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i Països Catalans

La sinistra indipendentista parla: un comunicato di Poble Lliure.

L’ampio schieramento della sinistra indipendentista e anticapitalista di Catalunya non è finora sufficientemente conosciuto fuori dai Països Catalans. Eppure si tratta di un settore politico che, riunito nella Candidatura d’Unitat Popular (CUP), vanta un considerevole peso specifico nella società, oltre a una notevole rappresentanza nel Parlamento catalano: 10 deputati, frutto dell’8% raggiunto alle elezioni del settembre 2015. Una delle ragioni di questa scarsa notorietà in Europa è probabilmente da ricercare nella scelta della CUP di non presentarsi alle elezioni per l’eurocamera, decisione basata sulla critica all’attuale progetto europeo guidato dal capitalismo finanziario.

Per tutto ciò vale la pena sentire direttamente la voce di questo settore politico, particolarmente significativa in queste ore, saltando le mediazioni, o peggio le censure, degli opinionisti e dei mezzi di comunicazione schierati a difesa dello status quo. Il seguente comunicato è appena stato pubblicato da Poble Lliure, organizzazione di radice marxista integrata nella CUP e impegnata nella lotta per il socialismo, l’indipendenza, i Països Catalans e il superamento del patriarcato.

Comunicato di Poble Lliure davanti allo stato d’assedio a Catalunya.

 

  1. I fatti di queste ultime ore presuppongono un salto qualitativo nella spirale repressiva dello stato spagnolo contro il popolo catalano. Il regime erede del franchismo non è mai stato una democrazia, e ora non si sforza neppure di sembrare tale.
  2. Con la persecuzione dei nostri rappresentanti politici e dei nostri lavoratori del settore pubblico, con l’assalto alle nostre istituzioni e la violazione dei diritti fondamentali quali la libertà d’espressione, di riunione e d’associazione, lo stato spagnolo non ha più nessun tipo di legittimità a Catalunya e l’unico atteggiamento possibile davanti alla sua deriva autoritaria è la mobilitazione e la disobbedienza.
  3. Come Poble Lliure facciamo appello all’insieme della società catalana alla mobilitazione permanente a difesa e sostegno dei nostri rappresentanti politici e delle nostre istituzioni. Il nemico non è altri che lo stato spagnolo erede del franchismo, i suoi amministratori e il suo apparato repressivo.
  4. Invitiamo l’insieme delle organizzazioni sociali ad articolare in maniera coordinata una ferma risposta che si traduca in una mobilitazione di massa, forte e pacifica, che vada dall’occupazione degli spazi pubblici fino allo sciopero generale.
  5. Constatiamo una volta di più che la progressiva fascistizzazione dello stato spagnolo ci lascia solo il cammino della unilateralità.

Perciò:

– invitiamo il popolo catalano a mantenere e intensificare la campagna per il referendum e a votare il prossimo 1 ottobre, tanto il Si come il NO;

– esigiamo ai nostri rappresentanti politici il rispetto della legge del Referendum e di quella di Transitorietà giuridica, e che pertanto dichiarino la Repubblica Catalana Indipendente, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso che la repressione impedisca fisicamente di esercitare pienamente il diritto democratico all’autodeterminazione.

Viviamo momenti storici, la Repubblica è a portata di mano.

Ricordiamo le parole del Presidente Companys, oggi più attuali che mai:

“Ciascuno al suo posto e Catalunya e la Repubblica nel cuore di tutti!”

No passaran! Sorridete che vinceremo!

Barcelona, Països Catalans, 20 settembre 2017.

Il testo originale del comunicato si trova alla pagina Poble Lliure.

 

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La repressione non ferma il movimento per l’autodeterminazione di Catalunya.

Ieri mattina la Guardia Civil è entrata nelle sedi del governo della Generalitat a Barcelona, nel tentativo di assestare un colpo mortale al referendum dell’1 ottobre. Una dozzina di alti funzionari del governo catalano sono stati arrestati mentre, secondo quanto dichiarato dalla polizia, sono stati contemporaneamente sequestrati alcuni milioni di esemplari di schede elettorali.

Ma il governo del Partido Popular, guidato da Mariano Rajoy, non ha fatto i conti con la reazione del popolo catalano: migliaia di persone si sono riunite a Barcelona, davanti alla consiglieria d’economia, dove la Guardia Civil stava effettuando una perquisizione e non l’hanno abbandonata fino a notte inoltrata, quando il presidente di Òmnium, una storica associazione culturale catalana, ha dato appuntamento a tutti per questa mattina a mezzogiorno, davanti alla sede del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalunya.

La Guardia Civil si è presentata anche davanti alla sede della Candidatura d’Unitat Popular a Barcelona, accerchiandola con più di una ventina di automezzi e cercando evidentemente una provocazione che la sinistra indipendentista e anticapitalista non ha raccolto. Le forze repressive dello stato spagnolo si sono presentate inoltre senza mandato di perquisizione e i militanti della CUP hanno impedito che entrassero all’interno della loro sede. La Guardia Civil non ha voluto spiegare il motivo dell’assedio, durato da mezzogiorno alle otto di sera passate, quando dopo aver sparato alcuna pallottola di gomma e assestato qualche manganellata ha dovuto andarsene senza risultati concreti.

Manifestazioni di sostegno al referendum si sono svolte a Girona, Tarragona, València, Alacant, Palma, Perpignan, e in altri centri dei Països Catalans, così come a Bilbao, Vitoria, San Sebastian,  Saragossa, Malaga e Madrid. Alle dieci di sera diverse zone di Barcelona (Joanic, Les Corts, Sants…) sono state animate da rumorose cassolade.

