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i Països Catalans

Il libro rosso dei Països Catalans.

Sulle orme del celebre libretto rosso che evoca già dal titolo, El llibre roig dels Països Catalans è pensato apertamente come uno strumento di lotta, volto alla costruzione di un tessuto connettivo della sinistra anticapitalista e indipendentista che si estenda per tutto il territorio nazionale. La cornice dei Països Catalans è infatti l’ambito privilegiato di una serie di case editrici fortemente impegnate sul terreno della critica da sinistra (Tigre de Paper, El Jonc, Pol·len, Edicions del 79, Lo Diable Gros e Espai Fàbrica). Il risultato della collaborazione tra queste entità sono i Llibres per l’unitat popular, opere dedicate alla costruzione di un paese plurale, che riesca finalmente a conseguire sia l’esercizio della sovranità nazionale che una maggiore giustizia sociale. Uscito nella nuova collana nel 2014 al prezzo simbolico di 5 euro, El llibre roig dels Països Catalans non è firmato ed è sottoposto ad una licenza creative commons che ne rende possibile la copia e ne sottolinea l’impronta militante a discapito delle finalità commerciali.

“La nostra patria è la nostra lingua” è la citazione di Joan Fuster che apre il libro e che fa della difesa del català, un idioma più volte discriminato nel corso della storia, un elemento imprescindibile della coscienza nazionale. Segue la sintesi di un progetto del tutto alieno dalla volontà di potenza: “La difesa dei Països Catalans passa principalmente e in maniera ineludibile per la difesa dei diritti delle persone che vi vivono, indipendentemente dal luogo dove sono nate, dal loro colore della pelle o dalla loro lingua materna”. Si tratta di una visione plurale e accogliente della nazione, la cui difesa “non implica solo il fatto di disegnare una frontiera, parlare una lingua o sventolare una bandiera”, bensì la necessità di costruire un progetto di società differente da quello del capitalismo neoliberale. È una battaglia per i diritti sociali in piena Europa, caratterizzata però per il fatto di svolgersi nell’ambito peculiare dei Països Catalans, una nazione ancora senza stato alla quale si riferiscono gran parte dei dati socioeconomici riportati nel libro.

L’analisi svolta nell’opuscolo prende le mosse dalla ristrutturazione economica degli ultimi decenni: il capitalismo esce dalla crisi della fine degli anni ’60 applicando il teorema neoliberista secondo il quale il mercato è un meccanismo efficiente, in grado di autoregolarsi e produrre la migliore allocazione possibile delle risorse. Conseguentemente il sistema si caratterizza per la progressiva liberalizzazione dei capitali e per la divisione internazionale del lavoro, riorganizzandosi con la cosiddetta globalizzazione economica. In questo contesto la riduzione dei controlli sul capitale finanziario acquista sempre maggiore importanza nella dinamica dell’espansione capitalista. Veri e propri alfieri del processo neoliberale, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea impongono le privatizzazioni, i tagli sociali, la crescente flessibilità del lavoro e le misure fiscali regressive, disegnando un pianeta dove la ricchezza è ripartita in modo sempre più diseguale.

Per quel che riguarda la Spagna e i Països Catalans, i momenti salienti di questo processo sono rappresentati da una serie di riforme che hanno reso sempre più flessibile e precario il lavoro, ritagliandone diritti e potere. I Patti della Moncloa del 1977, firmati dai dirigenti politici impegnati nell’operazione transizione spagnola, segnano da un lato la rinuncia definitiva a un’uscita radicale dal franchismo e dall’altro l’accettazione di un modello economico neoliberale considerato adeguato alla nuova democrazia capitalista: il PCE e il PSOE abbandonano “sia l’idea di fare giustizia con gli assassini e i responsabili della repressione del regime, che quella di avanzare verso un modello di società non capitalista”. La scelta dei dirigenti spagnoli dell’eurocomunismo e di quelli socialisti facilita una transizione che si svolge all’insegna della continuità, senza che il franchismo paghi alcun serio costo politico.

Contemporaneamente, sostiene El Llibre roig dels Països Catalans, “si soffocava qualsiasi possibilità di avanzare verso il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei differenti popoli, ora imprigionati nella struttura legale e costituzionale dello stato spagnolo che si veniva delineando”. Le politiche economiche basate sulla moderazione salariale e la ristrutturazione del mercato del lavoro non vengono messe in discussione neppure dopo la vittoria del PSOE alle elezioni del 1982: al contrario i socialisti, guidati da Felipe Gonzàlez, si dedicano ad accentuare la flessibilità del lavoro e ad agevolare il capitale privato internazionale, situandosi a pieno titolo “nel quadro dell’ortodossia neoliberale che si impone a tamburo battente”. È significativa una frase del ministro dell’economia del governo socialista dell’epoca, secondo il quale “la miglior politica industriale è quella che non esiste”, un principio cardine del dogma neoliberale e un vero e proprio testimone ideologico che popolari e socialisti si scambiano nella staffetta che li avvicenda al governo. PSOE e PP condividono anche l’obbiettivo dell’integrazione del mercato spagnolo in quello europeo, così come l’adesione all’Unione nel 1986. È invece il Partido Popular guidato da Aznar a garantire il rispetto delle condizioni imposte dal trattato di Maastricht e il passaggio all’euro. Il più recente patto di stabilità completa un insieme di misure che caratterizzano tutta la politica economica del regime sorto dopo la morte di Franco, e che lo collocano saldamente sulla via maestra del liberismo. Per i redattori dell’opuscolo le conseguenze sono nefaste: “se analizziamo i fatti dal punto di vista delle classi popolari dobbiamo concludere che il costo di tutto il processo di modernizzazione dell’economia e della società ha gravato sulle spalle dell’insieme della classe lavoratrice”.

Così l’integrazione del regno di Spagna nel progetto dell’Europa dei capitali genera una struttura economica fortemente disequilibrata nella quale il peso del settore delle costruzioni edili, affiancato e sostenuto dalla finanza speculativa, diviene sempre più rilevante, fino a raggiungere una percentuale molto alta del PIL. Nel 2007 la bolla immobiliaria scoppia con particolare violenza in Spagna, i nodi del sistema finanziario vengono al pettine e il modello collassa. Ma il capitalismo è un sistema sociale in perenne trasformazione, capace di usare la crisi per rinnovarsi e garantire la propria sopravvivenza: gli stati europei salvano le banche (e gli speculatori) e destinano a questo scopo milioni di euro, indebitandosi fortemente. La ricetta dell’austerità economica, del pareggio del bilancio e del contenimento della spesa pubblica rivela chiaramente la direzione presa dal sistema: una redistribuzione della ricchezza sempre più diseguale e una prospettiva di impoverimento di lunga durata per le classi popolari.

El Llibre roig dels Països Catalans prosegue fornendo una serie di dati che suffragano l’analisi svolta fin qui e che disegnano un vero e proprio atlante socioeconomico del paese. I dati sui prestiti concessi per l’acquisto della casa sono particolarmente significativi. Negli anni del credito facile, in molti stipulano un mutuo; in seguito alla crisi economica però non possono più pagare la rata. In questi casi la proprietà dell’immobile torna alla banca, che lascia famiglie intere senza casa e con il mutuo da pagare. Dai 10.000 casi del 2007 si è passati ai quasi 40.000 del 2012. Ma c’è di più: secondo i dati riportati nel libro, la banca privata che ha beneficiato più di tutte le altre dell’aiuto dello stato (Bankia) è allo stesso tempo quella che ha provocato il maggior numero di sgomberi e che è tornata in possesso del maggior numero di immobili.

