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Bandiere.

26 novembre 2016, Gràcia, Barcelona: accanto a l’estelada, la bandiera rossa a lutto per Fidel Castro.

Antidoto alla favola della fraternità, la ricostruzione storica di «Volem les nostres estàtues».

Il concetto di fraternità intesa come ideale politico riemerge con singolare frequenza nel dibattito sulla repubblica catalana: nel corso della campagna per le elezioni del 26 giugno 2016, Xavi Domènech (della cerchia di Podemos) interpellato in merito alla possibilità di organizzare un referendum sull’indipendenza accordato con lo stato spagnolo (finora contrario a sottoporre la questione all’elettorato) si è detto convinto di poterlo realizzare grazie a “una parola magnifica, meravigliosa, che ci ha portato fin qui: si chiama fraternità”; recentemente il segretario del Partit Socialista catalano, Miquel Iceta, ha dichiarato che riconoscere Catalunya come una nazione vera e propria non mette in pericolo né l’unità della Spagna né la fraternità tra gli spagnoli; infine pochi giorni fa il monarca Felip VI, nel discorso di apertura della XII legislatura ha sostenuto che il dialogo tra le comunità autonome e lo stato deve essere rafforzato “dallo spirito di fraternità tra tutti gli spagnoli”.

I riferimenti all’ideale reso celebre dalla rivoluzione francese appaiono quantomeno curiosi. Un breve riepilogo storico dovrebbe mostrare che le relazioni tra Catalunya e il Regno di Spagna non sono improntate esattamente alla fraternità. Ne troviamo una testimonianza nel semiclandestino Volem les nostres estàtues, pubblicato in Svizzera nel 1963 e uscito anonimo, nel quale lo storico Ferran Soldevila ricostruisce la biografia di tre rappresentanti del catalanismo ripercorrendo contemporaneamente alcuni dei momenti più significativi della storia catalana moderna. L’opera esprime fin dal titolo una consegna tanto semplice quanto efficace. Vogliamo i nostri monumenti: è il grido con cui si rivendicano i simboli popolari e la loro storia. In particolare si allude alle statue di Pau Claris, Rafael de Casanova e Bartomeu Robert, rimosse dalle piazze di Barcelona per volere di Franco dopo il 1939.

Presidente della Generalitat tra il 1638 e il 1641, Pau Claris si trova a fronteggiare i piani del conte-duca d’Olivares volti ad assoggettare tutta la penisola al Regno di Castiglia. Il conte suggerisce a Felip IV di provocare ad arte degli incidenti ed intervenire in seguito con l’esercito per uniformare Catalunya all’ordinamento giuridico di Castiglia. L’occasione propizia si verifica nel corso della guerra dei trent’anni, dopo la vittoria spagnola di Salses ottenuta con il contributo decisivo catalano: sconfitte le truppe francesi, Catalunya chiede che l’esercito del re, composto da castigliani e da mercenari irlandesi, valloni e italiani, lasci finalmente la regione, alleviando la popolazione che per anni ne ha sostenuto il mantenimento e sopportato gli abusi. Al contrario l’esercito castigliano si riversa sul terreno come avrebbe potuto fare un invasore provocando così la rivolta della popolazione, già esasperata: inizia la guerra dei segadors (la popolazione contadina catalana).

L’insurrezione scoppia a Santa Coloma de Farners il 1 maggio 1640 e si propaga rapidamente culminando nel cosiddeto corpus de sang del 7 giugno, quando gli abitanti delle campagne accorsi a Barcelona, coalizzati con il ceto urbano, cacciano i funzionari del re e l’aristocrazia castigliana. Secondo Soldevila, Pau Claris non esclude la possibilità di arrivare a un accordo con la monarchia spagnola se non quando constata che un esercito formato appositamente per reprimere la sollevazione è già pronto al confine con l’Aragó. È allora che avvia i contatti con la Francia al fine di ottenerne protezione, nel rispetto delle istituzioni catalane e acconsentendo contemporaneamente alla richiesta francese di dichiarare la repubblica. Soldevila affronta la questione relativa all’effettiva proclamazione della repubblica catalana: se è vero che negli atti del Consell de Cent non ce n’è traccia, è altrettanto vero che l’accettazione dell’aiuto francese comportava implicitamente la nuova forma istituzionale.

Sta di fatto che l’esercito spagnolo avanza senza difficoltà e in breve raggiunge Barcelona. Qui però, il 26 gennaio 1641, le truppe catalane e francesi vincono la battaglia di Montjuïc, costringendo l’esercito di Castiglia ad una disastrosa ritirata. Dopo aver salvato la Generalitat dai piani di Olivares, nel febbraio del 1641 Pau Claris muore, tra il cordoglio delle autorità e della popolazione catalana.

Breve frammento nella vasta opera di Soldevila, Volem les nostres estàtues contribuisce a preservare ed a rivendicare la memoria del popolo catalano, mantenendo viva la coscienza di un processo storico conflittuale. Come afferma l’editore Quim Torra nell’articolo Ferran Soldevila, la història d’una nació (El Punt-Avui, 3 aprile 2011), “non solo non sapevamo cosa eravamo, bensì non sapevamo neppure cosa eravamo stati”. La ricostruzione storica, soprattutto per la generazione che attraversa gli anni del franchismo, si rivela condizione necessaria per recuperare la propria identità politica e culturale. E dall’esame del passato non sembra emergere l’impronta della fraternità tra i popoli della penisola.

Volem les nostres estàtues prosegue con la biografia di Rafael de Casanova, il simbolo della resistenza di Barcelona all’assedio del 1714 quando, abbandonata dagli alleati (Inghilterra, Austria e Olanda) Catalunya si trova sola a fronteggiare gli eserciti di Francia e Castiglia, fino alla sconfitta dell’11 settembre. Casanova è a capo della Coronela, la milizia popolare formata dagli artigiani delle arti e mestieri della città, un’istituzione civile che, come riconosce il generale borbonico duca di Berwick in una lettera a Luigi XIV, si difende meglio di un esercito regolare. Nel breve saggio Soldevila ricorda che il 3 settembre, di fronte alla difficile situazione, Casanova propone davanti ai deputati della Generalitat, al braccio nobiliare e al consiglio municipale, di accettare la sospensione dei combattimenti e le trattative offerte dal generale nemico. La proposta viene drasticamente rifiutata: 26 voti contrari contro solo 4 favorevoli. Casanova accetta la decisione e continua alla testa della difesa della città.

Ma la resistenza popolare non riesce a scongiurare la sconfitta e la repressione si abbatte su Catalunya: la Generalitat e il Consell de Cent vengono soppressi, così come tutte le istituzioni di autogoverno. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario vengono affidati ad un militare, il capitano generale (rappresentante del re sul territorio) e alla Reial Audiència, organo meramente consultivo. Inoltre con il Decreto di Nova Planta si dà inizio al progetto di uniformazione linguistica e culturale cancellando il catalano dagli atti giudiziari, dalla stampa e dalla scuola e sopprimendo le università catalane, nell’intento di imporre leggi, usi e costumi del Regno di Castiglia.

Nel libro d’entrata dell’ospedale della Santa Creu, l’11 settembre 1714 risulta l’ingresso di Casanova, già morto; in realtà, spiega Soldevila, si tratta di una notizia falsa volta a proteggere il comandante della Coronela dalla sicura rappresaglia. Ferito e inizialmente nascosto in città, Casanova riesce ad uscirne clandestinamente, rimanendo nascosto per alcuni anni.