Il Presidente della Generalitat ha ribadito che l’1 ottobre il popolo di Catalunya è chiamato al referendum d’autodeterminazione e ha denunciato sia lo stato d’eccezione instaurato dal Governo del PP che la sospensione di fatto dell’autogoverno catalano. La volontà di persistere sulla strada del referendum, nonostante il colpo logistico subito, è stata chiaramente espressa anche dalla CUP, che ha invitato a fare tutto il necessario per votare l’1ottobre. Il vicepresidente del governo catalano, Oriol Junqueras (Esquerra Republicana de Catalunya) ha denunciato l’avvento di un vero e proprio stato di polizia ma si è detto sicuro di poter far sentire la voce dei cittadini il 1 ottobre.Nel corso dell’operazione di polizia alla sede della CUP inoltre, i deputati di Podem Albano Dante Fachin e Juan Giner hanno offerto la propria sede ai militanti della sinistra anticapitalista. Se il governo del PP cercava la resa dello schieramento indipendentista, con la propria azione repressiva sembra averne rafforzato invece l’unità e la determinazione.

 

 

Uno stato a favore del català.

Plataforma per la Llengua, l’ONG dedicata alla promozione del català, inaugura la propria campagna a favore del SI al referendum dell’1ottobre, convinta che solo una nuova Repubblica possa sanare l’attuale disparità linguistica che ancora soffre il català.

Nel contesto europeo lo stato spagnolo costituisce infatti una vera e propria anomalia in materia: è l’unico a non aver riconosciuto una lingua della portata del català come lingua ufficiale in tutto il territorio. La costituzione spagnola stabilisce all’art.3 che il castigliano è la lingua ufficiale dello stato e che tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla. Questo dovere non è esteso alle altre lingue, neppure nei territori in cui sono nate e si sono sviluppate. Di più: il basco, il català e il gallec non vengono neppure nominati nel testo costituzionale. L’art.3 le definisce genericamente come “altre lingue spagnole” e si limita a decretarne l’ufficialità nelle rispettive comunità autonome, in accordo con i rispettivi statuti.

Secondo Plataforma per la llengua si tratta di un dettato costituzionale che non pone allo stesso livello le differenti lingue e che non tutela sufficientemente il català. Non essendo lingua ufficiale dello stato infatti, il català non beneficia dei riconoscimenti che l’Unione Europea attribuisce a questa categoria di lingue. È l’unico idioma di dimensioni simili che rimane escluso dalla tutela comunitaria. E lo stato spagnolo si è finora rifiutato di modificare questa situazione. Non solo il dettato costituzionale ma anche la giurisprudenza si caratterizza per interpretare in senso restrittivo i diritti dei catalanoparlanti: basti pensare al divieto di parlare in català al Congresso dei Deputati di Madrid.

In altri casi caratterizzati dalla presenza di più lingue in un unico territorio statale si sono storicamente sviluppati due scenari differenti: nel primo si è prodotta una rottura territoriale ed è sorto un nuovo stato che ha riconosciuto a pieno la lingua precedentemente discriminata; nel secondo una modifica costituzionale ha equiparato la lingua tradizionalmente penalizzata all’altra, come è accaduto in Belgio, Svizzera, Canada o in Finlandia. Secondo l’ONG del català però, nessuna delle principali forze politiche spagnole ha intenzione di sanare la disparità linguistica di cui beneficia il castigliano. Anche per questo Plataforma per la llengua ritiene l’indipendenza di Catalunya come un passo fondamentale, sia per il riconoscimento internazionale del català che per garantirne la presenza e la tutela in tutti gli ambiti pubblici. In molti settori (giustizia, amministrazione e commercio in particolare) il català è penalizzato dalla normativa dello stato spagnolo: dal 2014, anno in cui ha cominciato il monitoraggio, Plataforma per la llengua ha registrato 250 leggi che impongono il castigliano, o escludono l’uso del català, e che ne perseguono di fatto la marginalizzazione.

Secondo Òscar Escuder, il presidente dell’entità linguistica, tutto ciò rivela “la visione dello stato, delle istituzioni e del governo spagnolo. Credono che il castigliano sia la vera lingua e che tutte le altre siano lingue folkloriche”. Una visione che secondo Escuder concepisce di fatto “uno stato con una sola lingua”. Per questo l’ONG invita a votare SI al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e a costruire finalmente uno stato che si schieri a favore del català.

 

Per maggiori informazioni: https://www.plataforma-llengua.cat/

 

La società catalana si oppone al tentativo di repressione dello stato spagnolo.

Dopo la grande manifestazione della Diada, nel corso della quale un milione di persone sono scese in piazza a Barcelona evidenziando una volta di più il carattere popolare e plurale del movimento per il referendum e per l’autodeterminazione di Catalunya, il governo spagnolo getta la maschera e reagisce attivando la macchina repressiva dello stato.

Dopo aver disposto la sospensione della legge sul referendum e di quella che regola la transizione alla nuova Repubblica (che entrerà in vigore in caso di vittoria del SI) il Tribunale Costituzionale e la Fiscalia (il pubblico ministero spagnolo) si occupano ora anche dei mezzi di comunicazione pubblici e privati: secondo i giudici la televisione e la radio pubblica catalana non possono fare informazione sul referendum dell’1 ottobre, in quanto si tratterebbe di un tema illegale. Molti giornali e media digitali catalani hanno però ignorato l’avvertimento, denunciando contemporaneamente l’attacco alla libertà d’espressione. Allo stesso modo lo schieramento indipendentista considera ancora pienamente vigente la legge sul referendum, appellandosi al diritto all’autodeterminazione dei popoli e di fatto riconoscendo così la nuova legalità catalana.