Tra il 2000 e il 2007, nel periodo del credito facile e della speculazione immobiliaria, il prezzo della casa nello stato spagnolo ha visto un’impennata che non ha eguali se paragonato all’andamento analogo registrato in Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti. Quando in seguito alla crisi i contraenti non hanno più potuto pagare il mutuo sulla casa, si è smesso di costruire lasciando sul territorio numerosissimi appartamenti nuovi che sono rimasti vuoti: 448.356 in Catalunya, 505.029 nel País Valencià e 71.255 alle Balears. Una somma che rappresenta il 13,5% degli appartamenti sfitti dello stato spagnolo. Oltre al danno subito dai cittadini che hanno perso la casa, la speculazione immobiliaria dei primi anni del nuovo secolo ha generato anche un considerevole danno ambientale: l’indice di urbanizzazione della costa è cresciuto notevolmente, spesso compromettendo il paesaggio e la natura.

“I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” è il titolo del capitolo che El llibre roig dels Països Catalans dedica alla distribuzione della ricchezza. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza sociale, consegna un dato sul quale riflettere. I Països Catalans registrano la disuguaglianza più alta di tutta l’area europea: peggio di Gran Bretagna, Italia, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia… ma anche di Portogallo e Grecia. Il 20% più ricco della popolazione ha un reddito quasi 7 volte superiore al 20% più povero.

Questo gigantesco processo di trasferimento della ricchezza dai più poveri a beneficio dei più ricchi è stato possibile anche grazie a una serie di riforme del mercato del lavoro che, sia quando sono state varate dal PP che dal PSOE, hanno immancabilmente seguito la direzione della riduzione dei diritti dei lavoratori e del peggioramento delle loro condizioni contrattuali e di lavoro. Una vera e propria offensiva bipartisan contro le classi lavoratrici dei Països Catalans che ha imposto licenziamenti più facili, deroghe al contratto, maggiore precarietà e che si riflette nell’andamento del tasso di disoccupazione: dal 10% circa del 2005 al 27% del 2012. Altrettanto allarmanti sono i dati sulla popolazione a rischio di esclusione sociale: 23% in Catalunya, 30% al País Valencià e 28% alle Balears. L’insieme dei Paísos Catalans fa registrare un considerevole 26% di popolazione a rischio.

Oltre a fornire una gran quantità di dati, messi a disposizione di ogni collettivo, casale indipendentista o associazione che intenda lottare per le classi lavoratrici e per il riconoscimento nazionale, gli autori del libro offrono la propria sintesi: la situazione di sovraproduzione, bassa crescita economica, basso consumo dovuto ai bassi salari, fa prevedere un impoverimento persistente delle classi popolari, in balia di un capitalismo sempre più aggressivo e ormai indisponibile a qualsiasi patto sociale. In questa prospettiva l’indipendenza dei Països Catalans significa non solo la nascita di una nuova Repubblica ma anche un progetto politico per restituire potere ai lavoratori, un’ipotesi rivoluzionaria per trasformare la struttura sociale, una rottura con il liberismo. Un’aperta rivendicazione di cambiamento: come si legge nelle conclusioni del libro rosso dei Països Catalans, indipendenza “per cambiare tutto”.

Essere Països Catalans, secondo Joan Fuster.

L’invito più convincente a impiegare la definizione di Països Catalans si trova forse in Questió de noms, di Joan Fuster, uscito per le Edicions d’Aportació Catalana nel 1962, risultato dell’attenta riflessione che l’autore, dedito alla letteratura e alla critica, svolge allo stesso tempo attorno alla cultura del proprio paese. Nato a Sueca, un piccolo centro a sud di València, lo scrittore si forma nei difficili anni che seguono la guerra civile, quando “trovare un libro, non solo in català ma addirittura in castigliano, che non fosse mediocre era difficile” come sostiene nell’intervista rilasciata a Montserrat Roig nel 1977. Sebbene Questió de noms, opera già matura, non si inoltri sul terreno della politica bensì rimanga in quello storico e culturale, si tratta di un pamphlet denso di implicazioni scomode per il regime franchista.

La questione, spiega Fuster, nasce all’epoca della conquista delle Balears (1229) e del País Valencià (1245), quando il sovrano del Principato catalano Jaume I struttura le regioni appena strappate agli arabi in due regni separati. Dopo secoli di dominazione saracena si tratta di portarvi l’habitus culturale e il tessuto sociale caratteristico del Principato e dei regni cristiani della penisola. L’obbiettivo viene perseguito e raggiunto ripopolando le isole e il País Valencià con immigrati provenienti in gran parte da Catalunya. La persistente immigrazione, la permeabilità delle frontiere e soprattutto la lingua comune fanno si che valenziani e mallorquini si considerino catalani esattamente come gli abitanti del Principato. Lo scrittore Ramon Muntaner, contemporaneo di Dante e autore di un’importante cronaca delle vicende della corona e dell’espansione catalana, definisce gli abitanti del sud confinanti con Murcia, “catalani autentici” in grado di parlare un ricco e pregevole català.

Queste popolazioni sono ritenute catalane anche dall’estero, sia nel medio evo che nel rinascimento, senza alcuna distinzione regionale. Originari di Xàtiva (País Valencià), i Borgia sono conosciuti ovunque come catalani: Fuster ricorda che quando la famiglia arriva al soglio papale gli italiani esclamano: “O Dio, la Chiesa Romana in mano ai catalani”. E Alfonso Borgia, ossia Papa Callisto III, si definisce “Papa catalanus”. Ma gli esempi illustri, secondo l’autore, riposano su un dato di fatto fondamentale: la lingua comune, che fa si che gli abitanti delle Balears, del País Valencià e del Principato si sentano un solo popolo.

Malgrado risponda a un’esigenza giuridico-amministrativa, la creazione e il consolidamento dei regni separati apre la strada all’uso di denominazioni locali: soprattutto riguardo agli affari interni alla corona si comincia a fare riferimento a valenziani e mallorquini. Ciò significa che la unità catalana si articola in rami diversi. Favorito dalle strutture statali e amministrative, comincia a svilupparsi un certo orgoglio regionale (non solo al País Valencià e alle Balears ma anche a Catalunya) e quello che era un solo popolo inizia a differenziarsi. Il dato strutturale dell’unità della lingua non cambia: quello che cambia è la consapevolezza di tale unità, che perde terreno a beneficio di una progressiva regionalizzazione.

Secondo Fuster catalani diviene una parola ambigua: in primo luogo perché ci sono catalani più catalani degli altri (gli abitanti del Principato, cioè della Catalunya in senso stretto, che non perdono il proprio appellativo); in secondo luogo perché il termine allude contemporaneamente sia a una parte che all’insieme della popolazione. Solo l’impiego di un nome in grado di abbracciare contemporaneamente le isole, il País Valencià e il Principato potrebbe contrastare la diffusione delle denominazioni regionali. Ma all’epoca un nome simile non esiste.

