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Mese

gennaio 2016

Il franchismo che non passa. Uno sguardo critico sulla Spagna nel libro di Lluc Salellas.

Lo storico Xavier Diez sostiene che l’ultima rottura nell’assetto del potere economico e politico spagnolo risale al 1939, quando Franco prende il potere. A partire da quel momento un pugno di famiglie organiche al franchismo detiene saldamente il controllo delle principali leve economiche e politiche. La lettura del lavoro di Lluc Salellas, El franquisme que no marxa,  Edicions Saldonar, 2015, rafforza questa interpretazione.

Salellas prende in esame gli ultimi 49 ministri del franchismo (nel periodo tra il 1970 e il ’75) seguendone le carriere personali dopo la fine del regime. Il risultato è univoco: nessuno di questi alti rappresentanti del fascismo spagnolo, alcuni dei quali hanno firmato persino condanne a morte in tempo di pace, ha mai pagato per le proprie responsabilità. Al contrario chi non si è ritirato a una tranquilla vita privata è passato a ricoprire alte cariche pubbliche o a far parte dei consigli d’amministrazione delle più grandi e importanti imprese della penisola iberica. La democrazia post-franchista non ha sanzionato bensì premiato i reduci del fascismo. Un’impunità disarmante, tenuto anche conto del carattere fortemente repressivo del regime: secondo l’autore per ogni condanna a morte in tempo di pace eseguita dal fascismo italiano ve ne sono decine eseguite dal franchismo.

Nel El franquisme que no marxa troviamo un’accurata rassegna nella quale spicca il caso di Antonio Barrera de Irimo, militare e giurista, ministro d’Hisenda e secondo vicepresidente del governo nel periodo franchista. È uno dei ministri che firmano la condanna a morte del militante anarchico Salvador Puig Antich, l’ultima eseguita con il metodo della garrota (1974). Con la fine del regime Barrera diventa consigliere di Telefonica e di alcune entità finanziarie come il Banco Central Hipotecario e Hispamer, senza che il sistema democratico gli chieda mai conto dei propri crimini.

Un altro caso esemplare è quello di Rodolfo Martín Villa che, dopo aver ricoperto alte cariche nel  regime, è ministro delle relazioni sindacali in piena transizione alla democrazia, quando la polizia commette la strage di Vitoria (1976) sparando sui lavoratori in sciopero. Dopo essere stato ministro del governo Suárez, Martín Villa continua la carriera politica nelle file del PP fino al 1996 e diviene presidente di Endesa, carica che lascia nel 2002. Anche in questo caso il nuovo sistema politico ha accolto a braccia aperte l’ex franchista.

L’indagine mostra molti altri casi nei quali gli alti rappresentanti del franchismo passano, dopo la transizione, alle principali imprese strategiche dello stato (in particolare banche, telefonia, energia e costruzioni). Una situazione del tutto peculiare e molto diversa da quella che Salellas osserva in Portogallo e in Grecia dove, in seguito alla caduta del regime, la vecchia élite política viene esclusa o emarginata.

La continuità del fascismo spagnolo è ancora più profonda: secondo l’autore, le famiglie che avevano collaborato e si erano arricchite col franchismo, continuano ad occupare posizioni di grande potere economico nella democrazia, trasmettendole agli eredi. È il caso del diplomatico franchista Pedro Cortina Mauri, fondatore della celebre San Miguel, ministro degli esteri e  ambasciatore spagnolo a Parigi, i cui figli sono oggi alla testa di colossi del mercato dei capitali e delle costruzioni. È il caso di Demetrio Carceller Segura, fondatore della altrettanto famosa Damm, falangista della prima ora che, dopo essere passato per numerosi consigli d’amministrazione, ha trasmesso la propria fortuna e il marchio Damm ai propri eredi.