La nuova amministrazione decide inoltre di costruire a Barcelona una fortezza militare, la Ciutadella, al quartiere della Ribera e rade al suolo perciò 896 case, all’epoca una quinta parte della città. Una distruzione che si somma ai considerevoli danni dei cannoneggiamenti dovuti all’assedio. Concepita come baluardo contro eventuali sollevazioni popolari, per gli abitanti di Barcelona la Ciutadella rappresenta fino al suo successivo abbattimento (tra il 1869 e il 1878) il simbolo più odiato dell’occupazione militare. Come sottolinea Albert Balcells nel suo ben documentato Llocs de memòria dels catalans è “chiaro che al contrario di un processo evolutivo, la costruzione del moderno stato spagnolo non fu né pacifica né naturale, come ancora continuano a sostenere i manuali di storia spagnoli”.

Perciò evocare la fraternità nel dibattito sull’indipendenza sembra nella migliore delle ipotesi un’ingenuità, se non una consapevole reinterpretazione delle vicende storiche della penisola condotta a proprio uso e consumo. Difficile trovarne nel secolo breve spagnolo, segnato dalla guerra civile, così come nei secoli precedenti, le benché minime tracce.

Un longevo opuscolo di Rovira i Virgili.

Nel 1916 il giovane tarragonino Antoni Rovira i Virgili pubblica Il Nazionalismo, opera con la quale comincia una riflessione sul tema destinata a protrarsi e approfondirsi nel corso di tutto il suo percorso politico e culturale. All’epoca collaboratore del servizio stampa della  Mancomunitat de Catalunya, l’autore definisce nell’opuscolo il proprio concetto di nazione e reclama l’attenzione sopra il suo popolo, dando alle stampe un libro che, pur esaurito in poche settimane a causa della ridotta edizione curata da La Revista e perciò scarsamente diffuso, risulta contenere opinioni e osservazioni destinate a vivere a lungo.

Il tema nazionale è all’ordine del giorno: la guerra scatenata dalle potenze imperialiste è in pieno svolgimento mentre in Catalunya la Mancomunitat, embrionale organo di autogoverno da poco istituito, sperimenta un importante compito di politica culturale e di intervento pubblico. Ma nel 1923 la Mancomunitat viene abolita dal generale Primo de Rivera, alla testa di una dittatura che oltre alla repressione sociale e al rinnovato impegno coloniale si caratterizza per un forte anticatalanismo. Rovira i Virgili non si perde d’animo e si imbarca nell’impresa della Revista de Catalunya ma è solo più tardi, con il nuovo scenario aperto dalla seconda repubblica (1931), che si presenta l’occasione di ripubblicare il lavoro del 1916. La nuova edizione esce al principio del 1932 per la casa editrice Barcino di Barcelona, con alcune revisioni ma soprattutto con un titolo diferente: “ho sostituito il titolo Il Nazionalismo con Il principio delle nazionalità perché da tempo la parola nazionalismo si è fortemente caratterizzata nell’accezione di sciovinismo, imperialismo ed egoísmo nazionale”.

L’autore si mostra ben consapevole delle due facce che può assumere il concetto di nazione, a seconda del contesto storico strumento di emancipazione dal dominio degli imperi o al contrario arma per l’asservimento dei popoli. In questo senso sottolinea che la nascita del concetto di nazionalismo, nel corso del XIX secolo, avviene sotto il segno rivendicativo dei popoli oppressi (è il caso dei cechi, degli irlandesi, dei greci opposti ai vecchi imperi). Oggi però secondo Rovira i Virgili: “ovunque ci si riferisce al nazionalismo francese, tedesco, italiano, polacco o serbo per indicare sentimenti e principi che non solo sono differenti bensì diametralmente opposti a quelli che proclamano il diritto dei popoli alla libertà”.

Il giovane intellettuale sottolinea chiaramente la duplicità del concetto di nazionalismo, mostrandone da un lato la faccia autoritaria, antidemocratica fino al razzismo, dall’altro il volto che invita all’emancipazione, al rispetto e alla pace tra i popoli. È la rivoluzione francese che secondo l’autore, proclamando i principi di libertà, favorisce inizialmente lo sviluppo della rivendicazione nazionale. Nonostante il centralismo giacobino “tutti o quasi tutti i popoli oppressi trovarono nelle idee rivoluzionarie lo strumento per combattere i tiranni”. Di più, secondo Rovira i Virgili il segno político della rivoluzione e persino dell’impero napoleonico, “il principio che la rivoluzione portava nelle proprie viscere era essenzialmente favorevole al principio delle nazionalità”. Perché “gli uomini della rivoluzione credevano che la dominazione dei popoli si equivaleva alla schiavitù degli uomini”.

Il contributo del giovane tarragonino al catalanismo di quegli anni si connota fin dall’inizio come democratico e radicalmente antiassolutista, presentando già i germi del movimento di liberazione nazionale, per l’indipendenza del proprio paese dall’impero. Come nel caso di Cuba, del Marocco, delle Filippine, di buona parte del centro e sud america, a lungo colonie spagnole.

In particolare in Il principio delle nazionalità troviamo una interessante riflessione sugli elementi costitutivi della nazione: “tra tutti gli elementi che formano la nazionalità è la lingua il più potente, il più influente, il più decisivo”. Siamo evidentemente lontani dal principio di nazionalità basata sul sangue e la terra: “è ben noto e assodato che non esistono razze pure, che tutti i popoli sono formati dalla miscela e incrocio di razze e che in un popolo si possono distinguere una moltitudine di tipi antropologici”. Se la diversità e la convivenza non preoccupano minimamente l’autore, al contrario “la perdita della lingua propria è un pericolo gravissimo per la sopravvivenza della nazionalità”. Altrettanto significativo è l’elemento della coscienza politica, rispetto al quale Rovira i Virgili si mostra categorico: “senza la coscienza nazionale il territorio è un paesaggio, la storia un fantasma, il diritto una routine e la lingua una varietà fonetica”.

Nel pensiero político dell’autore il dato della realtà nazionale di un popolo prevale sulla legge, sullo status quo e sull’ordinamento internazionale: costituisce una nazionalità ogni “popolo con carattere nazionale. Tanto se si è organizzato in uno stato proprio come se non lo ha fatto. Indipendentemente dal fatto che la propria personalità sia riconosciuta o no”. La vera condizione discriminante non è il riconoscimento esterno o la costruzione di istituzioni proprie quanto la coscienza di essere un soggetto politico.

Detto ciò l’autore è consapevole della varietà dei casi storici concreti, dai popoli che hanno perso quasi completamente l’uso della loro lingua ma non la combattività politica e la coscienza di sé (è il caso degli irlandesi) a quelli privi di unità linguistica (i finlandesi). Dai popoli il cui carattere nazionale è incerto o in formazione alle nazioni decadute. “La Slovacchia è una nazione o una regione della Boemia? La Slovenia è una nazione o una regione serbo-croata? L’Ucraina è una nazione o semplicemente una regione della Russia?” Davanti a queste contraddizioni lo studioso risponde con il pragmatismo: “La vita sociale è troppo complessa perché possa entrare tutta dentro degli stampi generali. I principi politici, e specialmente il principio di cui stiamo parlando è diciamo così una figura geometrica regolare, dalle linee simmetriche e gli angoli uguali. E i fatti reali presentano invece una irregolarità ricchissima e variegata”.

Ma la formula politica che propone per le nazionalità è ben definita. “Ogni nazione ha diritto a costituire uno stato indipendente o autonomo” intendendo nel secondo caso una piena autonomia. Lo stato nazionale può formare con un altro stato un organismo federale e conservare allo stesso tempo la propria sovranità. Il rischio più grande è però un regime federale di carattere regionalista nel quale la nazionalità sia inibita. “Un popolo che ha perduto la propria anima, che vive con l’anima di un altro popolo senza essersi fuso con quest’ultimo, costituisce un tragico caso di decadenza”. In definitiva è lo stato proprio lo strumento di maggiore garanzia per l’emancipazione nazionale e per lo sviluppo di un popolo.