E le testimonianze della sopravvivenza dell’antico uso della parola catalani sono ancora numerose: Anselm Turmeda afferma nella sua Disputa de l’ase (1417) di “essere di nazionalità catalana e nato a Mallorca”. È solo attorno all’inizio del XVII secolo che, come attestano varie voci tra cui quella del cronista Gaspar Escolano, mallorquini, valenziani e abitanti del Principato si allontanano tanto da portare alla nascita di forme dialettali inedite, in grado di intaccare l’unità della lingua e accentuare le differenze. La memoria dell’unità non si cancella ma la coscienza di essere un solo popolo si incrina.

Tra il XVI e il XIX secolo il particolarismo si rafforza: a differenza del passato gli eruditi dell’epoca rivendicano l’esistenza di lingue regionali differenti l’una dall’altra.  L’abbaglio che porta a  scambiare il català originario per il provenzale non facilita la chiarezza e si arriva a coniare definizioni fantasiose come quella di bacavès per indicare la lingua delle Baleari, Catalunya e  País Valencià. A questo proposito il celebre scrittore Salvador Espriu propone ironicamente il rosalbacavès, in modo da includere nella definizione anche gli abitanti del Rosselló e di Alghero (dove il català conserva una comunità di parlanti). La creazione eclettica di etichette più o meno fantasiose, priva di serie basi culturali, si rivela presto impraticabile ed effimera.

Mostrando ai catalani il loro passato comune, gli uomini della renaixença tornano a fare del català una lingua letteraria. Se da un lato affermano lo studio erudito del vernacolo, dall’altro riportano in auge l’idea dell’unità della lingua e conseguentemente dei caratteri storici catalani. È all’inizio del XX secolo, afferma l’autore, che al Principato così come alle Balears e al País Valencià sorgono gruppi che si dicono pancatalanisti e che aspirano apertamente a ricostituire la precedente unità. A partire da questo momento il localismo perde terreno, le pubblicazioni in català aumentano e la popolazione considera sempre più normale riferirsi alla lingua catalana come al proprio idioma materno. Parallelamente si impiega la definizione di grande Catalunya per indicare tutti i territori di lingua catalana e semplicemente Catalunya per indicare il Principato.

Ma per Fuster la definizione migliore dell’insieme dei luoghi in cui si parla il català  è quella di Països Catalans. Da un lato perché si è largamente affermata negli ultimi decenni; dall’altro perché si tratta di un nome plurale, che accoglie e salva i particolarismi e le differenze, che ci sono, senza negarle. Si tratta, sostiene l’intellettuale di Sueca, di impiegare sistematicamente la nuova definizione, sostituendo alla terminología affermatasi nel periodo della disgregazione della coscienza nazionale catalana un lessico adeguato a ricostruirla. Nella convinzione che sia  necessario un profondo e lungo processo di trasformazione sociale parallelo e coerente con l’impiego del nuovo vocabolario. Nel frattempo però Països Catalans è il termine più opportuno di cui servirsi, perché riflette l’unità nella differenza e nella pluralità che caratterizza il popolo catalano.

Secondo il musicista e deputato indipendentista Lluís Llach, “Fuster ci ha insegnato un’altra maniera di essere catalani […] ci ha aperto le porte per una catalanità molto più complessa, ampia, plurale e molto meno egoista”, come dichiara nel documentario Ser Joan Fuster (ovvero Essere Joan Fuster) realizzato nel 2008 dall’Univeristà di València.

Se da un lato il contributo dell’intellettuale di Sueca alla crescita della coscienza nazionale del proprio paese gli assicura il riconoscimento e l’ammirazione diffusa soprattutto tra i giovani, dall’altro gli vale l’odio dei nostalgici del fascismo spagnolo, l’attentato esplosivo del novembre del 1978 e quello dell’11 settembre del 1981, quando due bombe piazzate da ignoti danneggiano la sua abitazione senza ferirlo. Ciononostante l’influenza di Joan Fuster nella società e nella cultura civile e politica catalana si è enormemente diffusa, così come l’uso del termine Països Catalans, forse il suo lascito più significativo.

11 settembre 2016.

L’undici settembre si celebra la diada, il giorno in cui Catalunya perde le proprie itituzioni e viene sconfitta e sottomessa al Borbone (1714), data che inaugura un lungo percorso di repressione e anticatalanismo che caratterizzerà i governi del Regno di Spagna.

Oltre alla tradizionale celebrazione, quest’anno la festa nazionale ha assunto un significato particolare: da un lato si trattava del primo 11 settembre segnato dalla presenza di una maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano; dall’altro si ricordavano i 40 anni dalla prima diada successiva alla morte di Franco, organizzata dalle forze democratiche, della sinistra e repubblicane a Sant Boi a causa del divieto di manifestare a Barcelona, svoltasi in un clima ancora caratterizzato dalla repressione e ricordata per lo slogan che la prudenza non ci faccia traditori.

Quest’anno la festa si articolava in cinque manifestazioni organizzate a Barcelona, Berga, Lleida, Salt e Tarragona, all’insegna di un percorso pensato per portare il popolo di Catalunya a dichiarare la Repubblica e l’indipendenza. I mezzi di comunicazione spagnoli hanno già sentenziato che i manifestanti sono stati meno degli anni precedenti, in ogni caso non sotto le 800.000 persone, ma la misura della partecipazione popolare risulta più chiara se svolgiamo una semplice proporzione. Se si considera che Catalunya conta sette milioni e mezzo di abitanti risulta che oltre il 1o% della popolazione è sceso in piazza a manifestare. Per raggiungere una partecipazione simile in Spagna (46 milioni di abitanti) dovrebbero svolgersi concentrazioni di circa cinque milioni di persone, cosa che non è accaduta mai. L’obbiettività di molti giornali spagnoli in merito al tema Catalunya è come minimo messa in dubbio da valutazioni simili.

Nonostante il successo della diada del 2016, il processo verso l’indipendenza sembra svolgersi lungo un percorso ancora insidioso. Il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha ribadito dai microfoni di Catalunya Ràdio la bontà del referendum, finora sempre negato dallo stato spagnolo, inteso come lo strumento più adatto perché i catalani possano finalmente esprimersi sull’indipendenza. Se lo stato seguirà nel divieto, l’attuale Governo della Generalitat, sostiene Puigdemont, porterà comunque a termine il mandato ricevuto dalle urne: ciò vuol dire che convocherà un referendum, “lo faremo se è fattibile, non solo se à accordato con lo stato” o indirà elezioni di natura costituente, entro il settembre del prossimo anno.

Malgrado le differenze che gli impediscono di formare un governo in Spagna (le elezioni del dicembre 2015 e del giugno 2016 non sono state sufficienti per formare una maggioranza) Partido Popular, Psoe e Ciutadans, sembrano un blocco monolitico nel rifiuto del referendum a Catalunya. E la volontà di non lasciare esprimere democraticamente i catalani è certamente una delle cause del blocco in cui si trova il sistema politico spagnolo: se il Psoe si sommasse ai partiti favorevoli al referendum si avrebbe già una maggioranza di governo.