Stessa vicenda quella di José Manuel Lara, capitano della Legione nella guerra civile, sempre al fianco di Franco e fondatore nel 1949 della casa editrice Planeta, gigante dell’editoria consolidato dal figlio, José Manuel Lara Bosch, recentemente scomparso; storia analoga quella di Rafael Gay de Montellà, avvocato e falangista, autore nel 1940 dell’opera Autarchia e padre di Joaquim Gay de Montellà, attuale presidente della patronale catalana. Fa parte della stessa oligarchia Miquel Mateu i Pla, sindaco di Barcelona dall’entrata dei fascisti fino al 1945, falangista, procuratore delle Corts franchiste, ambasciatore a Parigi, amico intimo del caudillo, passato per alti incarichi in banche e altre società e creatore del progetto imprenditoriale oggi amministrato dalla figlia Carme (Grup Peralada). E l’elenco potrebbe continuare.

Ma come è stata possibile questa continuità? Secondo Salellas la risposta va cercata nella natura della transizione spagnola, un processo spesso presentato come esemplare da molti politologi ma che nasconde una realtà tutt’altro che edificante. Per l’autore del libro il racconto della transizione è stato curato dai poteri del vecchio regime che ne hanno imposto la propria versione, riuscendo ad accreditarlo come la migliore delle transizioni possibili e occultando la sostanziale mancanza di rigenerazione politica.

L’opinione di catalunyasenzarticolo è che in Spagna la transizione alla democrazia si sia svolta con il permesso del regime: il fascismo spagnolo vi ha preso parte da una posizione di forza tale da garantire non solo l’impunità, bensì i privilegi, dei propri esponenti. Solo così si spiega la sopravvivenza delle élite politiche ed economiche evidenziata nell’opera di Salellas. E così si spiegano anche le vie, le scuole e gli istituti che ancora oggi portano il nome di ministri franchisti, per non parlare dell’esistenza della Fondazione Francisco Franco, finanziata anche con risorse pubbliche.

Da un lato El franquisme que no marxa contribuisce ad aprire un dibattito sul tema, facendone emergere una visione critica e smascherando un racconto ampiamente edulcorato.  Dall’altro la sua uscita non può essere considerata una semplice casualità. Il libro si inserisce pienamente nel processo di cambiamento che si svolge oggi in Catalunya, volto alla costruzione della repubblica, di uno stato indipendente, e che settori significativi della società interpretano anche come processo di rottura sul terreno economico e sociale.

Dietro la geografia parlamentare.

Dopo alcuni giorni d’incertezza la Mesa, l’organo della presidenza del Congresso da poco costituitosi a Madrid, ha deciso di non accogliere la richiesta di Podemos riguardo all’articolazione della propria pattuglia di deputati in quattro gruppi parlamentari distinti. La formazione guidata da Iglesias si è presentata alle elezioni del 20 dicembre 2015 in alleanza con i gruppi En Comú (Catalunya), Compromís (País Valencià) e En Marea (Galícia) che hanno ottenuto rispettivamente 12, 9 e 6 deputati, fornendo un consistente contributo a Podemos, che dal canto suo ne ha eletti 42.

Ciascuno dei tre gruppi della coalizione aspirava a un gruppo parlamentare proprio: in particolare il capolista di En Comú Podem, Xavier Domènech, si era impegnato in campagna elettorale ad ottenere una rappresentanza autonoma per i catalani nel Parlamento spagnolo, rivendicando tra l’altro un referendum vincolante per decidere il futuro di Catalunya. Interpretando il regolamento parlamentare, la maggioranza targata PP, Psoe e Ciutadans costituitasi nella Mesa ha opposto un netto rifiuto: Podemos e i gruppi della coalizione disporranno di un solo gruppo.

A parte la preoccupazione per l’eccessiva visibilità della sinistra all’interno del Congresso, dietro la decisione di PP, Psoe e Ciutadans c’è un’altro motivo: la costituzione dei quattro gruppi avrebbe dato visibilità al tema nazionale e posto in discussione l’unità del Regno di Spagna (questa è la denominazione ufficiale del paese in materia di relazioni internazionali). Ma se l’unità dello stato spagnolo è un dato di fatto, lo è anche il suo carattere plurinazionale.

Le destre, costituite da PP e Ciutadans, a braccetto con il Psoe, si adoprano perché non emergano alla superficie “quattro popoli, quattro lingue, quattro anime, quattro nazioni. Quattro nazioni con radici storiche e preistoriche; quattro nazioni delimitate dalla geografia, dalla storia, dal carattere e soprattutto dalla lingua, che è l’essenza, la sintesi e la risultante di tutte le caratteristiche di un popolo”[1]. Nel 1932 Antoni Rovira i Virgili, intellettuale e deputato di Esquerra Republicana de Catalunya, descriveva cosí la realtà plurinazionale della penisola (Catalunya, Paesi Baschi, Galizia e Castiglia), in un articolo tutt’altro che invecchiato.