Nonostante Il principio delle nazionalità non escluda a priori soluzioni organizzative sovranazionali e federali, sempre che siano espressione della volontà dei popoli, alcuni degli aspetti più significativi dell’opuscolo sembrano essersi sedimentati nel catalanismo odierno, che riconosce nazionalismi di segno differente e che si declina come movimento per l’indipendenza; che attribuisce grande importanza alla difesa della lingua e chiede di poter esprimere la propria volontà attraverso un referendum finora mai concesso dai governi spagnoli. Senza perdere di vista lo scenario internazionale e senza dimenticare la conclusione dell’autore secondo il quale “il vero internazionalismo è sovranazionale, non anti nazionale”.

Essere Països Catalans, secondo Joan Fuster.

L’invito più convincente a impiegare la definizione di Països Catalans si trova forse in Questió de noms, di Joan Fuster, uscito per le Edicions d’Aportació Catalana nel 1962, risultato dell’attenta riflessione che l’autore, dedito alla letteratura e alla critica, svolge allo stesso tempo attorno alla cultura del proprio paese. Nato a Sueca, un piccolo centro a sud di València, lo scrittore si forma nei difficili anni che seguono la guerra civile, quando “trovare un libro, non solo in català ma addirittura in castigliano, che non fosse mediocre era difficile” come sostiene nell’intervista rilasciata a Montserrat Roig nel 1977. Sebbene Questió de noms, opera già matura, non si inoltri sul terreno della politica bensì rimanga in quello storico e culturale, si tratta di un pamphlet denso di implicazioni scomode per il regime franchista.

La questione, spiega Fuster, nasce all’epoca della conquista delle Balears (1229) e del País Valencià (1245), quando il sovrano del Principato catalano Jaume I struttura le regioni appena strappate agli arabi in due regni separati. Dopo secoli di dominazione saracena si tratta di portarvi l’habitus culturale e il tessuto sociale caratteristico del Principato e dei regni cristiani della penisola. L’obbiettivo viene perseguito e raggiunto ripopolando le isole e il País Valencià con immigrati provenienti in gran parte da Catalunya. La persistente immigrazione, la permeabilità delle frontiere e soprattutto la lingua comune fanno si che valenziani e mallorquini si considerino catalani esattamente come gli abitanti del Principato. Lo scrittore Ramon Muntaner, contemporaneo di Dante e autore di un’importante cronaca delle vicende della corona e dell’espansione catalana, definisce gli abitanti del sud confinanti con Murcia, “catalani autentici” in grado di parlare un ricco e pregevole català.

Queste popolazioni sono ritenute catalane anche dall’estero, sia nel medio evo che nel rinascimento, senza alcuna distinzione regionale. Originari di Xàtiva (País Valencià), i Borgia sono conosciuti ovunque come catalani: Fuster ricorda che quando la famiglia arriva al soglio papale gli italiani esclamano: “O Dio, la Chiesa Romana in mano ai catalani”. E Alfonso Borgia, ossia Papa Callisto III, si definisce “Papa catalanus”. Ma gli esempi illustri, secondo l’autore, riposano su un dato di fatto fondamentale: la lingua comune, che fa si che gli abitanti delle Balears, del País Valencià e del Principato si sentano un solo popolo.

Malgrado risponda a un’esigenza giuridico-amministrativa, la creazione e il consolidamento dei regni separati apre la strada all’uso di denominazioni locali: soprattutto riguardo agli affari interni alla corona si comincia a fare riferimento a valenziani e mallorquini. Ciò significa che la unità catalana si articola in rami diversi. Favorito dalle strutture statali e amministrative, comincia a svilupparsi un certo orgoglio regionale (non solo al País Valencià e alle Balears ma anche a Catalunya) e quello che era un solo popolo inizia a differenziarsi. Il dato strutturale dell’unità della lingua non cambia: quello che cambia è la consapevolezza di tale unità, che perde terreno a beneficio di una progressiva regionalizzazione.

Secondo Fuster catalani diviene una parola ambigua: in primo luogo perché ci sono catalani più catalani degli altri (gli abitanti del Principato, cioè della Catalunya in senso stretto, che non perdono il proprio appellativo); in secondo luogo perché il termine allude contemporaneamente sia a una parte che all’insieme della popolazione. Solo l’impiego di un nome in grado di abbracciare contemporaneamente le isole, il País Valencià e il Principato potrebbe contrastare la diffusione delle denominazioni regionali. Ma all’epoca un nome simile non esiste.

E le testimonianze della sopravvivenza dell’antico uso della parola catalani sono ancora numerose: Anselm Turmeda afferma nella sua Disputa de l’ase (1417) di “essere di nazionalità catalana e nato a Mallorca”. È solo attorno all’inizio del XVII secolo che, come attestano varie voci tra cui quella del cronista Gaspar Escolano, mallorquini, valenziani e abitanti del Principato si allontanano tanto da portare alla nascita di forme dialettali inedite, in grado di intaccare l’unità della lingua e accentuare le differenze. La memoria dell’unità non si cancella ma la coscienza di essere un solo popolo si incrina.

Tra il XVI e il XIX secolo il particolarismo si rafforza: a differenza del passato gli eruditi dell’epoca rivendicano l’esistenza di lingue regionali differenti l’una dall’altra.  L’abbaglio che porta a  scambiare il català originario per il provenzale non facilita la chiarezza e si arriva a coniare definizioni fantasiose come quella di bacavès per indicare la lingua delle Baleari, Catalunya e  País Valencià. A questo proposito il celebre scrittore Salvador Espriu propone ironicamente il rosalbacavès, in modo da includere nella definizione anche gli abitanti del Rosselló e di Alghero (dove il català conserva una comunità di parlanti). La creazione eclettica di etichette più o meno fantasiose, priva di serie basi culturali, si rivela presto impraticabile ed effimera.

Mostrando ai catalani il loro passato comune, gli uomini della renaixença tornano a fare del català una lingua letteraria. Se da un lato affermano lo studio erudito del vernacolo, dall’altro riportano in auge l’idea dell’unità della lingua e conseguentemente dei caratteri storici catalani. È all’inizio del XX secolo, afferma l’autore, che al Principato così come alle Balears e al País Valencià sorgono gruppi che si dicono pancatalanisti e che aspirano apertamente a ricostituire la precedente unità. A partire da questo momento il localismo perde terreno, le pubblicazioni in català aumentano e la popolazione considera sempre più normale riferirsi alla lingua catalana come al proprio idioma materno. Parallelamente si impiega la definizione di grande Catalunya per indicare tutti i territori di lingua catalana e semplicemente Catalunya per indicare il Principato.

Ma per Fuster la definizione migliore dell’insieme dei luoghi in cui si parla il català  è quella di Països Catalans. Da un lato perché si è largamente affermata negli ultimi decenni; dall’altro perché si tratta di un nome plurale, che accoglie e salva i particolarismi e le differenze, che ci sono, senza negarle. Si tratta, sostiene l’intellettuale di Sueca, di impiegare sistematicamente la nuova definizione, sostituendo alla terminología affermatasi nel periodo della disgregazione della coscienza nazionale catalana un lessico adeguato a ricostruirla. Nella convinzione che sia  necessario un profondo e lungo processo di trasformazione sociale parallelo e coerente con l’impiego del nuovo vocabolario. Nel frattempo però Països Catalans è il termine più opportuno di cui servirsi, perché riflette l’unità nella differenza e nella pluralità che caratterizza il popolo catalano.

Secondo il musicista e deputato indipendentista Lluís Llach, “Fuster ci ha insegnato un’altra maniera di essere catalani […] ci ha aperto le porte per una catalanità molto più complessa, ampia, plurale e molto meno egoista”, come dichiara nel documentario Ser Joan Fuster (ovvero Essere Joan Fuster) realizzato nel 2008 dall’Univeristà di València.