Tanta ostinazione non si comprende anche perché il risultato di una consulta popolare non sarebbe così scontato: gli elettori di Podemos per esempio si ripartirebbero tra i favorevoli e i contrari all’indipendenza in una proporzione che non conosciamo. La formazione di Pablo Iglesias mantiene una posizione quantomeno ambigua in merito, sostenendo contemporaneamente il diritto a decidere dei catalani e il rifiuto di dichiarazioni o scelte unilaterali che portino all’indipendenza. Stupisce tanta prudenza riguardo al principio di autodeterminazione dei popoli e alla repubblica, temi che dovrebbero far parte del patrimonio politico di qualsiasi partito di sinistra, tanto più se di ispirazione marxista. Mentre accusa più o meno apertamente la sinistra catalana di nazionalismo, di fatto è Podemos a essere schierato con i partiti nazionalisti spagnoli più conservatori.

Altra difficoltà sulla strada della costruzione della Repubblica sembra la causa che il Tribunale Costituzionale ha istruito contro Carme Forcadell, Presidente del Parlamento catalano, rea di aver autorizzato il dibattito in aula sul processo costituente e sulla disconnessione dallo stato spagnolo. A questo proposito, Puigdemont ha sostenuto nella stessa intervista che, a dispetto di una eventuale inabilitazione decisa dal Tribunale, Carme Forcadell continuerebbe in ogni caso a rivestire la carica di Presidente del Parlamento, essendo la camera elettiva la sola istituzione che può deciderne la destituzione. Interrogato sulla portata politica di un atto di disobbedienza quale il non riconoscimento della condanna del Tribunale, Puigdemont ha affermato che il primo a disobbedire al popolo di Catalunya è lo stato spagnolo: è quest’ultimo che non rispetta il risultato delle elezioni del 27 settembre 2015, dalle quali è scaturito il mandato a portare a termine il lungo cammino verso l’indipendenza e la proclamazione della Repubblica.

Catalunya, «che fare»?

Camallera, comune di circa 800 abitanti, agosto 2016, cinema Sonora, temperatura attorno ai 35 gradi: tre rappresentanti dei diversi partiti della sinistra catalana attorno a un tavolo e più di un centinaio di persone che assistono al confronto. La foto di Camallera è un ritratto della Catalunya odierna, i cui tratti politico-culturali emergono nel corso del dibattito fino a ricomporre l’immagine di un paese nel bel mezzo di un processo di cambiamento che le diverse anime della sinistra considerano di natura costituente.

A partire da questa valutazione condivisa però, le sfumature nelle diverse prospettive strategiche disegnano un quadro complesso dal quale non sembra ancora emergere una proposta unitaria in grado di rispondere alla questione del “che fare”, tema del dibattito organizzato nell’ambito della manifestazione della “Repubblica delle parole critiche”.

Che fare dunque? Joan Tardà, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) non esita a esplicitare la propria proposta: proclamare la Repubblica catalana al più presto e redistribuire la ricchezza. Pur non essendo alle porte di una rivoluzione socialista, la Repubblica significherebbe una battuta d’arresto per le politiche neoliberiste, un’inversione di tendenza  in un certo senso rivoluzionaria, se comparata alle politiche economiche dei governi degli ultimi anni. Inoltre il processo di cambiamento in Catalunya innescherebbe una crisi generalizzata al resto della Spagna, aprendo uno scenario di trasformazione che tutta la sinistra della penisola, non solo quella catalana, dovrebbe guardare con favore. In questa prospettiva proclamare la Repubblica in Catalunya significa portare il cambiamento in tutta la Spagna, scuotendo i fondamenti del patto costituzionale del 1978, ormai esaurito.

Eulàlia Reguant, deputata della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), sviluppa la propria riflessione ricordando l’esperienza unitaria degli indignati, alla quale a suo tempo ha partecipato tutta la sinistra radicale spagnola e che ha rappresentato un movimento eminentemente critico, in certo modo caratterizzato soprattutto dal momento distruttivo. Oggi sarebbe logico che la sinistra si trovasse ancora unita, sebbene in un momento più costruttivo (segnato dall’affermazione della maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano) impegnandosi a portare nel processo di creazione del nuovo stato la critica al capitalismo, la coscienza femminista e la sensibilità ecologista che la contraddistinguono.

In línea con il proprio partito, che pur partecipando alla commissione parlamentare sul processo costituente non ne ha votato la risoluzione di disconnessione dallo stato spagnolo, il deputato dell’articolazione catalana di Podemos Xavi Domènech tira il freno, non condividendo lo scenario di cambiamento disegnato da Tardà e Reguant. La sua risposta al “che fare” è un vero e proprio invito a non precipitare gli eventi, atteggiamento curioso in un rappresentante di un gruppo che si proclama garante del cambiamento radicale. I sogni, argomenta Domènech, non si realizzano in breve tempo né facilmente, lasciando intendere che l’indipendenza e la Repubblica sono obbiettivi lontani. Quello che dice apertamente invece è che non intende appiattire il proprio discorso soltanto sul tema del nuovo stato: non si può mettere in secondo piano la crisi di sistema, sociale ed ecologica degli ultimi anni. Davanti a queste contraddizioni, non è detto che un nuovo stato renda più liberi i cittadini, né assicuri una prospettiva di emancipazione e di crescita del loro potere.

Alle perplessità espresse da Domènech risponde Tardà: «nella Repubblica che costruiremo firmeremo il TTIP o no? Avremo un modello pensionistico privato o uno sostenuto dallo Stato?  Costruiremo una scuola privata e confessionale o una pubblica e laica? Avremo un esercito di professionisti, una milizia popolare repubblicana o non avremo esercito? Tutto ciò dipende da chi eserciterà l’egemonia nel processo costituente». Che aspetta Podemos, sembra dire, a sommarsi al processo? E prosegue interrogando Domènech e i presenti: «perché le grandi istituzioni finanziarie spagnole e catalane, così come l’associazione della grande imprenditoria catalana, sono radicalmente contrarie alla creazione della nuova Repubblica? Perché l’oligarchia catalana e spagnola sa perfettamente che la Repubblica attaccherà le sue posizioni di privilegio». Per questo, è l’invito implicito a Podemos, le varie anime della sinistra dovrebbero lavorare assieme e assicurarsi l’egemonia nel processo di costruzione della Repubblica. Tanto più che l’oligarchia farà di tutto per difendere lo status quo, avverte Tardà, ricorrendo se necessario a qualsiasi mezzo, nessuno escluso: davanti alla risposta repressiva del potere la sinistra sarà giocoforza schierata dalla stessa parte.

Reguant intende la natura dei dubbi sollevati da Domènech e sottolinea che il cambiamento radicale della società non può esaurirsi nella mera conquista della maggioranza parlamentare ma deve accompagnarsi a un processo di autorganizzazione popolare che restituisca la sovranità alle classi popolari, rendendole protagoniste delle scelte economiche, ecologiche, alimentari e riproduttive. Per raggiungere l’obbiettivo però, le sinistre devono unirsi perché «se partecipiamo uniti l’egemonia sarà nostra».

Quando Domènech sottolinea che al processo costituente partecipa una forza borghese con la quale non intende mischiarsi (il Partit Demòcrata Català) Tardà risponde per le rime ricordando che a Barcelona la coalizione alla quale partecipa Podemos «è già venuta a patti, dopo pochi mesi dalla vittoria alle comunali, con il PSOE più corrotto degli ultimi decenni, deludendo le aspettative di cambiamento». Chi non smette di lavorare per il ponte a sinistra è Reguant che invita alla critica costruttiva, intesa come un’occasione per conoscere meglio i propri interlocutori.

