Gli episodi di discriminazione per l’uso del català, se non sono sistematici, affiorano ancora  periodicamente per i Països Catalans. L’ultima denuncia risale al settembre scorso: secondo numerosi quotidiani, tra i quali l’Ara, El Punt, e Vilaweb, una guida di montagna di 31 anni che si recava al lavoro è stata fermata dalla Policia Nacional alla frontiera con la Francia e denunciata per resistenza a pubblico ufficiale per aver parlato in català. «Qui siamo in Spagna e si parla il castigliano» avrebbe detto il poliziotto. «In Catalunya si parla anche il catalano», sarebbe stata la rispota in seguito alla quale l’agente ha iniziato una rude perquisizione e stilato una denuncia.

Di casi simili la Plataforma per la Llengua ne conosce decine. E Ignasi Bea Seguí, politologo e militante della CUP, ne ha raccolti una dozzina nel libro ¡En Cristiano! Policia i guàrdia civil contra la llengua catalana, uscito nel 2014 per le edizioni Cossetania. Gli episodi sono di una sconcertante banalità: i protagonosti involontari sono cittadini normali, persone non impegnate da un punto di vista politico, che usano il català in un aeroporto, un commissariato o ad un controllo stradale. In ognuno di questi casi il rappresentante di turno delle forze dell’ordine intima che gli si parli come un cristiano, considerando evidentemente il català alla stregua di un linguaggio inferiore e procede il più delle volte a denunciare i malcapitati. In alcuni casi i tribunali non hanno riconosciuto la discriminazione e gli agenti sono stati assolti, in altri i cittadini che hanno osato denunciare i fatti sono stati addirittura condannati. Solo uno di questi casi si conclude con la condanna di un agente. Come è possibile che i cittadini non possano usare la propria lingua, nel proprio paese, nei rapporti con le forze di sicurezza spagnole? Come è possibile che tutto ciò accada oggi (i casi riportati nel libro sono accaduti tra il 1996 e il 2012, lontano dall’epoca franchista), come si spiega?

L’autore di ¡En Cristiano! fornisce una risposta articolata: da un lato esamina la storia recente, dall’altro ripercorre la vicenda secolare della persecuzione patita in epoche differenti dal català. Per quel che riguarda la cronaca degli ultimi anni, Bea Seguí ricorda che la costituzione del 1978 riconosce, per la prima volta, l’esistenza di differenti lingue nello stato spagnolo. Allo stesso tempo però, queste lingue non sono neppure citate con il loro nome. Inoltre la loro ufficialità viene relegata alle rispettive comunità autonome. La realtà è che la monarchia spagnola non sembra interessata a tutelare la ricchezza e il patrimonio culturale rappresentato dalla varietà linguistica.

Ma ciò che impressiona e colloca nella giusta prospettiva storica i casi esaminati nel libro, è la panoramica sui tre secoli abbondanti di persecuzione del català, per mano della Spagna borbonica come della Francia dell’ancien régime e della repubblica, della dittatura di Primo de Rivera come del fascismo di Franco, che vi si dedica con speciale scrupolo. Per ciascuna epoca ¡En cristiano! ricorda le misure repressive adottate: dal divieto di insegnare il català nelle scuole alla messa al bando di canzoni popolari come Els segadors (che oggi è l’inno catalano) o La Santa Espina. Un capitolo a parte merita la repressione franchista che va dal divieto di etichettare le merci in català alla sostituzione dei nomi delle piazze e delle insegne dei negozi (la plaça Catalunya di Barcelona diviene la plaza del Ejército Nacional); dalla soppressione della stampa in català alla eliminazione dell’insegnamento della filologia catalana e perfino della storia dell’arte medievale, considerata un’allusione esplicita alla cultura di Catalunya; dall’annullamento di certificati di nascita, morte e matrimonio redatti in català ai cartelli nelle fabbriche che ricordavano il divieto di parlare la lingua degli sconfitti della guerra civile.

Un corpo di leggi impressionante che smentisce le opinioni dedite a negare o minimizzare la repressione subita dalla lingua. Tra queste quella espressa da Juan Carlos I nel 2001, secondo la quale «la nostra non fu mai una lingua d’imposizione bensì d’incontro; nessuno è mai stato obbligato a parlare in castigliano. Furono i popoli più diversi che fecero propria, secondo la loro libera volontà, la lingua di Cervantes». Un’opinione smentita, oltre che dalla storia, anche dalla relazione presentata nel 2009 dalla Plataforma per la Llengua e intitolata 500 lleis que imposen el castellà, una dettagliata raccolta di leggi, all’epoca ancora vigenti, che favorivano il castigliano in ogni tipo di documenti (patenti, licenze, insegne, titoli ufficiali), nella relazione con l’amministrazione pubblica, nell’insegnamento e al momento di scegliere un lavoro.

Secondo Bea Seguí la repressione secolare, rafforzata dalla sottile discriminazione dei nostri giorni, manda un chiaro messaggio alla popolazione: al primo posto c’è una lingua ufficiale, imprescindibile, utile in ogni ambito e di tutto rispetto; dopo vengono le altre, che non si nominano e delle quali si può tranquillamente fare a meno. È per questo forse che molti catalani sono abituati a passare automaticamente al castigliano quando qualcuno gli si rivolge in questa lingua o quando parlano con uno straniero. Ma non è solo questo il lascito di secoli di storia: accanto alla svalutazione mascherata e all’aperto disprezzo dello stato, c’è la volontà di un popolo che si ostina a parlare la propria lingua nonostante la repressione protrattasi per più di trecento anni. E la consapevolezza politica, che negli ultimi anni si è allargata notevolmente nella società, della necessità di dotarsi di strumenti adeguati per rafforzare il català e garantire un effettivo pluralismo, obbiettivi che sembrano all’ordine del giorno nella costruzione della Repubblica indipendente.

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