Se da un lato il contributo dell’intellettuale di Sueca alla crescita della coscienza nazionale del proprio paese gli assicura il riconoscimento e l’ammirazione diffusa soprattutto tra i giovani, dall’altro gli vale l’odio dei nostalgici del fascismo spagnolo, l’attentato esplosivo del novembre del 1978 e quello dell’11 settembre del 1981, quando due bombe piazzate da ignoti danneggiano la sua abitazione senza ferirlo. Ciononostante l’influenza di Joan Fuster nella società e nella cultura civile e politica catalana si è enormemente diffusa, così come l’uso del termine Països Catalans, forse il suo lascito più significativo.

Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans.

I Països Catalans non sono riportati dagli atlanti geografici né compresi nella lista degli stati riconosciuti dall’ONU però rappresentano una realtà storico-culturale e allo stesso tempo un progetto político ben radicato nei territori di lingua catalana. Tanto che Joan-Lluís Lluís ne ha composto un dizionario di luoghi immaginari: città, villaggi, isole, monasteri, montagne e località sperdute che esistono solo nell’invenzione letteraria ma che allo stesso tempo fanno inequivocabilmente parte dei Països Catalans.

Un dizionario di luoghi immaginari per un paese che non esiste come entità statale ma in grado di disegnare una mappa sorprendente: 627 luoghi descritti da 380 scrittori (non solo catalani bensì spagnoli, francesi, inglesi e tedeschi) formano una geografia catalana virtuale ma non per questo meno interessante. Nel presentarli in scrupoloso ordine alfabetico l’autore ne fornisce soltanto le informazioni che si possono ricavare dalla lettura dei testi corrispondenti, senza aggiungere altri dati, anche e soprattutto nei casi in cui sono evidenti le somiglianze con una città o una località reale che può essere individuata più o meno facilmente. Indovinare se il luogo in questione è davvero immaginario o al contrario nasconde un paesaggio conosciuto è un divertente e implicito esercizio offerto al lettore. Ma oltre allo svago il dizionario consente una vera e propria immersione nella cultura del paese, rivelandone tic caratteristici accanto ad altri poco noti, ripassando la tradizione popolare e lasciando emergere la capacità di mettersi in scena e di raccontarsi di un popolo ancora senza stato.

Nato a Perpinyà nel 1963, Joan-Lluís Lluís è autore di diversi racconti tra cui El dia de l’ós, Aiguafang, Les cròniques del déu coix che gli hanno valso il costante riconoscimento della critica e ne hanno fatto un esponente tra i più in vista nella cerchia degli autori nati in Francia ma che scrivono in català. Nell’introduzione a Il dizionario dei luoghi immaginari dei Països Catalans, edito nel 2006 da La Magrana, l’autore ne riassume la genesi: quando nel 1998 si trasferisce a Terrats, un villaggio del Rosselló, viene a conoscenza di un proverbio locale che ricorda Mirmanda, una città leggendaria, già ricca e fiorente ben prima della fondazione di Barcelona, che sarebbe sorta nei dintorni. Incuriosito dalla credenza diffusa tra i vignaioli e gli abitanti del villaggio, Joan-Lluís Lluís si mette alla ricerca di notizie finché trova la buona pista: Mirmanda compare nientemeno che in Canigó, il poema scritto da Jacint Verdaguer nel 1886 e assunto a uno dei simboli della cultura catalana e del rinascimento letterario del paese. Nell’opera la città, costruita da alcuni giganti e arricchita da un colossale palazzo reale, è abitata da streghe e fate governate da una Regina. Visibile solo repentinamente quando il viandante si trova già alle sue porte, Mirmanda custodisce un tesoro: uno specchio che ha il potere di far innamorare chiunque vi getti lo sguardo. La curiosità per la città mitica, assieme all’esame dei testi letterari su Perpinyà svolto in quel periodo, portano l’autore ad allargare la propria ricerca fino a proporsi la stesura di un dizionario.

Da Acrollam, la prima voce della raccolta, alla Zona Extralimitada, ultimo luogo preso in rassegna, ci si imbatte in una caleidoscopica successione di angoli geografici e letterari. Al centro dell’urbanizzazione Konsum si trova l’Hotel Confort, una struttura alberghiera dove si persegue la robotizzazione del personale, invitato a mettere da parte la propria coscienza ed agire come una macchina calcolatrice, rispettando il silenzio (primo articolo del regolamento) e obbedendo ciecamente agli ordini (articolo numero due). La inflessibile disciplina dell’hotel, descritta da Joana Raspall in Konsum S.A. (1978), fa acqua perché una rivolta dei lavoratori ne mette in pericolo la stessa esistenza.

Tappa imprescindibile nello straniante viaggio attraverso i Països Catalans letterari è l’Isola di Giuda, descritta nel 1950 da Joan Amades in Rondallística (Folklore de Catalunya vol.I). Dalle ridotte dimensioni, l’isola va e viene secondo un moto interno indecifrabile, navigando ininterrottamente e apparendo all’improvviso in questo o quell’angolo del mare aperto. La sua funzione consiste nel lasciare a Giuda la possibilità di uscire dall’inferno per 24 ore, respirando aria pura e rigenerante. L’isola compare il sabato a mezzanotte in punto, accompagnata sempre dal bel tempo. Si riconosce facilmente perché Giuda vi si aggira solo, alto come un gigante, tutto nudo e ricoperto interamente di pelo. I marinai che vi si imbattono hanno la fortuna di poter ascoltare direttamente dalla sua voce le cattive azioni del discepolo traditore, che non si fa pregare per dispiegare la propria capacità affabulatoria.

La stessa qualità non manca agli abitanti della Torre de Verbàlia, un’alta struttura circondata da scale disegnate da Escher, che ospita un ascensore in perenne movimento. All’interno dell’angusta cabina vivono sette personaggi, ciascuno dei quali è contemporaneamente uomo e donna ma che si distinguono per la loro specialità: si tratta di un o una artista, un o una enigmista, uno scrittore o una scrittrice, un giocatore o una giocatrice, un mistico o una mistica, un pedagogo o una pedagogga, un o una giornalista. Secondo quanto scrive Màrius Serra nel suo Verbàlia (2000), nel corso del loro andirivieni verticale i sette si dedicano a modellare, stravolgere, rovesciare e fondere il linguaggio allo scopo di farne un gioco, la ludolinguistica, trasformandolo contemporaneamente nel loro alimento primario.

Non tutti i luoghi descritti nel dizionario sono modelli di collaborazione pacifica: a Clotdecuc il governo ha deciso di espropriare gli abitanti e sommergere il paese per costruire un enorme bacino. In Hora foscant a la ribera (1991) Josep Espunyes narra che i cittadini sembrano rassegnati a lasciare le loro case e alla sparizione del paese e dei luoghi che gli hanno accompagnati per tutta la vita ma appena cominciano i lavori per la realizzazione del progetto si verificano degli attentati dinamitardi che palesano la presenza di alcuni ribelli. I caffè del paese si trasformano in altrettante agorà dove si dibattono le ragioni degli uni e degli altri finché il movimento di protesta cresce tanto da riuscire a bloccare la realizzazione dei lavori e, nonostante l’intervento della polizia, salvare il paese dall’inondazione. Impossibile non pensare ad un gemellaggio, certamente immaginario, tra Clotdecuc e la Val di Susa difesa dai NO TAV e dal sabotatore Erri De Luca.

La popolazione discute con fervore anche a Binialutx, un piccolo paese di un’isola non identificata dove prima della guerra civile ogni partito politico aveva il proprio caffè. La portata della tradizione repubblicana locale non sfugge ai governanti del nuovo regime che dopo il 1939 vi inviano un reparto di guardie e di falangisti, senza immaginare le difficoltà che vi avrebbero incontrato, almeno secondo il racconto di Antoni-Lluc Ferrer Adéu, turons, adéu (1982).