Il processo costituente passa ora per la festa nazionale dell’’11 settembre e per la mozione di fiducia al governo della Generalitat, momento di verifica dell’unità delle forze indipendentiste, preliminare per ogni altra iniziativa volta alla costruzione della Repubblica. Volendo scomodare un illustre antecedente quale Mario Tronti e parafrasando il suo scritto Lenin in Inghilterra, la strada di un Lenin in Catalunya, sebbene si dispieghi su un terreno più classico e perfino ortodosso (il diritto all’autodeterminazione dei popoli) non sembra ancora affatto spianata.

Una storia degli anni ’70.

Tra la biografia e il saggio storico, Memòries d’un rebel di Frederic Bentanachs costituisce una testimonianza che, sebbene talvolta non riesca a passare dalla rievocazione personale alla riflessione più ampia, ha però il merito di catapultare il lettore negli anni turbolenti del tramonto del franchismo e della cosiddetta transizione alla democrazia, ricostruendoli secondo un punto di vista critico che ne smentisce la idillica versione ufficiale.

Nato nel 1956 in un piccolo paese della Catalunya centrale, Bentanachs rievoca l’atmosfera repressiva del regime degli anni ’60, che segna la crescita personale, ancora prima che politica, dell’autore: «il castigliano era obbligatorio per tutti e il catalano semplicemente proibito». Il controllo del regime si estende in quel momento a tutti gli ambiti della vita sociale: «Per dimostrare di aver assistito alla messa della domenica, dovevo portare a scuola ogni lunedi il foglio parrocchiale». Il franchismo è agli sgoccioli ma non per questo attenua i suoi tratti repressivi (basti pensare che l’ultima condanna a morte, quella del militante anarchico Salvador Puig Antich, viene eseguita nel 1974).

Figlio di un ex-combattente repubblicano, cresciuto sotto l’influenza della forte personalità della nonna (membro di Estat Català) nella cui casa di Barcelona matura una precoce consapevolezza politica, l’autore respira nell’ambiente familiare un sentimento di sconfitta e una curiosità per il maggio ‘68 che agiscono come una miccia. Già da giovanissimo si rende consapevole della doppia oppressione, nazionale e di classe, che soffre il popolo catalano e contro la quale impronta tutto il suo percorso politico. Tra il 1975 e il 1979 milita nell’organizzazione giovanile del Partit Socialista d’Alliberament Nacional-Provisional (PSAN-p) e nel sindacato rivoluzionario, nel quale vive le prime esperienze politiche, fino a partecipare alle attività del nucleo embrionale di Terra Lliure, organizzazione  armata per il socialismo e l’indipendenza dei Països Catalans.

Bentanachs ricorda che tre anni dopo la morte del dittatore «la Spagna non aveva approvato una costituzione borghese, piú o meno democratica; e ancora vigevano le leggi delle Corts franchiste». L’undici settembre del 1978 la manifestazione che si svolge a Barcelona per celebrare la festa nazionale di Catalunya si rivela drammatica. Nel corso degli scontri la polizia spara e uccide un manifestante sotto gli occhi dell’autore: «…mentre Gustau Muñoz cercava di dileguarsi, da un gruppo della brigata político-sociale gli spararono alla schiena. Barcollando e sanguinante cercò di arrivare fino al carrer Ferran, dove tentammo di aiutarlo portandolo al riparo dentro un portone».

Il processo di transizione alla democrazia non significa la fine del franchismo, che sopravvive nei settori chiave dell’apparato statale. Sconfiggere il fascismo, costruire uno stato indipendente e socialista, diventa l’obbiettivo di Bentanachs e di una parte minoritaria, ma dal rilevante peso specifico, della sua generazione. Assieme ad altri cinque giovani, Bentanachs parte alla volta del paese basco per ricevere un addestramento militare che la vicinanza ideologica e la solidarietà tra il nazionalismo basco e quello catalano rendevano possibile. In Euskadi i cinque incrociano la strada di ETA e toccano con mano per la prima volta l’esperienza drammatica della clandestinità. “Txomin”, responsabile politico e militare di ETA, gli avverte: «Avete un anno di vita; può accadere che in un arco di tempo di due o tre mesi qualcuno di voi muoia o che finisca in carcere».

Di ritorno a Barcelona il gruppo programma l’assalto a un furgone blindato in modo da procurarsi il denaro necessario a finanziare la lotta ma l’azione si rivela un fallimento e si conclude con la morte di uno dei membri del nucleo: Martí Marcó. La riflessione dell’autore è amara: «Il film della favola dei ragazzi che volevano giocare alla rivoluzione finisce in una sola notte. Improvvisamente ci trovammo con un compagno in clandestinità, un morto, armi, un appartamento vuoto, un covo e un debito con ETA. L’utopia era finita».

Secondo Bentanachs il debito si sostanziava in un paio di azioni che i militanti baschi avevano chiesto fossero rivendicate a loro nome e dirette contro gli interessi francesi in Spagna. Per questo il gruppo progetta gli attentati contro una concessionaria Renault e un centro commerciale Carrefour a Barcelona. Felix Goñi e Quim Pelegrí si incaricano di piazzare una bomba alla concessionaria mentre Griselda Pineda e Bentanachs fanno da gruppo di appoggio. All’una di notte, trasportando un ordigno esplosivo alla concessionaria, Felix Goñi salta in aria e muore.

Tre giorni dopo la polizia arresta Bentanachs e lo porta al commissariato della Via Laietana di Barcelona dove per una settimana viene tenuto in isolamento e torturato: «cercarono di soffocarmi con una borsa di plastica, mi colpirono con una coperta bagnata e con un casco in testa mi picchiarono con una spranga di ferro […]. Non mi lasciarono dormire per ore e mi appesero a quella che chiamavano sbarra democratica. Spogliato e ammanettato ti appendevano e ti picchiavano i piedi». Con il sostegno della famiglia e degli amici di Sanaüja, il paese di origine, inizia il soggiorno nelle carceri spagnole, prima alla Model di Barcelona, entrando a far parte di un popolo di prigionieri politici che il carcere intenta rendere invisibili e spogliare della propria dignità.

Dopo aver partecipato a una rivolta viene trasferito a Carabanchel, dove si integra nel collettivo di ETA-m: «i milis ci trattavano come se fossimo dei loro, eravamo riconosciuti nelle assemblee come militanti a pieno titolo, con diritto di parola e di voto». Con i prigionieri di ETA-m condivide la vita quotidiana, le lotte interne al carcere e lo sciopero della fame. Contemporaneamente Terra Lliure mette a segno le azioni piú importanti contro lo stato spagnolo in Catalunya. La condanna a quattordici anni chiesta dal pubblico ministero è una vera e propria doccia fredda. È accusato di rapina, intimidazione, strage premeditata, possesso d’armi da guerra, possesso d’esplosivo e rinviato a giudizio il 20 febbraio 1981. La sentenza di condanna è inaspettatamente piú favorevole delle previsioni: quattro anni. È la pena per aver preso parte, come scrivono i giudici, a «una organizzazione armata strutturata gerarchicamente, che attraverso il ricorso alla violenza pretendeva raggiungere l’indipendenza della Catalunya in un regime socialista».