Nel contesto di dualismo di poteri che comincia a delinearsi, il primo atto della campagna elettorale della Candidatura d’Unitat Popular a Valencia è stato interrotto ieri dalla polizia, che ha identificato le due deputate della sinistra anticapitalista e indipendentista Anna Gabriel e Mireia Vehí. A Madrid, in seguito a una richiesta del Partido Popular, un giudice ha vietato un atto a sostegno del referendum (promosso da un collettivo madrileno) che il sindaco della città Manuela Carmena aveva accettato di ospitare in una sala municipale.

Ieri mattina la Guardia Civil ha inoltre chiuso la pagina web Referendum.cat. Nel giro di mezz’ora però, la Generalitat ne ha aperta una nuova dove si possono trovare tutte le informazioni sulla consulta elettorale dell’1 ottobre. Il governo catalano è impegnato a garantire le condizioni per lo svolgimento del referendum che, come ha ribadito il presidente Carles Puigdemont, è un meccanismo ormai già in moto, predisposto per funzionare anche nel caso dell’interdizione dai pubblici uffici delle più alte cariche istituzionali catalane.

Sono infatti 712 i sindaci che si sono dichiarati pronti ad ospitare nei propri locali le operazioni elettorali (sul totale dei 948 comuni catalani) collaborando così alla riuscita della consulta referendaria. La Fiscalia dello stato spagnolo ha ordinato alla polizia catalana di investigare ognuno di questi sindaci e di chiamarlo a dichiarare. Nel caso di un rifiuto, ha inoltre disposto di procedere al loro arresto. L’associazione dei comuni catalani e quella dei comuni per l’indipendenza hanno indetto un atto di protesta, che si terrà sabato a Barcelona, mentre i sindaci della CUP hanno già annunciato che nel caso vengano convocati non si recheranno a dichiarare.

Il tentativo dello stato spagnolo di impedire lo svolgimento del referendum non stupisce
: da anni il PP e il PSOE oppongono un netto rifiuto alla domanda dellla società civile e politica catalana, alla quale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione. Ciò che stupisce è l’atteggiamento di sindaci quali Ada Colau che, nonostante abbia dichiarato di voler fare tutto il possibile perché i cittadini che chiedono di votare l’1 ottobre possano farlo, non si è unita alla lista dei sindaci disposti a collaborare con l’organizzazione del referendum. Ciononostante la Generalitat afferma che il referendum si svolgerà, a Barcelona come nel resto di Catalunya, con o senza la collaborazione dei municipi.

Convocato il referendum d’autodeterminazione di Catalunya.

Dopo una seduta durata quasi 12 ore, il Parlamento catalano ha approvato ieri la legge che fornisce copertura giuridica al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre, data già anticipata da alcune settimane dal governo della Generalitat. Questo cruciale passaggio parlamentare è stato possibile grazie a un lungo processo di mobilitazione della società civile catalana (che ha portato alla formalizzazione di una maggioranza parlamentare indipendentista alle elezioni del 2015) e che ora più che mai sembra necessario per  garantire la celebrazione effettiva del referendum e rendere così possibile la costituzione della nuova Repubblica.

Al momento della votazione i deputati del PP, del PSC e di Ciutadans hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Il referendum d’autodeterminazione di Catalunya è stato così approvato con i voti favorevoli della coalizione Junts pel Sí (formata dal PDeCAT e Esquerra Republicana de Catalunya) e della Candidatura d’Unitat Popular, l’astensione del gruppo parlamentare Catalunya Sí Que es Pot (formato da Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa e Podem) e nessun voto contrario.

Nel corso del dibattito, la deputata della sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP Anna Gabriel, ha sottolineato che coloro i quali negano il diritto all’autodeterminazione sono gli stessi che si oppongono a qualsiasi cambiamento sul terreno dei diritti sociali, consapevoli che il primo aprirebbe la porta agli altri. La deputata ha inoltre ricordato al capogruppo dei compagni di CSQP che il diritto all’autodeterminazione non può essere trattato come una questione meramente formale: così come il diritto di sciopero si conquista esercitandolo, anche quello all’autodeterminazione si consegue mettendolo in pratica, indipendentemente dalle maggioranze che si formano a Madrid o dalle minacce e gli avvertimenti legali dei Tribunali.

Ciononostante CSPQ si è astenuta, una scelta volta ad evitare la formalizzazione della rottura del gruppo, diviso tra i sostenitori del no e quelli più vicini al si. La divergenza di opinioni però è andata in scena ugualmente quando il capogruppo di CSQP (appartenente a IC e schierato per il no) ha rifiutato di dividere il tempo dell’intervento finale con i propri compagni (appartenenti a Podem e Esquerra Unida i Alternativa, tutti favorevoli al referendum sia pur con alcune sfumature) che si sono lamentati gridando: “deciderà la gente, ci vediamo il 1 ottobre!”.

 

 

 

 

 

Catalunya reagisce al terrorismo e rifiuta il mantra dell’unità.