La sensazione che il paese, sia pure fantastico, non sia facile da governare, viene rafforzata dalla lettura di Gori di J. N. Santaeulàlia (1990): a Vilauba, nella Catalunya pre-pirenaica, cominciano a concentrarsi alcuni giovani che rifiutano radicalmente il modello di vita basato sul consumo e sul lavoro. I cosiddetti cavernicoli si accampano in montagna nei dintorni della Grotta dell’Orso e cominciano ad esercitare una forte attrazione sui coetanei, espandendosi tanto da indurre il governo a dichiarare lo stato d’assedio in tutta la regione. Ma una parte dei giovani riesce ad installarsi dall’altro lato dei Pirenei e diffondere a poco a poco il proprio messaggio in tutta Europa.

Un eremita solitario stabilitosi in una casa di legno, sulla cima delle montagne attorno al villaggio di Rialda, è invece il protagonista di Només el miratge (1956) di Fèlix Cucurull. Se si eccettua la vicenda di alcuni repubblicani che avevano dovuto esiliarsi attraversando la vicina frontiera con la Francia, secondo l’autore il paese aveva trascorso gli anni del dopoguerra nella più monotona tranquillità. Finché compare un eremita avvolto dal mistero a incuriosire gli abitanti.

Benaura è un paese raso al suolo da un attacco extraterrestre nel corso del quale sopravvivono solo Dídac, un bambino di origine africana e Alba, una ragazza di qualche anno più grande. La vicenda è narrata da Manuel De Pedrolo in Mecanoscrit del segon origen (1974) del quale esiste la traduzione italiana di Patrizio Rigobon (Seconda origene, Atmosphere, 2011). Dopo aver constatato la dimensione apocalittica della distruzione, che non ha risparmiato le città vicine e dopo aver verificato l’assenza di superstiti, i due giovani cominciano a costruire un rifugio che assomigli a una casa e a guardare al loro futuro in una prospettiva diversa. Soli sulla faccia della Terra, si accorgono che le attività più banali così come come studiare la storia, apprendere alcuni rudimenti di medicina, cucinare o divertirsi, si rivelano allo stesso tempo più complicate e più autentiche.

Qualsiasi rassegna parziale dei luoghi immaginari sembra un’approssimazione tutt’altro che esaustiva al lavoro di Joan-Lluís Lluís, perché il dizionario è un’autentica e pressoché inesauribile miniera di curiosità letterarie, notizie, scoperte e spunti di ricerca, oltre che una straordinaria testimonianza della passione dell’autore per la letteratura e per i Països Catalans. Ed è soprattutto, come dichiara esplicitamente lo scrittore “un modo perché questo paese, il mio, sia giustamente un po’ più reale”.

11 settembre 2016.

L’undici settembre si celebra la diada, il giorno in cui Catalunya perde le proprie itituzioni e viene sconfitta e sottomessa al Borbone (1714), data che inaugura un lungo percorso di repressione e anticatalanismo che caratterizzerà i governi del Regno di Spagna.

Oltre alla tradizionale celebrazione, quest’anno la festa nazionale ha assunto un significato particolare: da un lato si trattava del primo 11 settembre segnato dalla presenza di una maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano; dall’altro si ricordavano i 40 anni dalla prima diada successiva alla morte di Franco, organizzata dalle forze democratiche, della sinistra e repubblicane a Sant Boi a causa del divieto di manifestare a Barcelona, svoltasi in un clima ancora caratterizzato dalla repressione e ricordata per lo slogan che la prudenza non ci faccia traditori.

Quest’anno la festa si articolava in cinque manifestazioni organizzate a Barcelona, Berga, Lleida, Salt e Tarragona, all’insegna di un percorso pensato per portare il popolo di Catalunya a dichiarare la Repubblica e l’indipendenza. I mezzi di comunicazione spagnoli hanno già sentenziato che i manifestanti sono stati meno degli anni precedenti, in ogni caso non sotto le 800.000 persone, ma la misura della partecipazione popolare risulta più chiara se svolgiamo una semplice proporzione. Se si considera che Catalunya conta sette milioni e mezzo di abitanti risulta che oltre il 1o% della popolazione è sceso in piazza a manifestare. Per raggiungere una partecipazione simile in Spagna (46 milioni di abitanti) dovrebbero svolgersi concentrazioni di circa cinque milioni di persone, cosa che non è accaduta mai. L’obbiettività di molti giornali spagnoli in merito al tema Catalunya è come minimo messa in dubbio da valutazioni simili.

Nonostante il successo della diada del 2016, il processo verso l’indipendenza sembra svolgersi lungo un percorso ancora insidioso. Il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha ribadito dai microfoni di Catalunya Ràdio la bontà del referendum, finora sempre negato dallo stato spagnolo, inteso come lo strumento più adatto perché i catalani possano finalmente esprimersi sull’indipendenza. Se lo stato seguirà nel divieto, l’attuale Governo della Generalitat, sostiene Puigdemont, porterà comunque a termine il mandato ricevuto dalle urne: ciò vuol dire che convocherà un referendum, “lo faremo se è fattibile, non solo se à accordato con lo stato” o indirà elezioni di natura costituente, entro il settembre del prossimo anno.

Malgrado le differenze che gli impediscono di formare un governo in Spagna (le elezioni del dicembre 2015 e del giugno 2016 non sono state sufficienti per formare una maggioranza) Partido Popular, Psoe e Ciutadans, sembrano un blocco monolitico nel rifiuto del referendum a Catalunya. E la volontà di non lasciare esprimere democraticamente i catalani è certamente una delle cause del blocco in cui si trova il sistema politico spagnolo: se il Psoe si sommasse ai partiti favorevoli al referendum si avrebbe già una maggioranza di governo.

Tanta ostinazione non si comprende anche perché il risultato di una consulta popolare non sarebbe così scontato: gli elettori di Podemos per esempio si ripartirebbero tra i favorevoli e i contrari all’indipendenza in una proporzione che non conosciamo. La formazione di Pablo Iglesias mantiene una posizione quantomeno ambigua in merito, sostenendo contemporaneamente il diritto a decidere dei catalani e il rifiuto di dichiarazioni o scelte unilaterali che portino all’indipendenza. Stupisce tanta prudenza riguardo al principio di autodeterminazione dei popoli e alla repubblica, temi che dovrebbero far parte del patrimonio politico di qualsiasi partito di sinistra, tanto più se di ispirazione marxista. Mentre accusa più o meno apertamente la sinistra catalana di nazionalismo, di fatto è Podemos a essere schierato con i partiti nazionalisti spagnoli più conservatori.

Altra difficoltà sulla strada della costruzione della Repubblica sembra la causa che il Tribunale Costituzionale ha istruito contro Carme Forcadell, Presidente del Parlamento catalano, rea di aver autorizzato il dibattito in aula sul processo costituente e sulla disconnessione dallo stato spagnolo. A questo proposito, Puigdemont ha sostenuto nella stessa intervista che, a dispetto di una eventuale inabilitazione decisa dal Tribunale, Carme Forcadell continuerebbe in ogni caso a rivestire la carica di Presidente del Parlamento, essendo la camera elettiva la sola istituzione che può deciderne la destituzione. Interrogato sulla portata politica di un atto di disobbedienza quale il non riconoscimento della condanna del Tribunale, Puigdemont ha affermato che il primo a disobbedire al popolo di Catalunya è lo stato spagnolo: è quest’ultimo che non rispetta il risultato delle elezioni del 27 settembre 2015, dalle quali è scaturito il mandato a portare a termine il lungo cammino verso l’indipendenza e la proclamazione della Repubblica.

Catalunya, «che fare»?

Camallera, comune di circa 800 abitanti, agosto 2016, cinema Sonora, temperatura attorno ai 35 gradi: tre rappresentanti dei diversi partiti della sinistra catalana attorno a un tavolo e più di un centinaio di persone che assistono al confronto. La foto di Camallera è un ritratto della Catalunya odierna, i cui tratti politico-culturali emergono nel corso del dibattito fino a ricomporre l’immagine di un paese nel bel mezzo di un processo di cambiamento che le diverse anime della sinistra considerano di natura costituente.

