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Mese

marzo 2016

Lletra per a la batalla: una mappa dell’indipendentismo di estrazione marxista.

 

Lletra per a la batalla di Ferran Dalmau disegna la mappa accurata di un soggetto politico pressoché sconosciuto ai lettori italiani: il moderno indipendentismo catalano di estrazione marxista che, nato in clandestinità sotto il franchismo, grazie a differenti organizzazioni ha attraversato gli anni della cosiddetta transizione alla democrazia ed ha compiuto la traversata che lo ha portato a svolgere un ruolo rilevante nella società catalana di oggi. Per compiere la propria ricognizione il libro esamina una serie di opere significative, completando una cartografia che allo stesso tempo si rivela una vera e propria memoria letteraria.

L’autore è un giovane militante della sinistra independentista, dal 2006 nelle fila della CUP (Candidatura d’Unitat Popular), secondo il quale l’atto di fondazione del movimento va ricercato nella nascita del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN) nel 1969. Già a partire dal nome, il PSAN evoca la lotta di liberazione dei popoli extraeuropei, impegnati in quegli anni nella decolonizzazione, della quale recepiva alcuni aspetti ideologici, accogliendo soprattutto le riflessioni del movimento di liberazione nazionale algerino e i contributi di Ho Chi Minh e del primo Mao. Per l’alliberament nacional i de classe, di Josep Ferrer, ispiratore del partito, raccoglie scritti apparsi per la maggior parte in clandestinità, pubblicati per la prima volta nel 1978, quasi dieci anni dopo la fondazione del gruppo. Avançada, una casa editrice legata al PSAN, mette a disposizione del pubblico una riflessione che coniuga liberazione nazionale e di classe nei Països Catalans.

Alcuni anni dopo la nascita del PSAN, Esquerra Catalana dels Treballadors (un partito del Rosselló francese) approfitta della presenza di Sartre a Perpinyà per proporgli un’iniziativa editoriale alla quale il filosofo accetta di collaborare cedendo gratuitamente i diritti d’autore di Sobre la lluita nacional basca: prefaci al llibre di Gisèlle Halimi «El procés de Burgos». Nello scritto, tradotto in català e pubblicato a Perpinyà dalla casa editrice di ECT, Sartre analizzava la situazione dei paesi baschi da un punto di vista internazionalista e, dopo aver sostenuto che indipendentismo e socialismo devono procedere assieme, affermava: «ascoltare la voce dei baschi, dei bretoni, degli occitani e lottare al loro fianco perché possano affermare la loro singolarità concreta, implica come conseguenza diretta la lotta dei francesi per la reale indipendenza della Francia, che è la prima vittima del proprio centralismo». Nelle intenzioni di Esquerra Catalana dels Treballadors la voce di Sartre doveva convincere la sinistra francese della legittimità della liberazione nazionale dei popoli non solo nei paesi extraeuropei (Vietnam e Algeria) ma anche nei casi in cui il conflitto si svolge sul suolo della madrepatria e i protagonisti sono baschi o catalani.

La lotta di questi popoli viene silenziata completamente nel racconto uficiale della transizione spagnola, il processo che porta dalla dittatura fascista alla democrazia formale, nel quale la realtà conflittuale di quegli anni viene ampiamente nascosta. Così l’editoria mainstream passa sotto silenzio le morti delle due giornate storiche dell’11 settembre del 1977 e del 1978, quando la polizia spara e uccide Carlos Frecher Solana e Gustavo Muñoz. Il libro 11 de setembre. El poble treballador per la independencia nacional testimonia le rivendicazioni della diada del ’77: libertà per i prigionieri politici e statuto d’autonomia del 1932 come primo passo verso l’indipendenza e la riunificazione dei Països Catalans. La foto di Muñoz ritratto a terra, colpito a morte, pubblicata dalla rivista Interviú, valse al giovane autore dello scatto, il diciannovenne Albert Ramis, la detenzione in isolamento, il sequestro di tutto il materiale fotografico e l’applicazione della legge antiterrorista sotto l’accusa di essere il fotografo ufficiale del Partito Comunista d’Espanya – Internacional PCE- (I).