I governi occidentali hanno fatto nei decenni scorsi un uso ben preciso degli attentati terroristici: spaventare e ricondurre all’ordine la popolazione, rafforzare lo status quo e ridurre al silenzio le opposizioni. Che si tratti della strategia della tensione o degli attentati di Al-Qaeda e Daesh la conseguenza è la riduzione degli spazi della politica, della democrazia e del conflitto. In questo senso gli attentati di Barcelona e Cambrils non sembrano fare eccezione.

Le voci più autorevoli dei poteri forti spagnoli (a cominciare da El País) hanno subito approfittato dell’attentato per reclamare ai cittadini catalani, al movimento indipendentista e al governo della Generalitat di smettere di inseguire la “chimera” dell’emancipazione nazionale e tornare alla normalità. Voci più becere (El Mundo) hanno sostenuto una relazione diretta tra la storica tradizione di accoglienza di Catalunya e gli attentati di Daesh, invocando il controllo delle frontiere. E soprattutto la monarchia borbonica ha cercato di approfittare dell’occasione per assestare un duro colpo all’indipendentismo e ricondurre il popolo catalano sotto le proprie insegne: alla vigilia del referendum per l’autodeterminazione di Catalunya dell’1 ottobre, il re Felipe VI si è così presentato alla manifestazione di Barcelona in cerca di una foto che lo ritraesse alla testa del movimento popolare di rifiuto al terrorismo e di solidarietà con le vittime. Ma non l’ha trovata.

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Così come El País e El Mundo, si è scontrato con un dato di fatto difficile da smentire: la società catalana è oggi più che mai maggioritariamente indipendentista, sia nelle piazze che nel Parlamento catalano, dove il Partido Popular e il Psoe, gli alfieri dell’austerità a Madrid e in Europa, si trovano in minoranza. E nella manifestazione di Barcelona, Felipe VI è stato sonoramente fischiato, non solo dalla sinistra anticapitalista e indipendentista guidata dalla Candidatura d’Unitat Popular (CUP) bensì da larghissimi settori dell’enorme corteo. Il rifiuto della presenza del re, con lo slogan fora el borbó, è riecheggiato a lungo nel Passeig de Gràcia. In questo popolo di tradizione repubblicana e sociologicamente antifascista, la sinistra anticapitalista e indipendentista ha svolto oggi (26/08/2017) un ruolo decisivo dando appuntamento a tutti due ore prima del corteo ufficiale (nel quale poi è confluita) per marcare le differenze e sottolineare il proprio disaccordo con la presenza di Felipe VI, il monarca che nel gennaio di quest’anno si è recato in Arabia Saudita per rafforzare i legami tra i borboni e la monarchia saudita (approfittando tra l’altro del viaggio per vendere agli emiri alcune fregate da guerra).

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La contestazione al re si è accompagnata, con differenti sfumature, alla denuncia delle guerre degli stati Uniti e dell’Unione Europea, in Irak, in Siria, in Libia…, come una causa dei cosiddetti disastri umanitari e della crescita dell’integralismo e del terrorismo, in particolare di Daesh. Senza dimenticare la natura intrinsecamente fascista di quest’ultimo.

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Con la propria presenza la sinistra anticapitalista e indipendentista oggi ha garantito lo spazio per la critica, rispedendo al mittente l’operazione dei poteri forti spagnoli volta a imbavagliare un intero popolo e ad inviare le forze di polizia ad occupare non solo le piazze bensì soprattutto lo spazio della politica. Una volta di più è da sottolineare il ruolo svolto dalla sinistra, decisiva nel movimento indipendentista, un movimento che dopo la straordinaria manifestazione di Barcelona, sembra più che mai inarrestabile.

 

 

 

Il libro rosso dei Països Catalans.

Sulle orme del celebre libretto rosso che evoca già dal titolo, El llibre roig dels Països Catalans è pensato apertamente come uno strumento di lotta, volto alla costruzione di un tessuto connettivo della sinistra anticapitalista e indipendentista che si estenda per tutto il territorio nazionale. La cornice dei Països Catalans è infatti l’ambito privilegiato di una serie di case editrici fortemente impegnate sul terreno della critica da sinistra (Tigre de Paper, El Jonc, Pol·len, Edicions del 79, Lo Diable Gros e Espai Fàbrica). Il risultato della collaborazione tra queste entità sono i Llibres per l’unitat popular, opere dedicate alla costruzione di un paese plurale, che riesca finalmente a conseguire sia l’esercizio della sovranità nazionale che una maggiore giustizia sociale. Uscito nella nuova collana nel 2014 al prezzo simbolico di 5 euro, El llibre roig dels Països Catalans non è firmato ed è sottoposto ad una licenza creative commons che ne rende possibile la copia e ne sottolinea l’impronta militante a discapito delle finalità commerciali.

“La nostra patria è la nostra lingua” è la citazione di Joan Fuster che apre il libro e che fa della difesa del català, un idioma più volte discriminato nel corso della storia, un elemento imprescindibile della coscienza nazionale. Segue la sintesi di un progetto del tutto alieno dalla volontà di potenza: “La difesa dei Països Catalans passa principalmente e in maniera ineludibile per la difesa dei diritti delle persone che vi vivono, indipendentemente dal luogo dove sono nate, dal loro colore della pelle o dalla loro lingua materna”. Si tratta di una visione plurale e accogliente della nazione, la cui difesa “non implica solo il fatto di disegnare una frontiera, parlare una lingua o sventolare una bandiera”, bensì la necessità di costruire un progetto di società differente da quello del capitalismo neoliberale. È una battaglia per i diritti sociali in piena Europa, caratterizzata però per il fatto di svolgersi nell’ambito peculiare dei Països Catalans, una nazione ancora senza stato alla quale si riferiscono gran parte dei dati socioeconomici riportati nel libro.

