Qualche settimana fa il delegato del Governo spagnolo in Catalunya, Enric Millo, ha annunciato una inedita strategia di dialogo volta a caratterizzare il nuovo corso dell’esecutivo del Partito Popolare (sostenuto dall’astensione del Partito Socialista) nelle relazioni con Catalunya.

Millo ha dichiarato di voler “parlare con tutti per comprendere la radice del problema e affrontare la situazione prima che si renda necessario ricorrere alla via giudiziaria”. La Vicepresidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría però ha dato la priorità al dialogo con i partiti unionisti, riunendosi la settimana scorsa con Psc e Ciutadans, entrambi all’opposizione nella camera catalana, rígidamente ostili non solo alla indipendenza ma anche alla possibilità di risolvere la questione tramite un referendum (sul modello di quello scozzese del 2014).

Se ampliamo lo sguardo però le tracce del dialogo si fanno più difficili da seguire e dall’esame del contesto politico sembra emergere ben altro: alla richiesta di svolgere un referendum sull’indipendenza, da anni ampiamente invocato dalla società catalana, lo stato spagnolo oppone una risposta repressiva a base di incriminazioni e condanne.

Accusata di non aver ritirato un’estelada dalla facciata del palazzo comunale, il sindaco di Berga, Montse Venturós della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), dopo essere stata arrestata e successivamente rilasciata nel novembre scorso, è ancora minacciata da una condanna penale. Davanti al giudice ha rivendicato “l’impegno a mantenere e rispettare la decisione presa nel consiglio comunale del 2012 di non ritirare l’estelada fino al momento dell’indipendenza”. Come Montse Venturós decine di sindaci e di consiglieri comunali sono attualmente indagati dai tribunali spagnoli (Audiència Nacional) per aver votato in sede consiliare una dichiarazione di supporto alla dichiarazione indipendentista del Parlamento catalano del 9 novembre 2015.

Anche l’ex-Presidente della Generalitat, Artur Mas, è attualmente sotto processo per aver organizzato, il 9 novembre 2014, una consulta non vincolante volta a conoscere l’opinione dei catalani sull’indipendenza. Il reato contestato è disobbedienza. Per lo stesso capo d’imputazione il Congresso spagnolo ha votato l’autorizzazione a procedere contro il parlamentare catalano Francesc Homs, ora in attesa di essere giudicato dal Tribunale Supremo. Inoltre la ex-vicepresidente della Generalitat, Joana Ortega, e una ex-consigliera, Irene Rigau, sono anch’esse indagate per lo stesso motivo. Nonostante i minacciosi avvertimenti del Governo spagnolo, alla consulta del 2014 hanno partecipato più di 2.300.000 persone. Si sono espresse su due quesiti. Al primo, “vuoi che Catalunya divenga uno stato?” hanno risposto: SI  92%, NO 5%. Al secondo, “in caso affermativo vuoi che questo stato sia indipendente?” hanno risposto: SI 88%, NO 11%.

Nel febbraio 2015 il giudice Santi Vidal, è sottoposto a un’azione disciplinare e sospeso dalla magistratura per tre anni, colpevole di aver studiato e presentato alla cittadinanza un progetto di costituzione per la Repubblica catalana.

Il Tribunale Costituzionale ha inoltre impugnato la decisione con la quale il Presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, ha autorizzato il 27 luglio di quest’anno la discussione in aula delle conclusioni di una commissione parlamentare sul processo costituente e la disconnessione dallo stato spagnolo. Per questo Forcadell si trova ora sottoposta a un procedimento penale che potrebbe culminare in una sentenza di inabilitazione (di fatto equivalente alla sospensione dello Statuto d’Autonomia di Catalunya).

Dopo aver bruciato alcune foto dell’attuale re di Spagna (Felip VI) nel corso delle manifestazioni dell’11 settembre 2016, cinque membri della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), tre dei quali consiglieri comunali, sono stati anch’essi arrestati e, seppure successivamente rilasciati, rinviati a giudizio. Accusati di oltraggio alla corona, i cinque non hanno riconosciuto l’autorità del tribunale perché “non rispetta la sovranità del popolo catalano” e hanno sostenuto di trovarsi di fronte a “un giudizio politico che sopprime la libertà d’espressione”. Hanno anche sottolineato di “non riconoscere le istituzioni di uno stato che attua con modalità fasciste”.

Infine due giorni fa il Tribunale Costituzionale ha diffidato il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, e il Presidente del Parlamento, Carme Forcadell, a svolgere qualsiasi attività diretta a realizzare un referendum sull’indipendenza. Si tratta del referendum che, con o senza l’autorizzazione dello stato, sta organizzando la maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Grazie alla riforma recentemente proposta dal PP, il Tribunale Costituzionale non solo può imporre una multa ma ha anche il potere di inabilitare direttamente le cariche elettive ree di disobbedire alle proprie sentenze, senza che il Parlamento abbia da concedere alcuna autorizzazione a procedere.

Perdute le tracce del dialogo, due temi sui quali riflettere: 1)i tribunali spagnoli, in particolare il Tribunale Costituzionale nominato direttamente dal governo, decidono cosa si può (e cosa non si può) dibattere in un Parlamento democraticamente eletto; 2)la libertà d’espressione può essere di fatto sospesa quando si rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, sia che si esibisca una bandiera indipendentista, si bruci la foto del re o si rediga un progetto di costituzione per la Repubblica catalana. Sappiamo però che la democrazia non si può sospendere senza incorrere in esiti funesti, come ci ricordano le giornate del luglio 2001 a Genova.

Contraddizioni dellla democrazia borbonica, tratti ereditati dal franchismo o semplicemente, come sostiene il nuovo delegato del governo in Catalunya, lo stato spagnolo ha avviato l’”operazione dialogo”?

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