Pp, Psoe e Ciutadans non tollerano l’apertura di un dibattito attorno alle nazionalità. Per questa ragione Podemos dovrà accontentarsi di un solo gruppo parlamentare. E dovrà spiegare agli elettori catalani come intende accordare con lo stato spagnolo la celebrazione di un referendum vincolante sull’indipendenza di Catalunya, finora sempre negato da PP e Psoe, quando non riesce neppure a ottenere gruppi parlamentari distinti per le articolazioni nazionali della propria coalizione.

Non solo, dovrà dire perché non si somma al processo di rottura e di transizione alla Repubblica catalana, uno scenario che soprattutto grazie al contributo della Cup (Candidatura d’Unitat Popular, la sinistra radicale e indipendentista che vanta dieci deputati chiave nel Parlamento catalano) sembra orientarsi verso la creazione di uno stato piú avanzato sul terreno dei diritti, della giustizia sociale e dell’assetto istituzionale, aprendo contemporaneamente maggiori spazi alla critica delle politiche neoliberiste.

[1] Antoni Rovira i Virglili, Geografia politica. Le quattro nazioni iberiche, in La Publicitat, 30 luglio 1932.

Il català: una storia peculiare. Alcune domande alla filologa Àngels Ribas. (Tracce n.1)

La conversazione con Àngels Ribas verte su alcune delle tappe più significative della vicenda storica del català, una lingua dalle vicissitudini tanto interessanti quanto misconosciute. La studiosa pone l’accento sugli aspetti più strettamente linguistici del processo, evitando alcune implicazioni esplicitamente politiche che considera materia dell’analisi storica vera e propria.

Catalunyasenzarticolo: Quali erano le lingue che si parlavano sul territorio dell’odierna Catalunya prima che facesse la sua comparsa la lingua catalana? Qual’è il ruolo svolto dalla romanizzazione da un lato,  dalle influenze reciproche tra il latino volgare e le lingue locali dall’altro, nel processo che porta alla formazione del català? Ci sono altre influenze linguistiche significative più tarde?

Àngels Ribas: Per la storia della lingua catalana è innegabile l’importanza fondamentale della romanizzazione del paese; tuttavia è necessario considerare anche il ruolo svolto in precedenza dalle lingue preromane, così come i contributi più tardi dei visigoti, degli arabi e dei franchi.

Prima dell’arrivo dei romani già diversi popoli (indoeuropei del nord, greci, fenici…) si erano stabiliti nel nord est della penisola iberica, e attorno al VI secolo a.c., assieme ai popoli di origine basca, avevano dato vita alla civilizzazione iberica. Conserviamo molti esempi di lessico di provenienza indoeuropea o celtica come clovacamisabalma… [rispettivamente buccia, camicia, cavità in una parete di roccia]; conserviamo parole di provenienza greca come Roses Empúries [città e località della costa empordanesa della Catalunya]; di provenienza fenicia come EivissaTogomago i Maó [località delle Balears]; iberobasca come pissarraesquerracarabassa [lavagna, sinistra, zucca] che hanno continuato la loro vita nella nostra lingua.

La romanizzazione comincia con l’arrivo degli eserciti romani ad Empúries nel 218 a.c. e si conclude all’inizio del V secolo. Quando i romani arrivano a Catalunya vi trovano popolazioni indigene che parlano la lingua iberica. Ma in seguito all’arrivo dei soldati di Roma comincia il processo di sostituzione delle lingue autoctone con il latino.