Uscito dal carcere nel 1982, l’autore partecipa alle vicende del Moviment de Defensa de la Terra (MDT) e dell’indipendentismo catalano degli anni’80 e ’90 dalla seconda linea. Anche per questo il libro tratta questi anni superficialmente, peraltro senza approfondire né l’analisi della composizione sociale del movimento né la storia di Terra Lliure.

Ciò che invece viene messo a fuoco in maniera più convincente è il passaggio dal franchismo al regime democratico: per Bentanachs l’avvento della democrazia è poco meno di un inganno, dal momento che il fascismo spagnolo non viene sconfitto sul campo di battaglia ma semplicemente accetta di venire a patti in seguito alla morte di Franco. Si tratta di uno sguardo  differente sulla transizione spagnola, un processo spesso indicato dalla vulgata dominante dei politologi come esemplare, in grado di portare in modo indolore dal fascismo alla democrazia. Ma davvero è stato cosi? E un regime nel quale la polizia puó impunemente torturare nelle proprie caserme, come testimonia l’autore, puó definirsi democratico? Non fosse che per il fatto di sollevare questi interrogativi, il libro vale la pena.

Così come vale la pena la riflessione sul significato della propria esperienza di lotta e sul senso di alcune parole come ad esempio terrorista. Bentanachs non vuole sfuggire alle proprie responsabilità bensí inserirle nel giusto contesto storico: «Sono ben cosciente che per tutto quello che ho spiegato nel libro, daccordo con la terminología di moda oggi sono stato un terrorista e che inoltre questa parola provoca orrore e rigetto […]. Peró a parte queste considerazioni, senza dubbio generalizzazioni prodotte dal pensiero unico […] qualsiasi embrione di lotta per la libertà e la giustizia sociale deve scontrarsi con il sistema…». Terrorista è un epiteto che i vincitori, coloro che si mantengono al potere, lanciano contro gli sconfitti ma che si potrebbe rivolgere anche a molti stati, «o è che le bombe della NATO non uccidono esseri umani innocenti? O è che le multinazionali non fanno terrorismo ecologico per espandere le proprie attività inquinanti; o è che i consigli d’amministrazione di banche e grandi industrie non fanno terrorismo, facendo firmare alla classe operaia impoverita contratti da fame…».

Se nel modo di raccontare la propria storia, dichiaratamente di parte, non troviamo la pretesa dell’obbiettività e la profondità dell’analisi (tipiche del saggio storico) dal racconto di Bentanachs emerge invece in maniera evidente un’altra qualità: lautenticità del personaggio e della propria versione dei fatti.

Il dibattito sulla lingua della repubblica catalana: il bilinguismo come maschera della repressione.

Uno dei temi centrali nel processo di costruzione della repubblica catalana avviato dopo le elezioni del 27 settembre 2015 è quello della lingua: una questione aperta che contrappone i differenti soggetti politici e che suscita numerose prese di posizione all’interno del mondo della cultura. Tra queste, risale a pochi giorni fa la pubblicazione del manifesto  Per un veritable procés de normalització lingüística a la Catalunya independent firmato da numerosi intellettuali, accademici e personalità storiche del mondo indipendentista riunitesi nel Grup Koiné.

L’analisi proposta nel manifesto si sviluppa a partire dallo status di lingua nazionale del català, nel senso di lingua che si è formata sul territorio di Catalunya, dove ha intrapreso un processo storico di evoluzione che l’ha portata ad estendersi anche al País Valencià e alle Balears.

Nonostante sia la lingua che storicamente la popolazione catalana ha sempre parlato, il català non si trova nella situazione di normalità che vivono le lingue nazionali sul proprio territorio. Il manifesto ricorda che a causa dell’annessione del Principat de Catalunya al Regno di Castella imposta con la forza nel 1714, il castigliano, come lingua di dominio politico, contende al català lo status di lingua territoriale, cercando di sostituirlo in tutto il paese (così come ha fatto il francese a partire dal 1659, dopo l’annessione dei territori della Catalunya Nord alla monarchia di Luigi XIV).

Il tentativo di sostituzione del català si è avvalso di mezzi coercitivi e repressivi dittatoriali, che hanno imposto lentamente alla popolazione catalana il castigliano. Il manifesto del Grup Koiné sottolinea che fino al 1939, soprattutto nei settori popolari, il processo di sostituzione del català era ancora abbastanza precario e che il castigliano ha finito per imporsi solo grazie all’opera del generale Franco. Per mezzo della repressione politico-giuridica del català, dell’imposizione del castigliano nel mondo della scuola, dell’università e dei mezzi di comunicazione, dell’utilizzazione dell’immigrazione di lingua castigliana come involontario strumento di colonizzazione linguistica, il franchismo ha portato a termine in quarant’anni un processo che, reprimendo e marginalizzando il catalano, ha condotto ad una situazione di bilinguismo forzoso.

La caduta del fascismo spagnolo, alla morte di Franco, e il regime democratico sorto nel 1978 non hanno messo fine all’imposizione politica e giuridica del castigliano in Catalunya: nell’amministrazione pubblica il català è ancora frequentemente discriminato, il suo status nella scuola è costantemente messo in discussione dalle proposte del parlamento spagnolo,  nel mondo del lavoro si rivela spesso più utile il castigliano. Secondo i firmatari del manifesto, tra le conseguenze di questa discriminazione troviamo il costume di parte della popolazione catalana (forse dettata dall’abitudine a considerare la propria lingua come secondaria) di rivolgersi in castigliano agli sconosciuti, o il rischio di degrado qualitativo del català.

Il manifesto del Grup Koiné prosegue descrivendo l’esito paradossale del processo di sostituzione linguistica: il català si trova sempre più marginalizzato sul proprio territorio a beneficio della lingua dell’immigrazione, si badi bene però, solo dell’immigrazione di lingua  castigliana: tutte le altre lingue della popolazione immigrata (amazic, arabo, cinese…) non godono della stesso trattamento di favore. Secondo i firmatari del manifesto è evidente la natura ideologica del bilinguismo che, più che fenomeno egualitario che arricchisce la popolazione, si rivela la maschera presentabile della repressione e della marginalizzazione del català a beneficio del castigliano. L’ideologia del bilinguismo nasconde così la costante sostituzione di una lingua con l’altra, legittimandola e consacrandola alla normalità democratica.

Nel momento attuale però, nel quale Catalunya attraversa un processo di natura costituente volto alla costruzione di una repubblica indipendente dal Regno di Spagna, la questione della lingua non può essere nascosta dietro la maschera del bilinguismo: l’opinione dei firmatari del manifesto è che la discriminazione del català non possa proseguire come un normale dato di fatto nella nuova repubblica e che sia necessario cominciare da subito una campagna per rafforzare la coscienza linguistica in tutto il paese e portare ad una adeguata tutela costituzionale del català. Per questo si propongono tre obbiettivi fondamentali: 1) il pieno ed effettivo status di lingua nazionale del català, di lingua del territorio di Catalunya, allo stesso modo che per l’occità alla Vall d’Aran; 2) la fine della subordinazione sistematica e generalizzata del català (e dell’occità) al castigliano; 3) il progressivo rafforzamento del català.