A partire da questa valutazione condivisa però, le sfumature nelle diverse prospettive strategiche disegnano un quadro complesso dal quale non sembra ancora emergere una proposta unitaria in grado di rispondere alla questione del “che fare”, tema del dibattito organizzato nell’ambito della manifestazione della “Repubblica delle parole critiche”.

Che fare dunque? Joan Tardà, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) non esita a esplicitare la propria proposta: proclamare la Repubblica catalana al più presto e redistribuire la ricchezza. Pur non essendo alle porte di una rivoluzione socialista, la Repubblica significherebbe una battuta d’arresto per le politiche neoliberiste, un’inversione di tendenza  in un certo senso rivoluzionaria, se comparata alle politiche economiche dei governi degli ultimi anni. Inoltre il processo di cambiamento in Catalunya innescherebbe una crisi generalizzata al resto della Spagna, aprendo uno scenario di trasformazione che tutta la sinistra della penisola, non solo quella catalana, dovrebbe guardare con favore. In questa prospettiva proclamare la Repubblica in Catalunya significa portare il cambiamento in tutta la Spagna, scuotendo i fondamenti del patto costituzionale del 1978, ormai esaurito.

Eulàlia Reguant, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), sviluppa la propria riflessione ricordando l’esperienza unitaria degli indignati, alla quale a suo tempo ha partecipato tutta la sinistra radicale spagnola e che ha rappresentato un movimento eminentemente critico, in certo modo caratterizzato soprattutto dal momento distruttivo. Oggi sarebbe logico che la sinistra si trovasse ancora unita, sebbene in un momento più costruttivo (segnato dall’affermazione della maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano) impegnandosi a portare nel processo di creazione del nuovo stato la critica al capitalismo, la coscienza femminista e la sensibilità ecologista che la contraddistinguono.

In línea con il proprio partito, che pur partecipando alla commissione parlamentare sul processo costituente non ne ha votato la risoluzione di disconnessione dallo stato spagnolo, il deputato dell’articolazione catalana di Podemos Xavi Domènech tira il freno, non condividendo lo scenario di cambiamento disegnato da Tardà e Reguant. La sua risposta al “che fare” è un vero e proprio invito a non precipitare gli eventi, atteggiamento curioso in un rappresentante di un gruppo che si proclama garante del cambiamento radicale. I sogni, argomenta Domènech, non si realizzano in breve tempo né facilmente, lasciando intendere che l’indipendenza e la Repubblica sono obbiettivi lontani. Quello che dice apertamente invece è che non intende appiattire il proprio discorso soltanto sul tema del nuovo stato: non si può mettere in secondo piano la crisi di sistema, sociale ed ecologica degli ultimi anni. Davanti a queste contraddizioni, non è detto che un nuovo stato renda più liberi i cittadini, né assicuri una prospettiva di emancipazione e di crescita del loro potere.

Alle perplessità espresse da Domènech risponde Tardà: «nella Repubblica che costruiremo firmeremo il TTIP o no? Avremo un modello pensionistico privato o uno sostenuto dallo Stato?  Costruiremo una scuola privata e confessionale o una pubblica e laica? Avremo un esercito di professionisti, una milizia popolare repubblicana o non avremo esercito? Tutto ciò dipende da chi eserciterà l’egemonia nel processo costituente». Che aspetta Podemos, sembra dire, a sommarsi al processo? E prosegue interrogando Domènech e i presenti: «perché le grandi istituzioni finanziarie spagnole e catalane, così come l’associazione della grande imprenditoria catalana, sono radicalmente contrarie alla creazione della nuova Repubblica? Perché l’oligarchia catalana e spagnola sa perfettamente che la Repubblica attaccherà le sue posizioni di privilegio». Per questo, è l’invito implicito a Podemos, le varie anime della sinistra dovrebbero lavorare assieme e assicurarsi l’egemonia nel processo di costruzione della Repubblica. Tanto più che l’oligarchia farà di tutto per difendere lo status quo, avverte Tardà, ricorrendo se necessario a qualsiasi mezzo, nessuno escluso: davanti alla risposta repressiva del potere la sinistra sarà giocoforza schierata dalla stessa parte.

Reguant intende la natura dei dubbi sollevati da Domènech e sottolinea che il cambiamento radicale della società non può esaurirsi nella mera conquista della maggioranza parlamentare ma deve accompagnarsi a un processo di autorganizzazione popolare che restituisca la sovranità alle classi popolari, rendendole protagoniste delle scelte economiche, ecologiche, alimentari e riproduttive. Per raggiungere l’obbiettivo però, le sinistre devono unirsi perché «se partecipiamo uniti l’egemonia sarà nostra».

Quando Domènech sottolinea che al processo costituente partecipa una forza borghese con la quale non intende mischiarsi (il Partit Demòcrata Català) Tardà risponde per le rime ricordando che a Barcelona la coalizione alla quale partecipa Podemos «è già venuta a patti, dopo pochi mesi dalla vittoria alle comunali, con il PSOE più corrotto degli ultimi decenni, deludendo le aspettative di cambiamento». Chi non smette di lavorare per il ponte a sinistra è Reguant che invita alla critica costruttiva, intesa come un’occasione per conoscere meglio i propri interlocutori.

Il processo costituente passa ora per la festa nazionale dell’’11 settembre e per la mozione di fiducia al governo della Generalitat, momento di verifica dell’unità delle forze indipendentiste, preliminare per ogni altra iniziativa volta alla costruzione della Repubblica. Volendo scomodare un illustre antecedente quale Mario Tronti e parafrasando il suo scritto Lenin in Inghilterra, la strada di un Lenin in Catalunya, sebbene si dispieghi su un terreno più classico e perfino ortodosso (il diritto all’autodeterminazione dei popoli) non sembra ancora affatto spianata.

Una storia degli anni ’70.

Tra la biografia e il saggio storico, Memòries d’un rebel di Frederic Bentanachs costituisce una testimonianza che, sebbene talvolta non riesca a passare dalla rievocazione personale alla riflessione più ampia, ha però il merito di catapultare il lettore negli anni turbolenti del tramonto del franchismo e della cosiddetta transizione alla democrazia, ricostruendoli secondo un punto di vista critico che ne smentisce la idillica versione ufficiale.

Nato nel 1956 in un piccolo paese della Catalunya centrale, Bentanachs rievoca l’atmosfera repressiva del regime degli anni ’60, che segna la crescita personale, ancora prima che politica, dell’autore: «il castigliano era obbligatorio per tutti e il catalano semplicemente proibito». Il controllo del regime si estende in quel momento a tutti gli ambiti della vita sociale: «Per dimostrare di aver assistito alla messa della domenica, dovevo portare a scuola ogni lunedi il foglio parrocchiale». Il franchismo è agli sgoccioli ma non per questo attenua i suoi tratti repressivi (basti pensare che l’ultima condanna a morte, quella del militante anarchico Salvador Puig Antich, viene eseguita nel 1974).

Figlio di un ex-combattente repubblicano, cresciuto sotto l’influenza della forte personalità della nonna (membro di Estat Català) nella cui casa di Barcelona matura una precoce consapevolezza politica, l’autore respira nell’ambiente familiare un sentimento di sconfitta e una curiosità per il maggio ‘68 che agiscono come una miccia. Già da giovanissimo si rende consapevole della doppia oppressione, nazionale e di classe, che soffre il popolo catalano e contro la quale impronta tutto il suo percorso politico. Tra il 1975 e il 1979 milita nell’organizzazione giovanile del Partit Socialista d’Alliberament Nacional-Provisional (PSAN-p) e nel sindacato rivoluzionario, nel quale vive le prime esperienze politiche, fino a partecipare alle attività del nucleo embrionale di Terra Lliure, organizzazione  armata per il socialismo e l’indipendenza dei Països Catalans.