Dopo la caduta dell’impero romano (476 d.c.) l’arrivo dei popoli germanici (visigoti e franchi) e soprattutto l’invasione degli arabi, contribuirono a differenziare e a donare una fisionomia propria alle incipienti lingue romaniche, tra cui il català. I popoli germanici lasciarono in eredità alla lingua catalana un contributo lessicale molto piccolo, mentre l’influenza dell’arabo fu molto più forte, dato che gli arabi dominarono la penisola iberica per cinque secoli (dal 711 d.c. al 1277) lasciando testimonianze del proprio passaggio soprattutto al País Valencià e alle Balears. Provenienti dal lessico germanico utilizziamo tuttora robarespiagana [rubare, spia, fame]; dal franco blatboscganivet [mais, bosco, coltello]; dall’arabo duanaalbercocrajola [dogana, albicocca, piastrella].

Catalunyasenzarticolo: Sono molte e diverse influenze che disegnano un ricco patrimonio culturale e un vero e proprio crogiolo linguistico. Quand’è che si comincia a parlare e scrivere in català? Quando, in quale contesto, in che tipo di documenti e dove appare per la prima volta la lingua catalana? Quando comicia la produzione letteraria vera e propria?

Àngels Ribas: Il català proviene dal latino volgare, una lingua diversa dal latino colto o classico. Tutte le lingue romaniche costituiscono un’evoluzione del latino volgare che, in quanto lingua parlata, è in continua trasformazione. Con la disgregazione dell’impero romano la lingua si trasforma ad un ritmo sempre più veloce finché si converte in un altro idioma, del tutto differente dal latino. Si può affermare che già a partire dall’VIII secolo la lingua che si parlava sul territorio di Catalunya era il català: una lingua romanica ben differenziata dal latino. Troviamo una prima evidenza di questa trasormazione nel Concilio di Tours (813) durante il quale si decise di fare la predica in rusticam romanam linguam, dato che il popolo non capiva il latino.

Se parliamo della lingua parlata vera e propria, bisogna aspettare il XII secolo per trovare i primi testi scritti integralmente in català. Precedentemente la scrittura era patrimonio esclusivo del latino. Il più antico di questi primi testi scritti integralmente in català è il frammento di una traduzione del Forum iudicum, un codice di leggi elaborato dai visigoti. Al 1173 risalgono gli Usatges de Barcelona, una raccolta di norme giuridiche che costituiscono il fondamento del diritto catalano. Alla fine del XI secolo o all’inizio del XII datano le Homilies d’Organyà, primo testo letterario in català che conserviamo. Si tratta di una raccolta di sei sermoni, con frammenti dei vangeli e epistole in latino, che l’autore traduce e commenta in català. Alla metà del XIII secolo troviamo tre poemi religiosi: l’Epistola farcida de Sant Esteve, il componimento Aujats, senyors qui credets en Déu lo paire e il Planctus della Vergine.

Malgrado non si conservino testimonianze scritte, è certo che c’era una letteratura popolare: canti lirici (d’amore, di tristezza e di gioia) e epici (narrazioni leggendarie e storiche). Nonostante siano andati perduti, i canti epici sono in parte conosciuti grazie alle canzoni in prosa e alle Cròniques di Jaume I, di Bernat Desclot e di Ramon Muntaner.

Catalunyasenzarticolo: Dopo la guerra dei segadors e il Tractat del pireneu (1659) comincia la persecuzione del català in Francia. Con la guerra di successione del 1714, che Catalunya perde in seguito allo storico assedio di Barcelona, l’assolutismo borbonico abolisce la Generalitat de Catalunya, la secolare istituzione di governo catalano, e comincia l’opera di persecuzione del català, che intenta sostituire con il castigliano. Il XX secolo si apre con la dittatura di Primo de Rivera: quali sono le conseguenze per la lingua?

Àngels Ribas: Il colpo di stato del generale Primo de Rivera (1923) significò un forte attacco alla cultura e alla lingua catalana. Il generale dissolse la Mancomunitat de Catalunya, istituzione che riuniva le quattro province catalane (Barcelona, Girona, Lleida e Tarragona), proibì l’uso del català, della senyera (bandiera nazionale catalana)  e della sardana (il ballo nazionale di Catalunya). Solo in seguito alle dimissioni di Primo de Rivera e dopo un periodo di transizione, nasceranno nuove forme organizzative del nazionalismo di sinistra (Estat Català, Partit Republicà Català e Acció Catalana).