Altra tappa del percorso suggerito da Ferran Dalmau è il libro di Jaume Fuster La mort de Guillem, tra il romanzo e il giornalismo, che ricostruisce l’omicidio del giovane militante indipendentista Guillem Agulló, avvenuto l’11 aprile 1993. Agulló apparteneva a Maulets, organizzazione giovanile anticapitalista, per l’indipendenza e la riunificazione dei Països Catalans, e venne ucciso a Montanejos (Valencia) da un gruppo di fascisti al grido di arriba España. Nonostante i tentativi della stampa conservatrice di criminalizzare Agulló e presentare i fatti come una rissa tra bande, la natura politica del crimine era evidente e venne sancita dalla condanna di Pedro Cuevas (un giovane fascista) a quattordici anni di prigione (ne sconterà soltanto quattro). Il giorno della sentenza i manifestanti della sinistra independentista, riuniti davanti al tribunale, vennero allontanati con violente cariche della polizia, che arrivò a sparare. Fuster aveva militato nel Psuc, era passato al fronte culturale del PSAN e era stato membro fondatore dell’Associazione degli scrittori in lingua catalana. Con  La mort de Guillem ha contribuito a fare del giovane indipendentista un simbolo generazionale e un caso ben vivo nella memoria collettiva del movimento.

Nonostante la transizione alla democrazia, negli anni ’80 e ’90 i gruppi fascisti continuano la loro attività: Jordi Moners stava portando a termine la versione in català del classico Il Capitale, quando il 4 novembre 1989 subì un attentato esplosivo per mano del gruppo Milícia Catalana. Moners era dirigente dell’organizzazione della sinistra indipendentista Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e traduttore di alcuni classici del marxismo, a cominciare dal Manifesto. Così commenta l’episodio, che non fece vittime: «ho trovato i vetri in frantumi fin sopra gli appunti sui quali stavo lavorando: la traduzione del sesto volume di Il Capitale, di Karl Marx. Ne deduco che 106 anni dopo la sua morte, Marx ha subito un attentato per mano dell’estrema destra spagnola».

Il libro di Ferran Dalmau, pubblicato da Edicions El Jonc, presenta molti altri esponenti dell’indipendentismo di estrazione marxista, fornendo un vasto e prezioso materiale per la ricostruzione storica e per la conoscenza di un soggetto politico dal lungo percorso di lotta. Senza conoscerne la storia, difficilmente si può comprendere il significato della rivendicazione indipendentista di oggi, un movimento di rottura, tanto sul terreno istituzionale quanto su quello sociale, che i sostenitori dello status quo si incaricano di mantenere ben sconosciuto.

«Se mi parli in català si sospende il giudizio». I nuovi casi di discriminazione presentati dalla Plataforma per la llengua saranno esposti al Parlamento europeo.

La Plataforma per la llengua, l’organizzazione non governativa che promuove il català come strumento di coesione sociale, ha presentato all’ufficio di Barcelona del Parlamento europeo, un documento che raccoglie 37 nuovi casi di discriminazione linguistica nell’amministrazione pubblica spagnola.

L’ONG del català sottolinea che i casi si sono verificati negli ultimi due anni e mezzo e che violano sia la legislazione autonomica che quella statale. La ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie impegna la Spagna a non discriminarne i parlanti e a cancellare dal proprio ordinamento giuridico le norme che vietano l’impiego di tali lingue. Ma a giudicare dalla costante emersione di nuovi episodi di discriminazione, raccolti in Se mi parli in català si sospende il giudizio, l’obbiettivo sembra molto lontano.

Il titolo del documento si riferisce alla frase con la quale il 2 marzo 2015 un giudice di Figueres avverte che avrebbe sospeso la seduta se un testimone, dopo averne fatto formale richiesta, si fosse espresso in català. Di fronte al rifiuto del magistrato, il testimone opta per dichiarare in castigliano, soprattutto per non dover presentarsi in tribunale un’altra volta (vive a 150 chilometri da Figueres), ma presenta un reclamo formale. Il 9 aprile il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya dà cinque giorni di tempo al giudice per spiegare perché non ha applicato l’articolo 231.5 della Llei orgánica del poder judicial che prevede che qualsiasi persona presente al giudizio possa fare da traduttore, naturalmente sotto giuramento. Al 30 giugno il giudice non aveva ancora fornito nessuna spiegazione.