Il processo costituente si arricchisce così della questione della lingua, che nell’intenzione del Grup Koiné deve trasformarsi in uno degli assi principali d’integrazione della cittadinanza, nella prospettiva di una società multilingue dove ognuno, indipendentemente dal paese e dal continente di provenienza, possa sentirsi accolto. Ma dove la lingua nazionale cessi finalmente di essere discriminata.

«Se mi parli in català si sospende il giudizio». I nuovi casi di discriminazione presentati dalla Plataforma per la llengua saranno esposti al Parlamento europeo.

La Plataforma per la llengua, l’organizzazione non governativa che promuove il català come strumento di coesione sociale, ha presentato all’ufficio di Barcelona del Parlamento europeo, un documento che raccoglie 37 nuovi casi di discriminazione linguistica nell’amministrazione pubblica spagnola.

L’ONG del català sottolinea che i casi si sono verificati negli ultimi due anni e mezzo e che violano sia la legislazione autonomica che quella statale. La ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie impegna la Spagna a non discriminarne i parlanti e a cancellare dal proprio ordinamento giuridico le norme che vietano l’impiego di tali lingue. Ma a giudicare dalla costante emersione di nuovi episodi di discriminazione, raccolti in Se mi parli in català si sospende il giudizio, l’obbiettivo sembra molto lontano.

Il titolo del documento si riferisce alla frase con la quale il 2 marzo 2015 un giudice di Figueres avverte che avrebbe sospeso la seduta se un testimone, dopo averne fatto formale richiesta, si fosse espresso in català. Di fronte al rifiuto del magistrato, il testimone opta per dichiarare in castigliano, soprattutto per non dover presentarsi in tribunale un’altra volta (vive a 150 chilometri da Figueres), ma presenta un reclamo formale. Il 9 aprile il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya dà cinque giorni di tempo al giudice per spiegare perché non ha applicato l’articolo 231.5 della Llei orgánica del poder judicial che prevede che qualsiasi persona presente al giudizio possa fare da traduttore, naturalmente sotto giuramento. Al 30 giugno il giudice non aveva ancora fornito nessuna spiegazione.

La Plataforma per la llengua fornisce una mappa dei casi distribuiti su tutto il territorio dei Països Catalans, dalle Balears all’Empordà, i cui protagonisti sono prevalentemente giudici e tutori dell’ordine, oltre che medici e insegnanti, accomunati dalla discriminazione nei confronti di chi parla català. Si tratta di un consistente aggiornamento della relazione del 2013, intitolata In spagnolo o niente, che descriveva 40 casi di discriminazione: tra questi vale la pena ricordare la vicenda kafkiana di una traduttrice dall’arabo e dall’amazic contattata dalla Guàrdia Civil di Palma (Mallorca) per effettuare una traduzione. Il 16 agosto 2007 viene respinta all’entrata della caserma di Palma, nonostante abbia un appuntamento con un capitano, perché si rivolge all’agente di custodia in català. Quando il giorno seguente riesce a incontrare il capitano in questione, l’ufficiale le dice che gli sembra vergognoso che una straniera difenda una lingua che neppure esiste, una pura invenzione, e che non c’è niente di peggio del català e di atteggiamenti come quello della traduttrice. Con l’aiuto dell’Obra Cultural Balear, la giovane porta alla luce il caso guadagnandosi una denuncia della Guàrdia Civil per gravi ingiurie. Dopo tre anni l’epilogo: il tribunale condanna la traduttrice a pagare una multa, accreditando la versione delle forze dell’ordine e sollevando le proteste dell’Obra Cultural Balear.

Con precedenti simili non stupisce che molti casi di discriminazione non vengano denunciati. L’atteggiamento di autocensura si spiega inoltre con la scarsa notorietà degli organismi di difesa dei diritti dei catalanoparlanti e con la interiorizzazione dello status di inferiorità della propria lingua come normale dato di fatto.

L’atto di presentazione del documento di denuncia della Plataforma per la llengua, tenutosi il 14 marzo 2016, ha potuto contare sulla presenza di cinque eurodeputati catalani: Marina Albiol, (Esquerra Unida del País Valencià), Ramon Tremosa (Convergència Democratica de Catalunya), Josep M. Terricabras (Esquerra Republicana de Catalunya), Francesc Gambús (Unió) i Ernest Urtasun (Iniciativa per Catalunya-Els Verds). Il 17 marzo Marina Albiol presenterà il documento alla commissione libertà, affari interni e giustizia del Parlamento europeo, dove si dibatterà la questione. Il fatto che il tema venga discusso per la prima volta in questa commissione, invece che nella commissione cultura, non è un dettaglio: implica il passaggio dalla prospettiva di una generica tematica culturale a quella della denuncia vera e propria della violazione dei diritti civili dei cittadini. L’eurodeputata dovrà svolgere il proprio intervento in castigliano perché il català non è una delle lingue ufficiali nelle quali lavora la Unione Europea.

¡En Cristiano!: quando parlare català può costare una denuncia.

Gli episodi di discriminazione per l’uso del català, se non sono sistematici, affiorano ancora  periodicamente per i Països Catalans. L’ultima denuncia risale al settembre scorso: secondo numerosi quotidiani, tra i quali l’Ara, El Punt, e Vilaweb, una guida di montagna di 31 anni che si recava al lavoro è stata fermata dalla Policia Nacional alla frontiera con la Francia e denunciata per resistenza a pubblico ufficiale per aver parlato in català. «Qui siamo in Spagna e si parla il castigliano» avrebbe detto il poliziotto. «In Catalunya si parla anche il catalano», sarebbe stata la rispota in seguito alla quale l’agente ha iniziato una rude perquisizione e stilato una denuncia.

Di casi simili la Plataforma per la Llengua ne conosce decine. E Ignasi Bea Seguí, politologo e militante della CUP, ne ha raccolti una dozzina nel libro ¡En Cristiano! Policia i guàrdia civil contra la llengua catalana, uscito nel 2014 per le edizioni Cossetania. Gli episodi sono di una sconcertante banalità: i protagonosti involontari sono cittadini normali, persone non impegnate da un punto di vista politico, che usano il català in un aeroporto, un commissariato o ad un controllo stradale. In ognuno di questi casi il rappresentante di turno delle forze dell’ordine intima che gli si parli come un cristiano, considerando evidentemente il català alla stregua di un linguaggio inferiore e procede il più delle volte a denunciare i malcapitati. In alcuni casi i tribunali non hanno riconosciuto la discriminazione e gli agenti sono stati assolti, in altri i cittadini che hanno osato denunciare i fatti sono stati addirittura condannati. Solo uno di questi casi si conclude con la condanna di un agente. Come è possibile che i cittadini non possano usare la propria lingua, nel proprio paese, nei rapporti con le forze di sicurezza spagnole? Come è possibile che tutto ciò accada oggi (i casi riportati nel libro sono accaduti tra il 1996 e il 2012, lontano dall’epoca franchista), come si spiega?