Catalunyasenzarticolo: Tre secoli di persecuzioni e un intento di genocidio linguistico portato avanti dal fascismo spagnolo: come ha potuto sopravvivere il català? Altre lingue, per esempio il gaelico in un altro contesto geopolitico, e persino l’euskera, non hanno mantenuto una vitalità simile e non vengono utilizzate quanto il català.

Àngels Ribas: La sopravvivenza non sarebbe stata possibile senza il crogiolo nel quale si erano fusi i contributi di Enric Prat de la Riba, politico, e Pompeu Fabra, ingegnere filologo. Il primo ottenne un minimo di potere necessario per avviare l’opera di recupero della cultura nazionale, che sostanziò in una decisa e razionale pianificazione linguistica; il secondo rese possibile la codificazione linguistica del català, definendo la normativa moderna della lingua. D’altro canto un movimento come il modernismo, raccolto attorno alla rivista L’Avenç, contribuì a mantenere in vita il català, approfittando di un contesto politico, sociale e istituzionale che permise di portare a buon fine l’impresa.

Bisogna inoltre ricordare anche altri fattori che si sono rivelati fondamentali perché il català raggiungesse lo status di lingua a tutti gli effetti, scongiurando il rischio di essere sostituito da un altro idioma (e portando così a termine il processo di normalizzazione). Si tratta di fattori culturali come la fondazione dell’Institut d’Estudis Catalans (1907), l’azione del movimento  noucentista volta a dotarsi di una lingua comune e istituzionale, eventi quali il primo Congresso Internazionale della Lingua Catalana; di fattori politici come lo sviluppo del movimento Solidaritat Catalana e l’opera della Mancomunitat de Catalunya…

In questo contesto, tra il 1913 e il 1932, comparvero le Normes ortogràfiques dell’Institut d’Estudis Catalans, la Gramàtica catalana e il Diccionari general de la llengua catalana di Pompeu Fabra. Tutto ciò permise finalmente di dotare la lingua di una normativa completa, accettata in tutto il dominio linguistico catalano, consentendone allo stesso tempo la modernizzazione e il recupero del prestigio perduto, convertendola in una lingua utilizzabile in tutti i campi della società e della cultura, uguale a qualsiasi altra lingua europea. L’opera di Pompeu Fabra e dell’Institut d’Estudis Catalans dotarono il paese degli strumenti necessari per resistere in campo linguistico e culturale negli anni difficili che si avvicinavano.

Catalunyasenzarticolo: Si tratta degli anni del franchismo, nel corso dei quali la proibizione della lingua raggiunse livelli mai visti in precedenza. Oggi però il quadro storico sembra caratterizzato da una coscienza nazionale che si è consolidata fortemente nella società catalana. Quali sono le prospettive future della lingua?

Àngels Ribas: Malgrado la diseguaglianza esistente tra il català e il castellà (disuguaglianza nella cornice legale e nella presenza nei mezzi di comunicazione) e gli attacchi al modello di insegnamento, i catalani resistono mantenendo viva attraverso i secoli la spinta per la conservazione della loro lingua e della loro cultura. In questo senso oggi siamo in presenza di un ampio movimento sociale e politico che, attraverso una via pacifica e con metodi democratici, cerca di trasformare Catalunya in un paese sovrano a tutti gli effetti.

Perché senza articolo.

Tre citazioni. Tre catalani dal profilo politico molto differente parlano di Catalunya. Lluís Companys, il Presidente fucilato dai fascisti nel 1940; Jordi Pujol, il nazionalista dalla strategia dei piccoli passi, oggi accusato di corruzione; Joan Comorera, il dirigente del Psuc dalla cultura terzinternazionalista, morto nel carcere fascista di Burgos.

 

Totes les causes justes del món tenen els seus defensors. En canvi, Catalunya només ens té a nosaltres.

Tutte le cause giuste del mondo hanno i loro difensori. Catalunya invece può contare solo su di noi.

Lluís Companys.

 

És català tot aquell qui viu i treballa a Catalunya, i qui en vol ser.

È catalano chiunque viva e lavori a Catalunya, e chiunque voglia esserlo.

Jordi Pujol.