L’analisi svolta nell’opuscolo prende le mosse dalla ristrutturazione economica degli ultimi decenni: il capitalismo esce dalla crisi della fine degli anni ’60 applicando il teorema neoliberista secondo il quale il mercato è un meccanismo efficiente, in grado di autoregolarsi e produrre la migliore allocazione possibile delle risorse. Conseguentemente il sistema si caratterizza per la progressiva liberalizzazione dei capitali e per la divisione internazionale del lavoro, riorganizzandosi con la cosiddetta globalizzazione economica. In questo contesto la riduzione dei controlli sul capitale finanziario acquista sempre maggiore importanza nella dinamica dell’espansione capitalista. Veri e propri alfieri del processo neoliberale, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea impongono le privatizzazioni, i tagli sociali, la crescente flessibilità del lavoro e le misure fiscali regressive, disegnando un pianeta dove la ricchezza è ripartita in modo sempre più diseguale.

Per quel che riguarda la Spagna e i Països Catalans, i momenti salienti di questo processo sono rappresentati da una serie di riforme che hanno reso sempre più flessibile e precario il lavoro, ritagliandone diritti e potere. I Patti della Moncloa del 1977, firmati dai dirigenti politici impegnati nell’operazione transizione spagnola, segnano da un lato la rinuncia definitiva a un’uscita radicale dal franchismo e dall’altro l’accettazione di un modello economico neoliberale considerato adeguato alla nuova democrazia capitalista: il PCE e il PSOE abbandonano “sia l’idea di fare giustizia con gli assassini e i responsabili della repressione del regime, che quella di avanzare verso un modello di società non capitalista”. La scelta dei dirigenti spagnoli dell’eurocomunismo e di quelli socialisti facilita una transizione che si svolge all’insegna della continuità, senza che il franchismo paghi alcun serio costo politico.

Contemporaneamente, sostiene El Llibre roig dels Països Catalans, “si soffocava qualsiasi possibilità di avanzare verso il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei differenti popoli, ora imprigionati nella struttura legale e costituzionale dello stato spagnolo che si veniva delineando”. Le politiche economiche basate sulla moderazione salariale e la ristrutturazione del mercato del lavoro non vengono messe in discussione neppure dopo la vittoria del PSOE alle elezioni del 1982: al contrario i socialisti, guidati da Felipe Gonzàlez, si dedicano ad accentuare la flessibilità del lavoro e ad agevolare il capitale privato internazionale, situandosi a pieno titolo “nel quadro dell’ortodossia neoliberale che si impone a tamburo battente”. È significativa una frase del ministro dell’economia del governo socialista dell’epoca, secondo il quale “la miglior politica industriale è quella che non esiste”, un principio cardine del dogma neoliberale e un vero e proprio testimone ideologico che popolari e socialisti si scambiano nella staffetta che li avvicenda al governo. PSOE e PP condividono anche l’obbiettivo dell’integrazione del mercato spagnolo in quello europeo, così come l’adesione all’Unione nel 1986. È invece il Partido Popular guidato da Aznar a garantire il rispetto delle condizioni imposte dal trattato di Maastricht e il passaggio all’euro. Il più recente patto di stabilità completa un insieme di misure che caratterizzano tutta la politica economica del regime sorto dopo la morte di Franco, e che lo collocano saldamente sulla via maestra del liberismo. Per i redattori dell’opuscolo le conseguenze sono nefaste: “se analizziamo i fatti dal punto di vista delle classi popolari dobbiamo concludere che il costo di tutto il processo di modernizzazione dell’economia e della società ha gravato sulle spalle dell’insieme della classe lavoratrice”.

Così l’integrazione del regno di Spagna nel progetto dell’Europa dei capitali genera una struttura economica fortemente disequilibrata nella quale il peso del settore delle costruzioni edili, affiancato e sostenuto dalla finanza speculativa, diviene sempre più rilevante, fino a raggiungere una percentuale molto alta del PIL. Nel 2007 la bolla immobiliaria scoppia con particolare violenza in Spagna, i nodi del sistema finanziario vengono al pettine e il modello collassa. Ma il capitalismo è un sistema sociale in perenne trasformazione, capace di usare la crisi per rinnovarsi e garantire la propria sopravvivenza: gli stati europei salvano le banche (e gli speculatori) e destinano a questo scopo milioni di euro, indebitandosi fortemente. La ricetta dell’austerità economica, del pareggio del bilancio e del contenimento della spesa pubblica rivela chiaramente la direzione presa dal sistema: una redistribuzione della ricchezza sempre più diseguale e una prospettiva di impoverimento di lunga durata per le classi popolari.

El Llibre roig dels Països Catalans prosegue fornendo una serie di dati che suffragano l’analisi svolta fin qui e che disegnano un vero e proprio atlante socioeconomico del paese. I dati sui prestiti concessi per l’acquisto della casa sono particolarmente significativi. Negli anni del credito facile, in molti stipulano un mutuo; in seguito alla crisi economica però non possono più pagare la rata. In questi casi la proprietà dell’immobile torna alla banca, che lascia famiglie intere senza casa e con il mutuo da pagare. Dai 10.000 casi del 2007 si è passati ai quasi 40.000 del 2012. Ma c’è di più: secondo i dati riportati nel libro, la banca privata che ha beneficiato più di tutte le altre dell’aiuto dello stato (Bankia) è allo stesso tempo quella che ha provocato il maggior numero di sgomberi e che è tornata in possesso del maggior numero di immobili.