La Plataforma per la llengua fornisce una mappa dei casi distribuiti su tutto il territorio dei Països Catalans, dalle Balears all’Empordà, i cui protagonisti sono prevalentemente giudici e tutori dell’ordine, oltre che medici e insegnanti, accomunati dalla discriminazione nei confronti di chi parla català. Si tratta di un consistente aggiornamento della relazione del 2013, intitolata In spagnolo o niente, che descriveva 40 casi di discriminazione: tra questi vale la pena ricordare la vicenda kafkiana di una traduttrice dall’arabo e dall’amazic contattata dalla Guàrdia Civil di Palma (Mallorca) per effettuare una traduzione. Il 16 agosto 2007 viene respinta all’entrata della caserma di Palma, nonostante abbia un appuntamento con un capitano, perché si rivolge all’agente di custodia in català. Quando il giorno seguente riesce a incontrare il capitano in questione, l’ufficiale le dice che gli sembra vergognoso che una straniera difenda una lingua che neppure esiste, una pura invenzione, e che non c’è niente di peggio del català e di atteggiamenti come quello della traduttrice. Con l’aiuto dell’Obra Cultural Balear, la giovane porta alla luce il caso guadagnandosi una denuncia della Guàrdia Civil per gravi ingiurie. Dopo tre anni l’epilogo: il tribunale condanna la traduttrice a pagare una multa, accreditando la versione delle forze dell’ordine e sollevando le proteste dell’Obra Cultural Balear.

Con precedenti simili non stupisce che molti casi di discriminazione non vengano denunciati. L’atteggiamento di autocensura si spiega inoltre con la scarsa notorietà degli organismi di difesa dei diritti dei catalanoparlanti e con la interiorizzazione dello status di inferiorità della propria lingua come normale dato di fatto.

L’atto di presentazione del documento di denuncia della Plataforma per la llengua, tenutosi il 14 marzo 2016, ha potuto contare sulla presenza di cinque eurodeputati catalani: Marina Albiol, (Esquerra Unida del País Valencià), Ramon Tremosa (Convergència Democratica de Catalunya), Josep M. Terricabras (Esquerra Republicana de Catalunya), Francesc Gambús (Unió) i Ernest Urtasun (Iniciativa per Catalunya-Els Verds). Il 17 marzo Marina Albiol presenterà il documento alla commissione libertà, affari interni e giustizia del Parlamento europeo, dove si dibatterà la questione. Il fatto che il tema venga discusso per la prima volta in questa commissione, invece che nella commissione cultura, non è un dettaglio: implica il passaggio dalla prospettiva di una generica tematica culturale a quella della denuncia vera e propria della violazione dei diritti civili dei cittadini. L’eurodeputata dovrà svolgere il proprio intervento in castigliano perché il català non è una delle lingue ufficiali nelle quali lavora la Unione Europea.

I bombardamenti del fascismo italiano del marzo 1938 contro Barcelona e Catalunya.

Sono decine i connazionali che ogni giorno passeggiano per la Barceloneta, Gràcia o l’Eixample ma quanti conoscono la storia dei bombardamenti che tra il 1937 e il 1938 si abbatterono su questi quartieri, come su tutta la città e la Catalunya? Nel corso della guerra di Spagna l’aviazione di Mussolini causò centinaia di vittime civili, colpite lontano dal fronte, a Barcelona, Figueres, Lleida… al solo scopo di abbattere il morale della retroguardia repubblicana. A pochi giorni dall’anniversario del bombardamento del marzo 1938 sopra Barcelona, una vera e propria strage di civili compiuta dal fascismo italiano, vale la pena ricordare il ruolo svolto dal regime mussoliniano nel conflitto spagnolo, un capitolo della storia nazionale non casualmente poco frequentato. Come nel caso degli interventi coloniali in Africa,  spesso si preferisce rimuovere i fatti dalla memoria collettiva e spacciare il mito degli italiani brava gente, una narrazione rassicurante che assolve il fascismo e riscrive la storia presentando una versione edulcorata del regime, cancellandone i crimini. Vediamo gli episodi più significativi del capitolo  che interessa Catalunya.

Mussolini invia i primi aerei in aiuto di Franco già la settimana seguente alla sollevazione militare: un sostegno aperto che, a dispetto della politica del non intervento, non viene mai meno nel corso della guerra e che si rivela di grande importanza. Mentre si combatte sul fronte d’Aragó, a centinaia di chilometri dalla città, il 13 febbraio 1937 Barcelona viene investita per la prima volta da una scarica di artiglieria sparata dall’incrociatore «Eugenio di Savoia», che staziona al largo della costa catalana. Vengono colpiti soprattutto Gràcia, l’Eixample, il Poblenou e si registrano 18 morti e 18 feriti, tutti civili, tra cui alcuni lavoratori dell’impresa collettivizzata Elizalde[1]. Lo scrittore Marià Manent annota nel suo dietari: «Al Passeig de Gràcia ho visto passare il corteo funebre delle vittime del bombardamento di sabato. Sono passate 18 auto accompagnate da fiori, corone e una grande ghirlanda bianca. Una moltitudine di persone (operai, miliziani, ragazze) partecipava senza bandiere né musica. Alla Diagonal e al Passeig de Gràcia molta gente aspettava il corteo, alcuni leggevano il giornale…»[2].