 

Catalunya, retallada, trossejada, esclavitzada, és per sempre una nació i els catalans, pàries en la pròpia terra mare, privats de tots els drets i llibertats, no hem perdut ni venut la consciència nacional i ens servim del nostre idioma mil·lenari com el més preat instrument de cultura: de pensament, de sentiment, de treball, d’acció, de lluita.

Catalunya, rimaneggiata, spezzettata, schiavizzata, è per sempre una nazione e i catalani, paria nella propria terra, privati di tutti i diritti e delle libertà, non hanno perduto né venduto la coscienza nazionale, utilizzando la propria lingua millenaria come lo strumento più prezioso della cultura: del pensiero, del sentimento, del lavoro, della lotta.

Joan Comorera.

 

Tre stili diversi, tre riflessioni sopra Catalunya. Semplicemente Catalunya, senza l’articolo determinativo. Tradurre la Catalogna avrebbe significato utilizzare una espressione molto lontana dall’originale, perdendo il legame culturale tra i catalanoparlanti e il lemma Catalunya. Per restituire sia l’immediatezza che la complessità di questa relazione, per restiuirne l’autenticità, l’articolo determinativo non serve: catalunyasenzarticolo.

 

Tradurre dal catalano: un gesto politico.

Il linguaggio non è neutro, un sistema naturale, bensì nasconde un’intenzionalità politica che spesso non viene percepita. Utilizzare una parola e non un’altra significa compiere una scelta, rappresentare la realtà in un modo preciso, evidenziarne alcuni aspetti, nasconderne altri.

Se le parole sembrano fluire naturalmente, ciò non significa che dietro non vi sia un retroterra culturale più o meno nascosto, attraversato da rapporti di forza. L’abitudine, la forza del pensiero dominante, ci presentano le parole come naturali quando non lo sono affatto. Al contrario sono il prodotto di una rappresentazione della realtà costruita con cura. Sono il portato di una ideologia che quanto più si nasconde tanto più è pervasiva e potente. Già negli anni ’60 Herbert Marcuse parlava di “chiusura dell’universo del discorso” per denunciare espressioni come bombe intelligenti, che realizzavano una lettura univoca e mistificatoria della realtà.

In alcuni casi il potere dominante non va tanto per il sottile e combatte una guerra vera e propria su questo terreno, senza nascondere i propri intenti repressivi. È il caso delle proibizioni linguistiche. Vi sono lingue che sono bandite, tra queste il catalano, che il regime franchista ha cercato di annientare per decenni.

Proibizione della lingua materna a scuola e per strada. Proibizione della stampa in catalano. Rogo dei libri catalanisti e dei libri semplicemente scritti in catalano. Divieto di utilizzare il catalano in qualsiasi ambito ufficiale o formale: tribunali, comuni e amministrazione pubblica. Un crimine contro la cultura oltre che contro la lingua e la diversità, prolungatosi 37 anni.

Ciononostante il catalano è sopravvissuto e viene parlato oggi da circa 10 milioni di persone. Non è però una lingua qualsiasi: non soltanto per la sua storia, caratterizzata dalla repressione subita già a partire dal XVII secolo ad opera della monarchia francese e dei borboni; è una lingua che ancora oggi il governo del PP cerca di marginalizzare e ricondurre in un angolo, soprattutto mettendola in discussione nella scuola.

In questo contesto utilizzare il catalano in Catalunya significa da un lato impiegare la lingua nella quale si è appreso a parlare, dall’altro vuol dire tuttora compiere un gesto politico. Parlare, scrivere e tradurre il catalano è un gesto in difesa di una lingua che i poteri spagnoli più reazionari ancora confinano al ruolo di idioma senza importanza, poco più di un dialetto tribale.

Il linguaggio costituisce un terreno sul quale si svolge la lotta politica, sul quale si fonda la rappresentazione ideologica della realtà. Catalunyasenzarticolo vuole essere un progetto che su questo terreno compie una scelta, opta per difendere il catalano e la cultura sviluppattasi attorno alla lingua nazionale, traducendone le opere e facendola conoscere ai lettori italiani. Allo stesso tempo Catalunyasenzarticolo si propone di denunciare la retorica del discorso dominante svelandone le false rappresentazioni. Un gesto a difesa  della diversità, del pluralismo e della cultura, compiuto senza nasconderne la valenza politica.

 

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