Bentanachs ricorda che tre anni dopo la morte del dittatore «la Spagna non aveva approvato una costituzione borghese, piú o meno democratica; e ancora vigevano le leggi delle Corts franchiste». L’undici settembre del 1978 la manifestazione che si svolge a Barcelona per celebrare la festa nazionale di Catalunya si rivela drammatica. Nel corso degli scontri la polizia spara e uccide un manifestante sotto gli occhi dell’autore: «…mentre Gustau Muñoz cercava di dileguarsi, da un gruppo della brigata político-sociale gli spararono alla schiena. Barcollando e sanguinante cercò di arrivare fino al carrer Ferran, dove tentammo di aiutarlo portandolo al riparo dentro un portone».

Il processo di transizione alla democrazia non significa la fine del franchismo, che sopravvive nei settori chiave dell’apparato statale. Sconfiggere il fascismo, costruire uno stato indipendente e socialista, diventa l’obbiettivo di Bentanachs e di una parte minoritaria, ma dal rilevante peso specifico, della sua generazione. Assieme ad altri cinque giovani, Bentanachs parte alla volta del paese basco per ricevere un addestramento militare che la vicinanza ideologica e la solidarietà tra il nazionalismo basco e quello catalano rendevano possibile. In Euskadi i cinque incrociano la strada di ETA e toccano con mano per la prima volta l’esperienza drammatica della clandestinità. “Txomin”, responsabile politico e militare di ETA, gli avverte: «Avete un anno di vita; può accadere che in un arco di tempo di due o tre mesi qualcuno di voi muoia o che finisca in carcere».

Di ritorno a Barcelona il gruppo programma l’assalto a un furgone blindato in modo da procurarsi il denaro necessario a finanziare la lotta ma l’azione si rivela un fallimento e si conclude con la morte di uno dei membri del nucleo: Martí Marcó. La riflessione dell’autore è amara: «Il film della favola dei ragazzi che volevano giocare alla rivoluzione finisce in una sola notte. Improvvisamente ci trovammo con un compagno in clandestinità, un morto, armi, un appartamento vuoto, un covo e un debito con ETA. L’utopia era finita».

Secondo Bentanachs il debito si sostanziava in un paio di azioni che i militanti baschi avevano chiesto fossero rivendicate a loro nome e dirette contro gli interessi francesi in Spagna. Per questo il gruppo progetta gli attentati contro una concessionaria Renault e un centro commerciale Carrefour a Barcelona. Felix Goñi e Quim Pelegrí si incaricano di piazzare una bomba alla concessionaria mentre Griselda Pineda e Bentanachs fanno da gruppo di appoggio. All’una di notte, trasportando un ordigno esplosivo alla concessionaria, Felix Goñi salta in aria e muore.

Tre giorni dopo la polizia arresta Bentanachs e lo porta al commissariato della Via Laietana di Barcelona dove per una settimana viene tenuto in isolamento e torturato: «cercarono di soffocarmi con una borsa di plastica, mi colpirono con una coperta bagnata e con un casco in testa mi picchiarono con una spranga di ferro […]. Non mi lasciarono dormire per ore e mi appesero a quella che chiamavano sbarra democratica. Spogliato e ammanettato ti appendevano e ti picchiavano i piedi». Con il sostegno della famiglia e degli amici di Sanaüja, il paese di origine, inizia il soggiorno nelle carceri spagnole, prima alla Model di Barcelona, entrando a far parte di un popolo di prigionieri politici che il carcere intenta rendere invisibili e spogliare della propria dignità.

Dopo aver partecipato a una rivolta viene trasferito a Carabanchel, dove si integra nel collettivo di ETA-m: «i milis ci trattavano come se fossimo dei loro, eravamo riconosciuti nelle assemblee come militanti a pieno titolo, con diritto di parola e di voto». Con i prigionieri di ETA-m condivide la vita quotidiana, le lotte interne al carcere e lo sciopero della fame. Contemporaneamente Terra Lliure mette a segno le azioni piú importanti contro lo stato spagnolo in Catalunya. La condanna a quattordici anni chiesta dal pubblico ministero è una vera e propria doccia fredda. È accusato di rapina, intimidazione, strage premeditata, possesso d’armi da guerra, possesso d’esplosivo e rinviato a giudizio il 20 febbraio 1981. La sentenza di condanna è inaspettatamente piú favorevole delle previsioni: quattro anni. È la pena per aver preso parte, come scrivono i giudici, a «una organizzazione armata strutturata gerarchicamente, che attraverso il ricorso alla violenza pretendeva raggiungere l’indipendenza della Catalunya in un regime socialista».

Uscito dal carcere nel 1982, l’autore partecipa alle vicende del Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e dell’indipendentismo catalano degli anni’80 e ’90 dalla seconda linea. Anche per questo il libro tratta questi anni superficialmente, peraltro senza approfondire né l’analisi della composizione sociale del movimento né la storia di Terra Lliure.

Ciò che invece viene messo a fuoco in maniera più convincente è il passaggio dal franchismo al regime democratico: per Bentanachs l’avvento della democrazia è poco meno di un inganno, dal momento che il fascismo spagnolo non viene sconfitto sul campo di battaglia ma semplicemente accetta di venire a patti in seguito alla morte di Franco. Si tratta di uno sguardo  differente sulla transizione spagnola, un processo spesso indicato dalla vulgata dominante dei politologi come esemplare, in grado di portare in modo indolore dal fascismo alla democrazia. Ma davvero è stato cosi? E un regime nel quale la polizia puó impunemente torturare nelle proprie caserme, come testimonia l’autore, puó definirsi democratico? Non fosse che per il fatto di sollevare questi interrogativi, il libro vale la pena.

Così come vale la pena la riflessione sul significato della propria esperienza di lotta e sul senso di alcune parole come ad esempio terrorista. Bentanachs non vuole sfuggire alle proprie responsabilità bensí inserirle nel giusto contesto storico: «Sono ben cosciente che per tutto quello che ho spiegato nel libro, daccordo con la terminología di moda oggi sono stato un terrorista e che inoltre questa parola provoca orrore e rigetto […]. Peró a parte queste considerazioni, senza dubbio generalizzazioni prodotte dal pensiero unico […] qualsiasi embrione di lotta per la libertà e la giustizia sociale deve scontrarsi con il sistema…». Terrorista è un epiteto che i vincitori, coloro che si mantengono al potere, lanciano contro gli sconfitti ma che si potrebbe rivolgere anche a molti stati, «o è che le bombe della NATO non uccidono esseri umani innocenti? O è che le multinazionali non fanno terrorismo ecologico per espandere le proprie attività inquinanti; o è che i consigli d’amministrazione di banche e grandi industrie non fanno terrorismo, facendo firmare alla classe operaia impoverita contratti da fame…».

Se nel modo di raccontare la propria storia, dichiaratamente di parte, non troviamo la pretesa dell’obbiettività e la profondità dell’analisi (tipiche del saggio storico) dal racconto di Bentanachs emerge invece in maniera evidente un’altra qualità: lautenticità del personaggio e della propria versione dei fatti.

Badia i Margarit e il posto del català tra le lingue romanze.

Edito nel 1964, Llengua i cultura als Països Catalans di A.M. Badia i Margarit propone una serie di interventi pronunciati in conferenze o apparsi in riviste e volumi dei primi anni’60, quando all’Università di Barcelona non è permesso insegnare in català e ancora non esiste la cattedra di Lingua e letteratura catalana. Dopo l’assemblea del Paranimf (1957) i giovani universitari arrivano a costituire un’organizzazione studentesca autonoma  del tutto svincolata dal sindacato del regime (1965). Negli stessi anni l’autore insegna Grammatica storica della lingua spagnola, cattedra dalla quale si adopra per introdurre il català nell’università, cominciando a riunirsi con gli studenti. In pieno processo di transizione alla democrazia, nel 1978 Badia i Margarit viene eletto Rettore dell’Università di Barcelona, carica che interpreta all’insegna della democratizzazione dell’istituzione e della diffusione del català in tutti gli ambiti della vita collettiva.