La strage dei civili è però solo all’inizio. Un mese più tardi, il 16 marzo 1937, la città viene colpita dal primo bombardamento aereo: tre Savoia S-79, gli stessi che alcuni giorni prima avevano già compiuto un’incursione su Sabadell e Barberà del Vallès, decollano dalla base delle Balears e sganciano una decina di bombe sopra la Barceloneta e il Poble Sec, da quel momento i quartieri più castigati dai bombardamenti[3]. Sembra che gli obbiettivi fossero una caserma, il porto e il Palazzo del Governo ma l’altezza del volo, che non consente maggiore precisione, o la scarsa esperienza dell’equipaggio, fa che l’operazione non riesca del tutto.

Tra il 16 e il 18 marzo 1938 si verifica il più importante bombardamento di Barcelona. Il comunicato di guerra delle forze repubblicane del 18 marzo denuncia un migliaio di morti, mentre il comunicato del 26 precisa il bilancio: 873 vittime, tra cui 118 bambini, circa 1500 feriti, 48 edifici completamente distrutti e 75 gravemente danneggiati[4]. In quei tre giorni, particolare rilievo asume l’episodio del 17 marzo, quando poco prima delle due del pomeriggio cinque Savoia S-79 efettuano una rapida incursione sul centro della città e in un sol colpo causano circa 500 morti alla Gran Via. È qui che oggi sorge l’unico monumento alle vittime dei bombardamenti del marzo 1938: piuttosto anonimo, poco pubblicizzato, è pressoché sconosciuto. Secondo gli autori de La guerra aèrea a Catalunya l’opera è «il riflesso della timidezza mostrata dalle autorità quando si tratta di far emergere la memoria del passato e della guerra»: solo così si spiega la sua insussistenza a fronte di un bombardamento contro la popolazione civile che ricevette già all’epoca le più dure condanne della comunità internazionale.

L’ambasciatore statunitense C.A. Bowers scrive che niente di simile si era mai visto e che le bombe erano scaricate deliberatamente sulle zone più popolate della città. A questo proposito è interessante l’opinione dell’ambasciatore tedesco che risiedeva a Salamanca, Stohrer, che in una relazione del 23 marzo 1938 scrive: «Ho saputo che gli attacchi aerei sopra Barcelona, effettuati qualche giorno fa dai bombardieri italiani, sono stati letteralmente terribili […] Non c’è alcun indizio che si sia voluto colpire obbiettivi militari». E prosegue confermando le stime di un migliaio di morti, da aggiornare perché molte vittime sono ancora sotto le macerie. Stohrer accredita 3.000 feriti e sottolinea due episodi: una strage di donne nel corso di una distribuzione di alimenti e una all’ingresso di una stazione della metropolitana (probabilmente Rocafort). Di seguito riflette: «credo che i bombardamenti, quando non si prefiggono di colpire obbiettivi chiaramente militari, non producono gli effetti che si desiderano; al contrario in una guerra civile come questa comportano gravi pericoli per il futuro. Sono convinto che dopo il conflitto, tanto in Spagna come all’estero, verremo duramente criticati, noi al pari degli italiani, con l’argomento che non saranno stati gli aerei spagnoli a distruggere le proprie città bombardandole, bensì gli aerei alleati italiani e tedeschi».

Ma la testimonianza si fa ancora più interessante quando indica in Mussolini il responsabile diretto del bombardamento: «l’ufficiale di collegamento del Generalissimo mi comunica che il bombardamento di Barcelona del 18 marzo ha prodotto grande indignazione in Franco e che è stato ordinato personalmente da Mussolini»[5]. Evidentemente Franco non poteva tollerare che gli alleati italiani lo ridicolizzassero decidendo operazioni militari senza tenere in conto la sua opinione, scavalcandolo completamente. La responsabilità di uno dei più gravi bombardamenti aerei mai portati a termine contro la popolazione civile ricade sull’aviazione fascista italiana anche secondo la testimonianza di Ciano. Nei suoi diari il genero del duce scrive che il bombardamento è stato deciso da Mussolini allo scopo di abbattere il morale dei rossi impegnati in combattimento al fronte. Secondo il conte inoltre, Mussolini era molto contento che gli italiani stessero terrorizzando il mondo con la loro aggressività invece di incantarlo con la chitarra. Il mito degli italiani brava gente sembra difficile da sostenere.

