al Parlamento catalano) mentre alla pagina di Genova City Strike (http://www.citystrike.org/2017/06/20/il-processo-indipendentista-in-catalunya/) si può leggere l’intervento di Icar Aranzo (rappresentante degli studenti) realizzato il 20 giugno a Genova.

I due contributi offrono da un lato una riflessione critica riguardo alla transizione dal fascismo di Franco alla nuova democrazia spagnola, un processo di cambiamento del quale sottolineano l’aspetto conservatore, privo di un momento di rottura col vecchio regime; dall’altro permettono di inserire nel giusto contesto storico la rivendicazione indipendentista. Un punto di vista fondamentale per l’analisi della situazione attuale in Catalunya che finora non aveva trovato né l’attenzione né la solidarietà della sinistra italiana.

Altrettanto interessante risulta il punto di vista delle realtà italiane che hanno ospitato i rappresentanti della CUP e del SEPC: il referendum per l’indipendenza viene giudicato come “uno strumento di rottura popolare nei confronti dei diktat delle classi dominanti statali ed europee”. Il manifesto comune Catalunya ara! sottolinea che “negli utlimi anni tutti i referendum popolari in Europa si sono trasformati in un voto contro le classi dominanti” e si sono caratterizzati per la “determinazione delle classi popolari e dei settori giovanili, i soggetti più colpiti dall’austerità imposta dall’Unione Europea”.

Così le caratteristiche del movimento e il peso specifico della sinistra anticapitalista al suo interno, consentono di vedere nell’indipendenza di Catalunya una possibilità per la messa in discussione del modello di governabilità europeo, che si trova improvvisamente davanti ad un ingranaggio che minaccia di incepparsi e non rispondere ai comandi. Nel contesto catalano (ed europeo) il referendum rappresenta una possibilità per restituire la parola al popolo, ai cittadini ed ai lavoratori, espropriati della propria sovranità non solo dai rispettivi governi ma anche dalle decisioni delle istituzioni europee, che negli ultimi anni hanno più volte ricattato e scavalcato i parlamenti nazionali. La frattura tra gli organismi di potere europei e i popoli del continente è emersa più volte nell’incapacità dei primi di ascoltare e raccogliere la volontà dei secondi: viene alla mente il chiaro pronunciamento del popolo greco (rimasto disatteso) che ha rifiutato il diktat europeo; il rifiuto dell’elettorato italiano al referendum voluto da Renzi; e persino il brexit che in parte è frutto dell’insofferenza di larghi strati impoveriti e sempre più diffidenti nei confronti della prospettiva europea. Il rifiuto del governo spagnolo alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione ricorda l’incapacità dei settori dominanti europei di ascoltare la volontà popolare, con l’aggravante che i ministri del PP, appoggiati dal PSOE, minacciano di non consentirne neppure l’espressione, vietando direttamente l’organizzazione della consulta.

Per tutto ciò è più che mai necessario ed opportuno ascoltare e sostenere la sinistra anticapitalista catalana e l’insieme del movimento per l’indipendenza impegnati in una lotta che prima di tutto rivendica il principio democratico nell’europa dell’austerità liberale e del capitale sempre più impermeabile alle rivendicazioni popolari.

 

 

 

 

 

 

 

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