L’autore di ¡En Cristiano! fornisce una risposta articolata: da un lato esamina la storia recente, dall’altro ripercorre la vicenda secolare della persecuzione patita in epoche differenti dal català. Per quel che riguarda la cronaca degli ultimi anni, Bea Seguí ricorda che la costituzione del 1978 riconosce, per la prima volta, l’esistenza di differenti lingue nello stato spagnolo. Allo stesso tempo però, queste lingue non sono neppure citate con il loro nome. Inoltre la loro ufficialità viene relegata alle rispettive comunità autonome. La realtà è che la monarchia spagnola non sembra interessata a tutelare la ricchezza e il patrimonio culturale rappresentato dalla varietà linguistica.

Ma ciò che impressiona e colloca nella giusta prospettiva storica i casi esaminati nel libro, è la panoramica sui tre secoli abbondanti di persecuzione del català, per mano della Spagna borbonica come della Francia dell’ancien régime e della repubblica, della dittatura di Primo de Rivera come del fascismo di Franco, che vi si dedica con speciale scrupolo. Per ciascuna epoca ¡En cristiano! ricorda le misure repressive adottate: dal divieto di insegnare il català nelle scuole alla messa al bando di canzoni popolari come Els segadors (che oggi è l’inno catalano) o La Santa Espina. Un capitolo a parte merita la repressione franchista che va dal divieto di etichettare le merci in català alla sostituzione dei nomi delle piazze e delle insegne dei negozi (la plaça Catalunya di Barcelona diviene la plaza del Ejército Nacional); dalla soppressione della stampa in català alla eliminazione dell’insegnamento della filologia catalana e perfino della storia dell’arte medievale, considerata un’allusione esplicita alla cultura di Catalunya; dall’annullamento di certificati di nascita, morte e matrimonio redatti in català ai cartelli nelle fabbriche che ricordavano il divieto di parlare la lingua degli sconfitti della guerra civile.

Un corpo di leggi impressionante che smentisce le opinioni dedite a negare o minimizzare la repressione subita dalla lingua. Tra queste quella espressa da Juan Carlos I nel 2001, secondo la quale «la nostra non fu mai una lingua d’imposizione bensì d’incontro; nessuno è mai stato obbligato a parlare in castigliano. Furono i popoli più diversi che fecero propria, secondo la loro libera volontà, la lingua di Cervantes». Un’opinione smentita, oltre che dalla storia, anche dalla relazione presentata nel 2009 dalla Plataforma per la Llengua e intitolata 500 lleis que imposen el castellà, una dettagliata raccolta di leggi, all’epoca ancora vigenti, che favorivano il castigliano in ogni tipo di documenti (patenti, licenze, insegne, titoli ufficiali), nella relazione con l’amministrazione pubblica, nell’insegnamento e al momento di scegliere un lavoro.

Secondo Bea Seguí la repressione secolare, rafforzata dalla sottile discriminazione dei nostri giorni, manda un chiaro messaggio alla popolazione: al primo posto c’è una lingua ufficiale, imprescindibile, utile in ogni ambito e di tutto rispetto; dopo vengono le altre, che non si nominano e delle quali si può tranquillamente fare a meno. È per questo forse che molti catalani sono abituati a passare automaticamente al castigliano quando qualcuno gli si rivolge in questa lingua o quando parlano con uno straniero. Ma non è solo questo il lascito di secoli di storia: accanto alla svalutazione mascherata e all’aperto disprezzo dello stato, c’è la volontà di un popolo che si ostina a parlare la propria lingua nonostante la repressione protrattasi per più di trecento anni. E la consapevolezza politica, che negli ultimi anni si è allargata notevolmente nella società, della necessità di dotarsi di strumenti adeguati per rafforzare il català e garantire un effettivo pluralismo, obbiettivi che sembrano all’ordine del giorno nella costruzione della Repubblica indipendente.

Dietro la geografia parlamentare.

Dopo alcuni giorni d’incertezza la Mesa, l’organo della presidenza del Congresso da poco costituitosi a Madrid, ha deciso di non accogliere la richiesta di Podemos riguardo all’articolazione della propria pattuglia di deputati in quattro gruppi parlamentari distinti. La formazione guidata da Iglesias si è presentata alle elezioni del 20 dicembre 2015 in alleanza con i gruppi En Comú (Catalunya), Compromís (País Valencià) e En Marea (Galícia) che hanno ottenuto rispettivamente 12, 9 e 6 deputati, fornendo un consistente contributo a Podemos, che dal canto suo ne ha eletti 42.

Ciascuno dei tre gruppi della coalizione aspirava a un gruppo parlamentare proprio: in particolare il capolista di En Comú Podem, Xavier Domènech, si era impegnato in campagna elettorale ad ottenere una rappresentanza autonoma per i catalani nel Parlamento spagnolo, rivendicando tra l’altro un referendum vincolante per decidere il futuro di Catalunya. Interpretando il regolamento parlamentare, la maggioranza targata PP, Psoe e Ciutadans costituitasi nella Mesa ha opposto un netto rifiuto: Podemos e i gruppi della coalizione disporranno di un solo gruppo.

A parte la preoccupazione per l’eccessiva visibilità della sinistra all’interno del Congresso, dietro la decisione di PP, Psoe e Ciutadans c’è un’altro motivo: la costituzione dei quattro gruppi avrebbe dato visibilità al tema nazionale e posto in discussione l’unità del Regno di Spagna (questa è la denominazione ufficiale del paese in materia di relazioni internazionali). Ma se l’unità dello stato spagnolo è un dato di fatto, lo è anche il suo carattere plurinazionale.

Le destre, costituite da PP e Ciutadans, a braccetto con il Psoe, si adoprano perché non emergano alla superficie “quattro popoli, quattro lingue, quattro anime, quattro nazioni. Quattro nazioni con radici storiche e preistoriche; quattro nazioni delimitate dalla geografia, dalla storia, dal carattere e soprattutto dalla lingua, che è l’essenza, la sintesi e la risultante di tutte le caratteristiche di un popolo”[1]. Nel 1932 Antoni Rovira i Virgili, intellettuale e deputato di Esquerra Republicana de Catalunya, descriveva cosí la realtà plurinazionale della penisola (Catalunya, Paesi Baschi, Galizia e Castiglia), in un articolo tutt’altro che invecchiato.

Pp, Psoe e Ciutadans non tollerano l’apertura di un dibattito attorno alle nazionalità. Per questa ragione Podemos dovrà accontentarsi di un solo gruppo parlamentare. E dovrà spiegare agli elettori catalani come intende accordare con lo stato spagnolo la celebrazione di un referendum vincolante sull’indipendenza di Catalunya, finora sempre negato da PP e Psoe, quando non riesce neppure a ottenere gruppi parlamentari distinti per le articolazioni nazionali della propria coalizione.

Non solo, dovrà dire perché non si somma al processo di rottura e di transizione alla Repubblica catalana, uno scenario che soprattutto grazie al contributo della Cup (Candidatura d’Unitat Popular, la sinistra radicale e indipendentista che vanta dieci deputati chiave nel Parlamento catalano) sembra orientarsi verso la creazione di uno stato piú avanzato sul terreno dei diritti, della giustizia sociale e dell’assetto istituzionale, aprendo contemporaneamente maggiori spazi alla critica delle politiche neoliberiste.

[1] Antoni Rovira i Virglili, Geografia politica. Le quattro nazioni iberiche, in La Publicitat, 30 luglio 1932.

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