Tra il 2000 e il 2007, nel periodo del credito facile e della speculazione immobiliaria, il prezzo della casa nello stato spagnolo ha visto un’impennata che non ha eguali se paragonato all’andamento analogo registrato in Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti. Quando in seguito alla crisi i contraenti non hanno più potuto pagare il mutuo sulla casa, si è smesso di costruire lasciando sul territorio numerosissimi appartamenti nuovi che sono rimasti vuoti: 448.356 in Catalunya, 505.029 nel País Valencià e 71.255 alle Balears. Una somma che rappresenta il 13,5% degli appartamenti sfitti dello stato spagnolo. Oltre al danno subito dai cittadini che hanno perso la casa, la speculazione immobiliaria dei primi anni del nuovo secolo ha generato anche un considerevole danno ambientale: l’indice di urbanizzazione della costa è cresciuto notevolmente, spesso compromettendo il paesaggio e la natura.

“I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” è il titolo del capitolo che El llibre roig dels Països Catalans dedica alla distribuzione della ricchezza. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza sociale, consegna un dato sul quale riflettere. I Països Catalans registrano la disuguaglianza più alta di tutta l’area europea: peggio di Gran Bretagna, Italia, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia… ma anche di Portogallo e Grecia. Il 20% più ricco della popolazione ha un reddito quasi 7 volte superiore al 20% più povero.

Questo gigantesco processo di trasferimento della ricchezza dai più poveri a beneficio dei più ricchi è stato possibile anche grazie a una serie di riforme del mercato del lavoro che, sia quando sono state varate dal PP che dal PSOE, hanno immancabilmente seguito la direzione della riduzione dei diritti dei lavoratori e del peggioramento delle loro condizioni contrattuali e di lavoro. Una vera e propria offensiva bipartisan contro le classi lavoratrici dei Països Catalans che ha imposto licenziamenti più facili, deroghe al contratto, maggiore precarietà e che si riflette nell’andamento del tasso di disoccupazione: dal 10% circa del 2005 al 27% del 2012. Altrettanto allarmanti sono i dati sulla popolazione a rischio di esclusione sociale: 23% in Catalunya, 30% al País Valencià e 28% alle Balears. L’insieme dei Paísos Catalans fa registrare un considerevole 26% di popolazione a rischio.

Oltre a fornire una gran quantità di dati, messi a disposizione di ogni collettivo, casale indipendentista o associazione che intenda lottare per le classi lavoratrici e per il riconoscimento nazionale, gli autori del libro offrono la propria sintesi: la situazione di sovraproduzione, bassa crescita economica, basso consumo dovuto ai bassi salari, fa prevedere un impoverimento persistente delle classi popolari, in balia di un capitalismo sempre più aggressivo e ormai indisponibile a qualsiasi patto sociale. In questa prospettiva l’indipendenza dei Països Catalans significa non solo la nascita di una nuova Repubblica ma anche un progetto politico per restituire potere ai lavoratori, un’ipotesi rivoluzionaria per trasformare la struttura sociale, una rottura con il liberismo. Un’aperta rivendicazione di cambiamento: come si legge nelle conclusioni del libro rosso dei Països Catalans, indipendenza “per cambiare tutto”.

Essere Països Catalans, secondo Joan Fuster.

L’invito più convincente a impiegare la definizione di Països Catalans si trova forse in Questió de noms, di Joan Fuster, uscito per le Edicions d’Aportació Catalana nel 1962, risultato dell’attenta riflessione che l’autore, dedito alla letteratura e alla critica, svolge allo stesso tempo attorno alla cultura del proprio paese. Nato a Sueca, un piccolo centro a sud di València, lo scrittore si forma nei difficili anni che seguono la guerra civile, quando “trovare un libro, non solo in català ma addirittura in castigliano, che non fosse mediocre era difficile” come sostiene nell’intervista rilasciata a Montserrat Roig nel 1977. Sebbene Questió de noms, opera già matura, non si inoltri sul terreno della politica bensì rimanga in quello storico e culturale, si tratta di un pamphlet denso di implicazioni scomode per il regime franchista.

La questione, spiega Fuster, nasce all’epoca della conquista delle Balears (1229) e del País Valencià (1245), quando il sovrano del Principato catalano Jaume I struttura le regioni appena strappate agli arabi in due regni separati. Dopo secoli di dominazione saracena si tratta di portarvi l’habitus culturale e il tessuto sociale caratteristico del Principato e dei regni cristiani della penisola. L’obbiettivo viene perseguito e raggiunto ripopolando le isole e il País Valencià con immigrati provenienti in gran parte da Catalunya. La persistente immigrazione, la permeabilità delle frontiere e soprattutto la lingua comune fanno si che valenziani e mallorquini si considerino catalani esattamente come gli abitanti del Principato. Lo scrittore Ramon Muntaner, contemporaneo di Dante e autore di un’importante cronaca delle vicende della corona e dell’espansione catalana, definisce gli abitanti del sud confinanti con Murcia, “catalani autentici” in grado di parlare un ricco e pregevole català.