Nel corso del suo lungo percorso di studi si dedica in particolare alla geografia linguistica e alla linguistica storica, soprattutto catalana, scrivendo numerosi saggi. In questa prospettiva si inseriscono gli studi di Llengua i cultura als Països Catalans, la cui lettura mostra da una parte il posto occupato dal català nella storia della formazione delle lingue romanze, dall’altra rappresenta un efficace antidoto contro le semplificazioni interessate e gli atteggiamenti di pretesa superiorità che talvolta emergono nel dibattito sulle lingue della penisola iberica.

Secondo l’autore il català si forma, come nel caso delle altre lingue romanze,  a partire dalla disgregazione dell’impero di Roma e dalla trasformazione del latino, che nelle diverse regioni europee segue linee evolutive differenti. La riflessione di Badia i Margarit si sviluppa dall’assunto secondo il quale il latino dell’epoca (nella versione parlata già distinto dalla lingua del foro romano) muta in modo diverso a seconda della maggiore o minore influenza di alcuni fattori di diversa natura: fattori storici, storico-linguistici e culturali.

Tra i fattori storici, l’intensità della penetrazione della lingua e della cultura latina è di primaria importanza. L’influenza di Roma nella penisola iberica non si dispiega ovunque allo stesso modo: in Catalunya sorge Tarraco, la città romana da cui prende il nome la Tarraconense, regione strettamente legata alla Narbonense (quest’ultima tanto fortemente segnata dalla presenza romana da essere indicata come la provincia per antonomasia, ossia Provenza, conservandone il nome fino ai nostri giorni); al contrario in Euskadi, o nella regione cantabrica, il dominio di Roma è continuamente minacciato dalle ribellioni delle popolazioni locali e non può tradursi in una forte e duratura impronta culturale; nella regione della Renania, delle Fiandre e dei Paesi Bassi è invece determinante la colonizzazione germanica. È evidente che l’eredità di Roma, sostiene Badia i Margarit, matura in modo differente nei differenti contesti.

Altrettanto rilevante per la formazione delle lingue romanze è il fattore più strettamente linguistico, rappresentato dalle tendenze evolutive spontanee del latino. Il latino parlato si modifica nel suo uso quotidiano secondo abitudini che si consolidano poco a poco e che sono oggetto di studio della grammatica storica. In un territorio tanto vasto tali abitudini non possono coincidere e approdano a esiti differenti: ad esempio se il català, il castigliano e il francese collocano l’articolo davanti al nome (come nel caso di el llop, el lobo, le loup) il rumeno lo pospone (lupu-lu).

Altro fattore da considerare è il substrato linguistico (ciò che esisteva prima dell’impiego del latino) che si riaffaccia con la propria impronta nella nuova lingua. L’intellettuale barceloní ricorda ad esempio che le popolazioni celtiche pronunciavano ü tutte le u, così che quando il latino si diffonde a nord della Gallia gli abitanti della regione pronunciano alla loro maniera le parole latine: nel caso di luna dicono lüna, suono che è rimasto uguale nella pronuncia francese di lune, mûr e nei vocaboli simili.

Anche i fattori storici successivi alla disgregazione dell’impero di Roma hanno una grande inluenza: il passaggio dei popoli germanici lascia tracce molto più profonde nella regione a nord della Loira e nella lingua francese che nel català; il dominio arabo lascia un’eredità culturale ricchissima soprattutto in Andalusia e nel castigliano, oltre che un vocabolario scientifico internazionale (alcohol, algebra, logaritmo, cifra, zenit…) ma si dispiega in maniera meno incisiva in Catalunya. La diversa combinazione di questi fattori nelle differenti aree geografiche fa si che non vi sia una sola lingua romanza che continua il latino parlato, bensì molte.

Definito il quadro interpretativo generale, Badia i Margarit esamina ciò che accade in Catalunya e al català mostrandone il posto peculiare all’interno del nutrito gruppo delle lingue romanze in formazione tra il VI e il IX secolo. Catalunya è una terra di passaggio, cammino obbligato da e verso Roma per legionari, coloni, mercanti e già a partire dal VI secolo si caratterizza per il suo orientamento transpirenaico, testimoniato ad esempio dall’impiego di espressioni comuni all’area centrale dell’impero (il catalano parlar, il francese parler, l’italiano parlare contrapposti al castigliano hablar ed al portoghese falar).

Paradossalmente l’orientamento verso il mezzogiorno francese si rafforza in seguito all’invasione araba: i franchi riconquistano presto la Septimània (Llenguadoc-Rosselló e Catalunya), avanzano verso il sud e conquistano Girona (785) e Barcelona (801). Si forma così il nucleo iniziale di Catalunya, con i comtats catalans che guardano all’impero carolingio, al quale sono legati fin dalla nascita da vincoli giuridici, feudali, amministrativi e ecclesiastici. Il linguista barceloní ricorda che i secoli nei quali si svolgono questi avvenimenti sono fondamentali per la formazione e il consolidamento dei tratti linguistici specifici di ciascuna delle lingue romanze. Gli eventi storici si riflettono nella formazione della lingua catalana che consolida la propria struttura interna a stretto contatto e sotto l’influenza della lingua impiegata nel mezzogiorno francese. Per questo català e provenzale sono tanto affini.

Lo storico catalano Ferran Soldevila sintetizza così questo legame: a causa della riconquista franca “Catalunya si sentì fin dalla propria origine poco unita al resto della penisola iberica. La lotta contro i saraceni, i primi secoli della riconquista, non la separarono bensì la legarono ancora più strettamente alle terre della Gallia meridionale; non la isolarono bensì la posarono in contatto più diretto con l’Europa; non fecero crescere bensì diminuire la solidarietà con il resto della Spagna; fino al punto che per gli altri popoli penisulari le persone del nostro paese saranno per molto tempo i franchi”.

Nato tra la Narbonense e la Tarraconense, dove la forte impronta della cultura e della lingua romana impediscono un’emersione significativa del substrato linguistico precedente, il català non viene segnato dal contributo dei popoli germanici (come accade al francese) né subisce una forte influenza araba. Lo stretto contatto con una lingua affine come il provenzale non fa che riaffermarne i caratteri originari. E quando più avanti i catalani si interessano alle vicende dei popoli vicini di ponente è già troppo tardi perché l’influenza del castigliano possa cambiare le caratteristiche più profonde della lingua.

Badia i Margarit conclude che “il català è […] una lingua tipica tra quelle sorte ad ovest dell’antico impero romano”, che con il provenzale, il francese, il castigliano e il portoghese forma un unico gruppo. Come ogni lingua che si trova in mezzo a vicini differenti si caratterizza come lingua ponte, anche se l’analisi storico-linguistica permette di affermare che “la maggior parte del materiale con cui è stato costruito questo ponte è di fattura gallo-romanza”, proviene cioè dal contatto con il versante provenzale.

Llengua i cultura als Països Catalans tratta anche le norme ortografiche stabilite da Pompeu Fabra, il bilinguismo e i principali aspetti problematici legati al català nel contesto della società degli anni ’60, ma il motivo di principale interesse del volume sembra il percorso seguito dalla lingua nei secoli della propria formazione. Approfondirne la  vicenda storica significa contribuire alla conoscenza e alla difesa del català (oltre che della varietà culturale e del pluralismo) davanti alle  discriminazioni e agli attacchi veri e propri che subisce ancora oggi nel paese della monarchia borbonica e del Partito Popolare al governo.

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