Tra il 1937 e il 1939 l’aviazione fascista bombarda molte altre città della Catalunya tra cui Figueres, il secondo centro urbano maggiormente colpito dopo Barcelona: qui lo storico E. Pujol stima tra trecento e quattrocento i civili uccisi e 516 gli edifici privati distrutti[6]. Per la città, che secondo i dati del 1936 contava 14.000 abitanti, si tratta di un bilancio molto pesante. Fornire la cifra esatta delle vittime risulta dificile perché tra il gennaio e il febbraio 1939, quando circa mezzo milione di profughi diretti in Francia attraversano la città, il ritmo degli attacchi aerei (tre al giorno) non consente di raccogliere i cadaveri, che vengono seppelliti più tardi. In più di un centinaio di casi neppure se ne conosce il nome, probabilmente perché si trattava di fuggitivi di passaggio.

Anche in questo caso i bombardamenti non si propongono di colpire obbiettivi militari bensì sono indirizzati contro la popolazione: «Figueres sembrava una città morta. Quale giustificazione si può trovare a questi bombardamenti? Noi crediamo nessuna, soprattutto se si considera lo stato caotico in cui si trovava l’esercito repubblicano e la impossibilità, in mezzo a decine di migliaia di civili in fuga, di contrattaccare, o almeno frenare, l’offensiva franchista. Del tutto gratuiti, furono bombardamenti terroristici che non cambiarono niente nel corso della guerra, già inesorabilmente perduta dai repubblicani, e che aumentarono soltanto l’angoscia e la mortalità della popolazione civile di Figueres e della fiumana di fuggiaschi»[7].

Ricostruire la memoria storica e ristabilire la verità e la giustizia attorno al caso dei bombardamenti dell’aviazione legionaria italiana sopra la capitale catalana è il motivo che ha spinto l’associazione l’Altraitalia di Barcelona a presentarsi davanti a un giudice per aprire un’indagine. L’associazione ha identificato 21 piloti dell’aviazione fascista che, se fossero vivi, potrebbero essere imputati per crimini di guerra e ha inoltrato una denuncia all’Audiència de Barcelona. Accolta dal giudice il 23 gennaio 2013, la denuncia sottolinea la violazione delle norme internazionali, calpestate da bombardamenti portati a termine senza una precedente dichiarazione di guerra, e l’inosservanza della Convenzione dell’Aia, firmata nel 1899 e ampliata nel 1927, che proibiva gli attacchi contro la popolazione civile (per questo i nomi dei piloti italiani erano in codice e le matricole degli aerei occultate)[8].

L’iter giudiziario si sta rivelando difficile: l’anno scorso la Corte d’Appello di Roma si è rifiutata di fornire al giudice di Barcelona la lista dei piloti italiani, sostenendo che gli archivi del Ministero della Difesa «non possono essere attualizzati»[9]. La nuova maggioranza dell’Ajuntament de Barcelona però, secondo quanto ha dichiarato il tinent d’alcalde J. Asens[10], sembra intenzionata a sostenere la denuncia dell’Altraitalia, in modo da scongiurarne l’archiviazione. A quasi ottant’anni dai fatti, la vicenda dei bombardamenti fascisti su Barcelona e sulla Catalunya attende ancora una risposta dalla giustizia e merita un’accurata riflessione storica che archivi una volta per tutte il mito degli italiani brava gente e condanni senza mezzi termini l’operato del regime di Mussolini.

[1] J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, Catalunya sota les bombes (1936-1939), Publicacions de l’Abadia de Montserrat, Barcelona, 1986.

[2] M. Manent, El vel de Maia. Dietari de la guerra civil (1936-1939), Destino, Barcelona, 1975.

[3] D. Gesalí, D. Iñiguez, La guerra aèria a Catalunya (1936-1939), Rafael Dalmau Editor, Barcelona, 2012.

[4] J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, id.

[5] Archivi segreti della Wilhelmstrasse, p.512, telegrama n.373, riportato in J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, id.

[6] E. Pujol, Figueres bombardejada: la destrucció patida, in Silencis. Figueres sota les bombes (1938-1939), Úrsula llibres, Consorci del Museu de l’Empordà, Figueres, 2014.

[7] J.M. Solé i Sabaté, J. Villaroya i Font, id.

[8] La justícia investigarà els bombardejos de Mussolini sobre Barcelona, in Sàpiens, 24 gennaio 2013; M. Piulachs, Els bombardejos feixistes contra Barcelona, al jutjat, in El Punt, 24 gennaio 2013.

[9] Itàlia desestima esclarir els bombardejos de la Guerra Civil sobre Catalunya, in Sàpiens, 4 maggio 2015.

[10] L’Ajuntament de Barcelona dóna suport a dues querelles contra els bombardejos de la Guerra Civil i el franquisme, in Sàpiens, 17 novembre 2015.

 

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