Queste popolazioni sono ritenute catalane anche dall’estero, sia nel medio evo che nel rinascimento, senza alcuna distinzione regionale. Originari di Xàtiva (País Valencià), i Borgia sono conosciuti ovunque come catalani: Fuster ricorda che quando la famiglia arriva al soglio papale gli italiani esclamano: “O Dio, la Chiesa Romana in mano ai catalani”. E Alfonso Borgia, ossia Papa Callisto III, si definisce “Papa catalanus”. Ma gli esempi illustri, secondo l’autore, riposano su un dato di fatto fondamentale: la lingua comune, che fa si che gli abitanti delle Balears, del País Valencià e del Principato si sentano un solo popolo.

Malgrado risponda a un’esigenza giuridico-amministrativa, la creazione e il consolidamento dei regni separati apre la strada all’uso di denominazioni locali: soprattutto riguardo agli affari interni alla corona si comincia a fare riferimento a valenziani e mallorquini. Ciò significa che la unità catalana si articola in rami diversi. Favorito dalle strutture statali e amministrative, comincia a svilupparsi un certo orgoglio regionale (non solo al País Valencià e alle Balears ma anche a Catalunya) e quello che era un solo popolo inizia a differenziarsi. Il dato strutturale dell’unità della lingua non cambia: quello che cambia è la consapevolezza di tale unità, che perde terreno a beneficio di una progressiva regionalizzazione.

Secondo Fuster catalani diviene una parola ambigua: in primo luogo perché ci sono catalani più catalani degli altri (gli abitanti del Principato, cioè della Catalunya in senso stretto, che non perdono il proprio appellativo); in secondo luogo perché il termine allude contemporaneamente sia a una parte che all’insieme della popolazione. Solo l’impiego di un nome in grado di abbracciare contemporaneamente le isole, il País Valencià e il Principato potrebbe contrastare la diffusione delle denominazioni regionali. Ma all’epoca un nome simile non esiste.

E le testimonianze della sopravvivenza dell’antico uso della parola catalani sono ancora numerose: Anselm Turmeda afferma nella sua Disputa de l’ase (1417) di “essere di nazionalità catalana e nato a Mallorca”. È solo attorno all’inizio del XVII secolo che, come attestano varie voci tra cui quella del cronista Gaspar Escolano, mallorquini, valenziani e abitanti del Principato si allontanano tanto da portare alla nascita di forme dialettali inedite, in grado di intaccare l’unità della lingua e accentuare le differenze. La memoria dell’unità non si cancella ma la coscienza di essere un solo popolo si incrina.

Tra il XVI e il XIX secolo il particolarismo si rafforza: a differenza del passato gli eruditi dell’epoca rivendicano l’esistenza di lingue regionali differenti l’una dall’altra.  L’abbaglio che porta a  scambiare il català originario per il provenzale non facilita la chiarezza e si arriva a coniare definizioni fantasiose come quella di bacavès per indicare la lingua delle Baleari, Catalunya e  País Valencià. A questo proposito il celebre scrittore Salvador Espriu propone ironicamente il rosalbacavès, in modo da includere nella definizione anche gli abitanti del Rosselló e di Alghero (dove il català conserva una comunità di parlanti). La creazione eclettica di etichette più o meno fantasiose, priva di serie basi culturali, si rivela presto impraticabile ed effimera.

Mostrando ai catalani il loro passato comune, gli uomini della renaixença tornano a fare del català una lingua letteraria. Se da un lato affermano lo studio erudito del vernacolo, dall’altro riportano in auge l’idea dell’unità della lingua e conseguentemente dei caratteri storici catalani. È all’inizio del XX secolo, afferma l’autore, che al Principato così come alle Balears e al País Valencià sorgono gruppi che si dicono pancatalanisti e che aspirano apertamente a ricostituire la precedente unità. A partire da questo momento il localismo perde terreno, le pubblicazioni in català aumentano e la popolazione considera sempre più normale riferirsi alla lingua catalana come al proprio idioma materno. Parallelamente si impiega la definizione di grande Catalunya per indicare tutti i territori di lingua catalana e semplicemente Catalunya per indicare il Principato.

Ma per Fuster la definizione migliore dell’insieme dei luoghi in cui si parla il català  è quella di Països Catalans. Da un lato perché si è largamente affermata negli ultimi decenni; dall’altro perché si tratta di un nome plurale, che accoglie e salva i particolarismi e le differenze, che ci sono, senza negarle. Si tratta, sostiene l’intellettuale di Sueca, di impiegare sistematicamente la nuova definizione, sostituendo alla terminología affermatasi nel periodo della disgregazione della coscienza nazionale catalana un lessico adeguato a ricostruirla. Nella convinzione che sia  necessario un profondo e lungo processo di trasformazione sociale parallelo e coerente con l’impiego del nuovo vocabolario. Nel frattempo però Països Catalans è il termine più opportuno di cui servirsi, perché riflette l’unità nella differenza e nella pluralità che caratterizza il popolo catalano.

Secondo il musicista e deputato indipendentista Lluís Llach, “Fuster ci ha insegnato un’altra maniera di essere catalani […] ci ha aperto le porte per una catalanità molto più complessa, ampia, plurale e molto meno egoista”, come dichiara nel documentario Ser Joan Fuster (ovvero Essere Joan Fuster) realizzato nel 2008 dall’Univeristà di València.

Se da un lato il contributo dell’intellettuale di Sueca alla crescita della coscienza nazionale del proprio paese gli assicura il riconoscimento e l’ammirazione diffusa soprattutto tra i giovani, dall’altro gli vale l’odio dei nostalgici del fascismo spagnolo, l’attentato esplosivo del novembre del 1978 e quello dell’11 settembre del 1981, quando due bombe piazzate da ignoti danneggiano la sua abitazione senza ferirlo. Ciononostante l’influenza di Joan Fuster nella società e nella cultura civile e politica catalana si è enormemente diffusa, così come l’uso del termine Països Catalans, forse il suo lascito più significativo.

11 settembre 2016.

L’undici settembre si celebra la diada, il giorno in cui Catalunya perde le proprie itituzioni e viene sconfitta e sottomessa al Borbone (1714), data che inaugura un lungo percorso di repressione e anticatalanismo che caratterizzerà i governi del Regno di Spagna.

Oltre alla tradizionale celebrazione, quest’anno la festa nazionale ha assunto un significato particolare: da un lato si trattava del primo 11 settembre segnato dalla presenza di una maggioranza indipendentista nel Parlamento catalano; dall’altro si ricordavano i 40 anni dalla prima diada successiva alla morte di Franco, organizzata dalle forze democratiche, della sinistra e repubblicane a Sant Boi a causa del divieto di manifestare a Barcelona, svoltasi in un clima ancora caratterizzato dalla repressione e ricordata per lo slogan che la prudenza non ci faccia traditori.

Quest’anno la festa si articolava in cinque manifestazioni organizzate a Barcelona, Berga, Lleida, Salt e Tarragona, all’insegna di un percorso pensato per portare il popolo di Catalunya a dichiarare la Repubblica e l’indipendenza. I mezzi di comunicazione spagnoli hanno già sentenziato che i manifestanti sono stati meno degli anni precedenti, in ogni caso non sotto le 800.000 persone, ma la misura della partecipazione popolare risulta più chiara se svolgiamo una semplice proporzione. Se si considera che Catalunya conta sette milioni e mezzo di abitanti risulta che oltre il 1o% della popolazione è sceso in piazza a manifestare. Per raggiungere una partecipazione simile in Spagna (46 milioni di abitanti) dovrebbero svolgersi concentrazioni di circa cinque milioni di persone, cosa che non è accaduta mai. L’obbiettività di molti giornali spagnoli in merito al tema Catalunya è come minimo messa in dubbio da valutazioni simili.

Nonostante il successo della diada del 2016, il processo verso l’indipendenza sembra svolgersi lungo un percorso ancora insidioso. Il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha ribadito dai microfoni di Catalunya Ràdio la bontà del referendum, finora sempre negato dallo stato spagnolo, inteso come lo strumento più adatto perché i catalani possano finalmente esprimersi sull’indipendenza. Se lo stato seguirà nel divieto, l’attuale Governo della Generalitat, sostiene Puigdemont, porterà comunque a termine il mandato ricevuto dalle urne: ciò vuol dire che convocherà un referendum, “lo faremo se è fattibile, non solo se à accordato con lo stato” o indirà elezioni di natura costituente, entro il settembre del prossimo anno.

Malgrado le differenze che gli impediscono di formare un governo in Spagna (le elezioni del dicembre 2015 e del giugno 2016 non sono state sufficienti per formare una maggioranza) Partido Popular, Psoe e Ciutadans, sembrano un blocco monolitico nel rifiuto del referendum a Catalunya. E la volontà di non lasciare esprimere democraticamente i catalani è certamente una delle cause del blocco in cui si trova il sistema politico spagnolo: se il Psoe si sommasse ai partiti favorevoli al referendum si avrebbe già una maggioranza di governo.

Tanta ostinazione non si comprende anche perché il risultato di una consulta popolare non sarebbe così scontato: gli elettori di Podemos per esempio si ripartirebbero tra i favorevoli e i contrari all’indipendenza in una proporzione che non conosciamo. La formazione di Pablo Iglesias mantiene una posizione quantomeno ambigua in merito, sostenendo contemporaneamente il diritto a decidere dei catalani e il rifiuto di dichiarazioni o scelte unilaterali che portino all’indipendenza. Stupisce tanta prudenza riguardo al principio di autodeterminazione dei popoli e alla repubblica, temi che dovrebbero far parte del patrimonio politico di qualsiasi partito di sinistra, tanto più se di ispirazione marxista. Mentre accusa più o meno apertamente la sinistra catalana di nazionalismo, di fatto è Podemos a essere schierato con i partiti nazionalisti spagnoli più conservatori.

Altra difficoltà sulla strada della costruzione della Repubblica sembra la causa che il Tribunale Costituzionale ha istruito contro Carme Forcadell, Presidente del Parlamento catalano, rea di aver autorizzato il dibattito in aula sul processo costituente e sulla disconnessione dallo stato spagnolo. A questo proposito, Puigdemont ha sostenuto nella stessa intervista che, a dispetto di una eventuale inabilitazione decisa dal Tribunale, Carme Forcadell continuerebbe in ogni caso a rivestire la carica di Presidente del Parlamento, essendo la camera elettiva la sola istituzione che può deciderne la destituzione. Interrogato sulla portata politica di un atto di disobbedienza quale il non riconoscimento della condanna del Tribunale, Puigdemont ha affermato che il primo a disobbedire al popolo di Catalunya è lo stato spagnolo: è quest’ultimo che non rispetta il risultato delle elezioni del 27 settembre 2015, dalle quali è scaturito il mandato a portare a termine il lungo cammino verso l’indipendenza e la proclamazione della Repubblica.

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